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[ISSN 1974-028X]


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N. 48 - Dicembre 2011 (LXXIX)

NELLA TELA DEL RAGNO
La breve vita di Giovanni Spampinato

di Giuseppe Tramontana

 

Di fronte al progressivo consolidarsi del fascismo,

la nostra sistematica opposizione corrisponde

a un regolamento di conti fuori della storia;

forse non avrà apparentemente nessuna positiva efficacia;

ma io sento che abbiamo da assolvere

una grande funzione dando esempi di carattere

e di forza morale alla generazione che viene dopo di noi

e sulla quale e per la quale dobbiamo lavorare.

(Carlo Rosselli, 12 gennaio 1925)

A fine ottobre, a Ragusa, lontana provincia dell’impero, fa abbastanza fresco. Freddo no, ma fresco sì. È una città tranquilla, Ragusa. Tranquilla e operosa. E la sera del 27 ottobre del 1972 non fa eccezione. È quieta, Ragusa. Come può esserlo una città di meno di centomila abitanti, laboriosa, pacifica, adagiato – metà in altura, metà a valle – su un dolce declivio che punta al mare, lontano da strepiti, deliri e luparate.

Eh già, perché Ragusa, pur trovandosi in Sicilia, è una delle ‘province babbÈ, fessacchiotte, dove non c’è traccia di mafia e dove è possibile vivere onestamente del proprio lavoro senza che qualcuno imponga il pizzo e dove non si fa la conta dei morti ammazzati per strada. Ma, quella sera, non c’è il solito silenzio quieto, composto. C’è uno strano silenzio, si dirà successivamente. Uno di quei silenzi carichi di tensione, uno di quei silenzi che insospettiscono le madri quando entrano nelle camerette dei figli piccoli: il silenzio del male.

Le madri lo sanno cosa vuol dire. E sono terrorizzate da quel silenzio. Contro il rumore si può combattere, ma il silenzio è peggio: spesso non c’è scampo, non c’è rimedio. Alcuni hanno parlato di uno strano silenzio prima di un terremoto, di un’invasione o dello scoppio di un’epidemia. I vecchi lo sanno. E anche le madri. Quella sera, infatti, accade un fatto inusuale per Ragusa: si odono dei colpi di pistola provenire da dentro una Cinquecento bianca. Un giovane della Ragusa-bene, un ragazzo di 31 anni, uccide un quasi coetaneo di 26. L’assassino si chiama Roberto Campria, figlio del Presidente del Tribunale della città, la vittima Giovanni Spampinato, giornalista del quotidiano della sera L’Ora.

Oggi ai più il nome di Giovanni Spampinato dice poco. E anche al momento della morte, a dire il vero, non è per nulla una celebrità. Giovanni, occhiali dalla montatura metallica, capelli neri e incarnato scuro, faccia da bravo ragazzo del sud, frequenta la facoltà di Lettere di Catania e gli manca un solo esame alla laurea. Appartiene ad una famiglia di onesti lavoratori.

Il padre, Giuseppe, era stato un partigiano nella Jugoslavia del maresciallo Tito e aveva combattuto contro l’invasione nazifascista, tra le file della Osvobodilna Fronta, il Fronte di liberazione nazionale jugolavo, meritandosi il riconoscimento di “eroe della rivoluzione” da parte di quella Repubblica socialista. È giovane – avrebbe compiuto 26 anni il 6 novembre del ’72 – e più di ogni altra cosa (persino più della laurea) vuole fare il giornalista: è la sua passione. Ed ecco che, armato di penna e arguzia, gira a bordo la provincia ragusana a bordo della sua Cinquecento scalcagnata in cerca di notizie. È coraggioso e determinato, disposto al sacrificio come tutti quelli che patiscono per amore. Non solo: è eccezionalmente dotato di quel qualcosa che fa diventare grandi professioni anche a sedici anni. È bravo, Giovanni. E per questo la sua breve e appassionata esistenza viene troncata la sera quella del 27 ottobre di quel dannato 1972, a Ragusa.

