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N. 34 - Ottobre 2010 (LXV)

Islam, socialismo e camaleontismo
La parabola di Al Qaddafi

di Lawrence M.F. Sudbury

 

Certo il personaggio è di quelli che non lasciano indifferenti: centinaia di capi di stato visitano l’Italia ogni anno, ma solo Muhammar Gheddafi (o meglio, con una traslitterazione dall’arabo un po’ più precisa di quella normalmente utilizzata, Mu’ammar al-Qaddafi) può riuscire a riempire le pagine dei giornali come in occasione della sua ultima visita del mese scorso.

 

D’altra parte, chi altro presentandosi in un paese straniero in visita di stato, si porterebbe dietro una tenda beduina in cui soggiornare, uno stuolo di cavalieri berberi con relativi cavalli e una squadra di amazzoni-guardie del corpo pronte a sacrificare la loro vita per lui?

 

Chi altri chiederebbe di organizzare un incontro con 500 hostess (pagate) da catechizzare sull’Islam, con tanto di regalo di una copia tradotta del Corano?

 

Chi altri, con un tratto diplomatico a dir poco “inusuale”, non solo non si periterebbe di chiedere cinque miliardi all’Unione Europea per bloccare l’emigrazione clandestina che investe il nostro continente a partire dal suo paese, ma arriverebbe addirittura ad affermare che, in pratica, risulta inevitabile che a breve l’intera Europa si convertirà alla religione del Profeta?

 

Anche dal punto di vista politico, le reazioni provocate dal “colonnello” (per autonomina, visto che il suo ultimo grado nell’esercito libico è stato capitano) sono state a dir poco diseguali: se da una parte si vantano rapporti privilegiati con lui e si considerano tali rapporti come una chiave per uno sviluppo commerciale in tutta l’Africa, dall’altra si è sollevato un coro piuttosto “bipartisan” contro l’idea di essersi piegati alle sue “stranezze” e di aver fatto dell’Italia un palcoscenico per i suoi proclami.

 

Questioni di schieramenti interni e di alleanze politiche, certo, che, ovviamente, risultano contingenti: ben più interessante, allora, risulta cercare di capire chi sia quest’uomo odiato o idolatrato che, al di là delle sue eccentricità, a lungo è stato in grado, come vedremo, di tener testa alla più grande potenza militare del pianeta e ancor oggi non si perita, come nel caso del recentissimo braccio di ferro con la Svizzera, di rompere relazioni diplomatiche per questioni meramente personali.

 

In realtà, della gioventù di Qaddafi prima della sua presa di potere in Libia (avvenuta a soli 27 anni), si sa ben poco, sia per la difficoltà di reperire dati storici all’interno dei clan bedu da cui la sua famiglia proviene, sia per uno stretto riserbo che l’ex ufficiale ha, stranamente visto le sue predisposizioni all’esternazione e all’autoincensamento, sempre dimostrato e che ha fatto nascere una ridda di pettegolezzi sulle sue origine, da quello relativo all’essere figlio illegittimo di un ufficiale corso dell’aeronautica della Francia libera di stanza in Libia durante la II Guerra Mondiale a quello riguardante una sua discendenza ebraica, come figlio di una ebrea convertita scacciata dalla sua famiglia per aver sposato un musulmano: nessuna delle ipotesi è, però, stata provata, anche se, almeno parzialmente, la prima potrebbe spiegare la lunga ostilità con l’occidente e la seconda il rapporto difficile con la “razza ebraica” che lo ha portato, subito dopo la “rivoluzione”, a scacciare tutti gli ebrei da Cirenaica e Tripolitania.

 

Di certo, comunque, il rapporto altalenante e a lungo apertamente ostile nei confronti dell’Italia deriva dall’essere nato presso Sirte, nell’allora provincia coloniale fascista di Misurata e dall’essere rimasto ferito a sei anni dallo scoppio di una bomba italiana inesplosa che provocò la morte di due suoi cugini: sia quest’ultimo episodio che l’odio instillatogli dal suo clan per l’occupazione italiana sono stati riferiti, nel corso di varie interviste, dal diretto interessato.

