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N. 90 - Giugno 2015 (CXXI)

PASCOLI E PUCCINI

UN’INTESA MANCATA - Parte II
di Claudia Antonella Pastorino

 

Nel ribadire al lettore che nessun confronto in meriti o demeriti si vuole qui porre tra i due personaggi, ma soltanto, sulla base di quei pochi dati certi, alcune valutazioni e approfondimenti per dimostrare come e perché non si sia arrivati a una volontà unanime di collaborazione, partirei da un concetto di fondo, forse il solito, però difficile da confutare : il pensare per il teatro, il saper fare teatro.

 

E ci risiamo. Puccini, come Verdi e come tutti gli operisti che si rispettino, era un uomo di teatro e con i librettisti il primo punto di condivisione non poteva che essere il teatro. Nei tentativi di capirsi con D’Annunzio, progettò senza esito Parisina d’Este, La Rosa di Cipro, La Crociata degli Innocenti.

 

Esplicita la lettera del 16 agosto 1906 per La Rosa di Cipro, laddove informò l’amico Gabriele di non volere un «realismo»vero e proprio, bensì «un ‘quid medium’ che prenda possesso degli ascoltatori per i fatti dolorosi e amorosi, i quali logicamente vivano e palpitino in una aureola di poesia di vita più che di sogno». In seguito si spingerà a chiedergli, per un’altra idea, due o tre atti «di dolci e piccole cose e persone. […]. Metti dei bimbi, dei fiori, dei dolori, degli amori” (agosto 1912 da Karlsbaden, in Germania). Sembra di vedere lo schizzo di Suor Angelica, la seconda opera del Trittico (1918), al centro fra Il Tabarro e Gianni Schicchi. Si rivela chiaro il suo guardare al concreto, al vissuto, non all’idea o all’illusione o alla filosofia del vivere. Se l’idea non veniva circostanziata e precisata, non poteva esserci musica. Un’idea vagheggiata è perfetta per la poesia, non per un libretto.

 

Aveva avuto rapporti difficili con il D’Annunzio, troppo sofisticato per lui, e con il Verga (per La lupa), ma resta il fatto che costoro, prima di essere uomini di teatro e letterati, erano uomini d’azione, uomini che amavano la vita e le donne, dunque naturalmente preposti a una forma d’intesa, a un rapporto di scambi con l’incontentabile compositore.

 

Con loro non concluse nulla, ma provò a imbastire un tipo di discorso, mentre invece non possiamo sapere come sarebbe stato con il Pascoli se si fosse avviata una qualche forma di collaborazione, né vogliamo in questa sede montare congetture o pregiudizi su presunte inadeguatezze o incomprensioni che potessero sorgere se fosse almeno cominciata. Tuttavia non può passare sotto silenzio il fatto che un poeta tanto grande non abbia coinvolto il compositore fino al punto da indurlo a provare.

 

Non vorrei di certo far serpeggiare il dubbio che la mancanza di frequentazioni femminili nel vissuto reale pascoliano possa essere stato il motivo o uno dei motivi della recusatio, ma non si può e non si deve escludere che l’asessualità pascoliana riferita alla poetica sia stato per Puccini elemento di valutazione a favore della rinuncia.

 

I tentativi di caccia da parte della critica e dei biografi non sono mancati, soprattutto per effetto di due liriche vagamente intriganti riferite a possibili donne presenti nella vita del poeta, Per sempre e La tessitrice, entrambe da i Canti di Castelvecchio, ma lo sguinzagliamento dei curiosi veniva puntualmente sbarrato, nelle conclusioni, dalla sorella Mariù, la fide custode delle memorie, delle carte e della castità non solo poetica del fratello, al quale sopravvisse fino a quasi novant’anni di età, nel 1953.

 

Puccini la conobbe senz’altro in casa del poeta, inseparabile com’era dal fratello, lei, la sorella madre dedicataria di diverse poesie negli anni di Massa e Livorno, dell’elegia Sorella in “Myricae”, de La mia malattia e Maria nei “Canti di Castelvecchio”, presente in tutti i componimenti del ciclo familiare. Fu lei a raccogliere e a dare alle stampe il volume postumo Poesie varie, la raccolta di Traduzioni e Riduzioni da poeti greci e latini, i Carmina.