Un delitto aveva segnato la svolta nella vita professionale e nella vicenda personale di Giovanni. È il 26 febbraio 1972 e intorno alle 13,30 una contadina aveva scoperto, in contrada ‘Ciarberi’, alle porte della città Ragusa, il cadavere di un uomo. Si tratta dell’ingegnere Angelo Tumino, conosciutissimo in città, con un figlio, Marco, avuto da una relazione con una giovane donna di Modica poi trasferitasi a Roma. Tumino passa per una sorta di viveur. Ha una Prinz Nsu, ma non è stata con quella, bensì con una Spider decapottabile, che, dieci anni prima, aveva scorazzato in lungo e in largo portandosi dietro le attrici di Divorzio all’italiana, film girato proprio in quelle zone da Pietro Germi. Ma Tumino è anche dell’altro. È un personaggio multiforme. È uomo di destra, militante del MSI. Ma è anche un commerciante di oggetti di antiquariato, cosa che ne fa un uomo molto ricercato da certi autorevoli personaggi. “La sua morte – dice Casarrubea - segna a Ragusa la rottura di una lunga pax sociale che dura da un quarto di secolo e suscita interrogativi, specialmente in riferimento a certi ambienti del neofascismo, a strani traffici di armi e droga, a non meglio precisate manovre ‘di agenti del regime fascista greco dei colonnelli’, alla segnalazione della presenza di campi di addestramento paramilitare ‘mascherati da corsi per appassionati di archeologia’”.

Giovanni si sta occupato della presenza del neofascismo nella sua provincia, una provincia che tutti ritengono tranquilla, babba. Già nella primavera del 1971, Giovanni ha scritto un articolo interessante su L’opposizione di sinistra. Sono passati pochi mesi dal tentativo di golpe di Junio Valerio Borghese.

Giovanni, scavando e chiedendo, ha scoperto che il ‘principe nero’, proprio in Sicilia, può contare su alcuni saldi contatti nel mondo neofascista. D’altra parte, non è una novità: per preparare il colpo di stato, Borghese ha trafficato parecchio nell’Isola, ora intrattenendo rapporti con alcune famiglie mafiose che avrebbero dovuto fornire l’ ‘esercito’ per l’azione golpista, ora installando, nel catanese, veri campi di addestramento militare. In quell’articolo su L’opposizione il giovane giornalista scrive che “per limitarci alla sola Sicilia orientale, un panorama estremamente interessante si offre a chi vuol fare un’idea del neofascismo locale e dei metodi e dei fini che si propone.” E giù con i nomi: “Dirige il gruppo un certo Sandro Bertolani, amico intimo di Stefano Galatà, il quale è dirigente dei Volontari del MSI, l’organizzazione paramilitare ‘ufficialÈ del Movimento Sociale.” Questo Galatà, tra le altre cose, “è indicato come esecutore materiale dell’attentato all’Altare della Patria, e quindi direttamente implicato nelle strage di Stato”.

La strage di cui parla è quella di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969: in contemporanea a quella nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, una bomba scoppiò all’Altare della Patria. Altro nome che Giovanni ha fatto è quello di Glauco Reale, siracusano, ex di Ordine Nuovo, ormai dirigente giovanile e consigliere provinciale missino, il quale “partecipò, nell’estate del ’69, alla ‘gita’ in Grecia offerta dai colonnelli ai loro più fedeli camerati italiani.” Questa ‘gita’ è stata organizzata da Mario Merlino, uomo molto vicino a Stefano Delle Chiaie e implicato nella strage di Piazza Fontana. È quello il periodo in cui Kosta Plevris, l’uomo dei servizi segreti greci, indicato come l’ideatore della ‘strategia della tensionÈ che ha portato al golpe ellenico il 21 aprile del 1967, viene assiduamente in Italia. Qui incontra Delle Chiaie, Merlino, Pino Rauti, Giulio Maceratini.

E il 24 febbraio 1972, sull’Ora Giovanni ha scritto: “Una novità, in provincia, la comparsa delle SAM, perseguibili per legge solo per il nome (Squadre di azione Mussolini): organizzazioni paramilitari nate per aggredire, per uccidere. (…) Non fanno mistero di essere armati, mostrano i tirapugni, persino le pistole (..). Intorno stanno contrabbandieri di sigarette e trafficanti di droga. Personaggi oscuri, che vivono in bilico fra il lecito e l’illecito, che maneggiano molti soldi.” Due giorni dopo, viene trovato il corpo senza vita di Tumino. Ed il 6 marzo, sull’onda di quel delitto, torna ad occuparsi dei traffici, delle inquietanti realtà che quella apparentemente pacifica provincia occulta. Nulla può essere ovvio in quella realtà che sembra assopita. “La tranquillità di un posto può popolarsi di mostri” avrebbe scritto qualche tempo dopo uno scrittore siciliano ed a caccia di questi mostri va Giovanni.

