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N. 3 - Marzo 2008 (XXXIV)

STORIA DELLA SPAGNA CONTEMPORANEA

Tra pronunciamientos e parlamentarismo truccato (1860-1923)
di Cristiano Zepponi

 

Qualsiasi analisi delle vicende, passate e recenti, della Spagna, non può prescindere dagli anni sessanta dell’Ottocento, fondamentale cesura temporale e preludio del “XIX secolo lungo”.

Il timore di una presa di coscienza del proletariato, e di una protesta popolare potenzialmente rivoluzionaria, spinse le diverse componenti della nuova elìte dirigente a ricercare nuove alleanze, alla ricerca di un sistema politico meno fragile rispetto al passato, e meno vulnerabile ad altri, eventuali, colpi di stato; a questa convergenza prese parte innanzitutto la grande borghesia, consolidatasi con lo smembramento delle terre ed anelante ad una più diretta posizione sul piano politico, ed in più l’esercito, progressivamente imborghesitosi, e divenuto in breve un elemento progressivamente sempre più conservatore, e anti-progressista; a questi due nuovi protagonisti si unì l’alta nobiltà, che comprese in breve come i vantaggi di un’apertura fossero ben maggiori di quelli ottenibili barricandosi in una sterile difesa dei suoi privilegi di casta.

Tutti e tre, quindi, aspiravano ad un ordinamento sociale stabile, ed arrivarono presto ad ottenerlo: i possidenti, con il pronunciamiento (colpo di stato) del 1868, ottennero l’esilio della regina Isabella, instaurando al contempo una monarchia di aspetto moderno (Costituzione del 1869).

I generali Serrano e Prim - dopo essersi attribuiti le cariche di reggente e primo ministro - si adoperarono per colmare il vuoto istituzionale che si era così formato, e per farlo scelsero un re, nella persona di Amedeo di Savoia, che finì per accettare (1870).

Una serie di avvenimenti, però, fecero fallire il tentativo: lo scoppio dell’ultima guerra carlista, l’agitazione popolare di fronte alla nomina del “re scelto a palazzo”, la grave impotenza delle Cortes. A ciò si aggiunsero, nello stesso anno, l’assassinio di uno degli artefici del processo - il gen. Prim - e, tre anni dopo, le dimissioni dell’altro - il gen. Serrano -, preoccupato per la piega presa dagli avvenimenti.

A questo punto, Amedeo prese la giusta decisione di abdicare, aprendo la strada alla soluzione repubblicana: nella primavera del 1873, quindi, fu proclamata quella che viene oggi chiamata prima repubblica spagnola.

L’esperimento, però, conobbe subito gravi difficoltà: mentre l’insurrezione carlista si intensificava, cominciarono a diffondersi nel Paese le aspettative generate dalla Ia Internazionale, contribuendo a generare un clima di fermento generale. Fu così che l’ala più radicale dei repubblicani (il partito federalista) imboccò la strada dell’insurrezione. In poche settimane, a macchia d’olio, questa si diffuse al punto di generare alcune “piccole repubbliche” ispirate alla Comune di Parigi, a Cartagena, Malaga, Alcoy, in Andalusia.

Questa rivolta, di breve durata, ebbe vari, e profondi effetti: gettò per anni il discredito sul regime repubblicano, vanificò ogni tentativo di Francesco Pi y Margall di radicare l’idea repubblicana nel Paese, contribuì a spostare l’asse politico verso destra, alla ricerca di un ordine conservatore sempre più deciso a riproporre l’opzione monarchica, nonostante la moderazione degli ultimi due leader repubblicani, Salmeròn e Castelar.

La Spagna imboccò, così, la strada della monarchia costituzionale: e lo fece, come al solito, con rapidi sussulti. Nel gennaio 1874, il pronunciamiento del gen. Pavìa impose un governo di salvezza nazionale; a dicembre, invece, il colpo di stato del gen. Martìnez Campos restaurò il ramo dinastico di re Alfonso XII.

Nonostante l’artefice diretto del secondo, e più importante golpe, fosse il suddetto gen. Campos, l’eminenza grigia del progetto fu l’ex-ministro monarchico Antonio Cànovas del Castello.