 

Dopo aver frequentato, dai quattordici ai diciannove anni, la scuola coranica di Sirte, nella quale si distinse per quell’incrollabile fede islamica che, a quanto pare, sembra ancora animarlo, Qaddafi, nella migliore tradizione bedu, entrò nell’Accademia Militare di Bengasi, al termina della quale e dopo un breve soggiorno di specializzazione in Gran Bretagna, ebbe, nel 1968, la sua prima (e unica) nomina come capitano di una unità militare nella sua regione natale.

 

Già ai tempi della scuola coranica, il neo-ufficiale era entrato in contatto con le idee nazionaliste e relative ad una “via araba al socialismo” del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, rimanendone molto colpito, ma era stato nel periodo dell’Accademia che il giovane Qaddafi aveva sviluppato, proprio a partire dalle idee nasseriane che aveva fatte proprie, una profonda ostilità per il governo di re Idris, che, come molti altri militari e comuni cittadini, riteneva corrotto, infiltrato da elementi sionisti e prono ai voleri neo-coloniali occidentali.

 

Per comprendere quanto ci potesse essere di sensato in simili opinioni, è necessario dare una rapida scorsa a quanto era accaduto nel paese al termine della II Guerra Mondiale.

 

Il 21 novembre 1949 l’Assemblea generale dell’ONU aveva approvato una risoluzione in cui si affermava che la Libia dovesse diventare una nazione indipendente (dopo essere stata parte dell’Impero turco per poi divenire colonia italiana) prima del 1 gennaio 1952. 

 

I negoziati all’O.N.U., in rappresentanza del popolo libico, erano state affidati dai vari clan dominanti a Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi, una guida sufi già emiro della Cirenaica e della Tripolitania e strenuo sostenitore (con l’appoggio della Gran Bretagna) dell’indipendenza dal Regno d’Italia, e, quindi, quando la Libia, il 24 dicembre 1951, divenne il primo stato a raggiungere l’indipendenza attraverso le Nazioni Unite, sembrò naturale a tutti che il paese si trasformasse, come sancito dalla costituzione varata nell’ottobre 1951, in una monarchia costituzionale federale guidata proprio da re Idris I, i cui poteri risultavano notevolmente ampi.

 

I problemi derivanti da tale eccessiva concentrazione di potere nelle mani reali non tardarono a farsi sentire già subito dopo le prime elezioni generali del febbraio 1952, quando i partiti politici furono aboliti, il governo federale entrò in conflitto con quelli locali della federazione nel tentativo di accentrare la politica nazionale e re Idris incominciò ad attuare una politica assolutistica.

 

Tutti questi elementi, rientrando nel normale assetto governativo nord-africano, avrebbero potuto essere tranquillamente assorbiti dalla popolazione, se non fosse stato per la volontà del re di mantenere i suoi contatti con l’occidente che lo portò a stipulare, nel 1953, un trattato ventennale di amicizia e alleanza con la Gran Bretagna in base al quale quest’ultima avrebbe avuto basi militari in territorio libico in cambio di aiuti finanziari e militari e, l’anno successivo, un accordo con gli Stati Uniti, a cui si prometteva il diritto di costruire basi militari e un poligono aereo nel deserto (la Wheelus Air Base) in cambio di sovvenzioni economiche. 

 

Nello stesso periodo, la Libia strinse legami segreti con Francia, Italia, Grecia e Turchia, che offrirono programmi di aiuto tecnico e sociale, ottenendone in cambio mano libera nel gestire l’economia del nuovo stato.

 

Ciò portò certamente ad un miglioramento del bilancio statale, ma il ritmo di crescita fu lento e la Libia rimase a lungo un paese povero e sottosviluppato fortemente dipendente dagli aiuti stranieri.

 

La situazione cambiò improvvisamente e drammaticamente nel giugno del 1959, quando i prospettori della Esso confermarono la presenza di grandi giacimenti petroliferi a Zaltan in Cirenaica e di numerosi altri pozzi sparsi nella regione: lo sfruttamento commerciale dell’estrazione del greggio venne rapidamente sviluppato dai proprietari delle concessioni, con un ritorno del 50% dei profitti globali che, sotto forma di tasse, andava alla Libia, rendendola una nazione indipendente, ricca e con ampie potenzialità di sviluppo.

