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filosofia & religione


N. 35 - Novembre 2010 (LXVI)

Il binomio "imperfetto"
Il difficile cammino della democrazia araba

di Lawrence M.F. Sudbury

 

Dal punto di vista sociologico e politico si è soliti parlare dello sviluppo della democrazia nei vari Paesi del mondo come di un processo ad "ondate successive".

 

Quella che stiamo vivendo al momento può essere definita una "terza ondata", nella quale la democrazia ha smesso di essere un fenomeno per lo più occidentale per estendersi a livello mondiale e, solo nei venti anni dal suo inizio, databile intorno al 1974, al 1995 si è assistito al passaggio da 40 a 117 democrazie presenti nel mondo (fonte "Journal of Democracy").

 

Ciò che stupisce è che questo movimento globale non pare abbia riguardato, con la sola parziale eccezione libanese, i Paesi arabi e che oggi, quindici anni dopo, la situazione continui immutata.

 

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: perché non esiste una democrazia araba? 

 
La risposta più ovvia è che questo deficit debba avere qualcosa a che fare con la religione o la cultura che accomunano gli Stati mediorientali e della costa meridionale mediterranea, tutti legati ad un background storico comune e tutti professanti (pur con significative minoranze in Libano e in Egitto) la religione islamica.

 

Eppure, né la cultura araba né la religione musulmana offrono, al loro interno, una spiegazione convincente per dar ragione del fenomeno. Né una spiegazione plausibile si può ricercare unicamente nella mancanza di sviluppo di Stati come Egitto, Giordania, Marocco e Yemen o negli effetti socio-politici perversi della ricchezza derivata dal petrolio, mentre una risposta al quesito è ottenibile solo da una più ampia disamina economica e geopolitica dell'azione di tutte queste covariabili e da una analisi delle strutture interne dei Paesi arabi.

 

Ma procediamo per gradi, cercando di analizzare le possibili soluzioni al quesito. 

 

Partiamo, dunque, dalla soluzione religioso-culturale. Ebbene, se allarghiamo l'ottica passando dalla osservazione dei sedici Paesi arabi mediorientali e nordafricani ad una visione che includa anche gli altri ventinove Stati musulmani del mondo possiamo facilmente notare come l'idea di un "Islam che blocca la democrazia" decada immediatamente, visto che un numero piuttosto significativo di esempi (Albania, Bangladesh, Malesia, Senegal e Turchia solo per citarne alcuni) contraddice l'assunto, fornendo, sulla base del test minimo di democrazia elettorale stabilito dalla International Freedom House (elezioni libere ed eque per determinare chi governa), un regime sufficientemente libero e giusto ai propri cittadini.

 

Per altro, sempre tenendo conto dei parametri della Freedom House, è possibile notare che l'anno scorso su una "scala di libertà del cittadino" da 0 (totalmente libero) a 7 (assolutamente non libero) i 16 Paesi arabi abbiano ottenuto una valutazione media di 4.75, mentre gli altri Paesi islamici si siano attestati su una media di 5.50: uno scarto di un punto è indubbiamente significativo, soprattutto tenendo conto che circa metà delle Nazioni non arabe sono considerate "moderatamente" libere mentre il solo Kuwait tra le Nazioni arabe rientra in questa definizione.

 

Certamente c'è stato chi, come lo storico britannico Elie Kedourie ha fatto nel 1992, ha affermato che non c'è "nulla nelle tradizioni politiche legate all'Islam, che potrebbero rendere familiare, o anche solo comprensibile, l'idea di organizzare un governo costituzionale e rappresentativo."

 

Eppure, al di fuori del mondo arabo parecchi Paesi con tradizioni politiche musulmane hanno avuto alcune esperienze significative di democrazia e resterebbe da spiegare come sia stato possibile, allora, che lo sviluppo di una democrazia moderna abbia potuto prendere piede in diverse aree islamiche in Africa e Asia che pure non avevano precedenti in tal senso, ma non nel mondo arabo. 

 

Se il problema è che, come continua Kedourie, i musulmani sono abituati ad "autocrazia e obbedienza passiva" perché questo è rimasto un ostacolo insormontabile nel mondo arabo, mentre non ha impedito la democratizzazione in vaste aree del resto del mondo che un tempo erano note per subire un dominio autoritario?