Così registra – tramite notizie passate di bocca in bocca - la presenza a Ragusa di Stefano Delle Chiaie. Pubblica poi un rapporto sullo squadrismo in città e a Siracusa. L’8 marzo invece, sempre sull’Ora, nota che “come ricercato Stefano Delle Chiaie dovrebbe essere un nome scritto a chiare lettere nel ‘calepino’ dei poliziotti – in specie di quelli della ‘politica’ – e la sua foto segnaletica dovrebbe campeggiare in tutte le questure del territorio nazionale; invece a Ragusa il maresciallo Minniti non sapeva nemmeno chi fosse e, per istinto, ha chiesto se si trattasse di un anarchico. (…) Negli ultimi due mesi, al Mediterraneo, a più riprese, ha preso alloggio il signor Quintavalle (con moglie e figli): romano, ex X Mas, conosciuto come fascista e fedelissimo del golpista mancato, principe Junio Valerio Borghese […] Secondo le dichiarazioni fatteci, è lui che avrebbe preso il caffè con Stefano Delle Chiaie (…)”.

È questo il clima che si respira nella Sicilia orientale nelle settimane che precedono e nei mesi che seguono l’uccisione di Tumino, la sua “esecuzione capitale”. O meglio questa è la realtà che ricostruisce Giovanni Spampinato, giovane cronista dall’occhio allenato e dalla mente lucida. Ed è anche quello che emerge dalle ricostruzione operata da Gianni Bonina (Il triangolo della morte. Tumino, Campria, Spampinato, 1992) Luciano Mirone (Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla Mafia e sepolti dall’Indifferenza, Castelvecchi, 1999), Carlo Ruta (Morte a Ragusa, 2004) ed Alberto Spampinato, fratello di Giovanni (C’erano bei cani ma molto seri, Ponte alle Grazie, 2009).

Nel caso di Giovanni Spampinato ci troviamo di fronte al disvelamento delle relazioni tra destra eversiva e mafia. Giovanni non si limita a denunciare, ma scava, analizza, cerca di collegare per capire e capendo, collega. È intelligente, acuto, irriducibile, coraggioso. Ma soprattutto, è capace di andare al di là ed al di sotto della superficie delle cose. Per questo, come sottolinea Casarrubea, “il suo osservatorio diventa, ad un certo punto, troppo pericoloso più che per quanto era accaduto per quello che sarebbe ancora successo.” Sul delitto Tumino, infatti, i sospetti di Spampinato si erano addensati su Roberto Campria. Sospetti più che fondati, se è vero - e come ricorda Paolo Di Stefano in un articolo pubblicato sul Corriere della sera (Il figlio del giudice e due pistole per uccidere il giornalista curioso, 1 giugno 2008) – che è una vicina di casa di Tumino, tale Elisa Ilea, a raccontare di averlo visto allontanarsi con altri due tizi quello stesso pomeriggio del 24 febbraio. La descrizione porta immediatamente a identificare i due personaggi.

Uno dovrebbe essere Giovanni Cutrone, 47 anni, di Chiaromonte Gulfi, paese della provincia iblea, ma residente da decenni a Roma, legato ad ambienti di estrema destra, fondatore al suo paese di una sezione dell’Uomo Qualunque, anche lui attivo nel campo del traffico d’arte e più volte finito in galera per truffa. Il profilo dell’altro coincide invece con quello di Roberto Campria, ma gli inquirenti sembrano fare orecchio da mercante. “Convocheranno otto persone – ricorda Di Stefano - da sottoporre alla Ilea per un riconoscimento all’americana e tra loro non ci sono né Cutrone (che nel frattempo si rende irreperibile) né Campria.

Con gli identikit della signora concordano quelli di altri testimoni. Per la giustizia, però, è come se nulla fosse. Non ci sarà nessun confronto tra i testimoni e il figlio del magistrato. Il procuratore Agostino Fera finirà nell’occhio del ciclone: dicono che troppe cose non vede e non sente.” È qui, allora, che il destino di Giovanni incrocia per la prima volta quello del Campria. Spampinato sarà il primo a parlare, sull’Ora, dei sospetti che si addensano sul figlio di Saverio Campria, presidente del tribunale di Ragusa e superiore in grado degli stessi magistrati che si dedicano alle indagini sul delitto Tumino. Un’anomalia che avrebbe suggerito per lo meno il trasferimento dell’istruttoria ad altre sedi. Invece il caso resta a Ragusa.

