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N. 22 - Ottobre 2009 (LIII)

La bandiera sventolante sul Monte degli UlivI
la capitale indivisibile

di Lawrence M.F. Sudbury

 

Sul Monte degli Ulivi, proprio di fronte alla Cupola della Roccia di Gerusalemme, c’è una bandiera, grande, molto grande, certamente più di cinque metri per tre: la bandiera d’Israele, naturalmente.


Segna, come su tutte le colline intorno alla città, il possesso statale di queste alture conquistate nel 1967, data dell’unificazione di Gerusalemme, a poco meno di vent’anni dalla nascita dello Stato ebraico.


Mahamud ha 66 anni e da sempre vive sul Monte degli Ulivi.


Ogni mattina si alza, apre il suo chiosco di kabap e falafel davanti alla bandiera, ma non solleva mai lo sguardo: per quanto lo riguarda, quel pezzo di tela è solo il simbolo dell’occupazione iniziata con la Guerra dei Sei Giorni, al termine della quale lui, nato Palestinese in Giordania, si è trovato a vivere sotto il governo d’Israele.


Come lui, nessuno sul Monte degli Ulivi guarda mai quella bandiera e la ragione è semplice: qui nessuno, assolutamente nessuno è Ebreo e nessuno, assolutamente nessuno si sente Israeliano. Forse il 95% degli abitanti del Monte sono Mussulmani Palestinesi che accorrono cinque volte al giorno (o quattro, perché molti confessano di non farcela proprio a partecipare alla preghiera della mattina presto) al richiamo del Muezzin della piccola Moschea locale, costruita su quello che i Cristiani considerano il luogo dall’Assunzione, mentre il restante 5% è formata da membri di quella piccola minoranza di Cristiani (circa l’1% di tutta la popolazione d’Israele) che si riconosce in una delle 13 Denominazioni ufficialmente accettate dal governo ma che, ed è quello che conta qui, si riconosce anche fieramente come palestinese.


No, qui nessuno si può o si potrà mai sentire israeliano: i soldati con le kippot qui, a differenza di molte altre zone della pattugliatissima Città Vecchia, passano raramente e quando passano è sempre cattivo segno, segno che qualche cugino o fratello o cognato di questi incredibilmente vasti clan famigliari arabi avrà certamente dei problemi, forse meno grandi di quelli del periodo della Prima Intifada, con le sue centinaia di ragazzi incarcerati per anni, ma pur sempre problemi.


Ben pochi qui parlano anche solo un po’ di ebraico e le insegne dei negozi, tutte strettamente in arabo, sono solo una conseguenza di ciò: un extraterrestre caduto sulla Terra proprio sul grande stradone che corre sulla cresta del Monte, potrebbe tranquillamente pensare di essere capitato ad Amman, a Damasco o a Kuwait City, ma non certo nella “capitale indivisibile” dello Stato che innalza Menorah e Stella di David come propri simboli.


E, certamente, il Monte degli Ulivi non è un caso isolato.


Qui non è questione di politica o di “scelta di campo preventiva” e nemmeno, quasi paradossalmente in una città in cui, in misura esponenzialmente maggiore rispetto a qualunque altro insediamento umano al mondo, si vive quotidianamente l’attesa di una salvezza, di una redenzione o di una sottomissione delle genti a Dio, una questione di religione: è semplicemente una questione di conoscere un minimo di storia e di avere gli occhi per guardarsi attorno.


Gerusalemme Ovest, con la sua struttura moderna, con i suoi grandi viali squadrati, con i suoi ristoranti kosher e la sua popolazione perennemente indaffarata e di corsa è una cosa e, oggettivamente, al di là di qualsiasi presa di posizione o di qualsiasi preconcetto, questa cosa non è la stessa di Gerusalemme Est, con i suoi vicoletti polverosi, le sue miriadi di bambini vocianti, i suoi immensi, quasi ininterrotti e labirintici suk, con i venditori che contrattano su tutto, dalle croci dei pellegrini alle spezie per le massaie, tutte in chador come richiede il Corano.

 

Semplicemente, la città dei bambini ultraortodossi con i lunghi riccioli sulle tempie e i cappelli di foggia ottocentesca non è la stessa città dei troppi gruppi di giovani senza lavoro, seduti sui muretti delle stradine e pronti a imbrogliare qualsiasi turista per portare a casa qualche shekel e poter mangiare (e mi rendo conto di quanto possa suonare retorica una frase del genere in occidente, quando, invece, a Gerusalemme questa è solo la pura constatazione della realtà).