 

Se però si affacciava all’orizzonte il sentore che l’innocenza della poesia del fratello, la stessa che si era tanto affermata per purezza, bucolicità, pianto, animo e stupore di fanciullo, esortazione alla fratellanza, canto della natura e degli uccelli, potesse essere adombrata da sospetti di aspirazioni non proprio incorporee, Mariù vigilava sulla memoria di Giovannino – come il poeta era comunemente chiamato da familiari e amici - come il drago alla custodia del vello d’oro, probabilmente anche per proteggere la fortuna dell’opera pascoliana e la sua eco nel mondo.

 

Per La tessitrice si fece il nome di Erminia Tognacci, concittadina di San Mauro, morta fanciulla a Rimini nel 1878, e lo farebbe pensare anche il fatto che il componimento venne inserito dall’autore nel ciclo “Il ritorno a San Mauro” (sempre all’interno dei Canti di Castelvecchio). Si disse che il progetto di matrimonio venne impedito dalla sorella, fatto sta che Mariù, sulla possibilità di amare del fratello intervenne a dissipare ogni dubbio.

 

In una lettera del 18 gennaio 1916 a Luigi Pietrobono (1863-1960), il famoso critico noto anche come dantista, tenne a precisare che «la poesia d’amore nell’opera di Giovannino, intendo d’amore personale, non si trova. Egli non ne scriveva per principio. Diceva che la poesia d’amore è troppo facile e si può fare anche di fantasia senza sentirla affatto, anzi molto spesso i poeti che l’hanno fatta hanno avuto di mira un ideale della loro mente». E, a proposito di Per sempre, evocante in prima persona un amore tradito, aggiunge sempre al Pietrobono che si trattava di una poesia sognata dal fratello durante la notte, completa dei versi, ma siccome il sogno non aveva fornito versi «perfetti», lui «li perfezionò da desto».

 

Si dia uno sguardo ai primi versi del componimento (lui che parla) : Io t’odio?!…Non t’amo più, vedi, / non t’amo… Ricordi quel giorno ? / Lontano portavano i piedi / un cuor che pensava al ritorno. / E dunque tornai… tu non c’eri. / Per casa era un’eco dell’ieri, / d’un lungo promettere. E meco / di te portai sola quell’eco: / Per sempre!

Il finale (lui e poi lei) : Risposi: «Sei bimba e non sai / Per sempre che voglia dir mai!» / Rispose: «Non so che vuol dire? / Per sempre vuol dire Morire… / sì:addormentarsi la sera: / restare così come s’era, / Per sempre!».  

 

Difficile che un testo del genere, pur così tenue nella sua ambivalenza amore-odio già di reminescenza catulliana (cc. 75 e 85), accenda la fiaccola creativa di chi deve pensare al pentagramma e, soprattutto, a un personaggio o a dei personaggi dietro quelle note. C’è da chiedersi cosa Puccini potesse rimestare e acciuffare nel baule dei simbolismi del poeta-bambino che si stupisce di tutto, che piange i suoi morti, che sorride alla vita dei campi e ne canta oggetti, animali, suoni, impressioni come se li scoprisse per la prima volta.

 

Il compositore toscano non incoraggiò neppure formalmente un inizio di collaborazione perché sapeva che sarebbe stato inutile, che non  avrebbe funzionato, sapeva che il mondo pascoliano possedeva fermenti interessanti alla sua poetica ma troppo lontani dal suo assillo di concretezza, di parole giuste, di azioni che aderissero alla carne e al sangue degli umani: tutto ciò che era chiaramente sconosciuto alla sensibilità e all’esperienza pascoliane. La poesia di Giovannino bandiva nel suo pudore ogni riferimento casuale od esplicito o velato a presenze femminili che non fossero figure di famiglia o personaggi di un’incorporeità tale da impedire di guardare alla sua vita con curiosità morbosa.