 

Si potrebbe anche sostenere, come è stato fatto per quanto riguarda Iraq e Libano, che le divisioni etniche e confessionali corrono troppo in profondità per permettere la democrazia in questi Paesi. Eppure, Iraq e Libano, nonostante le loro divisioni polarizzati, sono i due Paesi arabi oggi più vicini al concetto di democrazia elettorale completa, mentre due dei paesi più omogenei, Egitto e Tunisia, sono anche due tra i più autoritari. In effetti, le differenze etniche o religiose difficilmente rappresentano un ostacolo più grave per la democrazia nel mondo arabo di quanto non possano essere in Paesi come Ghana, India, Indonesia, e Sud Africa, che pure sono democrazie piuttosto compiute. La risposta, dunque, va ricercata altrove.

 

Forse, il fatto è, semplicemente, che le popolazioni arabe non considerano la democrazia elettorale di massa un valore come potrebbe accadere in altre culture. Ma allora, come si spiega che in vari sondaggi ben oltre l'80% dei cittadini in Algeria, Giordania, Kuwait, Marocco, nell'Autorità palestinese, e anche in Iraq abbia dichiarato che "nonostante gli inconvenienti, la democrazia è il miglior sistema di governo" e che "avere un sistema democratico sarebbe buono per il nostro Paese " e che questi risultati siano stati indipendenti dal grado di religiosità degli intervistati (fonte: sondaggio globale nei Paesi arabi del già citato "Journal of Democracy")?

 

In realtà, basterebbe vedere come, a rischio della vita, gli iracheni e gli afghani abbiano partecipato alle loro prime libere elezioni per comprendere quale sia l'atteggiamento degli arabi verso la democrazia, e certo non è sorprendente che solo laddove le elezioni, come in Egitto, offrono poca scelta significativa, o, come in Marocco, hanno ben poca importanza nel determinare chi governerà veramente, si abbia un alto tasso di astensione.
 

Sotto le cifre aggregate del sostegno arabo alla democrazia, tuttavia, dobbiamo vedere una storia più complessa. In cinque Paesi esaminati tra il 2003 e il 2006 dall'"Osservatorio sulla Democrazia in Medio Oriente", il 56% per cento degli intervistati ha sostenuto che "gli uomini di religione dovrebbe avere influenza sulle decisioni del governo" e un sondaggio fatto nel 2003 e nel 2004 ha mostrato come una percentuale dal 40 al 45% degli arabi sarebbero a favore di una democrazia islamica nella quale trovassero applicazione i principi della Sha'aria.

 

È qui che religione e cultura entrano come fattori rilevanti. Anche se possiamo desumere che i cittadini delle Nazioni arabe sono a favore dell'assunzione di regimi democratici, non possiamo comunque sapere se tale accettazione riguardi unicamente una ricerca di forme nuove di governo alternative alla presente situazione autoritaria e quanto includa anche l'accettazione di valori quali l'apertura, la tolleranza e l'uguaglianza di tutti i cittadini.

 

Di fatto, l'idea di democrazia per chi ha espresso parere favorevole al suo sviluppo potrebbe essere quella sostenuto dai Fratelli Musulmani in Egitto o dal Fronte d'Azione Islamico in Giordania, cioè una democrazia comunque settaria e anti-equalitarista, che, con tutta probabilità, porterebbe alla classica dinamica del "una persona, un voto, una sola volta" prima del suo dirottamento verso una rivoluzione culturale (antidemocratica) simile a quella attuata dall'ayatollah Khomeini in Iran nel 1979. 

 

La paura di una vittoria elettorale dell'Islam radicale è, in effetti, proprio una delle cause impedienti maggiori verso la democrazia, soprattutto dopo il bagno di sangue avvenuto nel 1991 in Algeria dopo la vittoria del Fronte Islamico di Salvezza e la sollevazione delle élite politiche e militari contro la possibilità di un governo su base religiosa.

