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N. 77 - Maggio 2014 (CVIII)

NUOVI MARI, VECCHI ORIZZONTI
L’ETA’ DELLE SCOPERTE GEOGRAFICHE TRA MEDIOEVO E MODERNITà - PARTE Ii

di Gabriele Passabì

 

La spedizione di Cristoforo Colombo va collocata dal punto di vista cronologico a cavallo tra il viaggio di Dias e quello di Vasco da Gama.

 

Tradizionalmente al navigatore genovese si deve la scoperta dell’America e quindi l’inizio ufficiale dell’Età Moderna. Eppure tale impresa mostra più di ogni altra quanto il bagaglio culturale condiviso e la mentalità siano fortemente radicate nel passato.

 

L’impianto interpretativo ancora oggi di una certa influenza presenta Colombo come eroe della modernità, che in virtù del suo spirito rinascimentale ha superato gli errati pregiudizi medievali ed ha scoperto ciò che prima non esisteva.

 

Tale impostazione proviene in prevalenza dalla cultura illuminista che esaltò la figura prometeica del genovese e la sua scoperta come un triomphe de la raison. In verità è impossibile comprendere Cristoforo Colombo senza intenderne le profonde radici cristiane e medievali, senza inquadrarlo nel suo tempo e senza porlo al punto cruciale della generale espansione europea.

 

L’esperienza marinara di Colombo si inquadrava perfettamente nella storia della sua patria e del suo tempo. Il navigatore apprese tutto ciò che sapeva riguardo le tecniche di navigazione in Portogallo, infatti, quasi da “autodidatta”, navigò a lungo sulle rotte dei traffici portoghesi fino in Guinea.

 

Tuttavia, nonostante l’esperienza, le ipotesi di viaggio di Colombo si basavano su due grossi ma fortunati errori: una esagerata estensione dell’ecumene terrestre verso Oriente, concezione desunta fondamentalmente dalla Geografia di Tolomeo, e una notevole riduzione del circolo massimo del globo.

 

È proprio partendo da questo duplice errore geografico che Colombo aveva formulato l’ipotesi di poter raggiungere le Indie molto più rapidamente navigando verso occidente.

 

Colombo salpò da Palos nell’agosto del 1492 e dopo un’ardua traversata raggiunse finalmente un’isola delle Bahamas che nominò San Salvador. De facto egli fu il primo europeo a mettere piede in America, eppure la sua concezione della nuova terra era ben diversa.

 

Era convinto di aver raggiunto un’isola dell’arcipelago giapponese ed infatti confidava nel fatto che l’isola successiva sarebbe stato il Cipango stesso. Queste convinzioni erano sostenute dalle conoscenze geografiche che Colombo possedeva, esse si riferivano alle grandi auctoritates scolastiche tipicamente medievali e a tutto il loro impianto culturale, in modo particolare Tolomeo e Marco Polo erano i suoi riferimenti principali.

 

L’impresa del navigatore genovese è stata descritta come una scoperta dall’impatto prometeico che ha avviato la modernità nella civiltà umana. Come abbiamo visto però l’impostazione teorica e i presupposti delle sue concezioni scientifiche erano in realtà pienamente medievali, ma ancor di più lo erano la sua visione filosofica e teologica.

 

Il progetto di Colombo infatti rientrava in un piano molto più ampio, dalle marcate sfumature religiose. La sua era una missione affidatagli dalla Provvidenza il cui scopo era quello di portare la definitiva disfatta dell’Islam utilizzando le copiose ricchezze che avrebbe raccolto in Oriente per finanziare una nuova crociata e strappare il Santo Sepolcro agli infedeli (Caraci, 1996, p. 5).

 

Questo spiegherebbe in parte il motivo dell’accondiscendenza dei sovrani spagnoli ad un progetto che si reggeva soltanto su delle ipotesi di navigazione prive di evidenze concrete. I sovrani castigliani erano animati infatti dall’euforia della Reconquista che in quegli anni stava raggiungendo il più alto successo: Granada.