Fu, questa, una figura particolare, difficilmente definibile con il solo attributo di conservatore: politico colto, affascinato dal declino della Spagna e conoscitore dell’epoca degli Olivares e degli Asburgo, pessimista nei confronti delle possibilità del Paese ed oppositore nei confronti del suffragio universale, che, concedendo il voto alla moltitudine “miserabile e mendicante, può assicurare solo il trionfo del comunismo e la rovina del principio di proprietà” (Guy Hermet, “Storia della Spagna nel Novecento”, ed. Il Mulino, pag. 50), riteneva che la stabilità della Spagna potesse essere garantita solo da una monarchia costituzionale e parlamentare stabile, con un esecutivo forte e l’appoggio delle nuove elìte emergenti. In questa ottica ottenne la rinuncia al trono dell’ex-regina Isabella, divenendo al contempo consigliere e capo del partito monarchico del futuro re Alfonso XII, nella speranza che questo ordinamento politico “transitorio” potesse preparare gli spagnoli alla Repubblica.

Il progetto politico di Cànovas prese forma con la Costituzione del 1876; si trattava di un bipartitismo all’inglese, possibile all’interno di un regime bicamerale con Cortes elette a suffragio censitario e un senato di notabili designati dal potere (cui va aggiunta la soppressione del suffragio universale maschile, in vigore dal 1869).

Nella prassi, il sistema si basava sull’accordo tra i leader conservatori e liberali, complici nello spartirsi i seggi, alternarsi al potere e sottrarsi così al giogo elettorale.

Il primo dei due partiti dominanti (partito liberalconservatore – comunemente definito “conservatore”, terriero e clericale, diffuso soprattutto al sud) esisteva già, formato com’era dai sostenitori del “golpe Campos”; a questo se ne aggiunse nel 1880 un altro (partito liberalfusionista – “liberale”, commerciante e laico, radicato nel nord), guidato da Sagasta, incoraggiato nell’operazione proprio da Cànovas.

Già operativo in modo abbastanza evidente, il meccanismo del “bipartitismo alternato” si spinse fino alla ricerca di un’esplicita legittimazione, per trasformarsi in “regola” del gioco politico. E questa venne nel 1885, alla morte di Alfonso XII, in virtù di un accordo “paracostituzionale” (Hermet, pag. 52) che sancì l’alternanza (turno) fra i due partiti per trent’anni circa (1876-1907), e che divenne noto col nome di Patto del Pardo.

Il Patto regolamentò a meraviglia la spartizione del potere: nelle 14 consultazioni elettorali del periodo, i due partiti raccolsero sempre la larga maggioranza dei seggi, mai inferiore all’80%.

In questo modo, diversi furono i cambi al vertice: il partito liberale ascese al governo nel 1881; nel 1884 fu sostituito da quello conservatore, mentre due anni dopo, nel 1886, si svolse il passaggio inverso, con il ritorno di Sagasta al potere.

Cànovas, ancora, ne prese il posto nel corso del 1890, fino alla sua morte, per mano anarchica, avvenuta nel 1897. Di nuovo toccò quindi a Sagasta, rimpiazzato nel 1899 da Francesco Silvela (successore di Cànovas).

Joaquìn Costa, saggista dell’epoca, sosteneva che il “Paese legale non corrisponde al Paese reale”, e, nel libro “Oligarchia e cacicchismo”, denunciò le storture del sistema, che, infatti, nascondeva un manipolazione illegale del processo elettorale.

Già evidente con il suffragio limitato, in vigore tra il 1875 ed il 1890, anno in cui i liberali ripristinarono il suffragio universale maschile, il ricorso a brogli e coercizioni nel corso delle consultazioni elettorali divenne dopo questa data generalizzato. Neanche l’allargamento del suffragio pose seri problemi sulla strada dell’oligarchia al potere, che, anzi, ottenne un’ulteriore legittimazione, e prestigio all’estero, dal maggior numero di votanti; infine, garantì anche il “paravento legale” (Hermet, pag. 54) nei confronti dei soli antagonisti pericolosi, ovvero la casta militare, responsabile dei vari pronunciamientos del periodo precedente (e seguente).

