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N. 88 - Aprile 2015 (CXIX)

La roma dei gracchi
I grandi cambiamenti del II secolo a.C.

di Andrea Contorni

 

La Roma dei Gracchi era una polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. La Res Publica Populi Romani era nata, secondo le fonti, nel 509 a.C. in seguito alla caduta dell’ultimo re di stirpe etrusca, Tarquinio il Superbo. Tiberio, il maggiore dei fratelli Gracchi, nel 133 a.C. ascese al tribunato della plebe.

 

La Repubblica finì di esistere nel 27 a.C. quando Gaio Giulio Cesare Ottaviano ricevette dal Senato il titolo di Augusto, divenendo (anche se mai ufficialmente) il primo imperatore dell’Urbe. Si comprende con facilità come la Res Publica romana abbia seguito il suo iter parabolico con un’ascesa, un picco massimo e una lenta ed inesorabile discesa verso il baratro rappresentato dalla crisi delle istituzioni e dalla guerra civile.

 

Non che in questo tortuoso percorso di grandezza non ci siano stati ulteriori apici di drammaticità ma a ben pensarci ogni evento sembra essere stato “costruito” in virtù di una sorta di processo evolutivo di fatti concatenati gli uni agli altri. I Gracchi con la loro forza riformatrice agirono in quel lasso temporale che segnò l’inizio dell’epilogo repubblicano o forse furono proprio loro a provocarlo. Facciamo qualche passo indietro nel tempo.

 

Roma giunse alla Seconda Guerra Punica datata 218-202 a.C. come una nascente potenza del Mediterraneo. Spadroneggiava in Italia con qualche difficoltà e contava un paio di province strappate proprio ai cartaginesi nel corso del primo conflitto punico (264-241 a.C.), ovvero parte della Sicilia e la Sardegna-Corsica.

 

Tra le due guerre aveva esteso la propria influenza sulle coste illiriche e in Gallia. Sconfiggendo a Telamone gli Insubri, si era appropriata della loro capitale, Mediolanum, fondando le due colonie latine di Cremona e Piacenza. Il confronto con Annibale aveva messo a dura prova le forze della Repubblica, aggravate per di più dall’entrata in scena di Filippo V di Macedonia (due guerre macedoniche nel 215/205 e nel 200/196 a.C.).

 

Ergendosi vincitrice in entrambi gli scenari, l’Urbe si catapultava in una nuova realtà, quella di assoluta potenza del Mediterraneo. Figurarsi che nel 146 a.C. data che segnò la fine di Cartagine, rasa al suolo da Scipione “Emiliano” in seguito al terzo conflitto punico, Roma poteva contare possedimenti e province in Spagna, Africa e Macedonia, alleanze e influenze politiche in diverse realtà dell’Asia Minore (da ricordare la guerra contro Antioco III dal 190 al 188 a.C. e la storica alleanza con Pergamo) e in Grecia (Corinto fu distrutta nel 146 a.C. e la Lega Etolica sciolta).

 

La società romana assorbì come una spugna il cosmopolitismo ellenico, quasi ubriacandosene e facendolo suo. L’antica cultura dei patres, basata sui valori della tradizione, sui costumi pratici e morigerati, sul benessere della collettività, sulla figura del contadino-soldato pronto a lasciare la zappa per correre in difesa della propria patria cedettero il passo a visioni dagli orizzonti più ampi, proiettate verso quel meraviglioso mondo greco/orientale costituito di individualismo, arte e complessità del pensiero.

 

Quasi imbarazzanti i tentativi di Marco Porcio Catone “Censore” (234-149 a.C.) di ostacolare tale naturale processo di crescita, scagliandosi con rabbia contro il circolo degli Scipioni, massima espressione del filo-ellenismo romano post conflitto annibalico. I processi contro Lucio Cornelio Scipione e il ben più famoso fratello Publio “Africano”, datati 187 e 184 a.C., accusati di malversazione del bottino di guerra di Antioco III, assestarono un duro colpo ai filo-ellenici, pur non riuscendo a fermare l’inarrestabile evoluzione della cultura capitolina.