 

Non perché dovesse preoccuparsi di nasconderle, ma perché non v’era nulla da dover nascondere : un nulla che a un campatore come Puccini non credo potesse sfuggire, come non può sfuggire il fatto che le sue donne teatrali non fossero – per quanto acquerellate dal gusto dell’epoca - così tanto sdegnose di attenzioni maschili. Potevano incontrarsi due visioni del femminino così opposte e che tipo di versi il poeta poteva offrire alla musica di Puccini, una musica che ha bisogno di accendere i sensi prima di divampare in estasi di amore e di morte come per quel “piccolo Tristano” denominata Manon Lescaut?

 

Se Puccini non vedeva e non sentiva le parole di un libretto farlo scattare infondendogli la smania di non staccarsi per tutta la notte dal pianoforte, l’ingordigia di provare e riprovare a centrare l’attimo o il silenzio giusti per una frase, non poteva mai accadere nulla nella trasfigurazione musicale così pregna di umori e di languori. Senza dannazione, vite consumate, giovinezze che si logorano, non c’era Puccini.

 

La rarefazione della sua musica non è la rarefazione della poesia pascoliana: l’una incarna delle realtà e delle persone che non vivono soltanto per pensare, sognare, struggersi in ricordi e nostalgie; l’altra non incarna niente e nessuno, evoca e simboleggia, insegue e si perde, trovando spiraglio e conforto nelle meditazioni sulla vita, la morte, la natura e le sue manifestazioni (il lavoro dei campi, gli uccelli, le mucche, il bosco, il mare, il temporale, l’acqua, l’alba, il tramonto, il vento, gli alberi, le montagne e via di seguito).

 

Vi coglieva tutti i suoni, scandendoli come ritornelli : chiù chiù, gre gre, trr trr trr terit tirit, sci sci sci, tac tac, tin tin, zisteretetet, rererere, sii sii, tellterelltelltelltelltell, finc finc, uid uid, don don, sì! sì!, sicceccè sicceccè, fru, dlin dlin, cu cu, chio chio chio chio, tri tri, scilp, vitt videvitt e quelli umani del lavoro agricolo o dell’intimità familiare: tient’a su (il taglialegna), stacci! stacci! stacci! (lo stacciaio), Zvanî (il nome del poeta, il Giovannino in dialetto romagnolo de La voce).

 

Compare uno dei motivi più frequenti della sua poetica, la simbologia degli uccelli spesso equiparata alla condizione dell’orfano – la rondine uccisa di X agosto, giorno dell’assassinio del padre, o Il nido di farlotti  - in cui si era trovato insieme a fratelli e sorelle dopo la tragedia familiare, un tema desunto dalle Operette morali di Leopardi (Elogio degli uccelli e Cantico del gallo silvestre): tanti i titoli dei componimenti dedicati a molte varietà di uccelli, ma in Puccini, al di fuori del pettirosso che dovrebbe rifare il nido per la speranza di Cio Cio San, diventa un po’ arduo trovare un’assimilazione del genere ai soggetti della propria poetica.

 

Quando il musicista scrisse al Caselli da Parigi, il 10 maggio ’98, per trasmettergli il fastidio provato a contatto con la grande città, aggiunse di amare il merlo, il capinero, il picchio e di odiare il cavallo, il gatto, il passero dei tetti, il cane di lusso. Come si nota, è uno spirito del decadentismo, contenuti compresi, completamente diverso. Puccini ha un approccio diretto con la vita e con gli altri, compone come vive, in cerca di sensazioni certe, palpabili, di sentimenti da rappresentare, di momenti da definire, non da evocare, da consegnare ad ombre della memoria. Quell’angosciosa vaghezza non precisata doveva dargli ai nervi come le schermaglie con i librettisti dimostrano, perché ansioso di cose vive, di perdizioni, di veleni, non di malinconie funeree.

 

Il Pascoli non aveva le innervature e le nevrosi del teatro che lo piegavano dentro, non poteva neppure immaginare di cosa vivesse un personaggio d’opera, essendo il suo mondo da un’altra parte, in un sogno ristretto a pochi spazi, gli unici varchi da cui uscire a respirare, gli stessi del suo universo poetico.

