.

home

 

progetto

 

redazione

 

contatti

 

quaderni

 

gbeditoria


.

[ISSN 1974-028X]


RUBRICHE


attualità

.

ambiente

.

arte

.

filosofia & religione

.

storia & sport

.

turismo storico



 

PERIODI


contemporanea

.

moderna

.

medievale

.

antica



 

EXTEMPORANEA


cinema

.

documenti

.

multimedia



 

ARCHIVIO


 

 

 

 

 

 

 

.

contemporanea


N. 42 - Giugno 2011 (LXXIII)

a proposito dell'usia
ruolo dei mezzi di comunicazione negli anni '60 della Guerra Fredda

di Letizia Magnolfi

 

Non voglio chiedere ai vostri giornali

di appoggiare un’amministrazione,

ma sto chiedendo il vostro aiuto

nel poderoso compito di informare

ed allertare il popolo americano.

Poiché ho totale fiducia nel responso

e nella dedizione dei nostri cittadini,

qualora siano pienamente informati

(John Fitzgerald Kennedy)

 

L’argomento proposto in questa relazione è il legame che si instaura tra mezzi di comunicazione e politica americana negli anni sessanta della Guerra Fredda. Per l’analisi sono stati scelti alcuni eventi e fatti importanti tra quelli che definirono storicamente questa fase: la propaganda internazionale di Kennedy e la guerra nel Vietnam.

 

Il punto centrale da cui partiranno le osservazioni sarà lo studio delle attività dell’USIA, l’Agenzia pubblica di informazioni creata nel 1953 che si occupava di divulgare, oltre i confini USA, i temi e i fatti inerenti la politica estera. Legando il suo operato al contesto della guerra, si intende evidenziare come essa sia riuscita a indirizzare con successo l’opinione pubblica, specie per quello che riguardava la contrapposizione bipolare delle due potenze e le rappresentazioni che di queste si davano. Successivamente, per la guerra del Vietnam, è messo invece in evidenza il ruolo importante e decisivo che assunsero i mezzi di informazione americani ad essa alternativi nel rendere noti i fatti del conflitto, un vero e proprio “pantanaio di guerra” dal quale gli Stati Uniti riuscirono a liberarsi solo nel 1975.

 

Il 1 agosto 1953, durante la presidenza Eisenhower, fu introdotta la USIA, United States Information Agency. Sin dagli inizi della guerra fredda Washington necessitava di un’unità centrale che si occupasse della divulgazione delle informazioni. Soprattutto che queste venissero diffuse nei modi più efficaci e oltre i confini dell’America.

 

Il compito dell’USIA, come afferma Stephanson in Propaganda – Cold War consisteva nel creare condizioni e clima favorevoli alla politica americana (“climate of opinion”), promuovendone la sua cultura, la sua storia, i progressi scientifici, tutto ciò che rimandava ad un immaginario positivo del paese.

 

Le informazioni presenti nei fondi degli Archivi di Stato descrivono le sue funzioni similarmente, aggiungendo che essa doveva consigliare “il Presidente, il personale diplomatico, l’esecutivo e i dipartimenti e le sue agenzie, sulle implicazioni del parere straniero, sui programmi e sulle dichiarazioni ufficiali”.

 

All’epoca dei fatti di cui si parla, gli anni 60, direttore dell’USIA era Robert Murrow, nominato da Kennedy e noto per la sua fama di giornalista obiettivo nel riportare la cronaca della Seconda Guerra Mondiale e di quella in Corea. Il destino volle che successivamente un giornalista di Voice of America, tal Kamenske, lo soprannominasse spregiativamente “The Man who invented the Truth” perché, spiegava sempre Kameske, egli “sembrava molto più dedito all’apparenza delle cose più che alla sostanza di queste”.

 

Ma quali erano i compiti principali che l’ USIA a livello internazionale doveva assolvere?

Professando la tecnica della “strategia della verità” con toni il più possibile obiettivi e privati di retorica propagandistica, doveva innanzitutto informare degli esperimenti nucleari dell’Urss, a conferma di quanto l’Unione Sovietica rappresentasse sempre un pericolo incombente per il mondo; allo stesso tempo doveva mostrare un’immagine di grande prosperità del proprio paese, esaltando le politiche del libero mercato e i benefici del capitalismo.

 

Anche William Benton, prima Segretario di Stato poi senatore dal 1949, fu una figura di spicco negli ambienti collegati all’USIA, poiché riuscì a far passare lo “Sminth-Mundt Act”, legge che autorizzava i programmi di informazione a trasmettere dentro e fuori il paese, tra cui Voice of America (VOA). Essa, nell’ambito generale del progetto USIA doveva essere la radio e la rete di trasmissioni tv che andava in onda in tutto il mondo.