Sarà sempre il giovane giornalista Spampinato a rivelare che, subito dopo l’omicidio, Campria si trovava in casa del morto a rovistare tra le sue carte. Soprattutto: sarà Spampinato, in diverse inchieste, a spiegare come il commercio d’arte e di arredi sacri, così come il crescente contrabbando di sigarette, serve a finanziare l’eversione nera in combutta con quella greca. E Tumino, come Campria, era legato al mercato antiquario e ai circoli neofascisti della città. Ma è più facile indirizzarsi verso piste meno inquietanti: storie di corna, di donne, insomma. E Tumino ci stava bene in mezzo. Giovanni sa che Campria può godere di una certa condizione di privilegio. Sa che potrebbe farla franca in maniera, come dire?, tradizionale, per le vie legali, tra un insabbiamento e un’archiviazione. Ma non è questo il punto. Il giovane giornalista, poco persuaso fin dall’inizio della dinamica e del movente dell’omicidio, capisce man mano che l’evento, l’evento per antonomasia, in realtà non è il delitto Tumino in sé, ma il fatto che esso potrebbe rappresentare la punta di iceberg, la scintilla fosgenica della presenza di quella alla massa inquietanti di fenomeni sommersi che possono travolgere le istituzioni democratiche dell’Italia intera. Basta collegare fatti e personaggi, tenere sveglia la mente e conservare un occhio allenato.

Per Giovanni tutto parte da quel tentato golpe della notte dell’Immacolata del 1970, il golpe Borghese. Probabilmente è lì che si rende conto della gravità della situazione e del pericolo che corre la democrazia. Il delitto Tumino non fa altro che spingerlo lungo la via che lo porta a saperne di più del fascismo in Sicilia. Si mette su questa via, allora, per cercare la verità, armato solo del suo fiuto e di una penna e un bloc-notes: giornalismo d’inchiesta, si chiamava una volta, giornalismo al servizio dei valori insostituibili della Costituzione e quindi dell’antifascismo.

Gli investigatori e i magistrati, nel caso Tumino, cominciano a seguire, senza grandi convinzioni né apprensioni, le solite piste passionali o mafiose. Ma Giovanni si rende conto che non si tratta del classico delitto di mafia. Alberto Spampinato, nel libro citato, così scrive: “Giovanni diffidava del giovane Campria, nel suo intimo era convinto che c’entrasse con il delitto Tumino, che nascondesse qualcosa, ma non aveva elementi di prova (…). Diffidava di quel tipo che notoriamente girava armato, gli faceva paura, ma non voleva darlo a vedere e non voleva fare nulla che indicasse un suo cedimento. Perciò aveva deciso di non rifiutare gli incontri e di resistere alle sue richieste. Era convinto che le sue obiezioni, approvate dai colleghi della redazione di Palermo, fossero ineccepibili (…) Nessuno sa cosa successe veramente quella notte. Le uniche cose certe sono che Giovanni rientrò da Catania dopo le dieci di sera, che a casa nostra non c’era nessuno e che, un’ora e mezza dopo, crivellato di proiettili, fu portato all’Ospedale civile di Ragusa, dove giunse senza vita”.

Ecco come Alberto la riassume: “Campria riceve una telefonata di Giovanni e va insieme a lui verso un bar della periferia di Ragusa, che di solito è aperto fino a tardi. Vanno con la vecchia Cinquecento di mio fratello. Trovano il bar chiuso e decidono di dirigersi verso il centro, per trovare un altro locale. Intanto discutono della solita faccenda. Davanti all’ingresso del carcere, in una strada poco illuminata, mentre la macchina è incolonnata nel traffico, Campria chiede a Giovanni di fermarsi perché accusa un malore, si sente svenire.

