.

home

 

progetto

 

redazione

 

contatti

 

quaderni

 

gbeditoria


.

[ISSN 1974-028X]


RUBRICHE


attualità

.

ambiente

.

arte

.

filosofia & religione

.

storia & sport

.

turismo storico



 

PERIODI


contemporanea

.

moderna

.

medievale

.

antica



 

EXTEMPORANEA


cinema

.

documenti

.

multimedia



 

ARCHIVIO


.

MEDIEVALE


N. 91 - Luglio 2015 (CXXII)

Totila, re dei Goti
Istruttoria su una secolare demonizzazione - PARTE I

di Anna Bozzetto

 

«Noi (storici) siamo dei giudici istruttori incaricati d’una vasta inchiesta sul passato. Come i nostri confratelli del Palazzo di Giustizia, raccogliamo testimonianze con l’aiuto delle quali cerchiamo di ricostruire la realtà».

 

Con queste parole, l’illustre Marc Bloch ha paragonato il lavoro dello storico a quello del giudice istruttore. Entrambi devono infatti esaminare resoconti di eventi a cui non hanno assistito e valutarne l’attendibilità. Tendendo presente questa efficace similitudine, possiamo passare a un vaglio critico le testimonianze contraddittorie su Totila re dei Goti, il perfidus rex dei Dialoghi gregoriani e il nefandissimus della Pragmatica Sanctio giustinianea.

 

Procopio di Cesarea: “La Guerra Gotica”

 

Secondo la testimonianza di Procopio di Cesarea, intellettuale della corte bizantina e cronista contemporaneo alla Guerra Gotica, Totila si affacciò alla Storia nell’autunno del 541. Dopo la resa di Vitige e l’assassinio di Ildebado (zio paterno di Totila), l’aristocrazia guerriera del suo popolo lo scelse come sovrano sperando in una riscossa. Il sovrano ottenne dei successi militari, ma preferiva le trattative agli scontri in campo aperto. Procopio riporta vari atti di cavalleresca magnanimità compiuti da Totila. Quando nel 543 espugnò la piazzaforte di Cuma, il re goto ebbe cura che il suo esercito non facesse alcuna violenza alle mogli dei senatori che si trovavano là. Si guadagnò così con tale comportamento «fama di saggezza e umanità».

 

Nello stesso anno conquistò Napoli, i cui abitanti si arresero dopo un logorante assedio. Al suo ingresso in città, sfamò la popolazione stremata. Si curò persino di far nutrire gradualmente gli affamati perché non avessero danni da eccesso di cibo dopo prolungati digiuni. Una simile empatia verso i propri nemici è un evento così eccezionale a quell’epoca che Procopio di Cesarea rimase allibito: non si sarebbe mai aspettato una simile generosità da un barbaro. In quella stessa occasione, Totila consentì ai soldati nemici comandati da Conone di ritirarsi via mare, ma una tempesta li bloccò sul porto. Conone e i suoi uomini temettero che i Goti li attaccassero a tradimento. Il re lo seppe e rinnovò loro le sue promesse. Dopo diversi giorni, il vento contrario impediva ancora la navigazione. Allora, il contingente nemico dovette ritirarsi via terra e Totila lo rifornì addirittura di provviste per il viaggio, di cavalli e di bestie da tiro.

 

Probabilmente il trattamento generoso riservato alla città fu dovuto al fatto che essa resistette alle truppe di Belisario nell’anno 535.

 

Totila punì senza remore un suo soldato che aveva violentato una ragazza. Il padre della fanciulla, un cittadino romano, si era presentato da lui per denunciargli il fatto. Il re ordinò d’incarcerare il soldato. I suoi comandanti gli chiesero di perdonare il misfatto perché si trattava di un guerriero valoroso. Totila rispose: «Non è possibile che un uomo che si è macchiato compiendo un atto di violenza acquisti gloria in combattimento!». E il soldato ricevette un castigo esemplare: il re lo fece giustiziare e assegnò alla ragazza i beni del colpevole a titolo di risarcimento.

 

Procopio di Cesarea ci racconta anche della pietà dimostrata da Totila quando conquistò Roma, nell’anno 546. Innanzitutto, proibì ai suoi soldati d’inseguire i Bizantini fuggiaschi. Disse loro: «Cosa ci può essere di più piacevole per un uomo che un nemico in fuga?». Poi andò a pregare nella basilica di San Pietro, come già aveva fatto nell’anno 500 il suo predecessore Teodorico. I Goti entrarono nella città e si rischiò un massacro. Così, il diacono Pelagio andò a supplicare Totila nella basilica chiedendo pietà per la popolazione. Il re lo ascoltò. Ordinò ai suoi uomini di non infierire più su nessuno e protesse anche Rusticiana, vedova di Boezio: i Goti accusavano la donna di aver finanziato l’esercito bizantino e di aver distrutto alcune statue di Teodorico per vendicare la morte del coniuge. Volevano giustiziarla, ma Totila non permise alcuna vendetta su di lei né alcun oltraggio nei confronti delle altre donne.