 

La dimensione religiosa dell’impresa di Colombo non era un semplice pretesto che nascondeva il ben più pregnante interesse economico (saccheggio di oro, schiavi, spezie ecc.), ma si trattava di un aspetto determinante.

 

Testimonianza immediata è proprio il diario di bordo in cui Colombo annotò il resoconto della sua spedizione, numerosissime sono le riflessioni di stampo religioso e teologico.

 

A tal proposito sono esemplificative le note al primo incontro con gli indigeni verso i quali propagandava la conversione per la salvezza delle loro anime attraverso l’educazione all’amore o con la forza. Oppure altrettanto indicativi sono i molteplici momenti in cui vengono descritti i ringraziamenti e le lodi a Dio che Colombo compie con offerta di ceri, la preghiera e la meticolosa attenzione per le festività liturgiche giornaliere.

 

Ma è proprio con il fine dell’esplorazione, dichiarato in molteplici pagine del diario, che Colombo mostra la sua personalità da uomo del Medioevo.

 

Subito dopo il naufragio della Santa Maria affermò che intendeva ritornare con un secondo viaggio per trovare oro e spezie in quantità tali da intraprendere nel giro di tre anni la conquista definitiva della Casa Santa. Voleva dunque finalizzare tutto il guadagno ottenuto dall’impresa per finanziare la riconquista di Gerusalemme e realizzare definitivamente la vittoria di Cristo sulla Terra.

 

Si fanno evidenti quindi le radici cristiane e medievali del suo carattere e del suo modo di essere: si considerava un missionario predestinato a diffondere il messaggio di Dio tra gli abitanti delle terre da lui scoperte arrivando quasi a circondarsi di un alone di misticismo. Per questa ragione si trovò spesso in conflitto con le autorità scientifiche, filosofiche e persino religiose quando veniva costretto a discutere la possibilità dell’esistenza di altre terre ed altri uomini oltre quelli che si pensava fossero i confini del mondo.

 

Il genovese si sentiva ispirato da un colloquio personale con Dio e da un’incrollabile fede nel suo destino di redenzione per le genti d’oltremare. Dunque non ha torto Todorov quando definisce Colombo un ermeneuta (Todorov, 2005, p. 25), il genovese con il suo progetto di navigazione voleva confermare le sue convinzioni, per questo motivo non ha “scoperto” nulla ma ha trovato la terra dove sapeva che avrebbe dovuto essere, quasi come se ne avesse avuto una conoscenza a priori.

 

Certo, sarebbe sbagliato (e quasi caricaturale) limitare l’interpretazione della figura di Colombo, da molti descritto come avventuriero audace e spregiudicato, a umile servo dell’Onnipotente.

 

In lui sono presenti sia l’anima economica dell’arricchimento che quella mistica della tensione spirituale, l’equilibrio tra queste due componenti è molto altalenante ed instabile come si può evincere dalla lettura del diario. Questo perché il cristianesimo di Colombo non è né molto elevato né rozzo o popolaresco, egli non appartiene pienamente alla mentalità comune della Spagna della fine del quattrocento, nella quale la religiosità era fonte di conflitto e di fermento sanguinario contro musulmani ed ebrei.

 

Non sono pochi infatti i casi in cui dimostrò una inaspettata dolcezza e mitezza nei confronti degli indigeni, ben diversa dalla crudeltà indiscriminata che avrebbero dimostrato i conquistadores alcuni anni dopo. Inoltre egli si sentiva vero e proprio strumento mistico della Provvidenza.

 

La sua fede solidissima e la personale tensione per la vittoria di Cristo sul mondo erano parte integrante della sua personalità (Manselli, 1997, p. 239). Questo aspetto si rese evidente nella stesura verso la fine della vita del Libro de las profecias, una raccolta di passi biblici e brani tratti dalle opere dei padri della Chiesa molto simile nell’impianto strutturale alle opere dei maestri medievali.

