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Antica


N. 55 - Luglio 2012 (LXXXVI)

le riforme di clistene
ALLE ORIGINI DELLA DEMOCRAZIA ATENIESE

di Massimo Manzo

 

Le riforme istituzionali operate da Clistene alla fine del VI secolo a.C. sono una delle tappe fondamentali verso la costruzione del sistema democratico ateniese. Esse rappresentano infatti un rimodellamento profondo della struttura sociale e politica di Atene, attuato in modo razionale e durevole, che porterà alla graduale creazione di una “coscienza democratica”, minando le basi del potere aristocratico cittadino.

 

A differenza di altri personaggi della storia ateniese, come ad esempio Solone, dei quali si riescono a cogliere sfumature del carattere e della personalità anche attraverso una colorita aneddotica, attorno alla figura di Clistene la tradizione non ha costruito un “ritratto morale” da tramandare ai posteri, talché lo si può giudicare solo guardando alla sua ascesa politica e attraverso le proprie opere legislative.

 

Figlio di Megacle e Agariste, Clistene faceva parte di uno dei clan aristocratici più influenti di Atene, gli Alcmeonidi, i quali nel corso del tempo avevano giocato un ruolo da protagonisti nelle vicende della città, seppur nel contesto rissoso che caratterizzò la vita politica ateniese, che spesso portava al prevalere temporaneo dell’una o dell’altra famiglia aristocratica. Nel periodo della tirannide di Pisistrato, i continui contrasti con quest’ultimo avevano portato all’esilio degli Alcmeonidi da Atene, non appena il tiranno, dopo alterne vicende, era riuscito a conquistare il potere per la terza volta,  in modo definitivo, nel 538 a.C.

 

Dopo la morte del padre, Clistene tentò più volte di rovesciare il regime tirannico, ma poté tornare ad Atene solo quando Ippia (figlio di Pisistrato) fu scacciato, con l’aiuto determinante della potenza Spartana.

 

Una volta abbattuta la tirannia, però,  ripresero inevitabilmente i contrasti tra le varie fazioni aristocratiche.

Ad un’ oligarchia più conservatrice e filospartana, rappresentata da Isagora, si contrappose la fazione guidata da Clistene, che invece faceva propri gli interessi del demos urbano, classe sociale di formazione relativamente recente, la quale reclamava insistentemente una rappresentanza politica.

 

Inizialmente fu Isagora a prevalere. Forte dell’appoggio di re Cleomene di Sparta, infatti, riuscì a farsi eleggere all’arcontato, massima carica politica della città. In questo frangente la situazione si fa convulsa, tanto che Isagora, per tentare di mantenere il potere, deve chiedere esplicitamente l’intervento delle armi spartane e Clistene è costretto alla fuga. Stando a ciò che racconta Aristotele nella Costituzione degli Ateniesi:

 

"Fuggito Clistene, Cleomene, giunto con poche truppe, scacciò come sacrileghe settecento famiglie ateniesi. Fatto ciò, tentò di sciogliere il Consiglio e di porre a capo della città Isagora e trecento amici suoi. Ma poiché il Consiglio oppose resistenza e il popolo si riunì, Cleomene e Isagora si rifugiarono sull’Acropoli, e il popolo li strinse d’assedio per due giorni. Al terzo lasciarono andare Cleomene con tutti i suoi, e richiamarono Clistene e gli altri esuli. Impadronitisi del potere i democratici, Clistene fu guida e capo del popolo".

 

Gli storici hanno dubitato sul fatto che fosse il popolo a richiamare Clistene, o se, come parrebbe affermare Erodoto, sia stato lo stesso Alcmeonide, opportunisticamente, a servirsi di esso per conquistare il potere.

 

Comunque siano andate le cose, da quel momento Clistene, ormai privo di rivali all’altezza,  poté attuare un vasto programma di riforme politiche e sociali che cambierà radicalmente il volto di Atene.

 

Lungi dall’essere solamente degli interventi “demagogici”, le sue iniziative furono durature proprio perché intercettarono i cambiamenti sociali allora in atto, portando ad una unificazione autentica della polis, e alla conseguente creazione del concetto di “città nazione”, che permise ad Atene di affrontare nel miglior modo possibile le sfide che nei decenni seguenti le si presenteranno (prima fra tutte l’invasione persiana del 490 a.C.).

 

Un elemento fondamentale per scardinare i vecchi meccanismi di potere aristocratici fu la riorganizzazione del territorio dell’Attica: alle quattro vecchie tribù infatti, il cui comando risiedeva nelle mani delle famiglie più nobili d’origine ionica, furono sostituite dieci nuove tribù, ognuna delle quali raggruppava gli abitanti di una stessa porzione territoriale ed era composta da un numero variabile di demi. Il territorio di ogni tribù era poi composto da tre parti, o trittie, una situata sulla costa, una in città e l’altra nei territori dell’entroterra.