 

Eppure il poeta romagnolo non era sempre stato un fanciullone innocuo. Le avversità, i lutti familiari a catena, la morte impunita del padre, lo avevano inasprito e, come tutti i timidi, quando sbottava erano guai : nel 1876 perse una borsa di studio universitaria per aver fischiato Ruggero Bonghi, ministro della Pubblica Istruzione dal ’74 al ’76, nel ’79 scontò tre mesi nel carcere di San Giovanni in Monte a Bologna per aver preso parte a manifestazioni socialiste e per aver esaltato in un’ode Giovanni Passannante, attentatore il 17 novembre ’78 alla vita di Umberto I.

 

Dopo tanto patire per ultimare gli studi e dopo aver peregrinato a motivo dell’insegnamento, Barga gli sembrò il paese delle favole, dove regnavano il «bello» e il «buono» annunciati ai nuovi concittadini nel suo discorso di saluto un anno dopo l’insediamento nella casa dei sogni, ma ben presto dovette fare i conti con la realtà e con le amarezze che ne avrebbe ricevuto : con i contadini, con don Archimede Mancini per le nuove campane, con i protagonisti della vita politico-amministrativa locale, con i proprietari della casa, i Cardosi-Carrara, per ottenerne a fatica l’acquisto.

 

Fu un susseguirsi di guerre intervallate dai periodi dell’insegnamento universitario a Bologna (‘95-’98, 1905-’12), Messina (’98-1902), Pisa (1903-1905), e le tensioni non risparmiarono neppure i rapporti, dapprima buoni, con il suo mezzadro sul podere annesso alla casa, Giovanni Arrighi detto il Mère, il padre di Valentino, il contadinello scalzo vestito di nuovo celebrato dall’omonima poesia del ‘98 che ha accompagnato credo tutti fin dalle elementari. Anche con questa famiglia, definita «nido di vipere», vi furono aspri contrasti negli anni successivi al 1900 (il giovane Valentino emigrerà poi in America come tanti a quell’epoca). In mezzo alle burrasche coi vicini e nella solitudine personale, il rifugio di Barga divenne una fucina di ripiegamento interiore, ottima per far poesia, ma che non s’affacciava sul mondo degli altri e non lo faceva dialogare se non con se stesso, con le voci dei familiari defunti, con la nostalgia dei ricordi, con la contemplazione della natura, con la definizione di quel linguaggio animale da molti ritenuto “zoologico” per la sua precisione.

 

Non così Torre del Lago che Puccini adorava perché gli permetteva di vivere come voleva, oltre che di comporre in libertà, nel caos e nel silenzio, di andare a caccia di uccelli lacustri, avviare contatti, stendere intese, insomma un luogo di brume come già Sant’Agata per Verdi, ritenuta dallo stesso Bussetano zona non bella ma indispensabile per farsi venire le migliori idee musicali.

 

Tutto, perfino la morte, si trasforma in una componente del vivere e dell’amare : anche se fosse stata un’ossessione come per il Pascoli, Puccini la fa passare per i sensi, per tutti i capillari del corpo e le strade della vita, per quanto oscene siano. Se le case di poeti e letterati sono biblioteche e archivi viventi, quelle dei musicisti hanno perlopiù i libri che a loro occorrono, a cui attingere soggetti nati o mai nati, per il resto sono bazar di ogni genere e gusto, idem la villa di Torre così descritta ad Illica il 4 agosto ’93, per invogliarlo a raggiungerlo : «In casa mia, qui, esistono letti soffici, polli, oche, anitre, agnelli, pulci, tavoli, sedie, fucili, quadri, statue, scarpe, velocipedi, cembali, macchine da cucire, orologi, una pianta di Parigi, olio buono, pesci, vino di tre qualità (acqua non se ne beve), sigari, amache, moglie, figli, cani, gatti, rhum, caffè, minestre di varie forme, una scatola di sardine andate a male, pesche, fichi, due latrine, un eucaliptus, pozzo in casa, una scopa, tutto a vostra disposizione (tranne la moglie). Vieni».