 

Ovviamente il bagaglio biblico risulta essere disordinato e disomogeneo rispetto alla magnificenza delle opere del passato, tipico infatti di un uomo che non era versato in studi filosofici e teologici. Ma tale opera è illuminante nel suo ruolo di cifra della formazione culturale che il navigatore possedeva e delle idee nelle quali credeva, idee che si dimostrano essere profondamente legate alla concezione medievale della religiosità e del destino personale di ogni uomo.

 

Al suo ritorno dalla prima spedizione, con il bottino della scoperta delle Indie Occidentali, immediatamente si agitarono le bufere con il Portogallo che accusò Colombo di essere un cacciatore di frodo all’interno di quello che, in virtù del trattato di Alcáçovas, era considerato territorio portoghese poiché vicino alla sua zona d’influenza. Eppure gli indiani condotti in patria da Colombo erano ben diversi dai neri di Guinea, si fece allora necessario conoscere a pieno l’area scoperta per attuare una nuova spartizione territoriale e per ridefinire le sfere d’influenza spagnola e portoghese.

 

La soluzione definitiva si ebbe con la firma del trattato di Tordesillas del 1494 che imponeva una linea di demarcazione a 370 leghe ad Ovest delle isole di Capo Verde: ogni terra scoperta al di là dei rispettivi limiti doveva essere resa. Questo diede piena libertà al Portogallo di scoprire e colonizzare l’immenso e ricchissimo territorio del Brasile (Diffie, Winius, 1985, p. 212).

 

In seguito Colombo partecipò ad altre due spedizioni seguendo la stessa rotta della prima. Queste portarono alla graduale scoperta delle coste atlantiche anche se sempre in piccole porzioni, limitandosi in genere a sbarcare presso le isole antistanti la costa.

 

Già ai tempi del secondo viaggio nell’opinione comune sorse il sospetto che quelle isole fossero di gran lunga lontane dalle Indie, anche perché negli stessi anni l’esploratore veneziano Caboto scoprì le coste dell’Atlantico settentrionale (Terranova, Nuova Scozia, Labrador e Nuova Inghilterra) e il navigatore portoghese Cabral, a causa di una serie di deviazioni forzate, nell’aprile del 1500 era approdato presso le coste di quello che poi sarebbe stato chiamato Brasile, il suo scopo infatti era quello di seguire la rotta aperta da Vasco da Gama e raggiungere ancora una volta l’Oceano Indiano.

 

Le scoperte del Nuovo Mondo quindi vennero percepite in un clima di delusione generale. L’America, come erano state chiamate le nuove terre in seguito ai quattro viaggi di Amerigo Vespucci e alle sue opere letterarie, venne considerata solo una nuova grande barriera posta tra Europa ed Asia, tra realtà e desiderio (Parry, 1963, p. 209).

 

I portoghesi continuarono tassello dopo tassello a costruire il loro impero commerciale nell’Indiano soprattutto grazie allo stimolo fondamentale di re Manuel. Per molto tempo le nuove scoperte lungo le coste americane vennero sostanzialmente ignorate, senza approfondire la conoscenza dell’entroterra. Restarono esclusivamente degli approdi e degli scali commerciali all’interno di un circuito che si era solo ampliato, ma che manteneva come meta finale dei traffici le Indie, quelle vere.

 

Con l’entusiasmo della recente scoperta un po’ tutti i sovrani sognavano di trovare un passaggio in direzione Sud-Ovest, la via segreta ed ambitissima per le Indie. Ferdinando Magellano, portoghese di nascita, decise di mettersi al servizio della corona di Spagna per poter realizzare questa impresa.

 

La sua idea di navigazione partiva necessariamente dalle scoperte dei predecessori, egli pensava (a piena ragione) che veleggiando lungo la costa del Brasile si potesse trovare un passaggio per raggiungere l’altro oceano.

