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N. 47 - Novembre 2011 (LXXVIII)

L’ORO DI FILIPPO
LA RICCHEZZA MINERARIA NELLA MACEDONIA ANTICA

di Massimo Manzo

 

“Combatti con lance d’argento e conquisterai tutto”. Fu questo il responso dell’Oracolo di Delfi, interrogato da Filippo il Macedone.


Come sempre, la criptica frase della Pizia aveva sintetizzato in modo perfetto i segreti che avrebbero permesso al sovrano in questione di costruire un regno potente, in grado di imporre la propria egemonia sull’intera penisola ellenica.


Le lance dell’oracolo erano le sarisse, ovvero le micidiali picche utilizzate dalla falange macedone, e più in generale le importanti riforme militari attuate da Filippo per mezzo delle quali le sue armate sbaragliarono gli eserciti delle poleis greche; ma il riferimento all’argento è altrettanto importante, perché sintetizza altri aspetti, meno evidenti ma fondamentali, della politica dell’argeade.


In greco, infatti, la parola argento (αργύριον) è anche sinonimo di “moneta” o “denaro”, talché l’oracolo si riferiva sia alla corruzione, spesso utilizzata dal sovrano per “ammorbidire” le posizioni dei suoi avversari stranieri, che alle risorse minerarie, il cui sfruttamento intensivo fu uno dei capisaldi della politica economica del macedone.
Il territorio abitato in origine dagli antichi macedoni, ovvero la zona situata tra il monte Olimpo e Pieria, nel nord della Grecia, era straordinariamente ricco di risorse naturali. In particolare l'abbondanza di foreste di faggi, pini e frassini rendeva la Macedonia produttrice di legname di ottima qualità, preziosissimo per la cantieristica navale delle potenze marinare greche, come Corinto e soprattutto Atene.


Fu proprio la volontà delle poleis del sud di accaparrarsi legname a basso costo che le spinse a continue e pressanti ingerenze nella politica interna del regno macedone, fin dal regno di Aminta I (fine del VI secolo a.C.). Ancora alla vigilia dell'ascesa al trono di Filippo II, avvenuta in un frangente confuso e travagliato, Atene e Tebe intervennero militarmente per appoggiare candidati alternativi all'argeade, i quali presumibilmente avrebbero adottato politiche economiche favorevoli agli interessi ateniesi o tebani una volta conquistato il potere.


La debolezza del regno, minacciato di invasione e letteralmente 'accerchiato' dagli aggressivi popoli barbari confinanti, come Peoni, Illiri o Traci, costituiva infatti un'occasione unica per inserirsi nelle dinamiche dinastiche.


Quella fu però l'ultima volta che le poleis tentarono di instaurare in Macedonia un governo fantoccio. Con Filippo, il paese si emanciperà presto dalla tutela straniera, incamminandosi sulla strada dell'indipendenza fino a raggiungere l'egemonia regionale.


Oltre al legno, in Macedonia esistevano numerosissime miniere d'oro e d'argento, la maggior parte delle quali poco esplorate. La loro presenza era nota a tutti, ma il loro sfruttamento intensivo sarà una conseguenza diretta del potenziamento del regno. Non a caso alcune di esse si trovavano in zone di dubbia appartenenza, come ad esempio al confine con l'Illiria o la Tracia.


Una delle prime preoccupazioni di Filippo fu di assicurarsi il controllo di tali risorse minerarie, i cui proventi erano indispensabili per consolidare la propria posizione politica nel panorama internazionale dell’epoca.


Scongiurato il pericolo di invasioni straniere appena giunto al potere nel 359 a.C., l’ambizioso monarca pensò bene di avviare una riforma militare creando un esercito nazionale, formato da truppe macedoni a lui fedeli e riducendo gradualmente la presenza di mercenari.


In questo modo l’armata macedone, addestrata secondo principi tattici innovativi, diveniva un formidabile strumento da utilizzare per riunificare il regno, indebolito da continue lotte, per difenderne i confini, e in un momento successivo per pianificare nuove campagne militari espansionistiche.


Tra il 358 e il 356 la politica estera di Filippo fu diretta a minare gli interessi ateniesi nella penisola calcidica, ricchissima di miniere, le cui città erano da sempre utilizzate come basi commericiali e militari da Atene. Anfipoli, ad esempio, si trovava alle pendici del Monte Pangeo, celebre in antichità per le proprie risorse d’argento. La sua conquista da parte dello spregiudicato sovrano segnò il vero inizio della lunga guerra tra le due potenze, fatta di scontri aperti, riconciliazioni e ambiguità diplomatiche.
Successivamente l’attenzione di Filippo fu diretta al territorio della Tracia, anch’esso ricco di miniere auree. Approfittando dei momenti di debolezza del regno trace, l’argeade riuscì gradualmente a ridurne la pericolosità, fino ad annetterlo con una serie di campagne militari.


Conseguenza diretta dei successi politici di Filippo fu il grande impulso dato all’economia macedone attraverso lo sviluppo dei commerci portuali, il potenziamento delle vie di comunicazione e la fondazione di nuovi insediamenti (come la polis di Filippi, situata ad est della penisola calcidica). Nel corso del suo regno La coniazione di monete d’oro e d’argento fu inoltre talmente abbondante da “inondare” letteralemente i mercati, tanto da minacciare il predominio di Atene anche sul piano monetario.


In questo senso, alcuni storici hanno avanzato delle ipotesi interessanti, secondo cui alcuni tra gli esponenti di spicco del partito antimacedone ateniese sarebbero stati anche importanti “uomini d’affari” che avevano investito i loro proventi nelle miniere d’argento.


Il ritrovamento, nei pressi dell’agorà di Atene, di alcuni elenchi di nomi risalenti al IV secolo sembrano supportare tale tesi. In particolare personaggi come Fedro e Diotimo sono noti alle fonti storiche per essere stati impegnati politicamente al fianco di Demostene contro l’invadenza del “barbaro” Filippo.


Esisteva dunque una lobby economica antimacedone con interessi nelle miniere, tanto potente da influenzare scelte cruciali di politica estera? In realtà la stragrande maggioranza dei nomi trovati nelle iscrizioni è ignota; la presenza di qualche notabile conosciuto, seppur ricco e potente, non basta a supportare una tesi così ardita.


Anche dopo la definitiva sconfitta di Cheronea (338 a.C.) infatti, sappiamo che gran parte dei ricchi, ad Atene, godeva di notevoli rendite derivanti dallo sfruttamento delle risorse minerarie. E non è detto che Filippo non abbia trovato con loro un nuovo modus vivendi.


Una cosa è però certa: seguendo il consiglio dell’oracolo delfico, l’intraprendente sovrano lasciò al figlio Alessandro la più grande signoria d’Europa.



 

 

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