 

Nel 186 a.C. fu anche emanato un Senatus consultum ultimum de bacchanalibus che intendeva applicare una repressione del culto greco di Dionisio in Italia, considerato un pericolo per l’ordine pubblico. Nel corso del II secolo a.C., alla diffusione dell’ellenismo si affiancarono altri importanti mutamenti degli equilibri sociali che contribuirono alla profonda trasformazione della realtà economica dell’Urbe. Maggiori conquiste comportarono l’afflusso a Roma di immense ricchezze e di schiavi.

 

L’apertura di nuovi mercati nel Mediterraneo incrementarono giri di affari sempre più favorevoli per i negotiatores romani ed italici. L’estensione territoriale dei domini fece aumentare a dismisura l’ager publicus, ovvero il terreno agricolo che poteva essere affidato dallo Stato ai privati cittadini. La nobilitas romana, formata non solo dagli appartenenti alle antiche stirpi patrizie ma anche dai nuovi ricchi di estrazione plebea, si divise in due fazioni dagli interessi contrapposti. Da un lato gli optimates, rispettosi dell’autorità del Senato e della tradizione, conservatori dello status quo, dall’altro i populares, riformatori convinti e sostenitori del popolo.

 

Proprio l’ager publicus costituì negli anni che anticiparono la riforma gracchiana un problema di prim’ordine. Vediamone il perché. Tutto questo terreno entrato nelle proprietà della Repubblica, era difficilmente controllabile dall’autorità centrale. Poco alla volta, i grandi proprietari terrieri, esponenti della nobilitas sopra trattata, se ne erano appropriati per dedicarlo alla pastorizia o a culture intensive ai fini dell’esportazione.

 

Nella penisola italica la situazione era ancora peggiore. Le tante guerre combattute fuori confine avevano coscritto la maggior parte dei contadini. Molti erano morti sui campi di battaglia. I saccheggi e le devastazioni annibaliche avevano aperto profonde ferite nel tessuto sociale ed agricolo, soprattutto nel meridione.

 

Queste situazioni determinarono la fine della piccola proprietà terriera a favore di immensi latifundia coltivati da frotte di schiavi, tenuti insieme a suon di frustate da vilici, spesso schiavi a loro volta. Dietro i latifondi maturavano gli interessi di senatori, cavalieri e nuovi ricchi. Chi tornava dalle guerre, impossibilitato a riprendere in mano le sorti del proprio podere era costretto a vendere. Un esercito di nullatenenti, spesso strozzati dai debiti, si riversò a Roma in cerca di una possibilità per riemergere.

 

Lo straordinario afflusso comportò serie problematiche di sussistenza. I secoli II e I a.C. furono quelli delle tante leges atte a promuovere o meno le frumentazioni, ovvero le distribuzioni gratuite o a prezzo irrisorio di grano ai nullatenenti romani. Si iniziò nel 123 a.C. con un provvedimento di Gaio Gracco.

 

Silla, dittatore dal 82 al 79 a.C. le abolì del tutto. Nel 78 a.C. il console Marco Emilio Lepido le rimise a prezzo politico per giungere nel 58 a.C. a Publio Clodio, contestato e violento tribuno della plebe che le rese gratuite per una vastissima fetta della popolazione urbana causando immensi problemi di approvvigionamento granario.

 

Giulio Casere, dittatore perpetuo dal 48 a.C. alle Idi di Marzo del 44 a.C. le rese disponibili per chi effettivamente ne avesse bisogno, depennando tutti coloro che ne usufruivano a sbafo grazie alla lex Clodia frumentaria.

 

L’ager publicus, una questione lontana nel tempo

 

Nel 367 a.C. le famose leges Licinie Sextie sancirono che un console dovesse essere di estrazione plebea. Stabilirono inoltre dei limiti (mai applicati) rispetto a quanto ager publicus potesse essere occupato dai privati cittadini. Portarono anche migliori condizioni di pagamento per tutti coloro che avessero contratto debiti. Queste leggi sembrano davvero profetiche di problematiche che esplosero con drammaticità oltre due secoli dopo.

