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N. 44 - Agosto 2011 (LXXV)

Genova, dieci anni dopo
2001-2011

di Alessandro Ortis

 

19 luglio 2001. A Genova si apre il vertice del G8 che rimarrà nella storia non per le decisioni prese, non per le nuove azioni proposte per combattere i mali che affliggono il nostro mondo, ma per la violenza, l’odio e la follia che sono andate in scena per le strade delle città, fuori dai palazzi del potere, per tre giorni. In quel fine settimana di luglio di dieci anni fa si scrisse una delle pagine più tragiche e scure della recente storia d’Italia.

 

Una città messa a ferro e a fuoco da migliaia di contestatori venuti da ogni parte d’Europa e del mondo, provenienti dalle file di quel movimento no-global violento, chiamato, spesso generalizzandolo troppo, “black-bloc”.

 

Amnesty International ha definito i fatti di Genova come «la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale»: centinaia di persone ferite, decine di arresti tra i manifestanti e una vita spezzata, quella di Carlo Giuliani, di soli 23 anni.

 

Dieci anni sono passati da quei cruenti giorni, ma le ferite restano ancora aperte.

 

L’insoddisfazione, per molti, per l’assoluzione per legittima difesa, del carabiniere Mario Placanica che, dall’interno di una camionetta dei militari dell’arma, in piazza Alimonda, sparò i due colpi che ferirono a morte il giovane Giuliani.

 

Le accuse ai vertici della polizia, non solo genovese, riguardano l’incapacità nella gestione dell’infuocata situazione di quei giorni, la mancata prevenzione nell’arrivo dei manifestanti più violenti e nella complicità degli atti di forza di cui molti agenti si sono macchiati: gli scontri di via Tolemaide, il blitz alla scuola Diaz e le violenze nella caserma di Bolzaneto.

 

A questi fatti, sono seguiti processi giudiziari, interviste, libri, film. Tutti, per cercare di rivelare una verità che ancora oggi non sembra essere stata svelata.

 

La storia di quel vertice maledetto, però, inizia ben prima del luglio 2001. Più precisamente nel dicembre 1999, quando viene scelta come sede la città ducale, stretta tra l’Appennino e il mar Ligure. Il mondo, allora, era assai diverso da quello che conosciamo oggi, e il G8 era, per Genova e l’Italia, un’occasione da non perdere.

 

Si voleva allestire un vertice sul modello di quello di Napoli del 1994, che aveva rappresentato un’ottima vetrina per la città partenopea, con nuovi lavori di riqualificazione urbana e un notevole incremento turistico. A Genova sarebbe dovuto essere lo stesso, e invece…

 

La stessa pianta della città era, di per sé, un problema: strade strette, un centro storico pieno di vicoli, spesso senza sbocco, in cui è difficile mantenere l’ordine pubblico in caso di disordini.

 

Non sarebbe stato molto arduo pensare che, ad un incontro al quale avrebbero preso parte gli otto capi di stato delle nazioni più economicamente avanzate del mondo, ci sarebbero state occasioni di protesta, magari anche violente. Forse, però, chi decise Genova come sede, non era attento a cosa si stava muovendo dentro i movimenti no-global che, in tutto il mondo, andavano nascendo e organizzandosi.

 

Ufficialmente nati nel novembre 1999, durante il Millennium Round di Seattle il loro obiettivo era contestare la globalizzazione che stava avendo forti ripercussioni negative per i paesi più poveri del mondo.

 

Oltre a chi protestava pacificamente, con striscioni e slogan, si aggiungeva un altro movimento, molto più violento e pericoloso: i Black-bloc. Anch’esso nato nei giorni di Seattle, il gruppo si fece notare in altri vertici internazionali prima del 2001, come Davos, Nizza e Praga, fino ad arrivare a Napoli, nel maggio 2001, per contestare l’incontro sul digital-divide dei paesi più industrializzati.

 

È un gruppo per lo più composto da giovani provenienti dal nord-Europa, il cui unico scopo è danneggiare e distruggere i simboli del capitalismo moderno: ristoranti fast-food, banche, agenzie di lavoro interinale. Tutto deve essere accompagnato da atti di forza, da assalti, da blitz. Non è mosso da un’idea diversa del mondo; è un movimento volto soltanto alla violenza, che appare, colpisce e poi si dilegua, lasciando dietro di sé bancomat assaltati, vetrine infranti e molti feriti.

