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N. 57 - Settembre 2012 (LXXXVIII)

Giacomo Paleologo
L'uomo che volle farsi "ponte"

di Lawrence M.F. Sudbury

 

Tra le numerose figure di teologi "eretici" del periodo riformistico e controriformistico, una spicca particolarmente, pur nell'oblio che caratterizza tutta la schiera di liberi pensatori che si opposero alle varie "linee ufficiali", per indipendenza di pensiero e per capacità sincretica: si tratta di Giacomo Paleologo, un uomo di cui ben pochi anche tra gli storici professionisti ricordano l'esistenza, ma che seppe tentare, in nome della tolleranza, di essere ponte ideologico e teologico tra est e ovest in un periodo in cui una tale funzione appariva addirittura impensabile.

 

Nato intorno al 1520 come Giacomo da Chio nell'isola egea davanti alla costa di Smirne che gli fornì il patronimico, egli era, come non infrequente in quelle zone, di padre greco e di madre italiana: Chio era, infatti, dal 1347, sotto il dominio formale della Repubblica di Genova, anche se, dall'inizio del XVI secolo, il controllo effettivo era nelle mani della famiglia Giustiniani.

 

Probabilmente di origine economicamente altolocata, il giovane strinse fin da bambino amicizia con uno dei rampolli della famiglia governante, Vincenzo Giustiniani (più tardi Superiore Generale dell'Ordine Domenicano) e, quando questi mostrò i segni di una precoce vocazione, lo seguì nel noviziato dell'Ordine Domenicano.

 

Ciò permise al ragazzo italo-greco nato in un remoto angolo di una Repubblica già in fase calante di formarsi in alcune delle scuole più prestigiose d'Italia, quelle domenicane di Genova e Ferrara, e, più tardi, presso l'Università di Bologna. Fu in questo periodo italiano che egli adottò il nome con cui divenne celebre, quel Jacobus Palaeologus che stava, nelle sue intenzioni, ad indicare una sua parentela con l'ex famiglia imperiale di Bisanzio dei Paleologo, parentela che ribadì ripetutamente nel corso della sua vita ma che non può essere, dalle fonti in nostro possesso, in nessun modo confermata.

 

Nel 1554, Giacomo, terminati gli studi, tornò nel natio oriente per prendere residenza nel convento domenicano di San Pietro in Pera, nel quartiere cristiano di Istanbul.

 

E' qui che, con ogni probabilità, cominciò a sviluppare una adesione che si dimostrò permanente agli insegnamenti anti-trinitari di Michele Serveto e non ebbe paura di comporre e pubblicare, l'anno seguente, una difesa delle dottrine servetiane contro le denunce di Calvino che avevano portato il pioniere antitrinitario ad essere condannato a morte a Ginevra nel 1553. Naturalmente una tale visione lo mise in aperta contrapposizione con i suoi superiori, che lo espulsero dall'Ordine alcuni mesi dopo.

 

Così, nel 1556, Paleologo, tornato a casa a Chio, assunse un ruolo attivo nel sostegno ai commissari genovesi secolari e agli agenti del Sacro Romano Imperatore che si contrapponevano all'autorità del vescovo dell'isola, cosa che, ben presto, lo portò ad essere denunciato al Sant'Uffizio, ad essere arrestato e, nel 1557, ad essere "estradato" a Genova.

 

La sua permanenza nelle carceri genovesi, però, durò solo pochi mesi: all'inizio del 1558, infatti, riuscì, probabilmente con la complicità o almeno il beneplacito dell'oligarchia nobiliare, a fuggire alla volta di Istanbul, per essere, però, catturato nuovamente a Ragusa (l'attuale Dubrovnik) due mesi dopo e portato al carcere dell'Inquisizione romana, dove venne posto sotto indagine personale del Grande Inquisitore, Michele Ghislieri (poi papa Pio V). Per il resto della sua vita, Paleologo, dopo questa esperienza, mantenne una opposizione ferocemente contraria all'Inquisizione e una inimicizia particolare nei confronti del Ghislieri.