 

L’altra importante radio supportata era Radio Free Europe o Radio Liberty, le cui frequenze erano trasmesse in Europa e Asia mediorientale; in questo modo le informazioni erano diffuse con successo su larga scala. L’USIA svolgeva, oltre a ciò, altre operazioni collaterali altrettanto importanti per promuovere l’immagine degli USA.

 

Per questo l’Agenzia si impegnava a esportare la cultura degli Stati Uniti nel resto del mondo, e lo faceva utilizzando svariati mezzi; per esempio con quello editoriale pubblicava e faceva circolare scritti di autori americani all’estero, oppure utilizzava il circuito massmediatico degli altri paesi facendo trasmettere documentari in lingua inglese con fini formativi e istruttivi sulle arti lavorative che in America erano già state sperimentate.

 

È interessante notare come, anche per quanto riguarda gli episodi di politica sociale interna, l’USIA fosse attenta a mantenere alto il livello dell’attenzione, in una logica che sempre faceva riferimento al sistema bipolare, dove l’America era portavoce e rappresentante della libera circolazione delle idee e delle espressioni delle libertà individuali. È il caso, per esempio, della battaglia per i diritti civili.

 

Murrow si impegnò strenuamente al fine di assicurare massima pubblicità alla marcia di Luther King dell’agosto 1963. Stando alle affermazioni di Cull, l’USIA costruì il reportage sui diritti civili con l’approccio e la facilità con cui un bambino si avvicina a temi sconosciuti; la copertura della marcia fu infatti garantita persino in Africa Orientale.

 

L’informazione molto spesso funziona quanto più è immediata e colpisce se riesce a scoprire il linguaggio, la chiave dialettica o l’immagine più adeguata per diffondere una certa notizia.

 

Lo sapeva bene anche Kennedy che, consapevole delle potenzialità degli strumenti massmediatici, riuscì ad avere la meglio sul candidato repubblicano Nixon durante la campagna per le elezioni presidenziali nel 1960.

 

La questione dell’immagine diventò un tema peculiare anche per la politica internazionale. Immediatamente dopo la vittoria alle elezioni, una delle prime preoccupazioni di Kennedy infatti, fu quella di recuperare punti sulla percezione che il mondo aveva dell’America e del suo presidente.

 

Anche gli aggiustamenti linguistici furono fondamentali per rafforzarne il prestigio. Rilanciando il tema della “coesistenza pacifica” a livello mondiale, USIA e Casa Bianca si scontrarono con non pochi problemi di traduzione. Per esempio il termine “community” in alcuni paesi poteva intendersi, senza differenza alcuna, “village” o “communism”; per i russi “word wide” si traduceva allo stesso modo di “paceful”. Preoccupazione di Washington era quella di evitare assolutamente che “coesistenza pacifica” fosse in qualche modo assimilabile al concetto di “comunismo”; un espediente suggerito da Schlesinger fu quello di strappare la parola “democrazia” al nemico sovietico depurandola della sua accezione ideologica.

 

Nell’ambito della riorganizzazione dell’Agenzia, in poco più di un mese l’amministrazione Kennedy consultò più di ventidue studiosi, giornalisti ed esperti di affari internazionali, tra cui Frank Stanton, presidente dal 1946 al 1971 della CBS, uno dei più grandi network televisivi presenti negli Stati Uniti.

 

Se i rapporti con l’USIA rischiarono in qualche modo di sporcare la buona reputazione del presidente, (si pensi all’episodio-scandalo che legò Murrow alla BBC, quando cioè il direttore tentò di dissuadere la rete pubblica inglese dal trasmettere un servizio che metteva in cattiva luce la gestione dell’immigrazione negli Stati Uniti), dall’altra parte la straordinaria capacità comunicativa di Kennedy riuscì più volte a superare magistralmente le conseguenze delle trame politiche della USIA.

 

Nel 1963 Kennedy pronunciò uno dei discorsi più riusciti della sua presidenza: era il 26 giugno, e con alle spalle il muro che divideva la Germania in due parti, si rivolse ai tedeschi dicendo “Ich bin ein Berliner”: in quattro semplici ma dirette parole riuscì a trasmettere una forte carica di incoraggiamento morale e la volontà dell’America di essere vicino a tutti i tedeschi che pretendevano di essere liberi cittadini.