 

Inizialmente raccolse informazioni dai superstiti della drammatica spedizione di Dìaz de Solis che nel 1514 era partito con il suo stesso intento. Questi gli riferirono che dopo l’estuario del Rio de la Plata la costa piegava ad occidente spostando tutta la regione nella zona di influenza spagnola secondo quanto sancito dal trattato di Tordesillas. Per questa ragione ritenne inutile proporre la sua ipotesi di esplorazione presso la corte portoghese, si rivolse direttamente ai sovrani spagnoli offrendosi di scoprire a loro esclusivo vantaggio tutte le isole situate entro la linea di demarcazione assegnata.

 

Ma la vera meta del viaggio di Magellano era l’arcipelago delle Molucche, proprietà portoghesi secondo quando deciso a Tordesillas e ufficializzate anche dalla bolla Praecelse Devotionis di Papa Leone X del 1514. La sua quindi era quasi una sfida all’autorità papale e portoghese che non a caso cercarono con ogni mezzo di impedire la spedizione.

 

Nel 1519 Magellano salpò da Siviglia con cinque navi cariche di merci. Dopo aver attraversato il difficilissimo stretto che avrebbe preso il suo nome, l’esploratore si ritrovò finalmente nelle acque del più estremo dei mari.

 

La navigazione in questo oceano fu estenuante, pur non essendo funestata da tempeste o altri inconvenienti marittimi (per questo motivo Magellano diede il nome “Pacifico” a quel mare) procedette per tre lunghi mesi alla ricerca di venti favorevoli in acque quiete ma sconosciute.

 

La situazione si fece drammatica. L’equipaggio, giunto allo stremo delle forze e delle provviste, arrivò addirittura a nutrirsi dei topi che abitavano le stive delle navi o addirittura a rosicchiare il cuoio e la pelle degli indumenti. Lo scopo era quello di evitare i portoghesi e questo li spinse molto più a nord delle Molucche giungendo presso l’arcipelago delle Filippine (1521).

 

In questa occasione, sbarcato a terra per vendere qualcuna delle merci che gli erano rimaste, l’ammiraglio si trovò coinvolto in una guerra locale dove lui e quaranta dei suoi uomini perdettero la vita. In seguito alla morte dell’esploratore prese il comando il suo ufficiale Sebastian del Cano che costeggiando il Borneo raggiunse infine le Molucche facendo tirare un respiro di sollievo a quello che era rimasto del suo equipaggio.

 

Dopo aver diviso le navi a disposizione, attraversò l’Oceano Indiano per poi raggiungere il Capo di Buona Speranza e navigare finalmente in acque conosciute fino a ritornare al porto di partenza nel settembre del 1522: solo 18 rividero casa dei 234 partiti.

 

Con la spedizione di Magellano si chiude quella fase dell’espansione europea che ancora dimostra, anche se con tinte molto labili e sfumate, delle caratteristiche medievali.

 

L’obiettivo dell’esploratore era fin da principio il raggiungimento delle Molucche, anche all’insaputa di Carlo V, in modo tale da controllare uno snodo fondamentale all’interno del grande bacino di scambio della via delle spezie; quale miglior postazione delle isole nel cuore dell’arcipelago indonesiano?

 

Inoltre è da notare come l’America, pur essendo esplorata nella sua conformazione costiera ed anche oggetto di abbozzate rappresentazioni cartografiche come la carta di Ribeiro del 1529, non era realmente conosciuta e non faceva ancora parte in maniera determinante dell’orizzonte economico europeo.

 

I porti e gli insediamenti sulle coste infatti venivano sfruttati come semplice scalo per fare rifornimento e come rapida occasione di scambio con la popolazione locale. La meta ultima delle rotte che si percorrevano e che addirittura si ricercavano a costo della guerra rimaneva sempre l’Oriente.

 

Il viaggio di Magellano ignorava quasi completamente il continente americano, era un immenso ostacolo attraverso il quale si cercava una fessura, una fenditura da poter percorrere per toccare la vera destinazione, cioè l’Asia dei mercati, degli scambi e della ricchezza.