 

In ogni caso, anche questa detenzione non risultò particolarmente lunga: nel 1559, quando la folla romana prese d'assalto le prigioni dell'Inquisizione, Paleologo fu liberato con la forza e le prove contro di lui andarono in fiamme (cosa che, comunque, non impedì al Tribunale dell'Inquisizione di condannarlo a morte in contumacia nel 1561 e di bruciarlo "in effigie" qualche giorno dopo).

 

L'"eretico" inizialmente fuggì in Francia, dove, nel 1562, presentò ricorso presso il legato pontificio Ippolito d'Este, nella speranza, rimasta tale, di avere la sentenza dell'Inquisizione rovesciata, poi, rendendosi conto che le sue denunce virulente contro il Calvinismo lo avevano reso sgradito e pericoloso per i Protestanti riformati, nel 1562 offrì i suoi servigi ad Andreas Dudith, allora vescovo di Knin e rappresentante imperiale al Concilio di Trento. Accolto dal vescovo come consulente nonostante le pendenze penali, Paleologo consigliò Dudith nella stesura della presentazione al Consiglio degli argomenti imperiali a favore dell'Utraquismo (cioè del permesso per la distribuzione sia del pane che del vino ai laici alla Santa Comunione)  e in cambio Dudith tentò convincere il Consiglio Ecumenico a cassare la condanna per eresia, cosa che, per altro, suscitò numerose perturbazioni nei lavori del Consiglio stesso.

 

Fatto sta che, alla fine nel 1563, a Paleologo venne concesso asilo imperiale a Praga e, quando il nuovo imperatore Massimiliano II salì al trono nel 1564, egli ottenne un notevole avanzamento economico-sociale per aver supportato la elezione del candidato imperiale vincente.

 

Seguendo l'esempio del suo mecenate Andreas Dudith, Paleologo rinunciò, a questo punto, definitivamente alla sua professione religiosa, contrasse un matrimonio vantaggioso con la figlia di un leader riformatore di Praga, e, nel 1569, venne proposto dall'imperatore come Arcivescovo Utraquista di Praga. Tuttavia, il suo nemico giurato Ghislieri era ora Papa e fece in modo, con continui veti e accuse, che Paleologo fosse, nel 1571, esiliato lontano dai domini imperiali, in Polonia, dove si riunì a Cracovia con Andreas Dudith, che ora fungeva da rappresentante imperiale per il Regno di Polonia.

 

Naturalmente quello dell'esilio non fu un bel momento per Giacomo ma ebbe il vantaggio di permettergli, finalmente, di esprimere pienamente il proprio punto di vista anti-trinitario. La sua libertà di pensiero, però, lo pose ben presto in aperto contrasto con la Ecclesia Minor sociniana e, in particolare, con Gregorius Paulus, riguardo ad alcuni elementi teologici (che vedremo)e  all'adeguatezza del servizio militare per un cristiano.

 

Essendosi fatto grandi nemici nella cattolica Roma, nella calvinista Ginevra e nella sociniana Cracovia, Paleologo, nel 1573, cercò una sistemazione più consona al suo pensiero decidendo di trasferirsi nella Transilvania unitariana retta dal principe Giovanni Sigismondo, il solo monarca anti-trinitario della storia europea: qui la massima autorità religiosa era il vescovo unitariano Ferenc David, con cui era in corrispondenza dal 1570 e l'ex domenicano riteneva di poter trovare un terreno ideale per la proclamazione del proprio credo.

 

Così, dopo un lungo viaggio a Istanbul e Chio, intrapreso soprattutto per impressionare l'imperatore Massimiliano con le sue capacità diplomatiche e con l'ampiezza dei suoi contatti in oriente, Paleologo divenne rettore del collegio unitariano di Kolosvar (la moderna Cluj) e il leader teologico della corrente unitariana "non adorante", cioè di quel ceppo del Protestantesimo radicale che negava la validità di pregare l'uomo-Gesù.