 

È il disordine della sregolatezza quotidiana, l’inventario di cose pensate alla rinfusa, senza apparente importanza eppure così ricco di vitalità, di azione, di progetti – come indica la pianta di Parigi, preparatoria di Bohème – una conferma di simpatica canaglieria e di aderenza allo spirito da vagabondo. Tanti oggetti anche inutili diventano nelle sue opere non pezzi di arredo, ma cellule stesse dei personaggi, l’anima dell’ambiente in cui si muovono.

 

I contatti

 

Puccini, come ogni compositore che si rispetti, era sempre in cerca di novità e molte furono le idee per soggetti mai realizzati. Spesso su consiglio di Illica e dell’amica inglese Sybil Seligman, pensò ad autori italiani ma soprattutto stranieri: Pelléas et Mélisande di Maurice Maeterlinck, Notre-Dame di Victor Hugo, La Faute de l’abbé Mouret di Emile Zola, Tartarin di Alphonse Daudet, Teodora di Victorien Sardou, Mauvais bergers di Octave Mirbeau, Enoch Arden di Alfred Tennyson, La femme da La femme et le pantin di Pierre Louÿs (da affidare ai versi di Maurice Vaucaire con il titolo Conchita), The Duchess of Padua e A Fiorentine Tragedy di Wilde, Hanneles Himmelfahrt e Tessitori di Gerhardt Hauptmann, Anima allegra di Serafin e Joaquin Alvarez Quinterno, Don Pablo di Segovia di Francisco de Quevedo, La locandiera e Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni,  Lea di Felice Cavallotti, Margherita da Cortona di Valentino Soldani, un soggetto sugli ultimi giorni di Maria Antonietta, uno da Paul de Kock e, ancora, Poe, Dumas padre, Balzac, Shawe. Sul Tartarin scrisse ad Illica che il soggetto gli piaceva perché il pubblico era stanco di lacrime e avrebbe voluto ridere, impressione che lo indusse ad accantonare l’Hanneles di Hauptmann perché «troppo triste e uniforme», ma di fatto li scartò tutti non rispondendo – come si evince dai tipi di soggetto – al suo sentire lontano da ideali epici e romantici, tragedie storiche e commedie dell’arte.

 

Con il Pascoli un primo contatto si ebbe nel 1898, quando il compositore chiese e ottenne per la morte dell’amico lucchese Guglielmo Lippi, giovane medico, un epitaffio, al che il poeta a sua volta richiese la musica per l’Inno alla Sicilia, un coro-inno dedicato agli studenti di Messina. Puccini lo ringrazierà il 15 dicembre: «Ho letto la magnifica epigrafe e l’ho trovata sublime per concezione e affettuosità. Bravo col cuore. Per l’inno ben venga da parte sua e sarò onorato farci la musica». Di fatto però non accadde nulla e l’inno venne poi musicato da Giovanni Zagari.

 

Unico precedente di teatro giunse con il poemetto Il sogno di Rosetta, azione scenica musicata da Carlo Alfredo Mussinelli (1871-1955), nativo di La Spezia, definito dal poeta cieco veggente (era infatti cieco dall’infanzia), lavoro rappresentato con successo il 14 agosto 1901 al Teatro dei Differenti di Barga, poi al Teatro del Giglio di Lucca e a La Spezia. Composizione poetica destinata a collocarsi in appendice a Odi e inni, divenne dramma riproposto di recente, in occasione del centenario della prima rappresentazione, il 25 agosto 2001 nel giardino di Casa Pascoli su iniziativa della Fondazione Pascoli in collaborazione con la Misericordia di Castelvecchio, protagonisti il soprano Nicoletta Zanini, il tenore Leonardo de Lisi, il Coro di Voci bianche della Chiesa di Santa Rita di Viareggio, l’Orchestra Sinfonica “Carlo Alfredo Mussinelli” diretta da Marco Balderi. Spettacolo divenuto poi un Cd della Bongiovanni, etichetta sempre benemerita per le rarità.