 

Il ramo italiano del movimento no-global pacifico era capeggiato dal Genoa Social Forum, che già dal dicembre 2000 organizzava riunioni e incontri per preparare le manifestazioni del luglio successivo.

 

«Il nostro slogan era voi otto, e noi sei miliardi, per rivendicare la contrapposizione tra la popolazione mondiale e otto potenti che rivendicavano, in modo arrogante, il diritto di decidere le sorti del mondo» ha affermato, in una recente intervista, Vittorio Agnoletto, medico ed ex-europarlamentare delle file di Rifondazione Comunista, e al tempo portavoce del movimento.

 

Il Forum era un gruppo dall’anima non violenta, sorto spontaneamente dalla gente comune, in cui prendevano parte giovani, lavoratori di ogni estrazione sociale e di ogni credo religioso. Ricorda ancora Agnoletto: «Mai avevamo pensato di poter dare vita ad atti di violenza, come lanci di sassi e bottiglie molotov. Volevamo protestare pacificamente, senza che si sparasse un colpo».

 

Contrapposto a questo, c’era il movimento delle Tute Bianche, dei Disobbedienti guidato da Luca Casarini.

 

«I ragazzi del Genoa Social Forum ci chiamarono per dire di venire a Genova, perché stava nascendo un forte gruppo pacifico di protesta, a cui noi non potevamo mancare» ha dichiarato tempo dopo.

 

Il suo gruppo, però, si era distinto per essere l’anima più intransigente del movimento no-global, mosso da una contestazione più radicale. Quando, però, il gruppo di Casarini giunse a Genova, trovò l’esercito schierato per proteggere la città, e dichiarò formalmente guerra al governo e ai militari: era il 26 maggio 2001.

 

Negli stessi giorni, la città subiva l’arrivo di più di 13.000 tra soldati, poliziotti e carabinieri, che resero Genova una città militarizzata. Per proteggere l’incolumità delle delegazioni partecipanti al vertice, intorno alla cosiddetta “zona rossa”, ovvero le vie e le strade vicine ai palazzi dove si sarebbe tenuti gli incontri, vennero erette grate ferree alte più di cinque metri, con limitazioni al passaggio anche per gli stessi cittadini genovesi.

 

L’aria, in città, era davvero pesante: c’era la sensazione, da più parti sostenuta, che i giorni che sarebbero seguiti sarebbero stati assai difficili, caratterizzati da scontri violentissimi con i manifestanti, e provocando un alto numero di feriti.

 

Quel che più, tuttavia, preoccupava i vertici della polizia, era la sensazione che a Genova ci potesse essere qualche vittima, tra i manifestanti o tra le stesse forze dell’ordine. Il vertice, insomma, iniziava nel peggior clima possibile.

 

Giovedì 19 luglio. Prima manifestazione in città: si tratta del corteo dei migranti, un pacifica contestazione della globalizzazione e della sue conseguenze, che porta in strada più di 50.000 persone. Tutto si svolge in un’atmosfera rilassata, senza quella tensione di cui tanto si era parlato nelle ore precedenti. Tuttavia, qualcun altro stava già preparando la sommossa.

 

Venerdì 20 luglio, ore 11.30. In alcune vie della città, si verifica il primo blitz dei black-bloc. Come nel loro stile, si sono radunati in folti gruppi apparentemente dal nulla, e iniziano ad armarsi. Sassi, ringhiere divelte, spranghe. Tutto quanto è buono per distruggere cassonetti, incendiare auto e infrangere vetrine.

 

Poco dopo, il primo contatto con i carabinieri che li stanno sorvegliando da qualche ora. In seguito ad una carica dei militari, i black-bloc si dileguano, per ricomparire verso ora di pranzo, in via Tolemaide, sul percorso che il corteo delle Tute Bianche di Casarini avrebbe dovuto prendere.