 

Ben presto, però, in seguito alla morte di Giovanni Sigismondo nel 1571, Paleologo si trovò invischiato nella difficile situazione creatasi con la successione al principato transilvano: egli aveva  sostenuto il candidato pro-imperiale (e anti-trinitario) Gaspar Bekes contro il rivale cattolico Stefano Bathory e quando, dopo due rivolte fallite, Bekes, nel 1575, dovette ammettere la propria sconfitta, il teologo italo-greco dovette fuggire di nuovo, inizialmente tornando a Cracovia, dove sostenne le pretese di Massimiliano al trono polacco, per poi stabilirsi in Moravia. Nel frattempo Ferenc David aveva continuato a praticare e predicare il non adorantismo, attirandosi una accusa di innovazione religiosa e, conseguentemente, la deposizione da capo della Chiesa Unitariana transilvana e l'arresto che lo condusse alla morte in carcere nel 1579.

 

Paleologo scrisse un certo numero di opere polemiche a sostegno del vescovo imprigionato e contro Fausto Sozzini, che accusava di essersi unito agli accusatori di David: il risultato fu, per lui, il tagliarsi alle spalle tutti i ponti con la Chiesa Unitariana ufficiale.

 

Quando Massimiliano II morì, nel 1576, Paloeologo si trovò ancora più isolato: il nuovo imperatore Rodolfo II era molto meno in sintonia con lui e si convinse che quell'uomo così vicino alla Sublime Porta fosse una spia turca e, forse, anche polacca. Conseguenza dei sospetti imperiali fu che Paleologo venne arrestato dal Vescovo di Olomouc nel dicembre del 1581 e, sebbene le accuse di spionaggio non potessero essere in alcun modo provate, con la scusa di un ampio corpus di scritti eretici trovati nella sua abitazione, fu consegnato all'Inquisizione che riuscì a farlo estradare a Roma nel maggio 1582.

 

Il 19 febbraio 1583, Giacomo Paleologo fu portato davanti al rogo, ma, poco prima di salirvi, abiurò alla vista di alcuni Marrani portoghesi bruciati vivi ed ebbe il permesso di ritornare nella sua cella. Il Collegio Cardinalizio era, comunque, a favore della sua morte, ma papa Gregorio XIII insistette sul fatto che se l'"eretico" avesse cooperato denunciando gli errori delle sue pubblicazioni antitrinitarie avrebbe potuto essere più utile da vivo: l'ex domenicano, però, si rifiutò di collaborare con il piano di Gregorio e, conseguentemente, per ordine della Curia, fu decapitato il 23 marzo 1585.

 

Fin qui, dalla semplice esposizione delle vicende della vita del Paleologo, si potrebbe trarre l'idea di una "normale" figura di "avventuriero della teologia", per alcuni versi piuttosto comune nel periodo in esame: è un dato di fatto che una grande varietà di gruppi radicali erano emersi dalla Riforma del secolo XVI, essendo in gran parte caratterizzati, come lui, da alcuni elementi comuni quali il rifiuto dell'autorità clericale e dei sacramenti come strumenti essenziali della Grazia di Dio e la negazione delle formulazioni ortodosse della Trinità: questi gruppi erano comunemente respinti dai loro avversari e considerati come "Anabattisti" (anche se non tutti praticavano il battesimo i credenti), un termine che, nella visione comune, implicava un basso rango sociale, una istruzione limitata, un comportamento eccessivamente religioso e il rifiuto delle norme sociali e di genere.

 

Il fatto è che Giacomo Paleologo non risulta conforme a nessuno di questi stereotipi: la sua padronanza dei testi biblici era almeno alla pari di quello dei migliore dei suoi antagonisti, la sua conoscenza della patristica probabilmente migliore di quella di qualsiasi suo contemporaneo, la sua abilità nel dibattito accademico era impareggiabile e dai suoi testi si evince chiaramente come scrivesse eloquentemente in alto stile latino. Era, inoltre un forte critico di tutte le forme di sovversione sociale e, grazie alla sua formazione presso l'Università di Bologna, si trovava pienamente a suo agio negli ambienti più colti e altolocati di Italia, Polonia, Ungheria, Transilvania e Lituania. Anche tra coloro che non condividevano la sua visione radicale del Cristianesimo vi erano molti, come Vincenzo Giustiniani e Andreas Dudith,  che simpatizzava con i suoi appelli per la tolleranza e con la sua difesa eloquente della libera espressione religiosa contro l'idea di un'Europa sempre più oppressivamente schiacciata dagli stretti vincoli della conformità religiosa.  