 

A quel punto, Totila voleva concludere la guerra. Inviò un’ambasceria a Giustiniano con una missiva in cui proponeva all’imperatore la stessa pacifica collaborazione che c’era stata un tempo fra Teodorico e Anastasio. Il re dei Goti concluse la lettera con questa frase: «Se desideri (la pace), sarai considerato da me come un padre e potrai servirti di me come alleato contro chiunque vorrai». Giustiniano respinse l’ambasceria. Non considerava Totila un leader degno di trattare con lui, ma un usurpatore e un eretico. Così rispose ai messaggeri goti di andare a trattare con Belisario, il generale a cui aveva affidato la conduzione della guerra. Umiliato da quella risposta, Totila minacciò di radere al suolo Roma. Belisario lo dissuase. Gli scrisse che compiendo un’azione del genere, avrebbe coperto il suo nome d’infamia per tutti i secoli a venire.

 

Diverse città italiane caddero in mano a Totila in modo incruento. Procopio ci riferisce che Totila prese Fermo e Ascoli per capitolazione, che Erodiano, comandante della guarnigione di Spoleto, gli consegnò la città per uno screzio con Belisario e che Assisi gli fu ceduta dagli abitanti, sfibrati dall’assedio. Anche gli assediati nella fortezza di Rossano si arresero a lui. In quel caso, solo uno dei comandanti nemici fu ucciso perché non aveva mantenuto la parola data. Quelli che non passarono dalla parte dei Goti furono lasciati liberi di andarsene perché Totila «non voleva che nessuno al mondo si mettesse ai suoi ordini contro voglia». La popolazione, pur privata dei suoi averi, non ricevette alcuna violenza fisica.

 

Procopio ci racconta infine la morte di Totila nella battaglia di Busta Gallorum (luglio 552) che vide vincitore il generale bizantino Narsete. Il re dei Goti, che a Roma si era rifiutato d’inseguire i nemici in fuga, fu inseguito durante la sua ritirata da un drappello di mercenari e gravemente ferito da uno di essi con un colpo di lancia alle spalle. Riuscì a cavalcare fino al villaggio di Caprae, dove morì poco dopo. I suoi uomini lo seppellirono in una tomba senza nome, in seguito profanata dai Bizantini per accertare l’identità del defunto. Procopio si rammarica per una fine così tragica e, a suo parere, immeritata: «La fine che gli toccò non fu degna delle sue passate imprese perché prima ogni iniziativa gli era andata a buon fine e la morte non coronò i suoi meriti. Anche questa volta il destino mostrò chiaramente di volersi divertire beffandosi dell’umanità e dando una dimostrazione di quanto siamo illogiche e imprevedibili le sue decisioni».

 

Quindi, nell’ottica di Procopio, nessun castigo divino per il male commesso si è abbattuto su Totila, come è sottinteso nella profezia attribuita da Gregorio Magno al monaco Benedetto: il valoroso nemico, la cui morte miserevole è indegna dei suoi meriti, è solo la vittima dell’irrazionalità di un destino che gioca con le vite degli esseri umani.

 

Ora bisogna chiedersi se Procopio sia o no un testimone attendibile quando riporta le azioni magnanime di Totila, tenuto conto che in quel periodo non era in Italia al seguito dell’esercito bizantino. Seguì infatti Belisario solo fino alla presa di Ravenna e alla resa di Vitige nell’anno 540. Per quanto si tenda a valutare con cautela le testimonianze de relato, si possono evidenziare alcuni elementi a favore di una buona dose di attendibilità.

 

Innanzitutto, Procopio va contro i suoi interessi a mostrare Totila come un avversario dotato di umanità e saggezza. Avrebbe potuto assecondare Giustiniano e la corte imperiale dipingendolo a tinte fosche. L’Imperatore, infatti, detestava Totila: il re goto non era imparentato con la dinastia Amala di Teodorico, quindi reputava la sua incoronazione un mero atto di ribellione dei Goti. E lo vedeva come un usurpatore privo di ogni legittimazione a regnare, quindi come un nemico con cui non venire a compromessi e a cui muovere una guerra di annientamento. Fu per questo che l’Imperatore respinse le varie ambascerie di pace inviategli da Totila.