Mi domando se quello che mi ha detto Walid, taxista da dodici anni, è vero: “Ma se loro hanno perso la terra duemila anni fa, che colpa ne abbiamo noi? Anche noi abbiamo abitato la Palestina a lungo! Non siamo stati noi a fare l’Olocausto: perché la terra agli Ebrei non l’ha data la Germania? Chiediti il perché? Ti potrai rispondere che è solo perché noi Palestinesi siamo poveri e la Germania, invece, è ricca!”


No, vorrei dirgli, non è solo per questo: c’è stato altro, c’è stato un “diritto storico” applicato, c’è stato un Gran Muftì di Gerusalemme che ha appoggiato le criminali farneticazioni antisemite hitleriane, c’è stata una risoluzione delle Nazioni Unite. Non è stata questione di ricchezza o povertà. Forse. Insomma, questa è pur sempre la città di David, di Salomone, dei Maccabei… Eppure, una domanda continua a girarmi per la testa: e se gli Italiani, un giorno, decidessero di occupare la Tunisia perché un tempo era parte dell’Impero Romano, come reagirebbe il mondo? O se, magari, i Greci improvvisamente si stanziassero a Kandahar perché molti secoli fa era stata una città conquistata da Alessandro il Macedone?


E poi, qualche anno fa (ormai parecchi, a dire il vero), non era stato forse tutto il mondo occidentale a condannare l’Argentina e il suo principio di “possesso primo” nella vicenda delle Falkland? Non c’era stato chi aveva affermato che, seguendo quel principio, avremmo dovuto ridisegnare l’intera geografia politica del Pianeta? E anche fosse, proprio applicando quel principio, non dovremmo ricordare che, non secondo questo o quello storico ma secondo la Bibbia stessa, questa striscia di terra era stata presa ai Filistei, cioè a quelli che oggi chiamiamo, con retaggio che si palesa persino a partire dai nomi, Palestinesi?


E perché nessuno ha pensato a tutto questo nel 1948? Forse perché l’occidente, tutto l’occidente e non solo quello nazi-fascista ma anche quello che “aveva lasciato correre”, che “non ci aveva creduto” e che “aveva chiuso gli occhi” per poi riaprirli inorridito solo quando quasi tutto era stato compiuto, aveva troppo da farsi perdonare? Ma che cosa penserebbero gli Israeliani stessi se riflettessero sulla nascita del loro Stato come frutto di un senso di colpa non sopito per la Shoah?


Ma, va bene, le cose sono andate così: insomma, gli Israeliani la loro terra, in un modo o nell’altro, se la sono presa, indubbiamente l’hanno saputa far fruttare al meglio e l’hanno saputa difendere come nessun altro avrebbe saputo fare.


Ma non c’era stato un accordo a Oslo? Non c’era un processo di divisione tra i due stati?
Mahamud, quando glielo chiedo, scuote la testa, sorride malinconico e risponde solo: “Amico mio, è solo propaganda: è il denaro che conta e il denaro ce l’hanno gli Ebrei”.


Subito penso a certe antiche litanie sulla “plutocrazia giudaico-massonica” di ben nefaste memorie e questa volta non posso essere d’accordo con il mio amico.


Poi è Suleiman, direttore Cristiano-Palestinese di una delle più grandi scuole superiori di Gerusalemme a chiarirmi le idee, spiegandomi che il West Bank, quell’embrione (o, secondo alcuni, quell’aborto) del futuro Stato Palestinese che comprende città come Betlemme, Gerico e Ramallah, è formato da meno di 1/4 dello Stato d’Israele, il che, di per sé, essendo i Palestinesi circa il 23% della popolazione, potrebbe essere anche equo, ma se, a sua volta, il 25% del West Bank è occupato da 350.000 coloni israeliani (quegli stessi che, a volte, con una immagine piuttosto scioccante, si vedono girare armati persino nel cuore della Città Vecchia, a pochi passi dal Santo Sepolcro, sotto lo sguardo indifferente delle centinaia di soldati e poliziotti che pattugliano ogni angolo della zona e che, normalmente, non si fanno scrupoli a far chiudere a suon di calci ai tavoli carichi di pagnotte gli affari a bambini palestinesi venditori “abusivi” di focaccine al sesamo), che non se ne vogliono andare e che, incredibilmente (almeno per chi viene da fuori), finiscono per essere difesi proprio da quel governo che dovrebbe farli sloggiare, allora, mi sembra, tutto diventa molto meno equo.