 

Su questa base, nel 1963 venne lanciato da governo un piano quinquennale che, però, cercando di favorire in ogni modo lo sviluppo di investimenti stranieri in campo industriale, non solo deprimeva nettamente il settore agricolo, principale fonte di sostentamento di gran parte della popolazione, ma aboliva anche l’assetto federale a favore della centralizzazione e manteneva la Libia, pur parte integrante della Lega Araba e co-fondatrice dell’Organizzazione per l’Unità Africana, ai margini del mondo arabo, come chiaramente dimostrato dal basso profilo tenuto dal paese nel conflitto arabo-israeliano.

 

Con questi presupposti legati al neo-colonialismo e fortemente opposti al trend nasseriano allora in pieno sviluppo, era ovvio che il governo di re Idris non suscitasse nessuna simpatia sia nelle masse che, tantomeno, in un esercito imbevuto di idee provenienti dal vicino Egitto.

 

A farsi portavoce del malcontento fu un gruppo di ufficiali intermedi, guidato proprio da Qaddafi, che, approfittando dell’assenza del re, in Grecia per trattamenti medici, il 26 agosto 1969 organizzò un colpo di stato incruento che portò, il 1 settembre, alla dichiarazione di deposizione di Idris, all’arresto dell’erede al trono, principe Sayyid Hasan ar-Rida al-Mahdi as-Sanussi (a cui venne poi riservato, con la sua famiglia, un trattamento terribile, con anni di arresti domiciliari, confisca di tutti i beni e, infine, con l’assegnazione come abitazione di tre cabine presso i bagni pubblici di una spiaggia di Tripoli, cosa che gli provocò un ictus paralizzante a 60 anni e la conseguente morte due anni dopo) e alla proclamazione della “repubblica araba”.

 

Il paese venne posto sotto il governo di un Consiglio di Comando della Rivoluzione, formato da 12 militari di tendenze panarabe presieduti dal giovane capitano Qaddafi, che subito salì al grado di colonnello. Pochi mesi dopo, accentrando sempre più il potere nelle sue mani, egli assunse anche il titolo di primo ministro, che, però, abbandonò nel 1972, mantenendo, comunque, il ruolo di comandante supremo dell’esercito.

 

In brevissimo tempo Qaddafi si impose nettamente sulla giunta, diventando di fatto dittatore assoluto della “Jamahiryya” (neologismo coniato nel 1977 dal colonnello per indicare il “governo delle masse”) Islamica e sviluppando un regime basato su una miscela molto particolare di nazionalismo arabo, stato sociale e (pseudo-)democrazia popolare definita “Socialismo Islamico”.

 

Nella pratica, si doveva trattare di una sorta di “terza via” tra comunismo e capitalismo, con l’unione dei principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia cosi come in seguito esposto in quel “Libretto Verde” che, pubblicato in tre volumi tra 1975 e 1979, sul calco del “Libretto Rosso” di Mao doveva essere il testo di riferimento per comprendere l’ideologia del nuovo stato.

 

Nella realtà dei fatti, comunque, non tutto andò nella direzione di quel “paradiso dei cittadini arabi” che Qaddafi aveva preconizzato: se è vero che vi fu un innalzamento del salario minimo dei lavoratori, una loro partecipazione alla gestione delle aziende e, soprattutto grazie ai maggiori introiti petroliferi, dal 1977 in poi, una notevole campagna di lavori pubblici con la costruzione di strade, ospedali e acquedotti, è altrettanto vero che il nuovo regime si presentò immediatamente come repressivo nei confronti di ogni libertà individuale, con una adozione strettissima della Sha’aria islamica (con eliminazione dell’alcol da tutto il paese, chiusura di ogni locale notturno e norme morali rigidissime) e con l’eliminazione fisica di ogni voce dissidente, sia all’interno che all’esterno del territorio libico, fino all’editto del 26 aprile 1980 in cui si ordinava il rientro di ogni oppositore politico in Libia per essere giudicato da un tribunale rivoluzionario o, in caso di disobbedienza, la condanna a morte in contumacia per qualunque libico osasse criticare il nuovo assetto statale (e, infatti, nove oppositori della dittatura vennero assassinati in Europa, cinque dei quali in Italia).