Se è vero che ovunque, in America del Nord ed in Europa occidentale, i regimi parlamentari del periodo si caratterizzavano per il suffragio censitario, la formazione di un’oligarchia dominante e l’influenza dei notabili (in primo luogo delle loro vaste reti clientelari..), quello della Spagna è un caso particolare. Non vive, infatti, le grandi trasformazioni economico-sociali degli altri Paesi occidentali, e, tra queste, lo spostamento massiccio delle masse rurali verso le città: risulta quindi facile, vista questa immobilità sociale, imporre uno stato di dipendenza e sottomissione quasi immutabile nelle campagne, guidato dai notabili (in Spagna chiamati cacicchi, capi indiani americani).

Il “padrone” locale (“don”, “padrino”, “compadrazgo”), figura transitoria nei regimi parlamentari del Nord-Europa, possedeva nelle società mediterranee un solido retroterra culturale, una “dimensione sacra” in un’ottica religiosa e superstiziosa; era, questo, il protettore e garante (funzione difensiva) di fronte alle minacce esterne, dove latitava lo Stato di diritto; il fornitore di aiuti pratici (funzione sussidiale) in caso di raccolti scarsi, o nell’intervallo tra questi; il benefattore (funzione di ascesa sociale), permettendo talvolta la promozione a ranghi più redditizi della produzione.

Il signore, temuto e rispettato nel gregge clientelare (in sintonia con la Bibbia), otteneva così facilmente l’entusiastica adesione delle moltitudini rurali, che interpretavano la soppressione di un proprio diritto, come “voto di scambio” foriero di futura benevolenza. Si ottenevano così interi “pacchetti” di voti, polarizzati intorno ala personalità indicata dal notabile (cacicchi d’alto rango), che, a sua volta, otteneva da questa, giunta al potere, sostanziose autonomie nella redistribuzione delle risorse della collettività, esautorando la pubblica amministrazione: degli intermediari elettorali, in pratica, esempio di “potere locale utilizzato per fini nazionali” (Hermet, pag. 57). A ciò si aggiunsero puri e semplici brogli elettorali, che andarono aumentando nei primi anni del ‘900: morti “votanti”, acquisto diretto dei voti (5 peseta l’uno) al momento della consultazione, pressioni e abusi di potere, voci infondate sui vari programmi dei candidati, schede false (in spagnolo tutto ciò che rientra nella definizione di pucherazo, “fare un broglio elettorale”). Ed inoltre la legge elettorale “farsa” del 1907, in base alla quale i candidati delle varie circoscrizioni sarebbero stati eletti automaticamente, senza scrutinio, in mancanza di avversari (un terzo degli elettori perse così, i pratica, il diritto di voto).

Il sistema costrinse all’emarginazione i primi candidati socialisti, fino al 1910, quando ciò avvenne grazie solamente ad un patto con i repubblicani. L’egemonia dei due partiti dominanti andò perfezionandosi, ma con gravi conseguenze sociali: il gioco elettorale visse una fase di intenso discredito (rivolto allo Stato stesso), l’astensionismo si fece endemico ostacolo dello sviluppo democratico (intorno al 30/35% nei primi del ‘900), le masse, umiliate dal processo elettorale “legale”, cercarono la loro affermazione in uno spazio alternativo, ovvero l’ideale anarchico di Bakunin e quello rivoluzionario della Ia internazionale (Catalogna, Murcia, Estremadura, Andalusia), spinti allo scontro aperto, senza compromessi, dalla repressione dello Stato.

Gli anarchici, in particolare, svilupparono una rete chiusa di gruppi d’azione e combattimento, la “Mano Nera”, responsabile di rappresaglie contro padroni e raccolti, specie nel corso degli anni ’80 del XIX secolo; e questa trovò simpatie ed appoggio in ampi strati sociali: nel 1892 migliaia di braccianti andalusi occuparono Jerez per liberarne alcuni membri, prima che a settembre il gen. Campos fosse ferito dall’attentato dell’anarchico Pellai. All’inizio del secolo, però, il movimento imboccò la via sindacale: nel 1900 nacque la Federazione delle società operaie (Federaciòn de sociedades obreras de la regiòn espanola – Fsore); nel settembre del 1911, poi, vide la luce a Barcellona la Confederazione nazionale del lavoro (Confederaciòn nacional del trabajo – Cnt), illegale fino al 1914, alleata del sindacato socialista Ugt dal 1916 e rapidamente cresciuta fino ai 714.000 membri del 1919 (anche Lenin puntasse sulla Cnt..).

