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N. 57 - Settembre 2012 (LXXXVIII)

Jim Crow

da giullare a oppressore
di Elisabetta Soro.

 

I, too, sing America.

I am the darker brother...

I, too, am America.

(I, Too di Langston Hughes)


Quando verso la fine del XV secolo i primi schiavi provenienti dall’Africa e dai Caraibi sbarcarono per la prima volta sul continente americano, vennero indirizzati principalmente verso le grandi piantagioni del Sud per la coltivazione del cotone. A quell’epoca nessuno avrebbe potuto immaginare che quella che allora veniva considerata “merce” a basso costo, diversi secoli dopo sarebbe diventata uno dei maggiori problemi della nazione. L’abolizione della schiavitù e la nascita di una fiorente industria negli Stati Uniti, non risolse di fatto il problema degli afroamericani: la fine della schiavitù non portò con sé l’uguaglianza dei diritti civili, poiché la maggioranza bianca continuò a difendere i propri privilegi praticando la separazione delle razze, e negando di fatto ai neri di usufruire delle stesse possibilità in ogni ambito politico e sociale.

Cenni storici

Nel 1860 la popolazione degli Stati Uniti contava poco più di trentun milioni di abitanti di cui quasi quattro milioni ancora in condizione di schiavitù. Era il Sud a vantare il triste primato di detenzione di schiavi che, a quei tempi, erano per la maggior parte di proprietà dei ricchi latifondisti. Durante questo periodo le relazioni tra razze erano fissate da schemi ben precisi e chiari a tutti.


Con la sempre maggiore diffusione di gruppi abolizionisti e iniziative a favore dell’affrancamento nelle varie comunità nel Nord del paese, la situazione andò mutando rapidamente.


Nel 1831 a Boston venne pubblicato per la prima volta The Liberator, un settimanale diretto da William Lloyd Garrison, che nei suoi 35 anni di vita, fino alla fine della Guerra Civile, si distinse per il suo intransigente sostegno all’immediata e completa emancipazione di tutti gli schiavi negli Stati Uniti.

 

I principali motivi di critica riguardavano l’eccessiva mole di lavoro a cui gli schiavi erano costretti, la separazione dalle famiglie e la mancanza di possibilità di crescita culturale.

 

I sostenitori della schiavitù, dal canto loro, la giustificavano come strumento per strappare gli schiavi alla barbarie in cui vivevano, per metterli in contatto con una realtà più evoluta, per garantirgli un lavoro e per aiutarli spiritualmente grazie alla conversione al cristianesimo. Pochi anni dopo il partito antischiavista dei “free soilers” scese in campo durante le elezioni del 1848 ottenendo un buon risultato di voti e quattro anni dopo venne pubblicato quello che ancora oggi viene definito il best seller dell’Ottocento: il romanzo di Harriet Beecher Stowe, La capanna dello zio Tom.

 

Uscito all’indomani dell’approvazione della Fugitive Slave Law, che decretava il dovere di denuncia degli schiavi fuggiti e la loro restituzione ai legittimi proprietari, il romanzo ebbe un profondo impatto sugli atteggiamenti nei confronti della schiavitù. La storia di questo schiavo nero tanto buono quanto devoto al suo padrone che muore perché si rifiuta di diventare un aguzzino nei confronti di altri, sembrò fare breccia nel cuore di tanti americani e contribuì efficacemente ad accrescere lo sdegno generale verso gli stati schiavisti.

 

Anche se non tutti apprezzarono la storia della Stowe (lo scrittore afroamericano James Baldwin nel suo saggio pubblicato nel Partisan Review nel 1949 e intitolato Everybody’s Protest Novel lo definì senza mezzi termini “un pessimo libro”), la scrittrice riuscì a sollevare un dibattito nazionale sulla situazione di prevaricazione che si stava vivendo. La risposta del Sud fu immediata, con la pubblicazione di romanzi, saggi e volumi in difesa della schiavitù che raffiguravano da un lato lo schiavista come un gentiluomo, in Slavery in the United States, e dall’altro gli schiavi come dei privilegiati inseriti in un sistema di protezione ideato per le classi più deboli al fine di eliminare l’anarchia economica e la competizione tra poveri.