 

Nella pratica, dunque, il governo libico si caratterizzava e continua a caratterizzarsi come una sorta di autocrazia populista, in cui si fa grande ostentazione di termini quali “emancipazione popolare” o “educazione delle masse”, si vanta l’unicità dell’idea (anch’essa sviluppata nel “Libretto Verde”) di una piccola azienda privata e di una grande azienda nazionalizzata e si dà enorme risalto a elementi propagandistici, come quelli che, per un presunto taglio alle spese pubbliche (in realtà per ragioni di sicurezza), da sempre portano Qaddafi a dormire in tende beduine (per altro lussuosissime) o che lo hanno portato, nel corso del tempo, ad abbandonare, in nome di una “alternanza democratica”, tutti i suoi incarichi (pur rimanendo, come “Guida della Rivoluzione” padrone assoluto della vita e della morte di ogni libico e centro unico decisionale di tutto il paese), ma in cui viene negato ogni forma di diritto democratico.

 

Al di là della continua negazione della libertà dei suoi connazionali, Qaddafi sì è, soprattutto, reso protagonista, fin dalla rivoluzione, di incredibili violazioni del diritto internazionale. Già dal 1969 il colonnello nazionalizzò tutte le proprietà petrolifere straniere (nonostante contratti legalmente sottoscritti dal governo precedente) e tutte le basi militari anglo-americane (espropriate con il materiale bellico in esse contenuto) e, il 15 ottobre 1970, con un atto a dir poco proditorio, al fine di “restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”, espulse tutti i 20.000 italiani presenti nella ex-colonia, privandoli di ogni avere (inclusi i contributi INPS versati, trattenuti come presunto “danni di guerra”).

 

Sempre in quel periodo, alla ricerca di una unita pan-africana, il dittatore non si peritò di sostenere regimi folli come quelli di Amin in Uganda e di Bokassa nella Repubblica Centroafricana e di propugnare la nascita di una fantomatica entità politica che avrebbe dovuto denominarsi Stati Uniti d’Africa e che, naturalmente, non vide mai la luce.

 

Fu, però, negli anni ‘80 che la politica anti-occidentale libica raggiunse il suo culmine: Qaddafi divenne un aperto sostenitore di gruppi terroristici come l’IRA, l’ETA e Settembre Nero (fornendo finanziamenti, materiale bellico e addestramento militare), si rese responsabile di attentati (la cui paternità, a dire il vero, non fu mai provata essere libica, sebbene i sospetti fossero fortissimi) in Italia, Gran Bretagna e Francia e arrivò a lanciare un missile contro la Sicilia per questioni di violazioni di acque territoriali.

 

Questo atteggiamento rese a poco a poco la Libia il nemico numero uno dell’occidente e le tensioni raggiunsero il loro apice quando Reagan venne eletto presidente degli Stati Uniti: l’amministrazione Reagan vedeva la Libia come uno “stato canaglia belligerante” a causa del suo atteggiamento intransigente in materia di indipendenza palestinese, del suo sostegno all’Iran nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein (1980-1988), e dei suoi aiuti ai “movimenti di liberazione” di tutti gli stati in via di sviluppo, tanto che il presidente arrivò a soprannominare Qaddafi il “cane pazzo del Medio Oriente” e a vietare l’importazione di petrolio libico nei cinquanta stati federali e l’esportazione di tecnologia statunitense nella Jamahiryya.

 

Inizialmente gli stati europei non seguirono gli USA in queste decisioni, ma, nel 1984, quando la funzionaria di polizia britannica Yvonne Fletcher, in servizio di sorveglianza durante una manifestazione di protesta davanti all’ambasciata libica di Londra, venne uccisa da un colpo di arma da fuoco esploso dall’interno dell’ambasciata stessa (i responsabili, avvalendosi dell’immunità diplomatica, non furono mai assicurati alla giustizia), si ebbe la rottura delle relazioni diplomatiche tra Libia e Regno Unito (relazioni riprese solo oltre dieci anni più tardi).

 

Infine, dopo alcuni attacchi americani a motovedette libiche che rivendicavano acque territoriali all’imboccatura del Golfo della Sirte nel gennaio-marzo 1986 (le rivendicazioni territoriali non erano nuove al colonnello, come prova la ventennale guerra di confine con il Chad), il 15 aprile 1986 Reagan ordinò la cosiddetta “Operazione Eldorado”, consistente in un bombardamento di obiettivi sensibili a Tripoli e Bengasi che provocò la morte di 45 militari e di 15 civili, tra cui una figlia adottiva di Qaddafi (che, a quanto pare dalle ultime versioni in circolazione, si salvò solo grazie all’avvertimento preventivo dell’allora premier italiano Bettino Craxi, in completo disaccordo con l’iniziativa americana).