L’anarchia spagnola aderiva così alla lotta sindacale, pur mantenendosi ostile allo Stato ed al suo regime politico attraverso il ricorso all’astensionismo.

Nonostante i limiti alla vita politica, il partito liberale riuscì ad elaborare una serie di misure progressiste sul finire del secolo, permettendo alfine lo sviluppo del movimento operaio. Vennero così approvate le leggi sulla libertà di riunione (riconosciuta nel 1881), di stampa ed associazione (1883-1887), venne riproposto il suffragio universale maschile (1890), decretato un regime di minima protezione sociale con la legge sugli infortuni lavorativi (1900), sul lavoro di donne e bambini (1908), sul diritto di sciopero e sui tribunali di arbitraggio e riconciliazione dei conflitti sociali.



Il gruppo socialista nacque nel 1879, nell’ambito dei tipografi madrileni, e, seguace della frazione marxista della Ia Internazionale, prese nel 1888 il nome di Psoe (Partido socialista obrero espanol), distante dal massimalismo violento degli anarchici e patrocinatore dalla fondazione del già citato Ugt (Uniòn general de trabajadores): ma i risultati di entrambe le organizzazioni rimasero a lungo deludenti

La crescita tardiva del sindacalismo socialista è ad oggi spiegata con la scarsa diffusione della grande industria e della pubblica amministrazione impiegatizia, terreni privilegiati del marxismo, sul territorio spagnolo, a differenza della piccola industria e del proletariato agricolo, dove storicamente si trovava radicato l’anarc-sindacalismo. I socialisti si trovarono così confinati nel loro “ambiente naturale”, nelle zone economicamente più progredite (Madrid, paesi baschi, Andalusia), e subirono anche la scissione degli elementi più radicali, confluiti nel 1921 nel neonato Pce, il Partito comunista spagnolo.

Nella seconda fase del “bipartitismo truccato”, i leader storici dei due partiti vennero sostituiti da nuove personalità: si affermarono così Antonio Maura tra i conservatori (al potere nel 1903/1904, 1907/1909, 1919, 1921/1922), autore della disastrosa legge elettorale del 1907, ma soprattutto di un fallito rilancio coloniale che portò alla sconfitta in Marocco ed alla seguente “Settimana tragica” di Barcellona, variante iberica della Comune di Parigi in cui gli anarchici, dopo le violenze anticlericali, si abbandonarono a disordini e violenze anticlericali fino a subire una dura repressione (morì, tra gli altri, Francisco Ferrer, fondatore della “Scuola Moderna” di tendenza moderata). Ma Maura, indebolito dall’opposizione del giovane re Alfonso XIII, venne sostituito nel 1913 dalla scialba personalità di Eduardo Dato.

Il partito liberale, invece, uscito malconcio dalla perdita di Cuba (1897-’98), alternò vari candidati alla successione di Sagasta: Montero Rìos (1905/1907), Segismundo Moret (1909), ma, soprattutto, Josè Canalejas, al potere dal 1910: questi, soddisfatti gli appetiti radical-sindacalisti con la ley del candido – sospensione per tre anni dela proliferazione delle congregazioni religiose -, inaugurò una politica economica conservatrice, attenta agli ambienti affaristici ed ostile agli scioperi, fino al suo assassinio, per mano anarchica, nel 1912.

Tutto il periodo, a partire dalla sua scesa al trono nel 1902, è caratterizzato dai pesanti interventi del nuovo re Alfonso XIII, che divenne nuovo fattore (a differenza di sua madre, la reggente Marìa Cristina) del gioco politico, ormai sottomesso docilmente alle sue continue nomine, ed ai suoi continui licenziamenti.

La proclamazione della neutralità, nell’Europa avvolta dalla nebbia della guerra, concesse alla Spagna un breve periodo di benessere; ma ciò nonostante, la classe dirigente non tardò a dividersi tra “aliadofili” e “germanofili”. I conflitti aumentarono quando ci si rese conto che i maggiori benefici arridevano al grande capitale, mentre la popolazione stava subendo un rapido crollo del potere d’acquisto, provocato dall’aumento dei prezzi. Così l’agitazione sociale riprese, con maggior forza; e stavolta gli ufficiali presero il controllo della situazione, scontenti per il deterioramento del loro tenore di vita e per i favoritismi del re in materia di avanzamenti di carriera: crearono così, nel maggio 1917, delle Giunte di difesa, ammesse dal governo, presto imitate da altre categorie sociali.