 

Ciò che faceva veramente paura di lui era, oltre alla sua capacità di intrattenere contatti intellettuali e politici sia ad occidente che a oriente del Mediterraneo, la sua indipendenza di giudizio e di pensiero, che egli espresse costantemente nei suoi scritti.

 

Al loro interno, fino al 1571, Paleologo aveva affermato di essere prettamente un umanista erasmiano, critico contro gli eccessi dell'autorità papale e dell'Inquisizione e comprensivo verso alcune delle idee dei riformatori, ma ancora un fedele cattolico: in questo senso non si trovava in una posizione così dissimile da quella del suo patrono, Andreas Dudith, e del patrono di Dudith, il Cardinale Reginald Pole. Tutti gli studiosi sono, però, d'accordo, che le proposizioni radicali dei suoi lavori successivi siano più rappresentative delle precedenti delle sue reali idee anti-trinitarie, come detto già maturate dai tempi del suo soggiorno a Pera nel 1554-1555 ma che sarebbe stato troppo imprudente pubblicare prima di trasferirsi in Transilvania.

 

In seguito alla morte di Giovanni Sigismondo nel 1571, il permesso per Paleologo, che rimaneva pur sempre uno straniero, per la stampa di opere anti-trinitarie in Transilvania era comunque difficile da ottenere, cosicché gran parte tei suoi elaborati ci sono pervenuti grazie a copie manoscritte fatte dai suoi studenti (ed esistono fondate ipotesi che, quando nel 1573 Ferenc David stava tentando di aggirare le restrizioni crescenti sulla stampa in Transilvania cercando di trovare a Istanbul una macchina da stampa per pubblicare i lavori dei Protestanti radicali, il viaggio sul Bosforo di Paleologo di quel periodo avesse proprio l'ottenimento di tale strumento come scopo ultimo, in una missione diplomatico-commerciale purtroppo fallita, tanto che i non adoranti ebbero possibilità di produrre lavori a stampa solo con la creazione, nel 1578, da parte di Symon Budny, di una tipografia in Bielorussia che finalmente fece uscire anche molte opere del Paleologo).

 

Proprio la gran mole di testi autografi di Giacomo furono, come visto, la scusa utilizzata per consegnarlo alle grinfie degli inquisitori. Essa comprendeva:

 

1) il "Contra Calvinum pro Serveto", una difesa di Michele Serveto che si ritiene risalga già al 1550;

 

2) il "De Peccato originis" e il "De Providentia", due trattati scritti intorno al 1569 in forma di lettere aperte a Papa Pio V, ma destinati ad essere letti dall'imperatore Massimiliano II, in cui si criticano gli insegnamenti calvinisti sulla predestinazione e il peccato originale ma si accusa anche l'Inquisizione della persecuzione infondata contro l'autore;

 

3) l'"Adversus proscriptionem Elisabethae Reginae Angliae", in cui si confuta con estrema precisione filologico-teologica la bolla con la quale Pio V aveva scomunicato Elisabetta I d'Inghilterra nel 1570;

 

4) il "De discriminare Veteris et Novi Testamentum", certamente scritto nel 1572 e pubblicato a Cracovia, in cui il Paleologo sostiene l'assoluta continuità e la coerenza tra Antico e Nuovo Testamento sulla base del rifiuto dell'identificazione standard cristiana di Gesù Cristo come Figlio di Dio incarnato (cosa quest'ultima che sarebbe stata solo un'invenzione infondata e non scritturale della Chiesa), mentre Egli sarebbe stato, in realtà, il vero Messia di Israele, giunto in adempimento delle profezie messianiche della Legge mosaica (che rimane di conseguenza in pieno vigore) per abrogare il sacerdozio sacrificale del Vecchio Testamento, della cui cultura di origine egli rimase, in ogni caso, completamente frutto (e da quest'ultima idea derivarono le accuse di "giudaizzazione" degli avversari dello scrittore di Chio);

 

5) i vari "De Tribus gentibus", "Dissolutio de sacramentis", "De Eucharistia", "De Baptismo", "De resurrectione mortuorum", e "De bello sententia", una serie di manoscritti, tutti databili al 1572, in cui si esprimono con grande apertura mentale opinioni su Ebraismo, Cristianesimo e Islam visti come tre religioni che forniscono uguali prospettive di salvezza, si inneggia alla tolleranza religiosa e si confutano le opinioni delle Chiese cristiane di avere l'"esclusiva" della salvezza attraverso la partecipazione ai benefici della morte espiatoria e della risurrezione di Cristo tramite il battesimo e il sacramento dell'Eucaristia;