Numerose persone tuttavia cominciarono a contravvenire alle leggi che obbligavano a riconsegnare gli schiavi fuggiaschi ai loro padroni, organizzando persino dei veri e propri percorsi di fuga assistiti. Memorabile è quello del 1859, quando John Brown e i suoi uomini fecero irruzione nel territorio della Virginia nel tentativo di liberare e armare gli schiavi. Catturati e processati vennero impiccati divenendo martiri della libertà per i loro compatrioti nordisti.


Nel 1861, alla vigilia della Guerra Civile, divenne presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, un deciso sostenitore della tesi unitaria e antischiavista. Approfittando dei poteri straordinari accordati al presidente in tempo di guerra, il 1° gennaio 1863 Lincoln proclamò l’affrancamento dalla schiavitù.


Gli afroamericani, che avevano preso parte a tutte le guerre fino ad allora combattute negli Stati Uniti, ora più che mai sentivano di avere uno scopo preciso: lottare per la libertà. All’indomani del richiamo alle armi di Lincoln, furono numerosi i neri che in tutto il Nord si offrirono volontari. Forse perché i bianchi erano convinti che gli africani mancassero di coraggio, forse perché secondo i vertici militari la loro presenza avrebbe portato più danni che benefici, o forse per il timore che armati avrebbero potuto insorgere contro i loro comandanti, sta di fatto che ovunque furono respinti. Il Dipartimento della Guerra non sembrava avere intenzione di arruolare delle truppe nere.

 
Ma mano che la guerra proseguiva, tuttavia, si fece necessario avere un numero sempre maggiore di soldati e alcuni comandanti decisero di arruolare gli schiavi fuggiti e quelli in cerca di asilo (i Contrabands), uno stato giuridico che impediva loro di essere restituiti ai loro proprietari.


A luglio del 1862 (un anno dopo lo scoppio della Guerra), il Congresso approvò un disegno di legge che autorizzava l’utilizzo delle truppe nere e il loro immediato arruolamento. Furono 180.000 i soldati neri che servirono nelle fila dell’Unione, costituendo circa il 10% del totale delle truppe federali, e quasi 29.000 servirono nella marina, costituendo quasi il 25% dei marinai dell’Unione. Anche le donne afroamericane diedero il loro contributo agli sforzi bellici, lavorando negli ospedali o nei campi militari. Molte si spostarono nelle aree liberate del Sud per creare delle scuole e aiutare gli schiavi emancipati a ottenere un’istruzione e la cittadinanza.


Sogni e speranze del popolo nero sembravano farsi più vicini. Durante il periodo della Ricostruzione successiva alla fine della Guerra Civile, diversi afroamericani parteciparono per la prima volta nella storia degli Stati Uniti e con un discreto successo alle elezioni politiche nel Sud. Furono eletti sedici neri nel Congresso e due di questi andarono al Senato. Dei sedici, tredici erano ex-schiavi. Sotto la loro influenza furono portate all’attenzione della politica diverse riforme tra cui quelle riguardanti l’istruzione pubblica e diverse modifiche al sistema penale e giudiziario del paese.


Ma alla fine della guerra si aprirono per unionisti (i vincitori) e confederati (i vinti) scenari molto diversi. Malgrado quattro anni di combattimenti il Nord, infatti, era diventato un paese prospero e il benessere aveva cambiato le condizioni di vita dei suoi abitanti. Proliferarono nuove industrie specie nell’ambito ferroviario e della produzione di ferro, legname e petrolio.