 

La critica ai regimi comunisti, resa dal contrasto dialettico che paragonava “mondo libero” e “mondo comunista”, bene evidenziava i temi portanti della linea strategica internazionale, politicamente trasversale ai partiti repubblicano e democratico, e in cui la democrazia - intesa in senso liberale - doveva dimostrare coi fatti la sua giustezza.

 

In un altro discorso pubblico altrettanto famoso, quello del 27 aprile 1961 tenuto davanti all’Associazione Americana degli Editori, Kennedy mise in guardia i cittadini americani dalle infiltrazioni di società segrete nel corso della libera informazione e del libero agire.

 

L’occasione diventò spunto per parlare di un pericolo strisciante che minacciava la democrazia; non solo gli Stati Uniti, affermò il presidente, ma tutto il mondo era preda di “una cospirazione monolitica e spietata che si affidava principalmente a mezzi furtivi per espandere la sua sfera di influenza, all’infiltrazione piuttosto che all’invasione, alla sovversione piuttosto che alle elezioni, all’intimidazione piuttosto che al libero arbitrio, alla guerriglia di notte, piuttosto che agli eserciti di giorno.”

 

Il discorso intendeva rivolgersi soprattutto al popolo americano, raccomandando la stampa di informare e rendere noti i fatti di una guerra, che per quanto pericolosa e minacciosa, ancora non era giunta a soluzioni irrimediabili. Invece di occultare, nascondere, investire risorse in operazioni clandestine, si dovevano invece rendere pubbliche le questioni politiche ed economiche, esortare alla discussione, rendere partecipe e mettere in guardia il popolo americano dai possibili pericoli derivanti dalle sorti del conflitto.

 

Era la libera informazione e la rinuncia all’utilizzo di espedienti propri di un regime antidemocratico, in primis la censura e la messa a tacere dei dissidenti, che potevano davvero rendere l’America un esempio da seguire.

 

Il biennio 1961-62 fu quello che vide svilupparsi alcuni fatti eclatanti per comprendere alcune dinamiche insite nella guerra fredda, e che portarono il conflitto a livelli di tensione significativamente critici per l’equilibrio mondiale: lo sbarco alla Baia dei Porci, la crisi dei missili di Cuba e quella di Berlino.

 

Dopo il tentativo fallito del piano di invasione dell’isola sudamericana, del quale all’inizio fu tenuto all’oscuro anche Murrow che venne a sapere del progetto casualmente dal collega del “New York Times” Szulc, la presidenza Kennedy rischiò di subire un duro smacco, visto che il piano sconfessava in qualche modo la propaganda elettorale che aveva fatto dei principi di pace e libertà suoi punti di forza.

 

Poco dopo però gli Stati Uniti seppero abilmente sfruttare l’opportunità data dalla costruzione del muro di Berlino: l’USIA rese note una serie di immagini che riguardavo le azioni di coercizione per e intorno al muro; famosa per esempio è quella che ritrae una guardia di frontiera che salta il filo spinato verso l’ovest della città, ritratto evocativo e quanto mai esemplificativo di uno scenario di divisioni e diseguaglianze politiche, sociali e morali, che di lì a poco si sarebbe aperto nel cuore dell’Europa centrale.

 

Altre immagini furono accuratamente selezionate e utilizzate per allestire la mostra The Wall posta sotto il controllo della SINA (il Servizio di Informazioni degli Stati Uniti a Berlino), e che poi fecero il giro del mondo; attraverso il circuito televisivo vennero mostrati una serie di documentari sulla costruzione del muro.

 

Anche i testimoni oculari furono un espediente utilizzato dai media americani per trasmettere al mondo le conseguenze antidemocratiche della divisione: 759 giornalisti indipendenti di tutto il globo furono portati a Berlino perché vedessero con i loro occhi gli effetti della città separata. Sempre nel 1961 gli Stati Uniti rilevarono i test nucleari fatti dall’Urss nel 1958; la notizia fece il giro del mondo, con la mappa del sito di questi test stampata in numerosi quotidiani dell’epoca.

 

Per rispondere all’ azione sovietica, Murrow consigliò di incrementare in modo massiccio l’informazione sui test nulceari condotti dall’Urss, in attesa che gli Stati Uniti recuperassero tempo per un nuovo test. Per il direttore dell’Agenzia questa risultava essere la mossa più azzeccata: in una lettera scritta al presidente (1 settembre 1961) Murrow affermava che Krusciov agli occhi del mondo era diventato il simbolo della paura, mentre gli Stati Uniti rappresentavano la speranza per un conflitto evitabile. La posizione degli USA, continuava Murrow, doveva essere “una combinazione di freni, riluttanza ma anche di determinazione nello scongiurare ogni possibilità di vivacizzare una competizione che poteva divenire incontrollabile.”