 

Si tratta di uno scenario socio-politico consueto, che ha già avuto modo di esplicarsi in America Latina e in Sud Africa, laddove solo dopo aver ottenuto la certezza di non passare sotto un governo comunista non solo i nuclei autoritari ma anche la borghesia liberale ha consentito a libere elezioni che permettessero un passaggio progressivo verso la democrazia, preferendo, in precedenza, sottostare ad un regime certo piuttosto che passare ad un altro regime questa volta incerto.

 

In questo quadro si inserisce anche un secondo fattore, quello economico.

 

Seymour Martin Lipset ha sostenuto cinquanta anni fa che più un Paese ha un livello di vita agiato e meglio sarà per le sue prospettive di guadagnare e mantenere la democrazia. 

 

Ormai, però, molti Paesi arabi sono abbastanza "agiati": se si confrontano i livelli di reddito pro capite, il Kuwait è ricco quanto la Norvegia, il Bahrain è alla pari con la Francia, l'Arabia Saudita con la Corea, l'Oman con il Portogallo e il Libano con il Costa Rica. Solo Egitto, Giordania, Marocco, Siria e Yemen non hanno ancora raggiunto livelli accettabili di prosperità, ma, comunque, questi Paesi non sono più poveri in termini pro capite di India o Indonesia, dove la democrazia funziona nonostante la mancanza di ricchezza generale.

 

Naturalmente, i dati pro capite possono essere ingannevoli: la distribuzione del reddito può essere gravemente distorta e ciò è particolarmente vero nel mondo arabo. Inoltre, è noto che i "Paesi del petrolio" appaiono in superficie molto più sviluppati di quello che siano, con una forbice che fa sì che dal punto di vista del livello di vita medio essi si posizionino molto più in basso di quanto le statistiche potrebbero mostrare.

 

Eppure, quando si guarda ai livelli dei diritti umani legati allo sviluppo (che prendono in considerazione voci come istruzione e salute), i più ricchi Stati petroliferi arabi sono almeno alla pari con il Portogallo e l'Ungheria, mentre l'Arabia Saudita è paragonabile con la Bulgaria e Panama e, prendendo in esame gli Stati arabi con poco petrolio o senza alcuna esportazione, vediamo come l'Egitto sia a livello dell'Indonesia e il Marocco del Sud Africa. In altre parole, è possibile trovare a qualsiasi livello di ricchezza numerose democrazie che sono sviluppate più o meno come le rispettive non democrazie arabe.

 

Ma se il problema non è a livello economico, forse è a livello di struttura economica.


Tra i sedici Paesi arabi, undici sono "rentier", nel senso che essi dipendono fortemente dalle rendite del petrolio e del gas (in sostanza, vivono di rendita) che li tengono a galla fornendo più del 70% (in alcuni casi oltre il 90%) dei loro proventi. La maggior parte di tali Stati sono talmente inondati in contanti che non hanno bisogno di tassare i propri cittadini. 

 

E, paradossalmente, questo è parte del problema: queste Nazioni, non riescono a sviluppare quelle aspettative organiche di responsabilità che emergono quando i cittadini pagano le tasse.

 

Il meccanismo è semplice e perverso allo stesso tempo: i proventi del petrolio spettano allo Stato e, conseguentemente, aumentano la potenza della burocrazia statale ma, riducendo o eliminando la necessità di tassazione, riducono anche la necessità che il governo debba sollecitare l'acquiescenza dei suoi soggetti a tassazione. 

 

In altre parole, più basso è il livello di tassazione, meno motivo esiste per i soggetti pubblici di rispondere alla domanda di rappresentanza. 

 

Non si tratta dell'unico esempio dei corollari negativi di quella che è stata definita "la maledizione del petrolio": essa porta ad una eccessiva centralizzazione, ad un presidiamento dei privilegi élitari e, di norma, ad un livello di corruzione altissimo, frutto di una economia liberista con legami normativi minimali.

 

Insomma, in questi sistemi lo Stato è grande, centralizzato e repressivo, finisce per comprare la stabilità e la pace politica con le buste paga del governo, mentre la società civile è debole e cooptata. 