 

6) la "Catechesi Christiana dierum duodecim", certamente del 1574, la dichiarazione più completa e sistematica della teologia anti-trinitaria del Paleologo, strutturato come un dibattito satirico tra un Indiano messicano e un Ebreo che tentano di comprendere la fede cristiana protestante riformata, un luterano e un rappresentante della Controriforma cattolica;

 

7) i più tardi "Disputatio Scolastica", "Commentariaus in Apocylypsim", "Theodoro Bezae pro Castellione et Bellio", "Omnes ab Uno Adamo descenderint", "Confutatio vere et Solida Iudicii Ecclesiarum Polinicarum Causa de Francisci Davidis", "Defensio Francisci Davidis in negotio non invocando de Jesu Christi in precibus" e "Ad Scriptum fratrum Racoviensium de bello et judiciis forensibus Responsio", tutti libelli di stampo politico-teologico in difesa delle proprie posizioni e di coloro che le proclamavano (in particolare Ferenc David) contro le idee cattoliche, riformate e sociniane.

 

Da una lettura complessiva di tutti questi testi emerge una immagine non solo di un finissimo latinista, ma anche di un intellettuale e di un teologo attento, rigoroso e originale.

 

Naturalmente Giacomo condivide con tutti gli anti-trinitari del XVI secolo tre proposizioni fondamentali ma non fondate dal punto di vista scritturale del Cristianesimo tradizionale: il peccato originale, la predestinazione divina e, ovviamente, la trinità, ma la sua visione si spinge oltre il piano strettamente teologico per inquadrarsi in una strutturazione politica nella quale questi dogmi, ugualmente sfruttati da Inquisizione e Calvinismo, sono solo dispositivi attraverso i quali il clero può stabilire e mantenere il controllo sulle masse, non diversi da quelli elaborati per gli stessi scopi dalle élite clericali nel Giudaismo e nell'Islam (e, infatti, più volte ribadisce di non trovare grandi differenze tra le strutture teologiche delle tre grandi religioni monoteiste).

 

Tali dispositivi sono doppiamente ingannatori, da un lato perché impediscono la corretta interpretazione del Messaggio divino e dall'altro perché, per opera diabolica, impediscono che Ebrei e Musulmani possano rispondere pienamente a Gesù come Messia e Profeta, in particolare  fintanto che i Cristiani continuano ad adorare quest'ultimo come Dio.

 

La salvezza, per il Paleologo viene solo mediante la fede, che egli, sulla base di Romani 10:17, intende come una serie di stati raggiunti "fides ex auditu", cioè attraverso l'ascolto e la condivisione della Parola di Dio rivelata nella congregazione dei fedeli. La fede è assalita dal peccato, che, secondo la teologia di Paleologo, è più una intenzione sbagliata che un'azione sbagliata, dal momento che la peccaminosità nasce dalla ricerca di qualche cosa che le Scritture hanno mostrato che non dovrebbe essere desiderata.

 

Tutto il genere umano ha il libero arbitrio e Dio offre a tutti una libera scelta di beatitudine, tuttavia, i singoli esseri umani, in uno stato di natura, non hanno la capacità di apprezzare o comprendere le dimensioni reali della scelta che viene loro offerta e si possono solo aggrappare a frammenti della vera beatitudine, sotto forma di ricompense materiali (beni, energia) o, nel caso dei pagani nobili, di perfezione dell'anima individuale, mentre la piena beatitudine può essere conosciuta unicamente attraverso la partecipazione permanente alla comunione dei credenti, nella quale la fede si fonda sulla grazia della rivelazione divina. Allora, per il Paleologo, la vita religiosa di una congregazione cristiana (o musulmana o ebrea) diventa una scuola di beatitudine per i suoi membri che vengono preparati a rispondere all'offerta di salvezza di Dio in piena libertà, sempre che tali congregazioni comprendano correttamente e condividano la rivelazione di Dio presente nel testo delle Scritture. Dal momento che lo strumento della grazia di Dio per la salvezza si identifica con la rivelazione scritturale, allora, coloro che fabbricano rivelazioni falsi o che distorcono la comprensione della vera rivelazione non possono che essere agenti di Satana.