 

Arriviamo così al 21 dicembre 1988, quando un aereo della Pan Am esplose sopra la cittadina scozzese di Lockerbie, provocando la morte delle 259 persone a bordo e di 11 cittadini della località britannica.

 

Subito le indagini si concentrarono su due cittadini libici, la cui responsabilità nell’attentato risultava così evidente da indurre l’ONU a chiedere al governo di Tripoli l’arresto dei due sospettati e la loro estradizione in Scozia. Al rifiuto di Qaddafi, le Nazioni Unite votarono la Risoluzione 748, che sanciva durissime sanzioni commerciali contro lo stato nordafricano, che, da parte sua, stava già vivendo una discreta contrazione economica.

Per la maggior parte degli anni ‘90 la Libia visse, dunque, in una situazione di embargo e di isolamento diplomatico.

 

Solo per intercessione del presidente sudafricano Nelson Mandela, in visita ufficiale da Qaddafi nel 1997, e del Segretario generale dell’ONU Kofi Annan, si riuscì, nel 1999, ad ottenere una soluzione compromissoria tale per cui gli imputati vennero consegnati per essere processati presso la Corte Internazionale dell’Aja in cambio della sospensione delle sanzioni internazionali (sebbene quelle statunitensi rimanessero in vigore).

 

La vicenda giunse, comunque, finalmente a conclusione solo nel 2003, quando, due anni dopo la condanna di uno dei due imputati, la Libia, in una lettera alle Nazioni Unite, accettò di assumersi formalmente “la responsabilità delle azioni dei suoi funzionari” per quanto riguardava l’attentato e di pagare un risarcimento fino a 2,7 miliardi di euro o fino a 10 milioni di dollari ciascuno alle famiglie delle 270 vittime. Venti giorni dopo, Gran Bretagna e Bulgaria co-sponsorizzarono una risoluzione ONU, che aboliva le sanzioni sospese.

 

La missiva di Qaddafi all’ONU segnava, in qualche modo, una importante inversione di rotta nella politica del colonnello, che da quel momento in poi sembrò fare di tutto per “sdoganarsi” nei confronti dell’occidente. In questo senso, alcuni passi risultarono fondamentali:

- già dal 1999, cioè in epoca ben precedente l’attacco dell’11 settembre, la Libia si impegnò a combattere Al Qaeda e a permettere libero accesso agli ispettori internazionali per controllare i propri depositi di armamenti (cosa mai avvenuta semplicemente perché la Libia non era già più ritenuta un pericolo dall’amministrazione Bush);

- dopo l’11 settembre 2001, Qaddafi stigmatizzò duramente l’attentato alle Torri Gemelle e apparve sulla emittente ABC in una intervista concessa a George Stephanopulos;

- dopo la caduta di Saddam Hussein, nel 2003, il leader della Jamahiryya rinnovò l’invito agli osservatori internazionali di controllare il suo programma militare e si dichiarò disposto a distruggere ogni arma di distruzione di massa in suo possesso. Sebbene l’amministrazione Bush abbia parlato di un atto dovuto alla paura di possibili ritorsioni, appare più verosimile che tali azioni rientrassero pienamente nel tentativo del colonnello di rilegittimarsi agli occhi dell’occidente (e, infatti, tre anni dopo la Francia concluse un accordo con la Libia per sviluppare un programma nucleare congiunto a scopi pacifici);

- nel marzo 2004 il premier britannico Tony Blair incontrò pubblicamente Qaddafi in una visita ufficiale a Tripoli e ne elogiò pubblicamente le nuove propensioni a fungere da ponte tra occidente e mondo arabo;

- il 15 maggio 2006 il Dipartimento di Stato americano ripristinò piene relazioni diplomatiche con la Libia, che venne rimossa dalla “lista nera” degli stati fiancheggiatori del terrorismo (evidentemente non tenendo conto del “terrorismo interno”, visto che, poco più di tre mesi dopo, Qaddafi invitò tutti i cittadini libici ad uccidere ogni oppositore del regime ...);