La Cinquecento si ferma dietro una Ottocentocinquanta che inaspettatamente ha superato e si è fermata davanti all’ingresso del carcere. A questo punto il figlio del giudice apre il fuoco contro Giovanni a due mani, con una rivoltella automatica e una pistola a tamburo che ha tirato fuori dal borsello. Esplode sei colpi a bruciapelo. La Cinquecento rimasta senza controllo, scivola sulla discesa e si arresta sul ciglio della strada col motore acceso. Il figlio del giudice scende dall’auto, attraversa la strada, ingerisce delle pasticche di tranquillante che ha portato con sé, poi bussa alla porta del carcere e si costituisce. Giovanni giace accasciato sul sedile della macchina, in un lago di sangue. Non è ancora morto quando alcuni automobilisti di passaggio accorrono per soccorrerlo. Non se la sentono di aspettare l’ambulanza. Pietosamente, lo caricano sulla loro auto e lo portano di corsa al vicino Pronto Soccorso, dove giunge senza vita”.

Come fa notare Giuseppe Casarrubea, alcune cose non convincono. Ad esempio, “è possibile che questi (Tumino, nda) decida di eliminare la sua vittima dentro un incolonnamento nel traffico, quando potrebbero esserci diversi testimoni dell’omicidio? È possibile che un assassino decida di utilizzare due diverse pistole per compiere il suo delitto?

Ed è possibile che si venga a determinare la straordinaria coincidenza tra la Ottocentocinquanta che supera la Cinquecento per fermarsi proprio sul punto dell’omicidio e la decisione di Campria di costituirsi in quell’edificio davanti al quale si era manifestata l’azione di sangue? Le condizioni di oscurità della scena del delitto non aiutano a dare risposte in merito. Anzi, sollevano ulteriori interrogativi.” E in effetti, la costituzione in carcere dell’assassino subito dopo il delitto potrebbe suggerire anche (perché no?) l’ipotesi che ad uccidere Giovanni Spampinato siano stati più soggetti, magari con un ben più rilevante grado nella gerarchia dell’organizzazione mandante (qualunque essa sia…), e che quindi Campria sia stato costretto ad autoaccusarsi per coprire qualcun altro e porre già lì la parola fine ad un’inchiesta che avrebbe potuto far emergere altre, più gravi e inconfessabili verità.

Tutta quell’attività di ricerca e di scoperta sul neofascismo della Sicilia orientale condotta dal giornalista dell’Ora porta a ritenere che egli sia stato vittima di un vero e proprio complotto, ordito con coperture e connivenze del mondo politico e paramilitare di estrema destra, interessato a progetti eversivi, e pertanto interessato a far tacere una voce scomoda che stava per far saltare il tappo a fatti e trame che, per loro natura, dovevano restare segreti.

Per Giovanni, Campria era solo un anello di una lunga catena di complicità e manovre eversive che, attraverso Junio Valerio Borghese, le Sam, e persino la Grecia dei colonnelli, si allungava fino alla strage di Piazza Fontana ed alla strategia della tensione. Da quel momento in poi, l’Italia era diventata un campo di sperimentazione golpista, in cui si intrecciavano rigurgiti fascisti e interessi mafiosi, in un intreccio devastante e perverso. Il giovane giornalista dell’ Ora ha incominciato a mettere in fila i fatti, uno dopo l’altro. Il mosaico che ne viene fuori è inquietante. Cominciamo con la strage della Banca dell’Agricoltura.

Siamo al dicembre 1969. Passa un anno esatto e siamo di fronte al tentativo di colpo di stato dell’Immacolata (dicembre 1970), che segue di qualche mese (settembre ’70) la scomparsa di un altro giornalista dell’Ora, Mauro de Mauro, che anticipa di circa due anni e getta una luce sinistra sull’uccisione del suo giovane collega. De Mauro conosce bene certi ambienti di estrema destra: è un ottimo giornalista, ma non solo: è stato un elemento di spicco del fascismo di Salò. Conosce bene anche Borghese e lo incontra nel luglio ’70 a Palermo, durante una manifestazione pubblica in un cinema. Nel mezzo, la rivolta di Reggio Calabria, divampata il 14 luglio 1970 e ben presto monopolizzata dal MSI e dall’estrema destra, la strage di Gioia Tauro (22 luglio 1970), quando un attentato dinamitardo provoca il deragliamento del Treno del Sole Palermo-Torino con la morte di 6 persone e il ferimento di altre 66, e la morte dei “Cinque anarchici della Baracca” ossia Angelo Casile, Franco Scordo, Gianni Aricò, Annelise Borth e Luigi Lo Celso, vittime di un misterioso incidente stradale sulla Salerno-Reggio, all’altezza di Ferentino, il 26 settembre 1970, mentre si stanno recando a Roma per consegnare un dossier sulle trame neofasciste in Calabria.

