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N. 29 - Maggio 2010 (LX)

ASIA, BUDDHA E UN REPORTER senza lavoro
PARTE XIIi – Rohingya, un popolo senza identità

di Gianrigo Marletta

 

Cox’s Bazar, 20 Giugno 2008

“C’era una volta un re, di fede buddista, che governava sulla provincia di Sittwe nel nord del regno Arakan” inizia così un’antica leggenda che riporta a cinque secoli fa “quando la sua terra venne invasa da un popolo barbarico ”.

Il re si recò dunque dal suo amico musulmano, sovrano di Chittagong, regno ai confini del Bengala, in cerca di aiuto. “Prestami un esercito ti prego, così che possa riconquistare il mio trono” – La richiesta fu accolta e il re di Sittwe sconfisse gli invasori riprendendo il potere sulla sua terra.

Colmo di riconoscenza egli propose ai sodati venutigli in salvo di rimanergli al fianco, in sua protezione, ed in cambio avrebbe dato loro un terreno ciascuno. L’esercito accettò ed è così che apparve la prima presenza musulmana in territorio Arakan, oggi uno dei sette stati che compongono l’attuale Unione del Myanmar.

La realtà, sicuramente meno romantica, scaraventa l’intera vicenda in epoca più recente, precisamente in era coloniale britannica quando gli inglesi controllavano quella parte d’Asia che comprendeva gli odierni Pakistan, India, Bangladesh e Myanmar (allora Birmania).

In quegli anni furono abbattuti i confini, migrazioni e deportazioni caratterizzarono un’epoca di massicci spostamenti e le decine di etnie differenti vennero forzatamente riunite sotto il nome di un’unica dominatrice, la corona inglese.

Etnie differenti che da tempi immemorabili si sono combattute, si sono alleate, si sono ignorate, creando un complesso intreccio di stati, feudi e regni suddivisi in tribù, clan e famiglie.

Un intreccio non ponderato quando, a metà del novecento, le colonie europee hanno tracciato le nuove mappe, fatte di nuovi confini, segnati da squadre e righelli anziché da attente analisi sulle complicate interconnessioni tra i vari popoli.

Ad un tratto chi era di qua avrebbe dovuto trovarsi di là e chi di là perseguitato dagli abitanti di qua. I Rohingya sono tra quelli che si son trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato ed ora, a distanza di mezzo secolo, si vedono ancora come un popolo senza terra, vittima sia di quelli di qua che di quelli di là.

Rohingya è un termine che indica un’etnia relativamente nuova: figli di quei soldati venuti a salvare il re buddista nella leggenda o, più semplicemente, il prodotto di piccoli spostamenti al di là di confini che prima non esistevano.

Un nome dato ad un popolo che si vede importunato nel paese in cui è nato e malvoluto dal paese da cui discende, geograficamente parlando afflitto in Myanmar, sgradito in Bangladesh.

Una comunità musulmana che abita in un paese buddista e che, oggi, conta oltre 30.000 rifugiati costretti ad abitare in campi profughi eretti nel versante bengalese del confine.

Un popolo obbligato a nascondersi da entrambe le parti, a non poter far valere alcun diritto, da quello di sposarsi a quello di spostarsi.

Il mio incontro con essi è avvenuto da entrambi i lati del confine. Ho visitato prima la loro comunità a Sittwe, in Myanmar, poi ho preso una serie di aerei, treni ed autobus che mi hanno portato in Bangladesh, nella zona di Cox’s Bazar, dove oggi i Rohingya vivono da refugees, profughi.
La differenza tra gli stili di vita di quelli incastrati di qua e quelli scappati di là è quasi impercettibile: umiliati, martoriati e torturati da un lato; sovraffollati, impotenti, inutili dall’altro.

Nella ex Birmania un giovane volontario musulmano, ingaggiato come guida, ci mostrava, a bordo di un ciclo taxi, vaste distese di terreni, ora disabitati ed incolti, usurpati negli anni dai militari del governo ai contadini “calà”.
“Ci chiamano calà, vuol dire immigrato, colui venuto di recente, ci chiamano così con disdegno”- poco più avanti passiamo dinnanzi ad una bella moschea di pietra bianca - “vedi questa moschea? Fu costruita quasi duecento anni fa, come fanno a dire che siamo venuti di recente?”.

Quei terreni furono strappati con la violenza e poi abbandonati; perfino i cimiteri gli furono sottratti e ora le sepolture devono avvenire in piccoli riquadri di terra, circostanti alle moschee, sovraffollati di tombe e cadaveri.

La nostra giovane guida racconta delle torture fisiche subite dai soldati governativi e di quelle psicologiche inflitte dagli Arakaneese, gli abitanti “originari” e buddisti dello stato Arakan.

“Se andiamo all’ospedale dobbiamo pagare di più, se andiamo a scuola dobbiamo pagare di più. Ed a proposito di scuola” - aggiunge - “ a noi non è concesso studiare l’inglese né laurearci in medicina ed ingegneria”.