 

Soltanto negli anni venti del XVI secolo la Spagna accettò con rassegnazione il dominio portoghese in Oriente, si rivolse dunque a ciò che fino ad allora era stato sostanzialmente trascurato riscoprendone il formidabile valore. Ecco allora che si avviò una nuova fase dell’espansione europea, quella con il vero drammatico volto della conquista.

 

Se gli anni che corrono tra 1500 e 1520 possono essere definiti come l’età aurea degli esploratori, quelli che vanno dal 1520 al 1550 sono gli anni d’oro dei conquistadores. Cambiando i protagonisti delle vicende cambiano anche i luoghi: è la volta dell’America.

 

Delle Indie Occidentali solo le isole erano state effettivamente colonizzate con piccoli villaggi per lo più agricoli i cui coloni in genere erano ex soldati dall’indole poco pacifica. Erano uomini d’azione, pronti a tutto pur di ottenere ricchezza facile, tale da eviragli per sempre il lavoro nei campi.

 

La stagione dei conquistadores trovò la propria acmé nella conquista del Messico da parte di Hernan Cortes, la sua entrada nel cuore dell’impero azteco è l’episodio meglio documentato di tutte le spedizioni spagnole in Sud America.

 

L’armata conquistatrice attuò un’opera di distruzione totale e si stanziò nel territorio appena preso come milizia “feudale” tramite il sistema dell’encomienda. Con Cortes si affermarono in maniera evidente quei procedimenti di conquista che erano alla base dell’approccio dei conquistadores agli imperi del continente americano e per certi aspetti caratterizzarono il seguito dell’espansione europea nel mondo.

 

Si sviluppò infatti una vera e propria metodologia della conquista che prevedeva lo sfruttamento dei dissensi interni tra le popolazioni locali e la distruzione sistematica di ogni forma della cultura indigena; gli uomini al seguito di Cortes infatti realizzarono roghi delle opere letterarie e rituali azteche per cancellare la religione, distrussero templi e monumenti per obliare le loro vestigia di grandezza.

 

Un’altra costante dell’espansione europea in America fu l’affermazione violenta del cristianesimo che con la sua pretesa di universalismo mostrò il volto sanguinario di intolleranza e disprezzo dell’«altro». Infatti venne sfruttato dai conquistadores come pretesto che rese la conquista giusta e voluta da Dio.

 

Come acutamente scrive Todorov, il Dio cristiano non è una divinità che si può tranquillamente sommare ad altre, è unico in maniera esclusiva e come tale non può accettare rivali. Dunque è proprio in conseguenza di questa ottica che l’esclusivismo divenne intolleranza e violenza.

 

Bisogna ricordare però che tale concezione del cristianesimo veniva applicata solo in determinate circostanze, quando cioè v’erano di mezzo necessità contingenti: gli spagnoli ascoltavano i consigli divini solo quando coincidevano con i suggerimenti dei loro informatori e con i loro interessi (Todorov, 2005, p. 131).

 

È in relazione al loro utile che sfruttavano fino allo strenuo gli indios all’interno delle miniere, si macchiavano di tremendi maltrattamenti che in moltissimi casi conducevano alla morte. Gli spagnoli di Cortes tinsero di sangue la loro presenza in America, attuando lo sterminio sistematico della popolazione indigena non solo attraverso il lavoro e l’importazione involontaria di malattie a cui gli indios erano particolarmente vulnerabili ma anche attraverso il massacro diretto perpetuato tramite crudeltà inaudite e fini a se stesse.

 

Tra i moventi principali che portarono a queste atrocità furono l’avidità e la bramosia dell’oro; ecco la caratteristica veramente “moderna” che avrebbe costituito una costante della mentalità europea nei periodi successivi dell’espansione non solo in America ma nel mondo.