 

Quella che passa per essere economia di mercato è, in effetti, il frutto di un senso d'imprenditorialità fortemente distorto, in cui la maggior parte degli affaristi sono al servizio dello Stato o del suo settore petrolifero, o, altrimenti, si alimentano con contratti con il governo o rappresentando imprese straniere.

 

Non vi è piccola o media impresa perché l'imprenditorialità è nulla: perché correre rischi quando ci sono profitti costanti ottenibili senza alcun rischio?

 

Il risultato, al di là della dipendenza evidente dagli altri Paesi per ogni genere di bene di consumo, è che viene a mancare una vera classe media non legata al governo e, conseguentemente, una vera possibilità di "dissidenza economica".

 

Se, dunque, vi è una base economica per l'assenza di democrazia nel mondo arabo, essa è strutturale e ha a che fare con il modo in cui il petrolio distorce lo Stato, il mercato e la struttura di classe: non è un caso che non uno solo dei 23 Paesi che oggi derivano la maggior parte dei loro proventi delle esportazioni di petrolio e gas possa essere considerato una democrazia compiuta.

 

Tra l'altro, per molti Paesi arabi, la maledizione del petrolio non finirà molto presto: il Medio Oriente arabo è la patria di cinque dei nove Paesi con le maggiori riserve di petrolio (con circa il 46% delle riserve mondiali).

 
A livello prettamente politico, gli autoritarismi arabi si basano su grandi pilasti che comprendono i modelli e le istituzioni con cui i regimi autoritari gestiscono la loro politica e mantengono la loro presa sul potere, insieme a tutte quelle forze esterne che contribuiscono a sostenere il loro governo. 

 

Queste strutture autoritarie non sono tipiche unicamente del mondo arabo, ma i governanti arabi le hanno portate a un livello superiore di raffinatezza.

 

Anche se lo Stato tipico arabo non può essere efficiente nell'organizzazione del quotidiano, la sua "Mukhabarat" (polizia segreta e apparati di intelligence) è normalmente ampiamente finanziata, tecnicamente sofisticata, molto penetrante, legalmente senza freni e sempre pronta a beneficiare di un'ampia cooperazione con le istituzioni regionali e internazionali.

 

Più in generale, "questi Stati sono i leader mondiali in termini di proporzione del PIL speso per la sicurezza" Eppure la maggior parte delle autocrazie arabe non si basa sulla coercizione assoluta e sulla paura per sopravvivere. 

 

Piuttosto, la repressione è selettiva e fortemente mescolata a (e quindi spesso nascosta da) meccanismi di rappresentanza, consultazione, e cooptazione. Questa miscela di para-pluralismo guidato, di elezioni controllate e di repressione selettiva è il combustibile dei regimi presenti in Egitto, Giordania, Marocco, Algeria, Kuwait e non è solo una 'strategia di sopravvivenza' adottata dai regimi autoritari, ma, piuttosto, un tipo di sistema politico le cui istituzioni e regole sfidano ogni logica lineare e ogni modello di democratizzazione.

 

In tali sistemi, infatti, anche ogni istanza di liberalizzazione non è lineare ma piuttosto ciclica e di adattamento: quando la pressione monta, sia all'interno della società che da fuori, il regime scioglie i suoi vincoli e consente una maggiore attività civica e una più aperta opposizione elettorale, fino a quando quest'ultima rischia di divenire efficace e, di conseguenza, il regime torna a metodi più pesanti di brogli alle elezioni, di riduzione dello spazio politico e di arresto dei "soliti sospetti".


Dunque, competizione e pluralismo politico sono ammessi in questi regimi arabi (tra cui Algeria, Giordania, Kuwait, Marocco e Egitto) solo all'interno di regole e parametri attentamente redatti per garantire che gli oppositori del regime siano svantaggiati e privi di potere.

 

Le pratiche elettorali vengono scelte in modo da ricalcare i termini di privilegio personale e tribale dei candidati e i parlamenti che derivano da queste elezioni non hanno alcun potere reale per legiferare o governare, cosicché una più o meno illimitata autorità continua a risiedere nelle mani di re e presidenti ereditari. In questo quadro, i partiti di opposizione devono affrontare il grave dilemma se boicottare queste semi-buffonate o parteciparvi: partecipandovi, essi rischiano di diventare cooptati, o almeno di essere visti come tali da un elettorato demotivato, ma, in caso contrario, rischiano di perdere anche quella pur minima influenza che possono avere sulle decisioni governative. In ogni caso sono perdenti in partenza.