 

Mi sovviene un altro fatto curioso riguardo l’ager publicus. Nel 232 a.C. il tribuno della plebe, Caio Flaminio ebbe la geniale idea di distribuire ai cittadini romani le terre strappate (ager gallicus) ai Senoni. Il provvedimento provocò l’insurrezione dei vicini Boi e Insubri.

 

Flaminio se ne andò all’altro mondo nel 217 a.C. nella disgraziata disfatta del Trasimeno. Che poi a ragionarci bene sopra, la fine della piccola proprietà terriera significava di fatto la fine dell’esercito romano. L’arruolamento infatti avveniva per coscrizione grazie alle cinque classi di censo, risalenti secondo la tradizione, all’epoca del sesto re di Roma, Servio Tullio.

 

Tale suddivisione timocratica era alla base dell’ordinamento centuriato che formava i Comitia Centuriata, l’assemblea del popolus exercitus, ovvero di tutti coloro in grado di portare armi. La “sesta classe” non dichiarata era formata dai capite censi, cioè dai nullatenenti che non potevano essere arruolati in quanto impossibilitati a comprarsi le armi. I contadini-soldato formavano un tempo il maggiore bacino di coscrizione, l’ossatura della legione.

 

Tiberio Gracco, salito al tribunato della plebe nel 133 a.C. deve aver riflettuto a fondo su questo fatto in quanto la sua riforma fu tesa in primis a favorire la rinascita della piccola proprietà agricola. I Comitia Tributa (altra assemblea del popolo romano, riunito stavolta in base alle tribù territoriali di appartenenza) nominarono una commissione triumvirale formata dai due fratelli Gracchi e dal princeps senatus Appio Claudio Pulcro che era anche il suocero di Tiberio.

 

Si procedette pertanto alla riorganizzazione dell’ager publicus, stabilendo un limite massimo di 500 iugeri (125 ettari) a quanto terreno potesse essere occupato da un privato. Si poteva arrivare a 1000 iugeri (250 ettari) per famiglie con più figli. Tutto l’ager occupato in esubero sarebbe stato requisito per essere suddiviso in piccoli lotti e assegnato ai cittadini più poveri dell’Urbe.

 

Il tesoro di re Attalo III di Pergamo, (l’attalide spirò nel 133 a.C. lasciando regno e tesoro in eredità ai capitolini), venne destinato a coprire le spese relative agli indennizzi e alla riforma. Ovvio che la nobilitas si oppose strenuamente a questi provvedimenti.

 

L’altro tribuno della plebe per l’anno in questione, Marco Ottavio, fu mosso dal senato per porre il veto alle proposte del collega. Ricordo a tal riguardo che ogni tribuno della plebe possedeva lo ius intercessionis, ovvero la facoltà di porre il veto contro provvedimenti emanati da altri magistrati, che danneggiassero i diritti della plebe. Appare quantomeno curioso che Marco Ottavio abbia posto la sospensione a una proposta di legge nata per favorire in primis gli interessi della plebe urbana.

 

Tiberio infatti si rivolse con determinazione all’assemblea, denunciando il collega di non assolvere al compito per il quale era stato eletto. Ne pretese la destituzione che il popolo approvò. Purtroppo la costituzione romana non prevedeva ancora che una stessa carica potesse essere reiterata per più anni di fila.

 

Tiberio sapeva quanto la sua vita fosse a rischio. Necessitava di un secondo mandato tribunizio per poter avvalersi dell’inviolabilità che spettava alla sua figura magistratuale. Presentò la candidatura per l’anno 132 a.C. dinanzi al Concilium tributa plebis.

 

Gli avversari politici lo accusarono apertamente di aspirare al potere personale. Scoppiarono tumulti e armati mandati dal Senato, con la scusa di provvedere all’ordine pubblico, compirono una carneficina di gracchiani. Tiberio Sempronio Gracco fu ucciso a bastonate e il suo cadavere gettato nel Tevere.

 

Avanti con la riforma

 

Incredibile a dirsi ma il Senato non ebbe il coraggio di bloccare la riforma che andò avanti grazie alla commissione triumvirale rinnovata di continuo. In mezzo il tentativo di Publio Cornelio Scipione “Emiliano”, colui che cosparse di sale le rovine di Cartagine nel 146 a.C., di ostacolarne l’iter, interpretando il volere della nobilitas sia romana che italica.