 

Ogni tribù doveva comporsi di un numero identico di demi provenienti dalle varie trittie. Tutto ciò al fine di evitare la formazione di blocchi partitici “geografici”, che potessero raggruppare (come era avvenuto in precedenza) solo gli abitanti della città della costa o dell’interno, portando ad una contrapposizione spesso insanabile e lacerante di interessi.

 

Parallelamente, in qualche modo continuando una tendenza già iniziata da Pisistrato, Clistene ampliò notevolmente il diritto di cittadinanza, “naturalizzando” un gran numero di uomini liberi di origine straniera esclusi dalle attività politiche sotto il regime aristocratico.

 

In questo modo poté ottenere un duplice risultato: da un lato, infatti, legava a se attraverso vincoli di clientela una buona fetta di nuovi cittadini (indebolendo il potere degli aristocratici) dall’altro li rendeva partecipi della vita politica, dando stabilità al nuovo impianto istituzionale.

 

A capo di ognuna delle dieci tribù, che prendevano il nome da eroi e personaggi leggendari della storia ateniese, era eletto uno stratego,  in carica per un anno, che in guerra assumeva le vesti di generale affiancando così il vecchio  Polemarco nella  conduzione delle operazioni belliche.

 

Pur essendo all’inizio una carica puramente militare formalmente inferiore a quella di Polemarco, il fatto di essere eletti dal popolo portò all’accrescimento nel tempo dell’influenza politica degli strateghi, tanto da renderli personaggi di primo piano nella conduzione della politica cittadina, scalzando di fatto gli Arconti.

 

Ciascuna tribù eleggeva inoltre cinquanta membri del nuovo Consiglio dei Cinquecento o Boulè. Fu proprio la creazione di tale nuovo organo politico l’aspetto più innovativo e importante delle riforme di Clistene. Era la Boulè, infatti, ad avere ampie competenze in politica estera, a  redigere i decreti, a  predisporre le sedute e a proporre le leggi  all’Ecclesia, ovvero all’Assemblea dei cittadini liberi, che aveva poi la parola definitiva sulla loro approvazione.

 

In  termini moderni dunque, all’ Ecclesia spettava il potere legislativo, mentre il Consiglio indirizzava  la politica generale, deteneva il potere d’iniziativa legislativa e controllava l’operato degli altri organi costituzionali. Fu insomma il Consiglio  dei Cinquecento l’organismo essenziale della democrazia ateniese, anche perché assunse le prerogative più importanti del vecchio Areopago (composto dagli ex arconti), che perse gran parte della sua influenza, rimanendo confinato a mansioni essenzialmente giudiziarie.

 

Al fine di perfezionare tale complesso sistema di governo e garantire l’imparzialità delle varie funzioni Clistene introdusse il metodo del sorteggio, che fu riservato alle cariche che non richiedevano una particolare competenza specifica.

 

L’introduzione del sorteggio segnò la lenta ma inesorabile  perdita d’importanza dell’arcontato, destinato a divenire una carica onorifica, priva di incisività politica. Così, ai dieci Arconti erano riservate funzioni religiose e di “alta giustizia” e  l’Arconte eponimo (pur detenendo ancora formalmente la più alta carica dello Stato) fu relegato ad un ruolo  di pura rappresentanza.

 

Altra pratica introdotta da Clistene fu l’ostracismo, che permetteva all’ Assemblea, con voto segreto, di esiliare per dieci anni dalla città chiunque fosse sospettato di aspirazioni tiranniche. Alcuni storici ritengono che tale pratica, di cui gli Ateniesi fecero largo uso nei decenni seguenti, fosse in realtà di poco successiva alle riforme di Clistene. In ogni caso essa si rivelò un ottimo meccanismo a tutela della democrazia, e perciò pienamente in linea con la ratio di fondo sottesa all’opera dell’Alcmeonide.

 

Gli effetti delle innovazioni legislative di Clistene non furono immediati, tuttavia la Costituzione Ateniese rimase nella sostanza invariata per almeno duecento anni e  attraversò tutto il “secolo d’oro” della polis. È forse improprio parlare dell’ Alcmeonide come del “creatore della democrazia ateniese”, è fuor di dubbio, però, che la sua opera creò le condizioni indispensabili  che permetteranno alla democrazia di sorgere e prosperare.

 

Senza il suo immenso contributo la legge non sarebbe mai stata considerata come “l’espressione del popolo”, né avrebbe mai attecchito il concetto dell’isonomia, ovvero l’uguaglianza di tutti di fronte ad essa. Tutto ciò che rese l’esperienza ateniese unica e irripetibile nella storia non sarebbe mai esistito.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

G. Poma, Le Istituzioni politiche della Grecia in età classica, Bologna, 2003;

C. Mossé, Histoire d’une démocratie: Athènes, des origines à la conquête macédonienne, Bourges 1971;

D. Musti, Storia greca. Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Roma-Bari, 2006;

W. Durant, Storia della Civiltà, Vol II: La Grecia, Milano, 1956.



 

 

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