 

Lo stesso poemetto venne musicato nel 1902 da Zandonai, mentre l’inno latino Corda Fratres glielo musicò Mascagni nel marzo dello stesso anno e Renzo Bossi, figlio del più noto Marco Enrico, fece altrettanto per il dramma Nell’Anno Mille che però non vide mai le scene. Soddisfazioni vicine al genere teatrale ne ebbe, sia pure di corta gittata, ma puntare su Puccini avrebbe rappresentato davvero molto, benché avesse le sue idee in materia di libretti quando con il Caselli affermò che «il dramma musicale non deve essere ridotto dal dramma prosaico e dal romanzo; ma deve essere concepito a sé».

 

Non poté mai sapere, essendo scomparso già da sei anni, come la pensasse Puccini nel 1918, quando a Carlo Clausetti scrisse che «il Poeta porta male al teatro lirico. Vi manca sempre il vero e spoglio e semplice senso umano. Tutto è sempre parossismo, corda tirata, espressione ultra eccessiva. La parola bella e varia che in musica non si sente lascia via libera al dramma, e questo è quello che non deve essere».

 

Intanto il poeta si era assestato con la nuova casa, riuscendo ad acquistarla nel 1902 con il ricavato della vendita delle medaglie d’oro vinte tredici volte con i Carmina al concorso internazionale di poesia latina, bandito annualmente dall’Accademia Hoefftiana di Amsterdam. Ne fece fondere sei di 250 grammi ognuna e le vendette, assicurandosi così il possesso dell’amata dimora di Castelvecchio. Con il compositore volle tornare alla carica, ma di librettisti nuovi l’altro non aveva bisogno e, sempre in quell’anno, gli rispose: «Ascriverei a grande fortuna il poter collaborare con lei! Ma l’argomento? Questo è il nocciolo duro!». Pretesto o no, il diniego è palese sul fatto sostanziale, l’argomento, “il nocciolo duro” che, sulla scorta di una buona conoscenza di Pascoli poeta, appare insormontabile.

 

Troviamo in una lettera al Caselli del 3 aprile 1903 l’accenno di Puccini a un invito rivolto al poeta a raggiungerlo a Torre del Lago, ma in realtà non c’era sotto alcuna volontà di collaborazione, solo di ottenere un discorso pubblico a Lucca poi tenuto dal concittadino Giovanni Rosadi (1863-1925), avvocato, deputato e sottosegretario alle Belle Arti. Eppure Pascoli orazioni ufficiali ne fece diverse, di natura politica, sociale, patriottica.

 

Tuttavia non finì lì. Il poeta gli chiese la musica per il poemetto sul ritorno di Ulisse, probabilmente L’ultimo viaggio dai “Poemi conviviali” del 1904, però non ebbe nulla. I versi sulla farfallina di quello stesso anno avrebbero forse voluto muovere qualcosa, far crollare delle riserve, ma personalmente non riesce ad abbandonarmi il sospetto – quasi un indizio – che Puccini ritenesse il Pascoli un poeta di cose mortuarie e che dunque l’ipotesi di lavorare su versi così distanti dalla realtà di un pubblico di teatro fosse davvero remota.

 

Mi pare che questa distanza sia oltremodo attestata da un’altra circostanza analoga, il desiderio di Puccini, trasmesso al poeta nel 1907, di avere un’epigrafe per i propri genitori Michele e Albina, sepolti nel cimitero di Lucca, ma questa volta Pascoli la prese per le lunghe indugiandovi fino al 1909 senza mai concludere, come sostenne Mariù nelle Memorie confermando che le due epigrafi rimasero allo stato di abbozzo. Se ne deduce che quelle tuttora esistenti sulle tombe dei genitori del musicista e attribuite per tradizione al Pascoli, non lo siano. L’oggetto delle uniche richieste avanzate riguarda dunque epigrafi funerarie. Si badi pure al particolare della richiesta del poeta concentrata su un inno e su un soggetto omerico, temi troppo distanti da sentimenti, suggestioni, figure presenti nello scenario cui s’ispira di norma il teatro lirico.