Coloro che per contro avevano servito nelle file confederate al loro rientro a casa trovarono desolazione e rovina. Il Sud fortemente provato dalla guerra riprese lentamente le sue attività. I grandi proprietari terrieri, impoveriti dalla svalutazione del denaro, dall’affrancamento degli schiavi e rovinati dalle imposizioni vessatorie degli stati vincitori, si videro costretti a frazionare i loro possedimenti a vantaggio di piccoli proprietari e anche per gli schiavi liberati la situazione sembrò improvvisamente peggiorare.

 

Privi spesso di mezzi di sussistenza difficilmente venivano reintegrati nelle vaste coltivazioni del Sud e molti decisero di migrare al Nord in cerca di fortuna. Ma la competizione per la ricerca di un lavoro stava diventando anche nelle città settentrionali motivo di crescente violenza. Inoltre era netta la differenza tra i neri colti del Nord e i contadini neo-emancipati del Sud. I primi erano maggiormente interessati a ottenere i diritti politici e civili negatigli. Gli ex-schiavi del Sud che, invece, conoscevano solo il lavoro duro nelle piantagioni e nelle fattorie, avevano come obiettivo primario l’ottenimento di una terra per il proprio sostentamento e l’indipendenza economica.

 

Tutti gli altri diritti dipendevano da questo. Durante la Ricostruzione diversi propositi erano stati fatti per procurare a ogni schiavo liberato “quaranta acri di terra e un mulo” e prima che Lincoln venisse assassinato, c’era l’effettiva possibilità che le terre confiscate ai proprietari delle piantagioni che avevano appoggiato gli sforzi bellici del Sud venissero ridistribuite agli ex-schiavi. Ma la politica dell’Unione sulle terre, anche prima della fine della guerra, era alquanto diversa.

 

Invece che assegnare agli schiavi affrancati una terra di loro proprietà gli venne chiesto di firmare dei contratti di lavoro con degli avventurieri nordisti ai quali le piantagioni erano state date in locazione per sostenere le truppe federali. Molti di questi locatari erano più interessati a fare soldi che ad aiutare gli schiavi affrancati, e gli ex-schiavi spesso si ritrovavano a lavorare tanto duramente quanto durante il periodo della schiavitù per dei salari ridicoli.


Quando Andrew Johnson, eletto vicepresidente di Abraham Lincoln, gli successe alla massima carica, gli ex-schiavi delle campagne videro sfumare davanti a sé ogni speranza. La politica di Johnson fu, infatti, quella di restituire le piantagioni ai vecchi proprietari. Pensava che questo fosse l’unico modo per spianare al Sud la strada per il suo ritorno nell’Unione riducendo al minimo le ostilità. Sfortunatamente furono gli afroamericani a fare le spese di questa politica. Molti ex-schiavi finirono per lavorare come mezzadri, imbrigliati in un sistema che li portò giorno dopo giorno all’indebitamento.


Inoltre gruppi di razzisti, esasperati dalla sconfitta e dalla precaria situazione lavorativa, si organizzarono in sette come il "Ku Klux Klan" e osteggiarono con vere e proprie persecuzioni i neri che tentavano di far valere i propri diritti da cittadini liberi.


Ben presto si cercarono nuove forme di limitazione alla libertà dei neri e la segregazione prese il posto delle catene. Le leggi sulla segregazione vennero introdotte contemporaneamente all’esclusione degli afroamericani dai registri elettorali. In Louisiana, per citare un esempio, nel 1896 erano registrati nelle liste elettorali 130.344 neri, nel 1900 ce n’erano solamente 5.320. L’intimidazione e l’inganno furono le forme più adottate per costringere i cittadini afroamericani a rinunciare al loro diritto.