 

Quello che è stato definito Nuovo Colonialismo con i suoi nuovi protagonisti (Olanda, Francia, Inghilterra) dimostrò infatti nell’approccio all’«altro» ed alla terra appena conquistata non tanto etiche o mentalità nuove ma una nuova gerarchia di valori: non è più soltanto l’avidità di ricchezza in sé che colpisce ma la subordinazione di qualsiasi altro valore ad essa (Todorov, 2005, p. 173).

 

Ovviamente tale cupidigia non può spiegare da sola la portata del genocidio compiuto nelle Americhe, esso deve essere ricondotto in parte anche alla lontananza degli spagnoli dal centro forte dell’autorità regia. In un mondo considerato lontanissimo dalla civiltà tutte le convenzioni sociali che ne sono garante vennero meno, la distanza dalla legislazione e da ogni forma di controllo autoritario (sia politico che religioso) fece cedere persino le più intime leggi di autocontrollo secondo la quale l’«altro» non è più soltanto mero oggetto di cui poter disporre liberamente ma limitatamente al singolo (come nello schiavismo) ma è ente a cui viene riconosciuta una soggettività di grado inferiore, mezzo quindi per appropriarsi di oggetti in quantità praticamente illimitata sfruttando le risorse locali (Todorov, 2005, p. 176).

 

Questa concezione, che sarebbe sembrata del tutto estranea a Colombo, divenne nel giro di breve tempo vera e propria metodologia della conquista. Francisco Pizarro nel 1533 seguì alla lettera la lezione del maestro Cortes sottomettendo l’immenso impero andino degli Inca nello spazio di un pomeriggio (Parry, 1963, p. 229).

 

Egli realizzò appieno la figura del colonizzatore che sfrutta biecamente le risorse locali per i propri interessi, sottomette brutalmente il territorio e, dopo averlo spolpato ogni ricchezza, lo incastra nel sistema amministrativo della madrepatria.

 

Nonostante la fragilità e l’instabilità dell’organizzazione territoriale dei conquistadores spagnoli, l’esperienza americana aprì effettivamente all’Europa le porte della modernità. Il Nuovo Mondo smise di essere una barriera che bloccava il cammino verso l’Asia ma venne compreso nella sua complessità e soprattutto venne riconosciuto come straordinaria possibilità di ricchezza.

 

Le rotte commerciali si rivolsero in America come ricco bacino di estrazione di risorse, finalmente si inquadrarono con un ruolo fisso e universalmente riconosciuto all’interno di un economia che solo ora era divenuta pienamente mondiale. Il Medioevo quindi gradualmente scomparve dall’orizzonte mentale europeo, lasciando il posto all’alba sfumata del Moderno.

 

L’età delle grandi scoperte geografiche ha rappresentato una fase di transizione in cui gli europei con lentezza e gradualità trasformarono radicalmente il loro modo di pensare e presero piena coscienza per la prima volta delle dimensioni e della complessità del mondo. Questa comprensione non è stata così automatica ed immediata come anche è stato scritto. Al contrario, come abbiamo visto, è il frutto di un lungo cammino, impreziosito dalla scoperta di nuove terre ma anche imbrattato di molto sangue. Non è sbagliato allora chiedersi se l’espansione europea dei secoli XV e XVI rappresenti un nuovo inizio, il sorgere del sole della modernità oppure si tratti invece della nuova fase di un processo di lunga durata che trova le sue radici nel Medioevo e che ha solo cambiato il cast degli attori, provenienti questa volta da Portogallo e Castiglia.

 

La visione del mondo e le conoscenze degli uomini del quattrocento erano costituite da una mistura di racconti fantastici ripresi dai viaggiatori e dagli esploratori del XIII e XIV secolo e le teorie geografiche dell’antichità classica spesso filtrate dal setaccio dogmatico del Cristianesimo.

 

Il supporto intellettuale dell’impianto culturale rinascimentale sembrò limitarsi esclusivamente a fare da vessillo guida per una serie di obiettivi ed ambizioni che però erano state stabilite per altre ragioni divenendo molto spesso fonte di confusione (Phillips, 1990, p. 237).