Ma, insomma, non sono questi Palestinesi, questi Arabi che, con il loro fanatismo, il loro integralismo, hanno provocato la reazione ebraica e di tutto l’occidente?


Certo, e sicuramente, per quanto non si possano mescolare le carte e non si debbano confondere i ragazzi delle Intifade e i Talebani che devastano i monumenti storici perché “non islamici”, le ali moderate e maggioritarie di Hamas e la follia sanguinaria di Al Qaeda, non sarebbe giusto non condannare ogni forma di violenza, da qualunque parte derivi... Ma, sarà l’effetto di Gerusalemme, di questa città in cui, volente o nolente, le prospettive, forse tutte le prospettive, finiscono per cambiare, ci sono molte domande che non riescono a trovare risposta.


La prima domanda è quella che fa Fwad, altro taxista, questa volta di Betlemme, che, con uno sguardo che non saprei se definire sarcastico o semplicemente disperato, mi chiede: “Ma voi, in occidente, da dove le prendete le notizie? Te lo dico io: da Haaretz o dal Jerusalem Post. Ma chi ci scrive là? Ebrei, non Palestinesi. Così, se un missile degli Hezbollah colpisce l’Alta Galilea, lo sa tutto il mondo, ma degli arresti sulla base della regola del sospetto che l’esercito israeliano fa ogni giorno nel West Bank, che dovrebbe, in teoria, essere indipendente, nessuno ne parla mai”.


Ribatto che, però, alla fine, proprio dal West Bank Hamas lo hanno cacciato i Palestinesi stessi e scuote la testa. “Se ci sono elezioni in Italia, tu puoi scegliere se votare a destra o a sinistra e sono affari tuoi e il governo lo prende chi ha avuto più voti. Qui è diverso: la gente ha votato per Hamas perché siamo stanchi di Al Fatah e di tutte le sue grandi trattative che non hanno portato a niente. Ma non siamo padroni sulla nostra terra e così, quando Israele ha voluto, ci ha chiuso l’acqua e dopo un po’ la gente non ce l’ha fatta più e si è ribellata contro il suo stesso governo”.


Il discorso, mi dico, ha una sua logica ma i kamikaze che fanno saltare gli autobus non sono certo Ebrei. E qui nasce la seconda domanda che non trova risposta. Samir fa l’insegnante, è Cristiano Ortodosso, è Palestinese e mi chiede: “Sei convinto che certi Hassidim ultraortodossi, quelli che se capiti nei loro quartieri con una croce al collo ti sputano addosso e che, per rispetto alle tradizioni, si mettono dei cappelli di pelliccia anche d’estate con 40 gradi, non sarebbero disposti a fare lo stesso se le posizioni fossero invertite? Guarda che noi siamo i primi a soffrire per l’immagine che i Palestinesi ottengono da questi fanatici kamikaze, ma che cosa porta all’esasperazione? E poi, chi ha invaso chi? I morti del vostro Risorgimento voi non li chiamate eroi?”


Aumenta la dose Nabil, volontario della Caritas, che spiega: “Un attacco suicida è il massimo della disumanizzazione e siamo tutti d’accordo su questo. Ma se ti tolgono la dignità, se ti tolgono l’identità, se non hai un lavoro, se non hai un passaporto, se non hai una Patria e una casa, se vivi come un prigioniero dentro campi profughi recintati, che cos’hai da perdere? Chi si è portato via la tua umanità? Lo sai che a Gaza l’80% della popolazione mangia solo perché noi e le Nazioni Unite distribuiamo razioni alimentari?”.


Non so... Gerusalemme può essere una città che confonde e io, che vivo in un quartiere arabo, che parlo in prevalenza con Arabi, forse mi sto facendo confondere, in questa giostra tragica in cui sembra che tutti abbiano qualcosa da recriminare, in cui, come forse inevitabile in ogni guerra, combattuta o non combattuta che sia, nessuno è senza peccato e nessuno ha torto al 100%.