 

Non so fino a che punto Puccini conoscesse l’opera del Pascoli, ma se si è allungato per ben due volte nella casa di Castelvecchio un’idea doveva essersela fatta e, del resto, il poeta come si è detto aveva già dato alle stampe i maggiori lavori e fatto rappresentare Il sogno di Rosetta, andato in scena anche al Teatro del Giglio di Lucca, la città del musicista : un particolare che a questi non poteva essere sfuggito. Quello fu l’unico libretto di Giovannino, che nella sua produzione sfiorò appena la donna, inserendola come la vedeva lui, nell’inconsistenza di larve, di fanciulle che non hanno avuto il tempo di vivere, che passano dal limbo dell’adolescenza all’unica esperienza adulta della morte, ad essa arrivando all’improvviso senza aver conosciuto null’altro. Come lui.

 

Forse qualcosa vi fu ad attirare l’attenzione di Puccini, un’idea che si concretizzò parecchi anni più tardi quando il poeta era già morto e lo spinse a sbirciare ne I Poemetti del 1897, in terzine, che poi divennero i due volumi distinti dei Primi Poemetti (1905) e Nuovi Poemetti (1909). In essi il poeta aveva sviluppato il ciclo di Rosa e la vita della sua famiglia, tutti contadini, padre, madre, quattro figli, una storia d’amore tra lei, figlia maggiore, e il cacciatore Rigo su uno sfondo di verde natura e il ciclo di stagioni che accompagna, nel suo evolversi, quello dell’amore nella nascita, nello sboccio, nella fioritura delle nozze. Rosa dalle bianche braccia doveva chiamarsi, nella bozza di progetto del 1891, Reginella, di cui si è trovato fra le carte di Castelvecchio il documento programmatico.

 

Molly del poemetto Italy – dai “Nuovi Poemetti” – è invece una bambina, protagonista di una vicenda sul dramma dell’Italia che emigra. Vi si narra il ritorno di una famiglia di contadini di Castelvecchio dall’America al luogo d’origine, storia vera di Molly, una delle nipotine di Bartolomeo Caproni, lo Zi Meo del Ciocco, fattore e amico del poeta. Molly era Isabella Caproni, figlia di Enrico – uno dei figli di Zi Meo – che a Cincinnati nell’Ohio mise su un ristorante e rientrò poi in Italia con la figlioletta malata, per farla curare. Il poeta si adoperò molto e con affetto per concorrere al risultato, ma la poverina morì nel gennaio 1906, tre mesi prima di lui. Il poemetto invece, risalendo al 1904, ha un lieto fine, la piccola guarisce e gli emigranti fanno ritorno in America.

 

Diverse le eroine dei Carmina, poemetti scritti interamente in latino. Thallusa è una schiava cristiana alla quale è stato rapito il figlioletto e si affeziona ai figli dei padroni, venendone poi allontanata per i sospetti sulla sua fede Con questo componimento il poeta vinse per l’ultima volta ad Amsterdam nel marzo 1912, aggiudicandosi il primo premio. Anche Pomponia Graecina, moglie di un flamine, è cristiana e avrà un nipote ucciso nelle catacombe, ma per non essere separata dal figlioletto continua a fare offerte ai Lari.

 

Nei “Canti di Castelvecchio” ritroviamo una fanciulla, La figlia maggiore, colei che fa da madre ai fratelli senza che, dell’essere madre, conosca l’atto generante. Morirà prematuramente come la sorella del poeta, Margherita, uccisa dal tifo a diciotto anni (ché seppe, misera, un giorno, come si muore!). La tessitrice, che rammenta alla lontana la Silvia leopardiana che fila ma almeno canta, più che una donna è un’ombra, un silenzio, un fantasma che evapora, un tassello delle tante visioni incorporee che attraversano le ossessioni pascoliane: E non il suono d’una parola; / solo un sorriso tutto pietà. / La bianca mano lascia la spola. Tutto però è muto, lei è muta, la spola è muta, il pettine è muto, lei non fa che piangere, lui fa domande finché l’altra non si decide a parlare per dirgli che è morta e che vive soltanto nel cuore di lui: Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso / per te soltanto; come, non so; / in questa tela, sotto il cipresso, / accanto alfine ti dormirò. Nessuna di costoro è donna e nessuna, come La figlia maggiore, sa come si nasce avendo l’umile cuore che non sa nulla!