 Riferendosi alla scomparsa di Mauro De Mauro, Giuseppe Casarrubea fa notare che “probabilmente (De Mauro) sa le stesse verità che ad un certo punto Spampinato riesce ad agganciare, muovendosi con frenesia per arrivare alla costruzione del mosaico. E lo fa in un’area ritenuta immune da infiltrazioni mafiose o di natura terroristica, con un apporto certamente originale e straordinario nel panorama delle conoscenze storiche di quei fenomeni in quell’area.” Il sospetto è che i due, De Mauro e Spampinato, muoiano per aver toccato i fili: hanno scoperto qualcosa di grosso, qualcosa che nessuno doveva conoscere, ad esempio le trame di un colpo di Stato. Quello fallito di dicembre (De Mauro), e un altro che doveva essere attuato successivamente (Spampinato). Quindi i due omicidi sono o sarebbero collegati. Ma, mentre oggi dei fatti del ’70 si sa praticamente tutto, di quelli del ’72 nulla.

“Da due Archivi di grande rilievo – scrive ancora Giuseppe Casarrubea - distanti fra di loro diverse migliaia di chilometri, e contenenti documenti scritti da soggetti appartenenti a schieramenti politici diversi, il Kew Gardens britannico e l’Archivio nazionale dei Servizi di Sicurezza di Budapest, apprendiamo che nella seconda metà degli anni Settanta era in preparazione in Italia un colpo di Stato, voluto dalla Nato che in Sicilia aveva le sue principali basi strategiche e militari. Non c’è dubbio che qualcosa di grosso doveva essere accaduto.” E su questo non ci piove. E proprio questo ha capito Giovanni Spampinato. Ancora il 5 aprile 1972, come ricorda il fratello Alberto, Giovanni “lanciò l’allarme (…) ma l’SOS non venne raccolto. Scelse il modo e l’indirizzo sbagliati: (…) scrisse di suo pugno una lettera riservata al segretario della federazione del PCI di Ragusa, la chiuse in una busta e gliela consegnò di persona.” Ma la lettera finì in un cassetto, dimenticata. La tireranno fuori solo dopo l’omicidio. Nella lettera, Giovanni ricapitola i fatti di cui è venuto a conoscenza e afferma che “nella Sicilia sud-orientale elementi neofascisti stanno preparando le condizioni per una grossa provocazione contro la classe operaia e le sinistre in genere.”

In quel fatidico 1972 fascisti locali, ragusani, siracusani, catanesi, e fascisti di peso sul piano nazionale entrano in contatto. Qualcosa si mette a punto. Delle Chiaie, latitante dal luglio ’70, viene visto il 6 marzo ‘72 a Ragusa, all’Hotel Mediterraneo, mentre incontra due grossi esponenti del neofascismo siciliano, Vittorio Quintavalle, ex Decima MAS e stretto collaboratore di Borghese, e il deputato missino Salvatore Cilìa; strani ‘campi archeologici’ gestiti da società fantasma vicine all’estrema destra vengono approntati nel catanese e nel siracusano; una bomba ad alto potenziale, il 14 marzo, devasta la sede della CGIL di Siracusa.

Poi, nel luglio di quello stesso anno, viene arrestato Pierluigi Concutelli. Il futuro assassino del giudice Occorsio si sta esercitando nel campo di addestramento clandestino di Menfi, Agrigento, non lontano dalla provincia iblea, vicino a quella palermitana. Impossibile che operasse all’insaputa di Cosa Nostra. Ma, nel frattempo, accade un altro fatto inquietante. Il 5 maggio 1972, un paio di giorni prima delle elezioni politiche, a Montagna Longa, presso Cinisi, territorio di Tano Badalamenti,. Si verifica uno strano incidente aereo. Perdono la vita 115 persone, compresi i sette membri dell’equipaggio. E vi muoiono persone vicine al giornalista ragusano. Ne conoscono le attività e le confidenze più nascoste. Sono Alberto Scandone che lo aveva “reclutato” all’Ora nel 1969 e Angela Fais, anche lei giornalista e sua coetanea con la quale intratteneva un’interessante corrispondenza. Inoltre, tra le vittime c’è anche Letterio Maggiore, medico del bandito Giuliano, solito fare la spola tra Montelepre e gli Usa, molto attivo ancora in campo politico, anzi anticomunista.