 

Dopo qualche ora, il gruppo si ritira, e si spostano verso il carcere di Marassi, dall’altra parte delle città. Qui, il gruppo di carabinieri che presidia il penitenziario, abbandona la zona e lascia che i black-bloc lancino contro la struttura bottiglie molotov, sassi.

 

Nel frattempo, la centrale operativa della questura di Genova ordina al 3° battaglione Lombardia dei carabinieri, di dirigersi verso Piazza Giusti, nel cuore della zona gialla, dove «alcune migliaia di anarchici stanno sfasciando tutto», secondo le registrazioni originali della centrale operativa.

 

L’autocolonna delle forze dell’ordine deve percorrere un tragitto che taglia quello del corteo delle Tute Bianche, che, in modo pacifico, sta scendendo da via Tolemaide.

 

Le comunicazioni tra centrale operativa e mezzi sul campo, tuttavia, è assai difficoltosa; la sala operativa, vista la situazione a Marassi, impartisce l’ordine di proseguire verso il carcere, senza fermarsi in Piazza Giusti.

 

Invece, i blindati dei carabinieri, anziché rispettare l’ordine impartito, si fermano su una strada traversa al percorso del corteo, Corso Torino. I militari scendono dai mezzi, e iniziano a prepararsi allo scontro con i manifestanti delle Tute Bianche. Questo è stato il primo dei tanti errori commessi dalle forze dell’ordine al G8 di Genova, per il quale si terrà anche un processo penale negli anni successivi.

 

Nelle dichiarazioni al procedimento per i fatti di Via Tolemaide, uno degli imputati, il vice-questore Mario Mondelli, nel novembre 2004, disse che «vicino a noi c’era un gruppo di manifestanti, qualche centinaio, che lanciava pietre, bastoni e oggetti contundenti contri gli agenti.

 

Volevamo sgomberare l’area, e poi proseguire per Marassi». Invece, quello sgombero si trasformò in un scontro vero e proprio. I carabinieri lanciarono lacrimogeni tra i manifestanti, al fine di disperderli, per poi caricarli definitivamente. Via Tolemaide è un lungo viale che corre parallelo alla sede rialzata della ferrovia. Si è chiusi da entrambi i lati, ed è difficile trovare una via di fuga in caso di pericolo.

 

Alle 15, inizia lo scontro. Il corteo era arrivato sul luogo presidiato dai carabinieri. I militari iniziano a caricare le Tute Bianche, che rispondono, con lancio di sassi e bottiglie, da dietro i loro scudi fatti di plastica.

 

La sala operativa della polizia tenta ripetutamente, e invano, di contattare il battaglione Lombardia che non dovrebbe trovarsi in via Tolemaide, ma avrebbe dovuto proseguire verso il carcere di Marassi. I militari sono isolati, e tentano in tutti i modi di disperdere il corteo. La sala operativa è nel caos più assoluto.

 

Forse avevano scambiato quei pacifici manifestanti per i black-bloc, forse i messaggi dalla questura non erano stati chiari. Eppure, le immagini che testimoniano quelle ore rappresentano una vera guerriglia urbana tra le strade di Genova: carabinieri che prendono manganellate chiunque si trovi davanti a loro, mezzi blindati che sfrecciano a forte velocità tra le vie per rompere il corteo, lanci di lacrimogeni che offuscano l’aria del centro storico.

 

Alla fine di quello scontro, sul campo restano solo feriti, cassonetti divelti e tanto sangue. In soccorso del battaglione Lombardia, la sala operativa invia il 12° battaglione Sicilia, in cui presta servizio il carabiniere ausiliario Mario Placanica, all’epoca ventunenne. Il giovane calabrese, in forza all’arma da soli dieci mesi, si trova su una jeep Defender, diretta verso via Tolemaide.

 

Giunti sul posto, il mezzo si trova di fronte ad un nutrito gruppo di manifestanti che gli avanza contro. Il blindati tenta di tornare indietro, ma dopo una manovra maldestra, resta bloccato su piazza Alimonda, a causa di un cassonetto che gli sbarra la strada. Dietro, i giovani no-global si fanno avanti, armati di spranghe di ferro e bastoni.