 

 L’Emiliano venne eliminato in circostanze misteriose. Interessante il “lapis Polla” che risale proprio a questo periodo. Trattasi di un’iscrizione epigrafica, rinvenuta su un cippo miliario sulla strada che da Capua portava a Reggio. Recita così: “Feci la via da Reggio a Capua e in quella via posi tutti i ponti, i milliari e i tabellarii. Da questo punto a Nocera 51 miglia, a Capua 84, a Morano 74, a Cosenza 123, a Vibo Valentia 180, allo Stretto presso la Statua 231, a Reggio 237. da Capua a Reggio in totale 321 miglia. E io stesso, pretore in Sicilia, catturai e riconsegnai gli schiavi fuggitivi degli Italici, per un totale di 917 uomini, e parimenti per primo feci in modo che sull’agro pubblico i pastori cedessero agli agricoltori. In questo luogo eressi un foro e un tempio pubblici”.

 

Non sappiamo il nome del magistrato in questione, ma egli si vanta di aver costruito strade ed edificato ponti, di essere intervenuto in Sicilia in qualità di pretore nella caccia agli schiavi fuggitivi (forse fu attivo durante la feroce rivolta servile del 140 a.C.).

 

Quanto più ci interessa è che fu il primo a detta sua a sottrarre ager publicus alla pastorizia intensiva per restituirlo ai contadini. Comunque il clima politico nella penisola italica era davvero arroventato quando Fulvio Flacco, triumviro della commissione, propose di estendere la cittadinanza romana agli alleati italici. Per poco non venne crocifisso sull’Appia.

 

Siamo giunti all’ascesa di Caio Gracco. Correva l’anno 123 a.C. e al tribunato della plebe veniva eletto il più giovane dei Gracchi. Egli riprese in mano la riforma di Tiberio, arricchendola di una serie di provvedimenti legislativi davvero importanti. In primis varò una lex frumentaria per la distribuzione di grano a prezzo irrisorio al proletariato romano.

 

Di seguito una lex iudiciaria che affidava le giurie dei tribunali permanenti (le questiones perpetuae istituite nel 149 a.C.) ai cavalieri, chiamati a giudicare nei processi contro le malversazioni dei governatori provinciali, tutti di rango senatoriale. Per gli equestri venne emanata anche una lex de provincia Asia relativa all’amministrazione finanziaria dei domini lasciati in eredità da Attalo III di Pergamo. Per sgravare l’Urbe dalle frotte di nullatenenti, Caio Gracco propose la fondazione di ben tre colonie latine, due in Italia e una sulle rovine di Cartagine.

 

Infine, seguendo i dettami di Fulvio Flacco, ritirò in ballo la questione della cittadinanza romana ai latini e del diritto latino agli altri alleati italici. A tal riguardo qualche anno prima, la colonia di Fregellae era stata rasa al suolo per essersi ribellata sbandierando la volontà di ottenere gli stessi diritti dei cittadini capitolini.

 

Le proposte gracchiane vennero approvate tutte tranne la lex de civitate. Caio e Flacco partirono per l’Africa, felici di poter fondare la loro prima colonia oltremare. Fu un tremendo errore. L’altro tribuno della plebe, un tal Marco Livio Druso, mosso dal Senato, propose una serie infinita di provvedimenti ben impregnati di demagogia e populismo.

 

L’azione fu talmente ben diretta che quando Caio rientrò a Roma constatò che il suo astro politico era in caduta libera. Nel 121 a.C. tentò di farsi eleggere di nuovo al tribunato della plebe ma non venne preso in considerazione. Inoltre riguardo la fondazione di una nuova colonia sul suolo di Cartagine, corsero voci di presunte maledizioni divine e segni contrari. I Comitia Tributa votarono che il provvedimento dovesse essere revocato. Caio Gracco e Flacco si opposero con forza e ne nacque una rissa con gravi disordini per l’ordine pubblico.

 

Il Senato non aspettava altro. Ricorse ad un espediente costituzionale davvero interessante, ovvero la procedura del Senatus consultum ultimum la quale investiva i consoli di turno del compito di “salvare l’Urbe” con qualunque mezzo a disposizione.