Ma penso a quello che vedo e quello che vedo è che a pochi chilometri da Gerusalemme c’è un muro enorme, lunghissimo, più alto di quello di Berlino, più massiccio di quello di Nicosia, che segna il confine con il West Bank e non posso fare a meno di pensare alla parola più ricorrente riguardo ai muri che dividono le Nazioni: vergogna!


Penso a quello che vedo e quello che vedo è che, mentre sto attraversando il confine per andare a Betlemme, i soldati israeliani, che poi sono dei ragazzi e delle ragazze che stanno lì perché ce li hanno mandati, a regalare tre anni di vita al loro Paese, in attesa di ritornare, nella vita civile, studenti universitari, operai, impiegati, ingegneri, camerieri e quant’altro, danno solo un’occhiata, vedono che sono un occidentale e mi fanno passare senza neppure controllare i documenti. E mi domando, allora, perché Mahamud, per andare a trovare sua cognata, che vive a quattro chilometri dal suo chiosco del Monte degli Ulivi, ci metta due ore per andare e due ore per tornare a causa delle file dei controlli, mi domando perché Suleiman il preside mi dica che i suoi insegnanti che vivono nel West Bank si devono alzare tutte le mattine alla quattro per arrivare a scuola alle nove, ma comunque sono contenti perché almeno hanno un pass per poter attraversare il muro e, per venire a Gerusalemme, dove possono fare le guide turistiche nel pomeriggio, andrebbero ad insegnare anche gratis.


Mi domando, ed è la domanda più difficile da farsi per tutte le sue implicazioni, se quello che mi dicono in tanti, in troppi, Palestinesi ed Europei che vivono da anni in Israele, che il governo vuole rendere Israele un Paese ebreo per gli Ebrei e sta facendo di tutto per far sì che tutti gli altri emigrino, non sia forse vero.


A Gerusalemme Ovest osservo questi Ebrei che starebbero cercando di compiere una sottile, strisciante “ebraicizzazione” del Paese, proprio loro che dovrebbero essere i più attenti a questo genere di cose. Ecco, quell’Askenazita ultraortodosso, quel “ricciolone” come li chiamano qui per le lunghe basette, che viene dalla Russia, non parla una parola d’inglese e arranca sbuffando sotto la sua palandrana nera leggendo un Testo religioso, magari potrebbe essere d’accordo, dimenticandosi forse dei pogrom di qualche decennio fa, quella famiglia Lubavitcher, con lui con le frange del Tallit che spuntano dalla camicia e lei con la gonna alla caviglia e i capelli raccolti sotto un foulard annodato, anche, ma quei tanti ragazzi senza neppure la kippah, quelle ragazze abbronzate in canottiera, quelle centinaia di uomini e donne che non si distinguerebbero mai da migliaia e milioni di altri uomini e donne di Napoli, Malaga o Salonicco, loro, certamente, non potrebbero volere una cosa simile.


E, mi accorgo, anche questa è una generalizzazione indebita, basata sull’aspetto e sul grado di religiosità, quando avrei dovuto già capire che qui ogni caso è un caso a sé, che sfugge da ogni regola.


Di una cosa, però, sono certo, girando per Gerusalemme, “capitale indivisibile” e già divisa dai fatti e dalla storia, sottoponendomi alla lunga trafila di controlli all’aeroporto Ben Gurion, con l’addetta alle perquisizioni che sobbalza sgranando gli occhi quando, ridendo (e, mi rendo conto, con una frase incredibilmente infelice), le faccio notare che, dopo il terzo controllo, se mi fanno aprire ancora una volta i bagagli, la mia valigia strapiena “esploderà”, osservando gli occhi di un gruppo di ragazzi palestinesi a cui l’ennesima pattuglia sta facendo l’ennesimo controllo documenti, notando come tutti si girano di scatto quando un bambino fa scoppiare una castagnola in un vicoletto della Città Vecchia...

 

Due Popoli hanno bisogno di due Nazioni libere, autonome e indipendenti e chiunque si opponga a questo, di qualunque schieramento sia, qualunque siano le sue idee, sta compiendo un delitto, non solo un delitto contro i Palestinesi schiacciati, non solo un delitto contro gli Israeliani che vivono nella paura, ma un delitto contro il concetto stesso di umanità.



 

 

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