Il governo proibisce loro diplomi che potrebbero portare a mestieri altolocati.

“Questa è anche la nostra terra, e noi chiediamo solo di vivere in pace”.

Questa frase, pronunciata quasi con sottomissione, è la frase che avrei, poco più avanti, sentito e risentito uscire dalle bocche e dai cuori di centinaia di altre persone, uomini e donne: “Chiediamo solo di vivere in pace”.

A soli cento chilometri a nord di Sittwe, un tratto di strada però inaccessibile per un occidentale, scorre la linea di confine tra Myanmar e Bangladesh.

Una linea di speranza ma che in realtà divide semplicemente la padella dalla brace. Un confine che offre poco, anzi pochissimo, in cui tutti coloro che lo hanno varcato hanno trovato ulteriore povertà e cattiveria, miseria ed ingiustizia.

Moltissimi di questi sono stati catturati dagli invisibili artigli ed inghiottiti nelle viscere di TAL: un ammasso disumano di devastazione.

Andando verso sud, lungo la strada che collega il capoluogo Cox’s Bazar con Teknaf, la cittadina di confine, in seguito ad un massiccio posto di blocco dell’esercito bengalese, sulla sinistra, appaiono le prime baracche: soffitti fatti di teloni di plastica nera che si appoggiano su muri composti da sacchi di patate inchiodati a rami di legno impalati nel fango.

Le prime presto diventano le seconde, poi le terze fino a diventare un amalgama continuo di legna e plastica che si sussegue ininterrottamente per un chilometro.

Percorrendo la strada in auto è impossibile distogliere lo sguardo da tanto orrore.

Nel cuore nasce la spontanea speranza di trovarsi davanti ad un reperto abbandonato o a una serra di qualche frutto esotico che cresce nella melma e a tutto si pensa fuorché ad un luogo abitato, per di più da esseri umani.

E invece così è. TAL è un campo profughi che contiene oltre 10.000 persone: accampate, rannicchiate, malate, sovraffollate, disperate, accaldate, affamate ed assetate.

Condizioni di vita in cui una sola di queste porterebbe rabbia e malcontento e che messe tutte insieme creano quell’incubo inimmaginabile e così difficile da raccontare.

La prima intervista ad un uomo che abita in uno scheletro di baracca perché non ha abbastanza soldi per permettersi i teli di plastica per il rivestimento esterno:

- “Perché sei qui?”

- “Perché il governo del Myanmar mi ha confiscato la terra, mi ha arrestato, torturato e costretto ai lavori forzati”

- “Perché ti hanno confiscato la terra?”

- “Perché sono musulmano, un Rohingya, considerato un immigrato”

- “Immigrato? Da quante generazioni abitate nell’Arakan?”

- “ Non lo so di sicuro, certo è che il padre di mio nonno è nato in Birmania”.

Ad un tratto veniamo interrotti dalle urla di una donna. Ha gli occhi spiritati, piange senza lacrime, grida. Dritta verso di noi ci urla contro, il nostro interprete cerca di decifrare e a tradurre.

“Ieri è morta la mia bambina! L’ha investita da un camion! Fate qualcosa, perché state lì senza far nulla?”

Era impazzita. La sua bambina, di undici anni, è una delle indecifrabili vittime che ogni anno perde la vita sotto le ruote di un’auto. Le strade in Bangladesh sono strettissime, gli autisti di camion, autobus ed automobili raramente hanno la patente ed i limiti di velocità sono inesistenti.

La regola che vige è quella del più grosso: in un sorpasso, seppur sia il camion a trovarsi nella corsia opposta, sta alla macchina, motorino o bicicletta (in direzione giusta) lanciarsi disperatamente nel fossato per evitare lo scontro.

Nelle strade in Bangladesh il rallentare è sostituito dal suono del claxon e i bambini spesso, presi dal gioco, non fanno in tempo a decifrare quel suono letale. TAL dimora sul bordo di una di queste strade.

Tentiamo di entrare all’interno di una di queste baracche. Un uomo barbuto con la pelle del viso incollata alle ossa, seduto sull’uscio, ci invita ad entrare. Ha lo sguardo opaco, perso verso un orizzonte inesistente.

Ci sediamo in due, l’uomo rimane sull’uscio. Per accomodarci ci vogliono una serie di assestamenti, i nostri corpi si toccano, stiamo stretti. Lo spazio dobbiamo condividerlo anche con due pentole, tre ciocchi bruciacchiati e due mattoni su cui poggia una delle pentole.

Allargando le braccia in ogni direzione le mie mani toccano i muri da entrambi i lati, la casa misura due metri per due, in più stando seduto devo rimanere ricurvo perché la testa non sbatta sul soffitto (di plastica).

“Quanti siete ad abitare qui?” - “In quattro”.