 

Tra loro, c’è anche Carlo Giuliani, genovese di 23 anni, con il viso coperto da un passa montagna. Il ragazzo si trova lì, dietro al mezzo, che viene assaltato ripetutamente da altri manifestanti. Placanica viene anche colpito alla testa, non respira bene, a causa dei lacrimogeni, e non riesce a far allontanare i rivoltosi dal blindato.

 

In questo momento, il carabinieri matura l’idea di estrarre la pistola e sparare. «Io dicevo andatevene, allontanatevi, ma non si placavano. È qui che ho deciso di sparare due colpi» ha affermato Placanica nei mesi successivi.

 

Giuliani, che si trova dietro al mezzo, raccoglie un estintore da terra, forse per scagliarlo contro i carabinieri. Prima, però, che potesse farlo, due colpi lo feriscono mortalmente, e cade a terra. Sono le 17.27, e il G8 e iniziato da appena quattro ore. La jeep, nel tentativo di superare il cassonetto, passa con le ruote due volte sopra il corpo straziato di Giuliani.

 

La morte del giovane segna tutti i giorni a venire del vertice, e fu il più grave errore commesso dalla forze dell’ordine. La mancanza di comunicazioni tra le centrale operative e il battaglione, l’incompetenza dei suoi dirigenti ha fatto sì che la situazione degenerasse a tal punto, con una città in fiamme a causa di informazioni sbagliate.

 

Dirà Placanica, per difendersi: «Ho sparato non per colpire, ma per allontanarli». Nel corso del processo che si è aperto in seguito all’omicidio in Piazza Alimonda, è emersa l’ipotesi che non sia stato il carabiniere a sparare, ma un alto funzionario dell’arma anche lui sulla jeep, e che il nome di Placanica sia servito solo da copertura. L’esito del procedimento penale, apertosi presso la Procura di Genova pochi mesi dopo, ha visto, però, l’assoluzione totale del carabiniere nel maggio 2003, perché egli sparò in aria, senza puntare l’arma contro alcuno, e i colpi sarebbero stati deviati da un calcinaccio lanciato dai manifestanti. La morte di Giuliani sarebbe, per la magistratura, solo una tragica fatalità.

 

Nella sera dello stesso tragico venerdì, il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, assieme al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, tenne un discorso in televisione in cui si augurava che le manifestazioni e le violenze cessassero da subito. Alla fine del G8, però, mancavano ancora due giorni.

 

Sabato 21 luglio. Il vertice degli otto grandi è ormai oscurato da quello che succede fuori da Palazzo Ducale, sede degli incontri. La manifestazione del Genoa Social Forum, 300 mila persone, con in prima fila Vittorio Agnoletto e le Tute Bianche di Luca Casarini - in forse fino all’ultimo dopo la morte di Carlo Giuliani - si tiene ugualmente, sul lungomare di Genova. Per il leader delle Tute Bianche, «bisognava scendere per strada, per combattere le provocazioni di quelli in divisa e non.

 

Sabato era la giornata della rabbia». Ben presto, anche in questo giorno, ricomparvero i black-bloc, che ripresero a devastare la città. Alle 15, dopo alcuni lanci di lacrimogeni, il corteo è spezzato in due tronconi. Le forze dell’ordine, come il giorno prima in via Tolemaide, perdono il controllo della piazza, e non riescono a separare i violenti dai manifestanti pacifici. Lo stesso corteo è privo di un proprio servizio d’ordine, e questo, secondo Agnoletto, era stato deciso per poter dare «un segno di discontinuità col passato, di una manifestazione pacifica, in cui i ragazzi procedessero a mani alzate, dipinte di bianco, senza violenza».

 

L’allora Ministro degli Interni, Claudio Scajola, ha ammesso: «Le forze dell’ordine si trovarono davanti a fatti eccezionali, ai quali non erano preparati né formati professionalmente. Cercare di dividere i violenti era difficile, perché questi di certo non avevano un segno di riconoscimento al braccio».

 

Il bilancio della giornata è di più di trecento feriti tra manifestanti e poliziotti, e solo 160 arresti. Il vertice, in quelle stesse ore in cui per strada si combatteva, si stava per chiudere. La polizia, però, anche se il G8 si avviava al termine, voleva colpire i più violenti, stanarli nei luoghi dove trascorrevano la notte. I funzionari della questura credono di averne individuato uno: la scuola “Armando Diaz”, in cui si trovano molti degli aderenti al Genoa Social Forum di Agnoletto.