 

Il console Opimio promosse il massacro di tutti i Gracchiani che fu attuato con particolare ferocia. Flacco fu ucciso in strada mentre Caio Gracco si dava la morte con l’ausilio di un suo schiavo.

 

Considerazioni finali e cittadinanza romana

 

Come successo nel 133 a.C., neppure in seguito ai moti del 121, il Senato ebbe il coraggio di abolire la riforma agraria dei gracchiani che proseguì grazie al rinnovo delle commissioni triumvirali.

L’ager publicus venne consegnato in piccoli lotti ai nullatenenti romani ma il provvedimento non portò i risultati sperati dai due fratelli. La piccola proprietà agricola rimaneva in uno stato di profonda crisi e ben presto la nobilitas riprese ad accaparrarsi il terreno pubblico e quello degli indebitati, addizionandolo in immensi latifundia.

 

L’esercito romano non era in una situazione migliore, venendo a mancare i bacini di reclutamento. Il patrimonio richiesto per far parte dell’ultima classe dell’ordinamento centuriato (in origine minimo 11.000 assi) era stato abbassato nel corso degli anni a cifre davvero irrisorie per permettere la coscrizione di sempre più cittadini.

 

Lo Stato romano si era persino impegnato a fornire gli armamenti. Rimanevano fuori i capite censi, cioè coloro che non avevano reddito e che, incredibile a dirsi, costituivano una parte davvero consistente della popolazione capitolina.

 

Gaio Mario, console nel 107 a.C., per combattere la guerra giugurtina (112-105 a.C.) decise di arruolare al soldo tutti coloro che si offrissero volontari. Per i nullatenenti, la legione rappresentò la possibilità di una vita dignitosa e di un futuro migliore. Tramontava l’ideale del contadino-soldato e iniziava l’epopea dei grandi eserciti di professionisti legati per la vita ai propri generali. Venendo alla questione della cittadinanza.

 

Nel 91 a.C. esplodeva la grande guerra sociale. Il casus belli fu determinato dall’uccisione del tribuno Marco Livio Druso (figlio del padre omonimo incontrato in precedenza) il quale si era battuto per far ottenere la piena cittadinanza romana agli alleati italici.

 

Nel 95 a.C. era inoltre intervenuta ad aggravare la situazione la lex Licinia Mucia che in pratica scandagliava chiunque avesse la cittadinanza romana alla ricerca di l’avesse ottenuta senza requisiti per possederla. Con l’esclusione di Etruschi, Umbri e alcune ex colonie magnogreche, tutti gli italici presero le armi contro Roma. Sanniti, Irpini, Lucani, Marsi, Peligni, Apuli, Campani, Piceni etc etc si dotarono di una propria capitale, Corfinium (ribattezzata poi Italica) e misero a ferro e fuoco la penisola.

 

Già nel 90 a.C. l’Urbe corse ai ripari con la lex Iulia de civitate del console Lucio Giulio Cesare. Il provvedimento concedeva la cittadinanza alle comunità italiche rimaste fedeli e a tutte quelle che deponevano le armi in tempi brevi. Nel 89 a.C. troviamo la lex Plautia Papiria la quale distribuiva la cittadinanza a tutti coloro che la richiedevano al pretore di Roma entro sessanta giorni dall’emanazione della legge stessa.

 

Il fronte italico fu spezzato in due tronconi. Chi voleva la cittadinanza romana fu accontentato. Gli irriducibili, fautori di un nuovo ordine che non contemplasse la pressante presenza dell’Urbe rimasero in campo. Il console Cneo Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno, concesse il diritto latino alle comunità transpadane nel 89 a.C. grazie alla lex Pompeia.

 

Silla procedette ad abbattere le ultime sacche di resistenza. La penisola si riunì definitivamente sotto l’egemonia romana. Scomparvero gradualmente le caratteristiche delle singole comunità italiche in quanto predominò il concetto di cittadino romano, in grado di partecipare e votare nei Comitia popolari e di concorrere per le cariche magistratuali.

 

Nel prologo della crisi della Repubblica, si apriva una nuova fase nella storia delle istituzioni romane.



 

 

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