 

Paleologo aveva incontrato i Fratelli polacchi della "Ecclesia Minor" a Cracovia, e molto del suo anti-trinitarismo deriva sistematicamente  dalla loro teologia ma egli si diparte dalle loro dottrine e pratiche in almeno due aspetti chiave (cosa che gli valse l'ira di alcuni loro leader ma che non portò mai l'autore italo-greco a chiedere la soppressione della Denominazione sociniana):

 

I) in primo luogo, anche se i Fratelli polacchi respingevano la dottrina della crocifissione come espiazione sacrificale per i peccati dell'umanità, essi, tuttavia, consideravano la morte senza peccato di Cristo e, prima ancora, la sua passione come elementi di promozione di una fede salvifica attraverso l'esempio morale e, inoltre, la risurrezione di Cristo come assunzione da parte di Gesù di uno status di mediatore tra i fedeli e Dio, cosa che li portava a una posizione di preghiera a Cristo in forma adorante. Per Paleologo ciò era totalmente inaccettabile nel momento in cui, secondo il suo pensiero, in opposizione ad un mondo dato temporaneamente al dominio di Satana, a tempo debito la verità avrebbe dovuto trionfare con la Parusia ma tale Parusia non avrebbe potuto aver luogo fino a che la Comunione dei Santi avesse visto in Cristo anche il più piccolo attributo di divinità in contrapposizione con il Comandamento monoteista;

 

II) i Fratelli polacchi, come quasi tutti gli anti-Trinitari, dichiaravano che la grazia della salvezza può essere raggiunta solo attraverso la piena partecipazione nella Comunione dei credenti e, di conseguenza, cercavano di rafforzare tale Comunione separandosi dal "mondo peccaminoso" in comunità egualitarie fortemente esclusive nelle quali le distinzioni secolari di potere e di possesso non si applicavano e che resistevano alle richieste di fedeltà civile e di prestazione del servizio militare. Per Paleologo cercare una certa sicurezza nel potere secolare, nel possesso e nella concezione di potere statale ha comunque una sua logica e una sua validità, sebbene frammentarie e inadeguate, in risposta alla necessità umana universale di felicità e, su questa base, contrastava fortemente qualsiasi idea che la piena partecipazione nella Comunione dei credenti escludesse necessariamente sia dalla piena partecipazione ai diritti civili e o di appartenenza che dall'obbligo di difendere l'ordine legittimo civile con la forza militare, condannando, inoltre, senza riserve la pratica di separazione dal mondo, soprattutto se ciò portava addirittura a incorrere, in caso di trasgressione, alla sanzione della scomunica, una misura ritenuta da lui assurda e iniqua.

 

Come è possibile notare, stiamo parlando di posizioni che, in gran parte, risultano tutt'ora di estrema attualità e che sono, in molti casi, divenute patrimonio di molte Chiese dell'età contemporanea. Il problema è che tali posizioni venivano espresse da un uomo di circa cinque secoli fa e per questo, a quel tempo, erano troppo aperte e pericolose, tanto che allora quell'uomo dovette sparire dalla faccia della terra e, forse, tanto che ancora oggi quell'uomo deve incorrere alla damnatio memoriae di cui sono spesso vittime i grandi precorritori.

 


Riferimenti bibliografici:


M.D. Birnbaum, Humanists in a Shattered World, Slavica Publishers 1986;
C. Burchill, The Heidelberg Antitrinitarians, Valentin Koerner 1989;
E. Cameron, The European Reformation, Clarendon Press 1991;
M. Crăciun, O. Ghitta, G. Murdock, Confessional Identity in East-Central Europe, Ashgate 2002
D. MacCulloch, Reformation: Europe's House Divided 1490 -1700, Allen Lane 2003;
L. Szczucki, Disputatio Scholastica: Iacobus Palaeologus,Bibliotheca Unitariorum 1994;
G. Williams, The Radical Reformation, Truman State University Press 2000.



 

 

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