- nel luglio 2007 il presidente francese Sarkozy, in visita ufficiale in Libia, sottoscrisse una serie di accordi commerciali bilaterali con Qaddafi e alcuni accordi multilaterali che riguardavano tutta l’Unione Europea;

- nel settembre 2008 il segretario di stato americano Condoleezza Rice fu la prima “ministra degli esteri” americana a compiere una visita ufficiale in Libia dal 1953;

- il 23 settembre 2009 vide la prima apparizione, non priva di manifestazioni di protesta di sostenitori dei diritti umani, di Qaddafi all’Assemblea Generale delle nazioni Unite, presso la quale, per altro, il colonnello tenne un duro discorso di accusa contro la politica del Consiglio di Sicurezza, che definì “di feudalesimo della paura”.

 

Quale è stato il ruolo dell’Italia in questa curiosa parabola politica internazionale del colonnello?

 

Certamente uno dei ruoli più particolari tra quelli dei paesi europei, che ha visto lo sviluppo di relazioni italo-libiche a dir poco ondivaghe, fluttuanti tra l’aperta ostilità e la creazione di partnership privilegiate.

 

Al momento del colpo di stato che depone Idris, infatti, Qaddafi sfrutta il passato coloniale italiano per crearsi un “nemico esterno” contro cui coalizzare la popolazione del suo paese: da qui le varie mosse propagandistiche quali la confisca dei beni italiani, l’istituzione del “giorno della vendetta” per ricordare la “cacciata dell’invasore” e, soprattutto, il lungo contenzioso sui danni di guerra, richiesti allo Stato italiano come risarcimento per aver il governo fascista trascinato la Libia (sua colonia) in guerra.

 

Dal punto di vista del diritto internazionale, quest’ultima richiesta è, di per sé, risibile, essendo stata la Libia, tra il 1940 e il 1945, internazionalmente riconosciuta come parte integrante del Regno d’Italia, ma, sia per questioni relative agli interessi petroliferi italiani in territorio libico, sia per questioni geo-politiche legate ai flussi migratori e ai rapporti di vicinato sul Mediterraneo, non può essere certamente trattata alla leggera. In realtà, un “risarcimento”, in qualche modo, c’è stato già dai tempi della “rivoluzione verde”: con la confisca dei beni dei ventimila italiani espulsi nel 1970, infatti, lo stato libico ha incamerato circa 400 miliardi di lire dell’epoca, pari, all’incirca, a 310 miliardi di euro attuali, che non sono mai stati neppure menzionati all’interno dell’accordo Dini-Mountasser del luglio 1998, che avrebbe dovuto chiudere una volta per tutte il contenzioso tra Italia e Libia in materia.

 

A questa cifra va aggiunta quella dei crediti vantati da oltre 100 aziende italiane tra anni ‘80 e 2000 e mai saldati, per varie motivazioni, da alcuni enti libici: tali crediti, che ammontano a oltre 620 milioni di euro, sono stati calcolati nel 2004 dal governo libico come elementi per un rimborso forfettario molto inferiore al valore reale e, al rifiuto dei debitori di accettare la proposta, come cifre da ricalcolare singolarmente, credito per credito (ricalcolo mai avvenuto nella pratica).

 

Nonostante tutto ciò, il menzionato accordo Dini-Mountasser, sancito dal Comunicato Congiunto firmato il 4 luglio 1998, è chiaramente fortemente sbilanciato a favore della Libia, prevedendo un esborso (in realtà non chiaramente quantificato e mai ratificato dal parlamento) dell’Erario italiano a favore della Jamahiryya, risarcimenti ai libici danneggiati dalla guerra e aiuti per lo sminamento dei residui bellici, oltre che la creazione di una società mista pubblica e privata di cooperazione economica tra Italia e Libia.

 

Visto che l’attuazione delle direttive del Comunicato procedeva a rilento, nel 2001, anche se non soprattutto per evitare il continuo ripetersi delle minacce libiche di ritorsione, in alcuni casi accompagnate dal sequestro di imprenditori italiani operanti nel paese nordafricano, l’Italia decide di compiere il “Grande Gesto”, consistente nella costruzione a Tripoli, con capitali a fondo perduto, di un ospedale oncologico supervisionato da specialisti italiani e di un’autostrada sulla costa libica tra Tunisia ed Egitto per un costo complessivo valutato tra 1,5 e 6 miliardi di Euro. Anche questa risoluzione finsce nel nulla (al di là di progetti più o meno ambiziosi), non essendo l’Italia in grado di sostenere l’esborso economico richiesto.