Le leggi di Jim Crow

Gli anni che vanno dal 1877 al 1900 furono un periodo di nuove persecuzioni a danno della popolazione nera degli Stati Uniti, sia nel Nord che nel Sud del paese. Il partito repubblicano, garante per la libertà dei neri, revocò il suo supporto nel 1877 sotto la presidenza di Rutherford Birchard Hayes e diede così al Sud bianco la libertà di decidere come comportarsi con la popolazione afroamericana ivi residente. Abbandonati dal governo federale e privati del supporto del Nord, i neri del Sud vennero ben presto condotti all’impotenza politica, oppure forzati con l’intimidazione e l’inganno a sostenere delle linee politiche che andavano palesemente contro i loro interessi.


La privazione dei diritti civili, portata avanti attraverso la prepotenza e la violenza, fu gradatamente soppiantata nel Sud dall’esclusione legale degli afroamericani dal processo politico.


Il Mississippi nel 1890 fu il primo stato ad applicare delle nuove restrizioni al voto imponendo a ogni richiedente di interpretare una parte della costituzione a gradimento di un ufficiale di stato. Sebbene a prima vista il nuovo provvedimento non richiamasse in alcun modo la discriminazione razziale, era chiaramente inteso e utilizzato per eliminare i neri dalle liste elettorali.


Altri stati pian piano aggiunsero una clausola di “buona condotta” alla loro costituzione, richiedendo alcuni che ciascun iscritto alle liste elettorali avesse una raccomandazione da un cittadino di fiducia (cioè un bianco), altri aggiungendo una clausola del “nonno” che stabiliva che se il nonno di un aspirante elettore aveva votato nel 1860, non era necessario soddisfare i soliti requisiti di voto, oppure, in alternativa, un decreto che diceva che solo i cittadini bianchi potevano partecipare alle primarie, il che eliminava a tutti gli effetti gli afroamericani dalla vita politica nel Sud monopartitico. Alcune di queste restrizioni sono state eliminate solamente con il Federal Voting Act del 1965.


Insieme alla negazione dei diritti civili giunse anche la segregazione legalizzata. Molti abitanti del Sud, sia neri che bianchi, appoggiavano la separazione delle razze che aveva caratterizzato la maggior parte della vita durante la Ricostruzione. Negli atti del Convegno Nazionale degli afroamericani del Texas del 1883 si legge che il comitato si espresse a favore della separazione delle strutture pubbliche purché queste fossero realmente uguali a quelle dei bianchi e non di qualità inferiore.


Ma il timore della possibile perdita dei propri privilegi portò i bianchi ad imporre legalmente delle restrizioni alle attività degli afroamericani. I primi casi di leggi segregazioniste vennero applicate nel campo del sistema educativo. La segregazione sui mezzi di trasporto arrivò successivamente, anche se alcuni stati del Sud, come la Florida, già nel 1877 prevedevano che in treno ci fossero scompartimenti separati per le due razze.


Denominate “leggi di Jim Crow” questi nuovi ordinamenti giudiziari si rifacevano ai “Codici Neri,” i Black Codes, imposti tra il 1865 e il 1866 che controllavano ogni aspetto civile e legale della vita degli afroamericani. Secondo i codici, gli afroamericani avevano l’obbligo di lavorare senza possibilità di scelta del luogo o del lavoro stesso e se disoccupati venivano accusati di vagabondaggio e arrestati. Dei lavoratori veniva regolata l’intera giornata con orari di lavoro, doveri e codici di comportamento. Secondo i Black Codes, gli afroamericani non avevano il permesso di spostarsi da una città all’altra a meno che non avessero un’autorizzazione scritta. Dal 1866 i Black Codes furono aboliti perché giudicati dagli Ufficiali Federali troppo crudeli. Ma pochi anni dopo a questi subentrarono in forma quasi analoga le leggi di Jim Crow.


Il motivo che associa il nome “Jim Crow” ai “Black Codes” va ricercato nell’ambito teatrale:


Come listen all you galls and boys, I's just from Tuckyhoe,
I'm goin to sing a little song. My name is Jim Crow...