L’incidente di Montagna Longa, verificatosi all’interno di uno spazio aereo militare impenetrabile, immediatamente classificato come ‘disgrazia’, in realtà è stato e resta un mistero, complice la coltre di silenzio calatavi sopra troppo in fretta. Infatti, ad esempio, è possibile un aereo vada a schiantarsi per dare la precedenza ad un altro velivolo? Non pochi dubbi su quello strano incidente li avrà, nel 1977, anche il vicequestore di Trapani Giuseppe Peri, il quale invierà alla Procura di marsala un famoso Rapporto (il c.d. “Rapporto Peri”, appunto), nel quale paleserà alcune perplessità sulla ‘disgrazia’. “Il 5-5-1972, verso le 22.30 – scrive Peri - si ebbe la tragedia di Montagna Grande con la morte dei 118 (in realtà, 115, nda) passeggeri del DC 9. Non è convincente per lo scrivente che sia un caso fortuito che proprio il 5 maggio del 71 e del 72 si verifichino rispettivamente un grave duplice omicidio per discreditare l’Autorità dello Stato ed un disastro aereo che getta nel lutto e nell’angoscia numerose famiglie generando giudizi perplessi sulla causa.

Ci si pone il dilemma: attentato o disgrazia causata da improvviso guasto? L’ipotesi dell’attentato è corroborata dalle seguenti circostanze obiettive: — quella sera era l’ultimo giorno della campagna elettorale; — parecchi cittadini di Carini, mentre erano in piazza a sentire l’ultimo comizio, insolitamente videro un aereo che sorvolava la zona e, come scrisse la stampa, già in fiamme; — il pilota del DC 9, sorvolando Punta Raisi, diede la precedenza all’aereo proveniente da Catania ritardando, pertanto, di 10 minuti l’atterraggio; — i cadaveri, secondo i medici legali, si presentavano disintegrati, cosa che non avviene, invece, a seguito di urti violenti; — non fu identificata la 118a vittima. Ammessa l’ipotesi che anche tale disastro, come la strage del treno «Italicus» ed altre stragi del Nord attribuite a trame eversive, come quella di Piazza della Loggia a Brescia nel giugno del 1974, di Piazza Fontana a Milano nel dicembre del 1969, sia un anello della «Strategia della tensione», si deve ammettere che l’attentatore, in possesso di una carica esplosiva ad orologeria, non voleva di certo anche la sua morte e approssimandosi il momento del contatto delle due lancette e, quindi, dell’esplosione, non si autodenunziò al personale di bordo per ovviare alla deflagrazione ed i dieci minuti di ritardo dell’atterraggio avrebbero fatto esplodere la carica a bordo.”

A questo punto, Peri tira le somme: “Ne discende che l’attentatore non avrebbe voluto anche la sua morte e forse nemmeno la strage perché ne sarebbe stato coinvolto; avrebbe voluto forse il danneggiamento dell’aereo già atterrato allorquando tutti i passeggeri, lui compreso, fossero già scesi a terra.” Quindi, potrebbe essere stato un incidente, una casualità a far esplodere anzitempo la bomba. “La distruzione dell’aereo in questione, già atterrato, abbandonato dai passeggeri, sicuramente attribuibile ad una carica esplosiva ad orologeria ad opera del criminale rimasto ignoto, non avrebbe forse discreditato lo Stato fondato su Istituzioni democratiche alla vigilia delle elezioni? Essendosi, invece verificato un evento diverso non voluto, tale scopo è stato parzialmente raggiunto soprattutto perché sembra essere ancora dubbia la causa di tale disastro.” Tra l’altro, nota Peri, se si fosse trattato di un’avaria agli strumenti di bordo, il pilota avrebbe avuto il tempo, anche pochi secondi, per segnalarle a terra al personale di assistenza al volo della torre di controllo e ne sarebbe rimasta traccia ne­la scatola nera. Invece nulla di ciò si è verificato: l’improvvisa deflagrazione lo ha colto di sorpresa. E conclude, il vicequestore, ricordando “che tale strage avviene qualche giorno prima delle elezioni perché altra strage di tre uomini, rappresentanti dello Stato, avviene l’8-6-76 a Genova pure pochi giorni prima delle elezioni.”