 

Pure vi fu un momento dell’animo pucciniano ad avvertire l’esigenza della purezza che non è necessariamente quella virginale, bensì quella dell’espiazione, della ricerca di altrui perdono o comunque del rimpianto di qualcosa. Uno scenario siffatto venne aperto, in  “Myricae”, da Le monache di Sogliano, suore agostiniane di Sogliano sul Rubicone dove nel ’74 si ritirarono per diversi anni le sorelle del Pascoli Ida e Maria, prima di ricongiungersi al fratello, docente a Massa, nell’87. Il poeta si chiese : Oh! qual colpa macchiò l’anima / di codeste prigioniere? / qual dolor poté precorrervi / la fiorita del piacere? / Queste bimbe, queste vergini / in che offesero Dio santo, / che perdòno ne sospirano / con sì lungo inno di pianto? Con Suor Virginia, considerato il componimento migliore dei “Primi Poemetti” queste idee si fecero più nette e, nella capacità della musica di armonizzare in mirabili sintesi tutte le immagini e tutti i pensieri, divennero con molta probabilità Suor Angelica, un personaggio atipico per una produzione come quella che Puccini aveva fino a quel momento realizzato.

 

La fine di Suor Angelica, se ben si riflette, è forse la più deprimente di tutta l’opera sua, dove cioè si avverte un’oppressione molto simile a quella espressa dal Pascoli, che vi introdusse, similmente allo spirito del finale in Le monache di Sogliano, apparizioni larvali e premonizioni di morte (l’incessante tum tum… tum tum… della morte che bussa all’uscio, finché Suor Virginia comprende e le corre incontro). Il nesso sembra quasi certo. Sappiamo che per il Pascoli la vita coincideva con la morte e, per una volta, Puccini, avvezzo ad associare alla morte non la vita ma l’amore più corrosivo, fu d’accordo.

  

E poi? Sarà un azzardo, ma a me pare difficile non pensare a Il sogno di Rosetta senza il bel sogno di Doretta da La Rondine (1917, 1920), la meno fortunata delle sue opere in popolarità, ma non dispongo di elementi per sostenerne la fondatezza.

 

In conclusione, sia chiaro che non si vuol far passare il pericoloso sospetto, men che mai da un’estimatrice del Pascoli come la scrivente, che la sua letteratura sia tutta incentrata sul funereo – poiché questo motivo va sempre inquadrato ed esaminato all’interno di una più vasta poetica - ma è indubbio che dalla morte fosse largamente pervasa e che questo aspetto sia stato determinante al defilarsi di Puccini, i cui personaggi stavano a dir poco, e per fortuna, agli antipodi.

 

C’è anche tanta poesia del Pascoli più serena, come quella d’ispirazione georgico-bucolica o quella delle meditazioni o dei ricordi d’infanzia, ma probabilmente a Puccini non interessavano o non ne sentiva il richiamo, circondato com’era da collaboratori più che collaudati e più che mai in sintonia con le sue esigenze di teatro. Sì, in lui musicista c’è dissolvenza, giovinezza che si sfalda, vite che bruciano in un soffio, passioni dalle ali tarpate, ma tutto è dentro la vita, tutto si combina con la vita, di cui la morte è solo un afflato e non può essere così invasiva da avvelenare l’esistenza per impedirsi di vivere.

 

Sarebbe bastato comprendere questo per intendersi, ma, se anche Puccini vi si fosse provato, Pascoli non avrebbe potuto capire: per lui la vita era e restava mistero, stupore avvolto dal sogno, accarezzato dai fantasmi dei ricordi, dalla voce dei morti e da quella del fanciullino, vera indole del vero poeta. Puccini la vita se la spese come volle e ne fece teatro.



 

 

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