 

Queste parole sono tratte dalla danza Jump Jim Crow scritta e musicata nel 1828 da Thomas Dartmouth Rice, meglio conosciuto come “Daddy” Rice.


Rice, un attore in cerca di fama, si trovò quasi per caso a interpretare la parte di un africano che cantava questa canzone. Alcuni testimoni dell’epoca parlano di un vecchio schiavo nero claudicante, altri di un giovane straccione. Ma poco importa. Ciò che conta è che nel 1832 Rice apparve sul palcoscenico nei panni di “Jim Crow”, un personaggio tanto esaltato quanto stereotipato.


Rice fu uno dei primi a vestire i panni di un personaggio afroamericano, utilizzando del sughero bruciato per annerire la sua pelle. L’interpretazione di Rice sul palcoscenico fu così brillante ed esilarante che gli assicurò il tanto agognato successo portandolo da Louisville a Cincinnati a Pittsburg, a Philadelphia e infine a New York. In seguito, a grande richiesta, si esibì anche a Londra e Dublino.


Da quel momento “Jim Crow” divenne un personaggio di repertorio negli spettacoli di varietà dei menestrelli (una delle prime forme originarie americane di intrattenimento) insieme agli omologhi “Jim Dandy” e “Zip Coon”.


Il pubblico euroamericano sembrava divertito dal ritratto dell’africano cantante, ballerino e buffone e gli spettacoli facevano puntualmente il tutto esaurito.


Sulle orme di Rice, giustamente considerato il “Padre dei Menestrelli d’America”, nel 1843 nacquero i “menestrelli della Virginia” che con violini, tamburini e banjos imitarono le danze e i canti africani aprendosi così la strada del successo.


Il personaggio di “Jim Crow,” pigro, furbo, imbroglione, bugiardo e ladro, divenne col tempo l’emblema dell’afroamericano come lo vedevano gli euroamericani e ovviamente la crescente popolarità degli spettacoli dei menestrelli non fece altro che favorire la diffusione della nuova connotazione del termine. Il teatro di Rice e dei suoi imitatori contribuì a divulgare la convinzione che gli afroamericani fossero dei fannulloni, sciocchi, geneticamente tarati, la cui specie subumana li rendeva indegni di integrazione.


Daddy Rice, il Jim Crow originale, divenne ricco e famoso grazie alle sue abilità da menestrello. Tuttavia, condusse una vita stravagante e morì povero a New York il 19 settembre 1860. Anche gli spettacoli dei menestrelli, che videro l’apice del loro successo tra il 1850 e il 1870, persero via via di importanza per scomparire del tutto con l’avvento degli spettacoli cinematografici e poi della radio.


Il nome “Jim Crow”, invece, continuò ad assumere nuovi significati fino al 1877, anno in cui vennero approvate una serie di statuti e leggi che segregavano gli afroamericani e che operarono principalmente, ma non esclusivamente, negli stati del Sud e in quelli limitrofi fino alla metà del 1960.


Forse non è proprio un caso che l’epiteto di “Jim Crow” abbia assunto in seguito questa triste connotazione segregazionista dato che il Jim Crow teatrale rappresentava l’africano ribelle che si opponeva alla figura servile, buona e infantile dei “negri” degli anni della schiavitù.


Le “leggi di Jim Crow” erano la chiara dimostrazione dell’intenzione dei bianchi di relegare e tenere ai margini della società l’africano pericoloso e sovversivo.


La necessità di trovare una qualche giustificazione all’abominio della schiavitù e della segregazione spingeva gli americani ad avventurarsi nel terreno della pseudo-scienza. Da qui le tesi della predominanza di una razza sull’altra. Ministri cattolici e teologi sostenevano che i bianchi erano il popolo prescelto da Dio, i neri erano condannati ad essere i loro servi, e che Dio sosteneva la segregazione razziale. Craniologi, eugenisti, frenologi, e darwinisti, tentavano di trovare teorie che dimostrassero la naturale inferiorità degli afroamericani rispetto agli euroamericani, specie a livello intellettuale. L’economia della piantagione si basava su una forza lavoro gratuita, quindi anche i politici dovevano sostenere la segregazione razziale, con comizi sui pericoli che un’integrazione avrebbe causato: l’imbastardimento della razza bianca tra gli altri.