In sostanza, alla fine degli anni Sessanta-inizi anni Settanta comincia a ripetersi il paradigma della seconda metà degli anni Quaranta: gli Usa preparano il terreno per un colpo di Stato in Italia, da attuarsi nel caso l’avanzata comunista diventasse inarrestabile con mezzi democratici. Naturalmente trovando appoggi, cervelli e manovalanza nell’estrema destra e nei servizi segreti deviati, proprio era accaduto in Grecia nel ‘67 e sarebbe accaduto in Turchia nell’ ’80.

Per tornare al delitto, Campria, il 7 luglio 1975, viene condannato in primo grado a 21 anni di carcere dalla Corte d’assise di Siracusa. Gli viene riconosciuta la seminfermità mentale. La condanna viene ridotta a 14 anni nel processo d’appello svoltosi a Catania nel maggio 1977. Motivo? “La menomazione del sistema nervoso.” In quel contesto, il PM Tommaso Auletta, nella sua requisitoria, dice che Giovanni è stato “un modello di intellettuale da cui lo stesso Campria era irresistibilmente attratto (…).” Un giornalista di razza, che amava il suo lavoro, amava informare e lottare per la verità: “Se non sono questi i compiti dei giornalisti – chiosa - allora si possono abolire i giornali. Parlando poi dell’omicida aggiunge: “Altro che pazzo. La sua intelligenza è superiore alla media e il suo delitto è frutto di una mente lucida e criminale” Secondo il Pm, la chiave del delitto sta nella “paura di Campria, il quale non ha sparato per tutto quello che Spampinato aveva scritto, ma per quanto non aveva ancora scritto sulle trame dei fascisti e suoi pericolosi traffici nei quali erano coinvolti sia Tumino che Campria. Il delitto è stato una prova di fedeltà a quel mondo.”

Dopo la condanna, Campria viene rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto, da cui esce solo nel 1986. Si inventa il mestiere di falegname, si sposa, ha due figli, svolge attività di volontariato in gruppi di assistenza ai tossicodipendenti, muore di malattia nel 2007, poco prima che il presiedete della Repubblica Giorgio Napolitano attribuisca il premio Saint Vincent per il giornalismo alla memoria di Giovanni Spampinato.

Eppure la sensazione è che i misteri attorno a questa storia siano ancora tanti. Tanti e molto intricati. Roberto Campria, al momento della morte non rivela nulla, portandosi gli eventuali segreti nella tomba. Il dolore seminato a piene mani non è scomparso, forse il tempo l’ha affievolito, ma le cicatrici restano. Come resta la perdita, il vuoto creato nel seno di una famiglia, nel cuore della verità e della democrazia. Tante domande restano aperte. Tanti perché in cerca di risposte.

Oggi esiste un’associazione “Noi e Giovanni”, dedicata al giovane giornalista ragusano. È molto attiva nella lotta antimafia. All’interno, un link con tutti gli scritti di Giovanni e uno con la ricostruzione della sua vicenda umana. E poi organizza convegni e presentazione di libri, intrattiene rapporti e collegamenti con varie riviste e associazioni antimafia. Così si fa rivivere Giovanni. Lo stesso fanno i ragazzi modicani de Il Clandestino, eredi ideali delle battaglie per la legalità di Spampinato, i quali hanno deciso di pubblicare, ad ogni numero, un articolo di Giovanni, come se fosse vivo, come se fosse uno di loro. Come uno di noi.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Bonina, Gianni, Il triangolo della morte. Tumino, Campria, Spampinato, Meridie, 1992

Mirone, Luciano, Gli insabbiati. Storie di giornalisti uccisi dalla Mafia e sepolti dall’Indifferenza, Castelvecchi, 1999, pp. 80-119

Cuzzola, Fabio, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Città del Sole, 2001

Ruta, Carlo, Morte a Ragusa, Edi.bi.si, 2004

Rossi, Roberto - Schininà, Daniele, Il caso Spampinato. Inchiesta drammaturgica, Centro Studi Feliciano Rossitto, 2004

Di Stefano, Paolo, Il figlio del giudice e due pistole per uccidere il giornalista curioso, Corriere della Sera, 1 giugno 2008

Spampinato, Alberto, C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo, Ponte alle Grazie, 2009



 

 

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