 

Il dilemma tra stare dentro i sistema essendone conniventi e starne fuori essendo esclusi dai processi politici tocca anche i partiti islamici in Paesi come Egitto, Kuwait e Marocco, in cui i partiti più estremisti hanno deciso in prevalenza per la seconda ipotesi, impegnandosi piuttosto nella costruzione di reti di assistenza sociale e religiosa per raccogliere basi a lungo termine di sostegno popolare, mentre i partiti "laici" hanno ritenuto opportuno inserirsi nel sistema, in questo modo, però, spesso apparendo solo marginali e inetti e, conseguentemente, finendo per favorire involontariamente la linea fondamentalista. 

 
La situazione geopolitica sfavorevole per lo sviluppo di una democrazia araba si estende ben oltre il fattore petrolio, sebbene esso sia la principale ragione dell'interesse delle grandi potenze nella regione. Il supporto esterno ai regimi arabi, storicamente proveniente in gran parte dall'Unione Sovietica, ma ora soprattutto da Europa e Stati Uniti, costituisce per le autocrazie arabe un elemento cruciale in termini di risorse economiche, di assistenza alla sicurezza, e di legittimazione politica.

 

In alcune circostanze, per i regimi di Stati non produttori di greggio come l'Egitto, la Giordania, o il Marocco, l'aiuto straniero è come il petrolio: un'altra fonte di rendite che i regimi utilizzano per la propria sopravvivenza. 

 

Come nel caso dell'"oro nero", i flussi di aiuti nelle casse centrali dello Stato contribuiscono a fornire i mezzi sia per cooptare che per reprimere. Basti dire che dal 1975 a oggi, gli aiuti americani allo "sviluppo" dell'Egitto sono arrivati a più di 28 miliardi dollari, non includendo i quasi 50 miliardi di dollari in aiuti militari arrivati dopo gli Accordi di Camp David del 1978.

 

Meno noto è l'enorme flusso di aiuti economici e militari statunitensi per il molto meno popoloso Stato di Giordania, che dal 2001 ha ottenuto in media 650 milioni di dollari all'anno. Questi aiuti occidentali rendono possibili per i regimi politici strategie di spesa massiccia sui posti di lavoro pubblico senza imporre una crescita delle tasse, finendo per perpetuare il sistema autocratico.

 
Due altri fattori esterni rafforzano ulteriormente l'egemonia interna delle autocrazie arabe. Uno è il conflitto arabo-israeliano, che pende continuamente come una spada di Damocle e che fornisce un pronto e comodo mezzo per deviare la frustrazione pubblica lontano dalla corruzione e dalle violazioni dei diritti umani dei regimi arabi, targettizzando la rabbia dei cittadini verso l'esterno affinché essa si concentri su quella che i mass media privati e statali arabi presentano continuamente, con grande enfasi emotiva, come l'oppressione israeliana dei palestinesi e, per estensione simbolica, di tutto il popolo arabo. 

 

Così, se anche le proteste per le carenze dei regimi arabi, per la scarsa qualità dei servizi educativi e sociali, per la mancanza di lavoro, di trasparenza, di responsabilità e di libertà, sono vietate, le opinioni pubbliche arabe possono sempre sfogare la loro rabbia attraverso la stampa e per le strade verso un obiettivo sicuro: la condanna di Israele.


Il secondo fattore esterno è dato dalla cooperazione con gli altri Stati arabi, in un meccanismo tale per cui essi si rafforzano a vicenda nel loro autoritarismo e nelle loro tecniche di monitoraggio e repressione, tanto da trasformare, nel corso dei decenni, i 22 membri della Lega Araba in un club di autocrati impenitenti: di tutte le principali organizzazioni regionali, la Lega Araba è, probabilmente, quella meno interessata alle norme democratiche e alla loro promozione e, anzi, nel suo statuto, che non è stato modificato in mezzo secolo, manca addirittura qualsiasi menzione alla democrazia o ai diritti individuali. 