In una baracca a pochi metri, poco più grande, sono in sette.

“L’aria non passa”- si lamenta una donna- “l’acqua piovana eccome!”.

Oggi non ha piovuto e il termometro segnava trentacinque gradi sotto un sole cocente. Il pavimento all’interno delle abitazioni è lo stesso di quello all’esterno: terra, che durante i sei mesi di monsoni diventa prima fango e poi torrente.

- “Perché sei qui?” - La solita ed unica domanda usata a capo di tutte le altre.

-“Mio figlio si è sposato segretamente ma il governo militare è venuto a saperlo e prima che lo arrestassero siamo scappati tutti in Bangladesh.”

- “Perché si è dovuto sposare segretamente?”

-“I musulmani hanno bisogno di un permesso per sposarsi, e questo costa troppi soldi, è difficile poterselo permettere”.

I Rohingya hanno anche bisogno di un permesso per spostarsi da una cittadina all’altra.

- “Per andare a trovare la mia famiglia devo chiedere il permesso al governo e pagare molti soldi sottobanco”.

Il perché dei permessi è molto semplice: i Rohingya non hanno nazionalità, non hanno documenti, non hanno identità.

Li avevano ma gli sono stati tolti. Nel 1991 il governo dell'autoimposto-dittatore Ne Win, tra le altre sanguinarie riforme, ha iniziato una dura campagna contro questi musulmani indesiderati, imponendo loro di consegnare le carte di identità.

Quella vicenda causò la prima ondata di profughi: 250.877 persone attraversarono la frontiera. Una volta privi di documenti, i Rohingya e tutti i loro averi divennero presto bottino e proprietà di governo e popolazione locale. Il primo li arresta, li obbliga ai lavori forzati e confisca loro la casa e il terreno, i secondi li umiliano, non offrono loro lavoro e li impediscono l’accesso a sanità ed educazione.

La puzza di escrementi è onnipresente in TAL. Putrido ovunque, cacche, diarree, fanghiglia, zanzare. Un colpo alla vista ma soprattutto all’olfatto. Una signora scarta, avvolta in uno scialle, una creatura fatta di ossa ricoperte da un fino strato di pelle. Un bambino o forse una bambina di due anni, sembrava nato da poche settimane. Si capiva che era vivo solo dal suo tentativo pigro di tenere gli occhi aperti: occhi malati, spenti.

Così ogni persona incontrata nel campo: malata, malnutrita, inebetita. Soltanto una piccola squadra di MSF (Medici Senza frontiere) operativa da una clinica/baracca costruita sulla sponda opposta della strada interviene nel tentativo di salvare qualche vita.

“TAL non è un vero e proprio refugee camp” -  spiega Jim Worrol, Amministratore Esecutivo della UNHCR (United Nations High Commetee for Refugees) a Cox’s Bazar - “non fu mai riconosciuto come tale dal governo bengalese e per questo l’UNHCR non è potuta intervenire”.

Ora finalmente, a distanza di anni, questa gente verrà trasferita.

La Islamic Relief (una ONG fondata in Inghilterra nel 1984) prenderà le redini del nuovo campo al momento ancora in costruzione, avviando i lavori di trasloco entro la fine dell’anno.

Diventeranno così tre i campi uffcializzati aggiungendosi ai già esistenti Kutupalong Refugee Camp e Nayapara Refugee Camp, fondati dalla UNHCR e contenenti un totale di 2.956 famiglie.

Nel 1994 una triplice commissione, formata dai due governi in questione intermediati dalla UNHCR, emise la sentenza di rimpatriare i profughi: il Bangladesh non li riconosceva più come tali. 236.599 persone, al tempo disposte in 20 campi d’accoglienza, furono ritrasferite oltre confine e rimesse nelle mani della giunta militare birmana.

Il flusso fuggitivo però, da allora fino ad oggi, continua imperterrito nella sua evasione in direzione inversa. Il governo bengalese sembra essersi arreso nella sua lotta intollerante di respinta.

L’ultima deportazione la applicò nel 2005 rispedendo in Myanmar appena novantadue persone.

Da allora sulle tabelle della RRRC (Refugee Relief Repatriation Commissioner) accanto alla voce “rimpatriati quest’anno” appare la scritta NIL.

La speranza per i Rohingya risiede là dove risiede la speranza per ogni birmano.

Democrazia, Aung San Suu Kyi, pace e fine del regime militare sono le uniche parole che si ripetono, da anni, inutilmente e senza tregua.

Anche qui, nei campi profughi dei Rohingya, la nostra presenza ha acceso occhi pieni di speranza.

“Ci aiuterete vero?” – domandano fiduciosi.

Nonostante la razionale consapevolezza che i tempi di cambiamenti siano ancora molto lontani rispondiamo con il solito energico - “Ci proveremo!”- cercando di alleviare così quel bagaglio di responsabilità tanto dolcemente adagiatoci addosso.


 

 

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