 

In secondo luogo, nell’opera di Procopio troviamo anche situazioni in cui Totila punì con mano forte e i Goti commisero violenze. Ad esempio, Totila mise a morte il bizantino Isace che gli aveva ucciso l’amico Roderico. Perché fece questo? Perché la sua bontà era solo una facciata, mentre la sua vera indole era malvagia, come si potrebbe sospettare? Per evitare giudizi antistorici, bisogna tener presente che vendicare un amico era un punto d’onore per un capo barbarico (riguardo al legame tra compagni d’armi nei popoli barbarici si veda F. Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Milano,Sansoni, 2004, p.113: vendicare il compagno caduto in battaglia era un dovere del sopravvissuto). Procopio ci riferisce che i Goti mozzarono la lingua e le mani al governatore romano di Napoli che aveva pubblicamente insultato Totila.

 

Anche questo castigo s’inquadra nel concetto d’onore dei popoli barbarici: la comunità dei guerrieri aveva il dovere di punire le offese al proprio capo. L’ordine di mutilare il presule Valentino si colloca poi in un contesto particolare. L’uomo fu catturato in una nave carica di provviste per l’esercito nemico e accusato di mentire nel corso di un interrogatorio su qualcosa che Totila riteneva di vitale importanza (e su cui Procopio tace).

 

Procopio riporta infine che l’esercito dei Goti irruppe nottetempo a Tivoli (le cui porte furono aperte dagli stessi soldati romani), saccheggiò la città e uccise chiunque vi trovò. Ma non attribuisce il sacco di Tivoli a un ordine di Totila. Infatti, era frequente che bande di mercenari militanti negli eserciti commettessero violenze a prescindere dagli ordini del loro condottiero. Nel 536, quando Belisario espugnò Napoli, i mercenari Massageti gli sfuggirono di mano e nella smania del saccheggio massacrarono civili persino all’interno delle chiese. E Procopio non ne fa mistero. Per di più, nel 545 erano presenti nell’esercito di Totila molti soggetti smaniosi di far razzia: schiavi sfuggiti ai padroni romani e disertori passati dalle fila di Belisario a quelle dei Goti perché non ricevevano le paghe.

 

È improbabile che Totila abbia ordinato il massacro di Tivoli a scopo intimidatorio verso Roma. Spargere il terrore non era infatti nei suoi intenti politici. Nelle lettere che cercò di far recapitare ai senatori romani dopo la conquista di Napoli, si presentò loro come un liberatore dall’esoso governo dei Bizantini e, dopo averli rimproverati per l’ingratitudine dimostrata ai Goti, si dichiarò disposto a perdonarli per essere passati dalla parte di Belisario, qualora gli avessero consegnato Roma. Promise inoltre che non avrebbe mai recato offesa ad alcun cittadino romano. Pertanto, non avrebbe avuto alcun senso, dal punto di vista politico, mostrarsi subito dopo come un nemico spietato a cui non conveniva aprire le porte della propria città.

 

L’opera di Procopio di Cesarea non è poi l’unica fonte che riporta la benevolenza di Totila. Nel Liber Pontificalis è scritto che, durante la presa di Roma, il sovrano consentì la fuga degli abitanti facendo suonare le trombe per tutta la notte che precedette l’ingresso dell’esercito goto in città (Vita Vigili, 7, 107). Nello stesso passo si legge che Totila abitò coi Romani come un padre con i figli: habitavit cum romanis quasi pater cum filiis.

 

La clemenza di un nemico, per di più eretico e barbaro, dovette essere un evento così straordinario da suscitare un certo scalpore. Quindi è plausibile che le notizie del comportamento umano di Totila siano giunte a Procopio da resoconti di ambasciatori o militari.

 

Infine, Procopio di Cesarea non tace i saccheggi e i soprusi compiuti da soldati e ufficiali dell’esercito bizantino ai danni degli Italiani, i quali «venivano depredati dei loro beni personali e inoltre, capitava loro di subire violenze e persino di essere uccisi senza alcun motivo». Quindi, in questo contesto, sembra essere una fonte imparziale. Non c’è nella sua opera un vero e proprio intento celebrativo di Totila.

 

Il re dei Goti è descritto come un avversario valoroso e magnanimo, ma non c’è niente di sospetto in questo: anche Cesare nel De Bello Gallico riconosce il valore e la grandezza d’animo del suo nemico Vercingetorige. Se è vero che il giudizio benevolo di Procopio verso Totila può essere stato influenzato da un’antipatia dell’Autore verso Narsete, rivale del suo “eroe” Belisario, è anche vero che Narsete intervenne nella campagna militare contro Totila solo alla fine del 550 e che i più eclatanti gesti di clemenza del re goto raccontati da Procopio risalgono a quando combatteva contro Belisario.