 

Tra 2004 e 2008 i rapporti tra i due paesi si trascinano con alterne vicende, tra una visita a Tripoli del premier Berlusconi nel 2004 (con il colonnello Qaddafi che decide di rinominare il “giorno della vendetta” in “giorno dell’amicizia italo-libica”, sebbene negli anni successivi i giornali libici continuino a utilizzare il primo appellativo), la devastazione del Consolato Generale d’Italia a Bengasi e un proclama anti-italiano del leader libico a Sirte nel 2006 e convegni di riconciliazione organizzati dal premier Prodi nel 2007.

 

Poi, nel 2008, avviene la svolta: il 30 agosto Berlusconi e Qaddafi firmano, a Bengasi, il cosiddetto trattato di Amicizia e Cooperazione.

 

E tutto si può dire fuorché esso sia minimamente svantaggioso per la Jamahiryya, prevedendo, nelle sue tre parti:

a) il risarcimento per le vicende coloniali attraverso la costruzione di un’autostrada di duemila chilometri lungo la costa libica, con una spesa totale 3,5 miliardi di euro, bilanciata in modo solo parziale dalla chiusura del contenzioso con le ditte italiane danneggiate dalle decisioni libiche prese nel 1970 (valore stimato di 600 milioni);

b) l’impegno da parte dell’Italia a realizzare infrastrutture in Libia per un valore di 5 miliardi di dollari tramite esborso di 250 milioni di dollari all’anno per 20 anni, con fondi reperiti tramite addizionale IRES a carico delle aziende petrolifere e gestiti direttamente dall’Italia tramite commesse a ditte italiane;

c) lo sviluppo di iniziative speciali a carico dell’Italia quali borse di studio e un programma di riabilitazione per i feriti dallo scoppio di mine.

 

In cambio, la Libia prenderà misure per combattere l’immigrazione clandestina dalle sue coste, e favorirà gli investimenti nelle aziende italiane, in particolare dell’ENI, operante nel deserto libico dagli anni ‘50.

 

A seguito della risoluzione definitiva della questione, nel giugno 2009 Gheddafi ha compiuto la sua prima visita ufficiale a Roma, recandosi in Campidoglio, all’università La Sapienza (dove è stato duramente contestato), alla sede di Confindustria e incontrando le massime cariche italiane, arrivando costantemente in ritardo agli appuntamenti e sempre mostrando, appuntata sulla sua divisa militare una foto dell’eroe della resistenza libica anti-italiana Omar al-Mukhtar.

 

Insomma, a quanto, pare questo nuovo corso della politica di Qaddafi potrà certamente essere positivo per la pace mediorientale, per la cooperazione mediterranea e, in prospettiva, forse anche per l’industria europea in generale e italiana in particolare, ma, fino ad ora, non sembra essere stata un grande affare per l’Italia, né dal punto di vista finanziario né, soprattutto, ieri come oggi, dal punto di vista del prestigio e dell’orgoglio nazionale.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

G. Arnold, Maverick State: Gaddafi and the New World Order, Continuum 1998

A. Aruffo, Muhammar Gheddafi e la Nuova Libia, Datanews 2001

E.A.V. De Candole, The Life and Times of King Idris of Libya, Mohamed Ben Ghalbon 1990

A.Del Boca, Gheddafi. Una Sfida dal Deserto, Laterza 2010

R. Marquise, Scotbom: Evidence and the Lockerbie Investigation, Algora Publishing 2006

F.P. Miller, A.F. Vandome, J. McBrewster, Muammar al-Gaddafi, Alphascript Publishing 2009

M. Qaddafi, The Green Book: The Solution to the Problem of Democracy, The Solution to the Economic Problem, The Social Basis of the Third Universal Theory, Ithaca Press 2005

D. Vandewalle, A History of Modern Libya, Cambridge University Press 2006

A. Varvelli, L’Italia e l’Ascesa di Gheddafi. La Cacciata degli Italiani, le Armi e il Petrolio (1969-1974), Baldini Castoldi Dalai 2009



 

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