 

Ne è un esempio la contraddizione che si venne a stabilire tra l’auctoritas ritenuta indiscutibile dei classici e l’evidenza dei fatti risultanti dalle esplorazioni: la Geografia di Tolomeo riteneva impossibile la circumnavigazione dell’Africa che di fatto era stata realizzata.

 

A questo bisogna aggiungere il fascino durevole suscitato dal secolare spazio dei traffici che da sempre avevano luogo in Oriente. L’Asia infatti era l’orizzonte commerciale per eccellenza, la meta di ogni rotta ed il sogno di ogni commerciante o navigatore desideroso di arricchirsi.

 

La pervasiva leggenda di Prete Gianni, che aveva trovato le sue prime attestazioni fin nel cuore del Medioevo, contribuì fortemente ad accrescere questo mito. Infatti uno tra i più importanti obiettivi che spingevano gli esploratori a prendere la via del mare era quello di raggiungere le Indie ed individuare quel lussureggiante regno cristiano.

 

Possiamo concludere quindi dicendo che per il suo bagaglio culturale, per l’insieme di esperienze, conoscenze, tecniche e sensibilità l’espansione europea del XV secolo costituì in realtà la nuova tappa di un percorso di lunga durata che affondava le sue radici nell’età medievale.

 

L’espansionismo europeo dalla fine del XVI e l’inizio del XVII secolo rappresentava infatti un fenomeno nuovo e per molti aspetti diverso; non solo era animato da nuovi protagonisti (Inghilterra, Francia e Olanda), ma si era realizzato con metodologie del tutto differenti, i cui primordi si possono riscontrare solo nella conquista dell’America da parte dei conquistadores.

 

Questa nuova forma di espansione, proposta dal modello di riferimento olandese, si fondava essenzialmente sulla creazione di imperi commerciali sostenuti soprattutto dalla supremazia militare sul mare e dal mantenimento di basi strategiche per il commercio.

 

A conferma di quanto asserito finora, con l’affermarsi del nuovo colonialismo si spostò anche l’orizzonte del mito, del magico e del fantastico. Se fino ai primi decenni del cinquecento era stato l’Oriente ad essere depositario di meraviglie e creature mostruose, dal seicento in poi fu il Nuovo Mondo ad essere la terra della ricchezza e, di conseguenza, della leggenda. Infatti cominciarono a diffondersi numerosi racconti e miti, come El Dorado o la Fonte della Giovinezza, che trovarono ambientazione perfetta nella profondità della giungla o tra i ruderi delle immense città di pietra del Sud America (Phillips, 1990, p. 256).

 

Dunque può risultare fuorviante definire le scoperte del quattrocento come un confine rigido di periodizzazione che separa il medioevo dall’età moderna.

 

Nei momenti di transizione come questo infatti ci si trova di fronte ad una tela dai tratti imprecisi di cui si è costretti a scrutare le sfumature. La modernità infatti ebbe inizio soltanto quando gli europei mostrarono un’attitudine ed una mentalità moderne verso il mondo che non comprendeva solo l’Asia ma che si era aperto incommensurabilmente verso l’America.

 

Solo a seguito di ciò compresero la vera portata delle loro scoperte, delle possibilità di ricchezza e di potere che potevano ottenere dal controllo di vasti e floridi territori soggiogandone la popolazione locale e realizzando di conseguenza un assoluto predominio militare e commerciale.

 

Le scoperte geografiche del XV e degli inizi del XVI secolo erano avvenute infatti in relazione ad una mentalità che per molti aspetti era ancora radicata nel Medioevo negli stimoli, nelle conoscenze e nelle finalità contingenti.

 

È la conquista dunque il segno tangibile dell’età moderna, una conquista che per dimensione e profondità spalancò le porte del mondo all’Europa.



 

 

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