Presto cominciarono gli scioperi: a luglio scoppiarono a Valencia, Bilbao e Santiago di Compostella, ad agosto si estesero ancora, repressi con vigore dall’esercito dato che l’agitazione aveva nel frattempo contagiato la polizia.

Dopo che 80 deputati dell’opposizione di sinistra, riuniti a Barcellona, chiesero lo scioglimento del governo e la proclamazione di un’assemblea costituente, nel novembre 1917 lo stato tentò la carta del gabinetto di unità nazionale, con i leader di entrambi i partiti ed il capo della Lliga catalana, Francesc Cambò.

La rivolta contadina, divampata nel 1918/1919 per i continui rinvii della sempre promessa riforma agraria, portò all’insurrezione dei braccianti del sud, autori di occupazioni delle grandi proprietà, peggiorò un quadro di scioperi insurrezionale da parte degli anarchici, violenze di ogni genere e contro-violenze attuate dai “sindacati gialli” sostenuti dal governo: ed il regime parlamentare ne uscì stremato, nonostante l’ennesimo tentativo di Maura.

Il “bipartitismo alternato” crollò perché non aveva cercato di assimilare sostegni politici necessari, in un momento di gravi difficoltà dei partiti dominanti, logorati e stravolti dagli scandali elettorali. I cacicchi impedirono lo sviluppo di un movimento operaio legale, e la diffusione di ideali democratici; i repubblicani rimasero emarginati, gli intellettuali (la “generazione del 1898” formatasi attorno all’ateneo di Madrid, che annoverava Josè Ortega y Gasset, Salvador de Madariaga, Gregorio Maranòn, Joaquìn Costa) rimasero (a torto) considerati fomentatori di disordine, ed i loro tentativi di riformare il sistema approdarono solo alla creazione di un quotidiano di qualità (“El Sol”), tutto sommato di nicchia, senza poter porre mano al sistema scolastico disastrato (metà degli spagnoli erano analfabeti nel ‘900), orientato verso la borghesia (tra il 1875 ed il 1910 gli studenti universitari non superano i 15.000) ed egemonizzato dalla Chiesa. I tentativi di Francesco Giner de los Rìos di riformare l’insegnamento universitario, per stimolare lo sviluppo di correnti filosofiche alternative (tra cui quella dei “krausisti”, e, in generale, i filoni scientifico/analitici), approdarono sì alla fondazione, dopo il 1880, di una sorta di università alternativa, l’Instituciòn libre de ensenanza: ma questa formò una parte troppo esigua della nuova generazione, nonostante fosse affiancata, a partire dal 1912, da un’altra istituzione finanziata ufficialmente, la Junta para amplicaciòn de estudios.

Altrettanto grave fu il mancato appoggio dei settori politici catalani, segnati dal federalismo degli anni 1860/’70 e dalla comparsa della componente foralista – di derivazione carlista – impegnata nel dibattito sulla politica centralizzatrice di fine secolo. Il fermento politico della regione si espresse così nelle Bases de Manresa (1892), prima manifestazione formale della richiesta di una certa autonomia per la Catalogna; dal 1901, la già citata Lliga divenne portavoce di questi interessi, ottenendo 41 seggi delle Cortes alle elezioni del 1907. A nulla servì il tentativo di apertura da parte di Canalejas, che avviò il progetto di Mancomunitat (Comunità catalana) all’indomani della “settimana tragica” di Barcellona. Il distacco dal “centro”, e dal governo, era andato via via crescendo, ben espresso dalla sorda ostilità della popolazione nei confronti dell’ingresso della Lliga nel governo di unità nazionale del 1917.

Allo stesso modo furono dimenticati i Paesi Baschi; ed allo stesso modo rimasero emarginati i cattolici, pur in un Paese cui la Chiesa forniva le fondamenta, nell’apostolato e nell’insegnamento. Bocciata l’idea di un grande partito cattolico (nonostante i tentativi del “Grupo de la democracia cristiana” di Aznar, del “Partido social popular” e del cristianesimo sociale dell’ “Acciòn social popular”) , attuata una tacita reticenza nei confronti del regime parlamentare da parte dell’episcopato, in molti si ritirarono spesso rassegnati nell’attesa di un ordine politico più tradizionale, senza voler difendere l’ordine “cacicchista” ormai morente.