Anche i giornalisti ebbero un ruolo determinante nella già precaria situazione, fomentando l’odio delle folle nei confronti degli afroamericani con la pubblicazione di articoli denigratori. Ad Atlanta nel 1906 si verificò una vergognosa sommossa razzista che durò parecchi giorni. Una folla inferocita e incontrollata, accesa da vaghi e inconsistenti articoli sulla stampa che farneticavano di donne bianche violentate, infuriò per le strade picchiando per strada gli uomini di colore e violentando le donne afroamericane per vendetta. Morti, case distrutte, beni saccheggiati furono le tristi conseguenze di questo increscioso episodio.


I pregiudizi e l’ideologia degli euroamericani alimentavano naturalmente il tessuto socio-culturale che sostenne le “leggi di Jim Crow” per un periodo così lungo.


Gli americani erano convinti della loro supremazia sugli afroamericani in tutte le manifestazioni umane più importanti: l’intelligenza, l’etica e il comportamento civile. La paura delle unioni interrazziali che avrebbero portato alla distruzione della razza bianca rendeva necessario l’uso della violenza per mantenere l’ordine morale ed evitare che si verificassero episodi così spiacevoli. Da qui la pratica del linciaggio, la forma più estrema di violenza razziale che serviva da controllo sociale e intimidazione al tempo stesso.


Il linciaggio era un evento abbastanza comune nelle zone di frontiera dell’Ovest e nel Sud. Ma mentre nell’Ovest del paese era di solito conseguenza dell’assenza di tutori dell’ordine o della loro debolezza, al Sud vi si ricorreva in palese disprezzo della legge, spesso dopo un regolare processo e una condanna, per soddisfare la passione di alcuni.

 

Secondo alcune indagini del periodo basate principalmente sui resoconti apparsi sui quotidiani del tempo, dal 1° gennaio 1885 al 1° giugno 1916 il numero dei linciaggi ai danni degli afroamericani furono 2.843, senza contare tutti gli episodi sfuggiti alla cronaca. Di solito i bianchi giustificavano la pratica del linciaggio come un mezzo per difendere le loro donne dalle aggressioni a sfondo sessuale dei neri.

 

Ma una ricerca ha rivelato che nel periodo tra il 1889 e il 1918 solo un caso di linciaggio su sei era da mettere in relazione con episodi di stupro o tentato stupro, che la maggior parte delle persone accusate erano innocenti, e che almeno una cinquantina di neri vittime di linciaggio erano donne, alcune addirittura incinta.


In realtà le cause che più spesso davano origine a un linciaggio erano, nell’ordine, l’assassinio, il furto e altri reati ai danni della proprietà, veri o presunti che fossero. Spesso durante un linciaggio si verificavano episodi di sadismo con torture e mutilazioni. Molte vittime del linciaggio venivano alla fine impiccate o sparate, alcuni bruciati al rogo, altri bastonati, scuoiati o smembrati.


W.E.B. Du Bois, attivista, storico, saggista, editore, poeta e direttore responsabile per 25 anni del periodico The Crisis, l’organo ufficiale che faceva capo alla National Association for the Advancement of the Colored People (NAACP - l’Associazione Nazionale per il Progresso della Gente di Colore), diede ampio spazio all’interno della sua rivista alle cronache di incidenti a sfondo razziale, particolarmente a quelli di natura violenta. Vivide descrizioni di linciaggi, sommosse, gruppi di prigionieri incatenati gli uni agli altri e costretti ai lavori forzati riempivano mensilmente le pagine del giornale.



 

 

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