 

Alle 23, il blitz. Più di 400 poliziotti circondano l’edificio e tentano l’irruzione da più parti. All’interno, il panico. Le varie testimonianze di chi, quella sera, si trovava nella scuola, parlano di persone che fuggivano ai piani alti e si rifugiavano negli sgabuzzini.

 

Centinaia di filmati amatoriali, caricati su YouTube e altri siti internet, mostrano come gli agenti siano intervenuti con la forza, colpendo con il manganello chiunque si trovasse loro davanti, e prendendoli a pugni e calci. La perquisizione dura più di mezz’ora, in cui vengono messe a soqquadro le aule dove dormono i ragazzi. Dalla scuola, intanto, escono decine di barelle con giovani feriti gravemente; dei temuti black-bloc, tuttavia, non c’è traccia.

 

In un’intervista del 22 luglio 2002, il vice-capo della polizia Ansoino Andreassi affermava che all’interno della scuola Diaz «vennero trovate bottiglie molotov, coltelli e le tute nere che contraddistinguono i black-bloc». Non era della stessa idea il ministro Scajola che, dopo un’indagine interna, qualche giorno dopo sospese Andreassi, il vice-questore di Genova e un altro funzionario della polizia.

 

Non è finita, ancora. Qualche giorno dopo la fine del G8, sui quotidiani e sulle televisioni emerge la notizia che, nella caserma della polizia di Bolzaneto, piccola località vicina a Genova, sarebbero state consumate delle violenze, da parte di alcuni agenti, ai danni dei manifestanti fermati durante gli scontri.

 

Secondo le varie testimonianze, sia dei fermati che di poliziotti che hanno rilasciato interviste sotto anonimato, nella caserma ci sarebbe stata una “sospensione dei diritti umani, un vuoto della Costituzione”. I ragazzi che arrivavano venivano picchiati appena scendevano dai mezzi, e poi portati nelle celle. Qui, passavano anche dieci ore in piedi con la faccia contro il muro, senza mangiare né bere. L’odore di sangue era insopportabile.

 

Non si ha, ancora oggi, una certezza su questi fatti, anche se sono stati celebrati alcuni processi, che hanno visto la condanna per alcuni medici e membri delle forze dell’ordine.

 

Per gli scontri in Via Tolemaide, il processo ha condannato a pene tra gli 8 e 15 anni di reclusione 24 manifestanti in primo grado, ridotti a 14 dalla Corte d’Appello. La maggior parte di questi sono anarchici e autonomi.

 

Nel processo che si aperto per l’assalto alla scuola Diaz, durante una deposizione del maggio 2007 , il vice-questore aggiunto di Genova, Michelangelo Fournier definiva il blitz «una macelleria messicana […], in cui quando sono arrivato ho visto due quattro poliziotti che infierivano su una decina di persone a terra». E Massimo D’Alema, in un discorso al Parlamento sui fatti di quella sera, ha parlato di “notte cilena”.

 

Il 13 luglio 2008, il Tribunale di Genova ha condannato 13 agenti operativi della polizia ma assolve altri 16 imputati, tra cui alti dirigenti. Nella sentenza d’appello del 2010, invece, vengono incriminati 28 imputati, tra cui il Capo della Polizia dell’epoca, Gianni De Gennaro.

 

Il G8 di Genova del luglio 2001 è stato contraddistinto da errori, incomprensioni, violenze e prove di forza. A farne le spese, però, non sono stati solo i manifestanti, violenti e non, ma un intero paese, che, a dieci anni di distanza, non ha ancora fatto pace con sé stesso, non chiarendo definitivamente la posizione di tutti i protagonisti e facendo emergere la verità che sia valida per tutti e non solo per una parte.

 

È interessante, dopo questa ricostruzione, riportare una frase del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale dichiarava, qualche giorno prima del vertice: «La città di Genova è la meno adatta a garantire lo svolgimento tranquillo del G8». 



 

 

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