 

Il ruolo dell’informazione assume sicuramente gli aspetti più avvincenti con la guerra del Vietnam, non tanto per il ruolo che essa ebbe all’inizio, quanto per quello che ebbe successivamente con la denuncia senza mezzi termini delle efferatezze e dei crimini compiuti.

 

Nel 1960, riporta Romero nel suo libro sulla storia della guerra fredda, “un insolito western hollywodiano, I magnifici sette di John Sturges, raffigurava dei pistoleri americani, che invece di combattere gli indiani, andavano ad aiutare un villaggio messicano a difendere il raccolto da una banda di predoni. Cinici mercenari all’inizio, i sette finivano per identificarsi con la lotta dei contadini per la dignità e l’autonomia, tanto da trovare in quella causa una migliore ragione di vita fino al sacrificio finale. Nell’epoca Kennedy essi sembrarono altruistici eroi dei proclami statunitensi per liberare il Terzo Mondo dalla miseria e l’oppressione.”

 

Un messaggio, quello del film, che si fermava all’aspetto idealista, trascurando invece le priorità connesse alla “strategia del contenimento” aggressivo nella periferia del mondo, Vietnam compreso. Anzi, a dire il vero, per Washington il conflitto vietnamita aveva connotazioni e implicazioni ben più importanti, che simbolicamente comprendevano gli interessi di tutto il mondo libero. Per questo il conflitto, almeno all’inizio, fu presentato come una sorta di guerra lampo, da vincere contro la minaccia di un regime dalle smanie espansionistiche e liberticide; una mossa, politica e militare, che confermasse la superiorità degli Stati Uniti rispetto all’Urss e i suoi alleati.

 

Ma la guerra, dati alla mano, rappresentò il fallimento più significativo delle iniziative militari statunitensi. Difatti, insieme a gran parte della credibilità e del prestigio internazionale come “poliziotto” del mondo, gli Stati Uniti persero anche il controllo della politica monetaria, sprofondando in una crisi economica che, se da un lato ebbe ripercussioni a livello globale, dall’altro provocò un’ escalation del debito pubblico senza precedenti, spese che il sistema di Bretton Woods evidentemente non era più in grado di sostenere.

 

Anche per l’USIA la guerra con il Vietnam rappresentò la sfida più grande e il compito più arduo fino ad allora intrapreso. Davanti a un impegno così gravoso anche Murrow, che si era espresso in favore di un linea più moderata nel fare sapere le sorti del conflitto, non riuscì a reggere il peso morale e gestionale di una situazione politica assai “caotica”. Come riporta Stephanson, sotto il controllo di Carl Rowan, neo eletto direttore nel 1964, l’Agenzia fu incaricata dal presidente Johnson di coprire a livello internazionale tutte le notizie della guerra.

 

Essa doveva essere presentata come l’ultima e necessaria difesa di un paese libero a fronte dell’attacco nemico. L’opinione pubblica internazionale in principio si allineò al tono tenuto dall’USIA, ma l’evidenza dei fatti che a mano a mano si presentavano grazie all’informazione di mass media indipendenti, mutò radicalmente questo corso che all’inizio sembrava facile da dirigere.

 

Le sensibilità e le forme di solidarietà verso le vittime della guerra crescevano e diventavano sempre più forti, e la lettura opposta a quella che Washington inizialmente voleva dare, era quella più credibile. Dice sempre Stephanson a questo proposito che “nessun chiaro tentativo di aggirare le notizie, poteva controbilanciare la potenza delle immagini trasmesse in tutto il mondo”.

 

Charles Collington definì la guerra del Vietnam come la “prima guerra della televisione”, tanto furono vivi e realisti i reportage che la televisione, in particolar modo la CBS, faceva del conflitto.

 

Nel 1968 Morley Safer, corrispondente del potente network televisivo, riportò con le immagini e ricostruì con la sua testimonianza il massacro del villaggio di My Lai.

 

Il reportage di Safer offrì la più cruda e aberrante visione di ciò che avvenne il 16 marzo 1968 nel piccolo villaggio; l’incendio fu trasmesso in presa diretta e così, in maniera fredda e allo stesso tempo impietosa, lo descriveva Safer: "Ecco cosa è in sostanza la guerra nel Vietnam. I Marines stanno bruciando la capanna di questa coppia di vecchi perché da lì sono partiti dei colpi. Era fuoco di armi automatiche leggere. La gente che rimane somiglia a questa donna vecchia e decrepita".