 

Totila nei Dialoghi di Gregorio Magno

 

Nei Dialoghi di Gregorio Magno, scritti attorno al 594, Totila compare come un anticristo, un simbolo del Male, contrapposto a vari uomini di Chiesa, personificazioni del Bene. Dopo il plateale turbamento per i rimproveri e la profezia di morte ricevuti da San Benedetto (Dialoghi 2,14), il sadismo e la crudeltà di Totila si placano solo per poco. Infatti, subito dopo, il “perfidus rex” getta a un orso il vescovo Cerbonio che però ammansisce la belva (Dialoghi 3,11) e lega sotto il sole il vescovo Fulgenzio, ma un temporale si abbatte sull’esercito e bagna tutti eccetto il religioso (Dialoghi 3,12). Pur non essendo presente all’assedio di Perugia, ordina a un generale di scorticare vivo e decapitare Ercolano, il vescovo della città. Il generale esegue l’ordine, ma la testa e la pelle di Ercolano si riattaccano al cadavere rimasto intatto per quaranta giorni (Dialoghi 3,13).

 

Il dibattito sull’attribuzione o meno dei Dialoghi a Gregorio Magno è annoso. Alcuni storici li hanno considerati un’opera spuria per la sua bassa espressione stilistica, inadatta a un erudito del livello di Gregorio Magno. Vinay considera i Dialoghi un’opera letteraria di Gregorio Magno e rinunzia pertanto a ogni pretesa di attendibilità storica.

Detto questo in generale, occorre premettere che Gregorio Magno proveniva da una famiglia dell’aristocrazia senatoria. E l’aristocrazia senatoria si vide espropriata dei suoi latifondi dalla riforma agraria di Totila. Il sovrano, al suo ingresso in Roma nel dicembre del 546, accusò poi i senatori d’ingratitudine per le loro posizioni filoimperiali e li spogliò delle loro prerogative con dure parole: «Vi siete ridotti al rango di schiavi». Non meraviglia quindi l’avversione di Gregorio Magno verso il re dei Goti, già colpevole di essere un eretico. Ma è lo stesso impianto affabulatorio a confinare i racconti su Totila contenuti nei Dialoghi nel territorio della leggenda. L’ammansirsi della belva davanti al cristiano condannato a essere divorato nell’arena è un topos letterario che compare in numerosi racconti di martiri risalenti all’età romano-imperiale.

 

Anche il prostrarsi di Totila davanti a Benedetto, il suo farsi prendere dal terrore davanti alla sua profezia di morte, ricalca il prostrarsi di re Saul davanti al fantasma del profeta Samuele che gli preannuncia la morte in combattimento per mano dei Filistei: «Saul comprese che era veramente Samuele e si inginocchiò con la faccia a terra e si prostrò. Allora Samuele disse a Saul: «[...] Il Signore abbandonerà inoltre Israele insieme con te nelle mani dei Filistei. Domani tu e i tuoi figli sarete con me[...]». All’istante Saul cadde a terra lungo disteso, pieno di terrore per le parole di Samuele» (Samuele 28,3-20). La leggenda dell’incontro di Totila e San Benedetto è forse tra le pagine più note dei Dialoghi. Totila traveste da re un suo scudiero e si reca all’abbazia camuffato da semplice soldato per saggiare le doti di veggente di Benedetto. Il monaco però lo riconosce, gli rimprovera il “molto male” compiuto e gli profetizza la conquista di Roma e la morte al decimo anno di regno, terrorizzandolo.


Tale racconto
presenta non poche incongruenze. L’incontro tra il re e il santo non può che essere collocato nel 542, quando Totila iniziò la marcia a Sud, tenendo conto che il regno di Totila finì tragicamente nel 552 con la battaglia di Busta Gallorum. Nel 542 Totila, appena nominato re, non si era di certo distinto per crudeltà, anzi aveva graziato i nemici sconfitti nella battaglia del Mugello. Non si capisce quindi come spiegare “il molto male” compiuto da Totila se non con il fatto di essere “perfidus” per la sua mera adesione al cristianesimo ariano. Infatti, secondo il De Lubac, Gregorio
Magno, nel chiamare Totila “perfidus rex”, usa l’aggettivo perfidus come sinonimo di eretico.



 

 

COLLABORA


scrivi per InStoria



 

EDITORIA


GBe edita e pubblica:

.

- Archeologia e Storia

.

- Architettura

.

- Edizioni d’Arte

.

- Libri fotografici

.

- Poesia

.

- Ristampe Anastatiche

.

- Saggi inediti

.

catalogo

.

pubblica con noi



 

links


 

pubblicità


 

InStoria.it

 


by FreeFind

 

 


[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE]


 

.