I primi anni ’20, con il crollo delle importazioni dovuto al termine della Grande Guerra, determinarono il declino della conflittualità operaia; al tempo stesso, si verificò un ribaltamento di fronte, con la controffensiva di una nuova classe di imprenditori, sostenuta dai settori conservatori, caratterizzati da una più decisa volontà di intervento negli affari del Paese. In breve, la Federazione imprenditoriale creata nel 1914, e particolarmente diffusa in Catalogna, arrivò ad allearsi all’esercito Al tempo stesso, tentò di colpire i bastioni delle forze progressiste: favorendo la nascita di sindacati “liberi” (ad opera di Ramòn Sales) e reclutando milizie armate al soldo della Federazione stessa (ad opera del barone Konig), subito messe in luce dall’assassinio del leader anarchico Salvador Seguì (novembre 1921).

In più, il mondo imprenditoriale ottenne la nomina di un generale “amico”, Martìnez Anido, a governatore civile della provincia di Barcellona: questi si mostrò subito disponibile alla linea dura, perseguendo migliaia di sindacalisti e proteggendo le unità di pistoleros padronali, fino a promulgare la famigerata ley de fugas con la quale diversi militanti operai finirono assassinati per il loro tentativo – assai dubbio – di sfuggire all’arresto.

L’onda della violenza non risparmiò nessuno: né Eduardo Dato (presidente del consiglio) nel marzo 1921, né il cardinale Soldevila a Saragozza, né del governatore civile di Vizcaya (Bilbao). Le classi medie, preoccupate per il disordine pubblico, si unirono presto alla coalizione militare-imprenditoriale, senza risparmiare le proprie forze nella lotta: il Somatèn, la milizia scelta borghese, negli scontri, e tutte le energie pratiche nel tentativo di permettere il funzionamento dei servizi durante gli scioperi, al fine di vanificarne la portata.

Nel frattempo, nel luglio del 1921, i reggimenti spagnoli del generale Silvestre vissero una delle pagine più amare della storia militare spagnola: nello scontro di Annual le forze di Abd el-Krim massacrarono, ed umiliarono, i resti del Rif, il corpo di spedizione spagnolo.

La consultazione elettorale del febbraio 1923 sembrò prospettare un cambiamento di rotta: per la prima volta alle urne il comportamento dei protagonisti si caratterizzò per la pulizia e l’onestà, ed il programma riformista del governo di Prieto sembrava prospettare una tardiva presa di coscienza, resistendo alle pressioni congiunte di militari ed industriali. Ma la lista degli avversari, già, come detto, molto lunga, si arricchì di un nome prestigioso: quello del re Alfonso XIII.

Questi, per riavvicinarsi all’esercito, si allontanò dal governo, fino ad affermare davanti alle Cortes, nel maggio 1921, che la classe politica “non è all’altezza dei propri doveri”.

Incoraggiò così i generali, già particolarmente intenti nell’organizzazione del complotto, di cui ormai tutti aspettavano – o temevano – l’avvento. I militari, frustrati dalla destituzione del citato gen. Anido, dal probabile ripiegamento del Rif, dal riscatto pagato dal governo dopo Annual, si trovarono così vicini, sempre più, a classi medie ed imprenditori, ansiosi di contrastare i disordini dilaganti e preoccupati dalle velleità riformiste del gabinetto Prieto, e alla Chiesa, che non contrastava neanche l’evidente deriva autoritaria dei propri membri (alcuni esponenti del clero paragonarono la guerra in Marocco ad una “santa crociata”): faceva da cornice al tutto la ventata autoritaria che, nel periodo, spirava forte sull’Europa (Grecia, Italia, Polonia, Balcani).

La notizia che il governo avrebbe formato una commissione d’inchiesta sui fatti di Annual, e che il rapporto sui lavori sarebbe stato presentato alle Cortes nella seduta del 2 ottobre del 1923, accelerò i preparativi dell’insurrezione: circolava voce, in particolare, che sarebbero cadute molte teste, nell’esercito, ma non solo. Si diceva che potesse essere coinvolto anche il re.

Ma in troppi, ormai, aspettavano solo l’uomo della provvidenza.

Si chiamava Miguel Primo de Rivera.


 

 

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