 

Ciò significa che non vi è alcuna fonte di diffusione democratica o di emulazione all'interno del mondo arabo, con effetti di esclusione di esso da ogni processo di democratizzazione.

 

Su queste basi, dobbiamo pensare che il mondo arabo sia condannato indefinitamente ad un futuro di regimi autoritari? Forse no.

 

Indubbiamente primi accenni di cambiamento si stanno avendo con abbozzi di mobilitazione popolare in Paesi come l'Egitto, il Libano, e il Marocco e nell'Autorità Palestinese: si tratta di piccoli segni in società ancora essenzialmente autoritarie, ma, pure, risultano essere assaggi di quello che una società democratica potrebbe essere.

 

Indubbiamente ogni sondaggio dimostra che l'opinione pubblica di queste Nazioni vuole più libertà e nuovi strumenti di comunicazione come Facebook, Twitter o la blogosfera e la rivoluzione dei telefoni cellulari stanno già dando agli arabi nuove opportunità di esprimersi e di mobilitarsi.

 

Tre fattori potrebbero rendere più rapido il cambiamento democratico in tutta la regione.

 

Uno potrebbe essere la nascita di un primo sistema politico democratico nella regione, soprattutto in un Paese che potrebbe essere visto come un modello. Questo ruolo difficilmente potrebbe essere svolto dal Libano, dato il suo intreccio di fazioni estremamente complicato, la frammentazione del potere consociativo e il continuo pesante coinvolgimento della Siria nella sua politica. 

 

Ma, ad esempio, l'Egitto sembra ad un passo da svolte significative, con la prossima fine del trentennale "regno" personale dell'ottantunenne Hosni Mubarak e la possibilità di un adeguamento a strutturazioni di potere più moderne, che appare oggi imprescindibile.


In secondo luogo sarebbe necessario un cambiamento nella politica degli Stati Uniti, che dovrebbero riprendere l'impegno di principio di incoraggiare riforme democratiche non solo in ambito elettorale, ma anche nel rafforzare l'indipendenza della magistratura e la trasparenza governativa, nonché nell'ampliare la libertà di stampa e della società civile. 

 

Se questo accadesse e fosse rafforzato in qualche misura dalla pressione europea, potrebbe aiutare a svecchiare sistemi ormai logori e invecchiati, ma prima sarebbe necessario che la politica statunitense superasse la sua visione indifferenziata dei partiti islamici e si impegnasse a supporto di quegli attori politici che, pur legati a matrici religiose, fossero disposti a lavorare in modo più chiaro per lo sviluppo di norme liberal-democratiche.


Infine, il fattore più importante potrebbe essere un prolungato declino nel prezzo mondiale del petrolio (diciamo alla metà dei livelli attuali). 

 

Anche se il più piccolo dei regni del petrolio del Golfo resterebbe ricco a qualsiasi prezzo concepibile, i Paesi più grandi, come l'Arabia Saudita, sarebbero obbligati ad affrontare la questione di un nuovo patto politico con i propri cittadini per affrontare i nuovi scenari.

 

Forse, solo a questi patti sarà possibile vedere risolta l'anomalia di una intera area del mondo senza democrazia reale, un'anomalia che non è solo una minaccia allo sviluppo dei Paesi arabi, ma anche alla stabilità del mondo intero.

 

 

Riferimenti bibliografici:


E. Kedourie, Democracy and Arab Culture, Washington Institute for Near East Policy 1992
L. Diamond, M.F. Plattner, How People View Democracy, Johns Hopkins University Press, 2008;
S. P. Huntington, The Third Wave: Democratization in the Late Twentieth Century, University of Oklahoma Press 1991;
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T. Lynn Karl, The Paradox of Plenty: Oil Booms and Petro-States, University of California Press, 1997
M. Ottaway, A. Hamzawy (a cura di), Getting to Pluralism: Political Actors in the Arab World, Carnegie Endowment for International Peace 2009
M. Pripstein Posusney, M. Penner Angrist (a cura di), Authoritarianism in the Middle East: Regimes and Resistance, Lynne Rienner, 2005


 

 

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