 

L’ondata di notizie reali che proveniva soprattutto dalla CBS si scontrò inevitabilmente con Washington, il quale non gradiva per certo la divulgazione di simili efferatezze perpetrate ai danni dei contadini locali, né tantomeno le interviste agli stessi soldati americani, molti dei quali con la guerra non volevano più avere a che fare.

 

I flebili tentativi di nascondere gli insuccessi e i disastri del conflitto non riuscirono ad arrestare la portata degli eventi, che giunsero ad una svolta con l’offensiva del Tet nel gennaio 1968. La stessa Casa Bianca un anno dopo ammetteva pubblicamente tramite Kissinger che la “potenza americana, per quanto vasta, aveva dei limiti”.

 

La contestazione contro la guerra, cominciata già nel 1967, si allargò a macchia d’olio in tutto il paese, con gli studenti e i gruppi religiosi in prima fila. Culbert riporta la testimonianza di uno studente universitario di allora; di fronte alle immagini del colonnello Loan che sparava a un prigioniero vietcong disarmato, esprimeva così la sua costernazione: "Non era uguale a nessuna altra cosa che avevo visto prima: poi vidi il sangue dalla testa di quel ragazzo (…). Dopo questa decisi che quello che facevamo nel Vietnam era sbagliato. Noi pensavamo di difendere una democrazia, un governo in favore dei diritti dell’individuo e quello stesso governo eseguiva pene capitali senza un processo, senza nemmeno la finzione di un processo".

 

In questi anni si verificò anche un profondo tentativo di rinnovamento del cinema europeo e americano, che si mobilitò contro il conflitto cercando un cambiamento dell’immaginaria consapevolezza della violenza e della crudeltà: per citarne alcuni, nel 1967 uscirono 17° parallelo di Joris Ivens e Marceline Loridan e Loin du Vietnam, firmato da importanti registi europei tra cui Godard e Resnais. Altri film, inoltre, anche se non riguardavano il conflitto vietnamita, furono ispirati dal cambiamento dei tempi e dal crollo di alcuni miti propri della società americana che la stessa guerra aveva contribuito a causare, si pensi a Soldato Blu di Ralph Nelson (1970).

 

Si capisce quanto importante e decisiva per le sorti della guerra sia stata l’informazione e l’impatto senza precedenti che questa ebbe sull’opinione pubblica americana e internazionale, ancora più degli insuccessi subiti sul campo, che comunque poco spazio lasciavano alle interpretazioni: dal 1958 al 1975 la guerra aveva prodotto 3 milioni di vittime vietnamite e 58000 statunitensi; per l’opinione pubblica la guerra era diventata inutile, dispendiosa e soprattutto ingiusta.

 

Vari eventi epocali avevano scosso la popolazione americana: l’assassinio di Martin Luther King, quello di Kennedy, nel 1965 poi quello di Malcom X, che più volte con toni aspri e antipatriottici si era espresso contro l’America e la sua politica. Nel mezzo la guerra del Vietnam, che pose l’America e la sua coscienza davanti alla specchio.

 

La delusione inaspettatamente arrivata dopo gli insuccessi della guerra costituì una pesante eredità morale, oltre che politica, nel considerare la reale o non reale fattibilità del sogno americano dentro le stesse mura del paese.

 

Solo con l’epoca reaganiana, per tanti aspetti ancora controversa, l’America conobbe una nuova fase, durante la quale i tradizionali valori che facevano riferimento al sistema dei blocchi contrapposti tornarono alla ribalta con forza e convinzione.

 

Soprattutto grazie all’abilità comunicatrice di Reagan, gli USA, sia nei discorsi ufficiali, sia nella strategia di politica internazionale, ristabilirono con determinazione le differenze che contraddistinguevano Est e Ovest, “l’impero del male” e la Democrazia, i principi della Russia marxista-leninista, - letamaio della storia -, e gli altri, quelli dell’America democratica e libera.



 

 

COLLABORA


scrivi per InStoria



 

EDITORIA


GBe edita e pubblica:

.

- Archeologia e Storia

.

- Architettura

.

- Edizioni d’Arte

.

- Libri fotografici

.

- Poesia

.

- Ristampe Anastatiche

.

- Saggi inediti

.

catalogo

.

pubblica con noi



 

links


 

pubblicità


 

InStoria.it

 


by FreeFind

 

 

 

 

 

 

 

 


[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE]


 

.