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N. 45 - Settembre 2011 (LXXVI)

DE ARTE VENANDI CUM AVIBUS
FEDERICO II E LA FALCONERIA

di Massimo Manzo

 

Federico II di Svevia rimane una delle figure più complesse e importanti del Medioevo. Oltre a essere un sovrano potentissimo, lo svevo è noto anche per essere stato un brillante studioso e un generoso mecenate, tanto da aver accolto e protetto nella corte di Palermo le maggiori intelligenze dell’epoca.

 

L’unica opera scritta di suo pugno giunta sino a noi, rimasta incompleta a causa della sua morte nel 1250, è il trattato de arte venandi cum avibus. Dal titolo lo scritto sembrerebbe un semplice manuale di Falconeria, arte praticata con grande passione da Federico sulla scorta della tradizione della nobiltà araba e della corte normanna di Sicilia. In realtà, rispetto ai numerosi trattati diffusi all’epoca sull’argomento, essa assume il valore di un vero e proprio unicum del genere, sia per le innovazioni  introdotte nella codificazione delle regole della falconeria medievale, sia per l’ampiezza e ricchezza degli argomenti sviluppati, che lo rendono un’opera scientifico-filosofica di altissima qualità.

 

Come tutti i nobili dell’epoca, anche Federico fu da giovane iniziato alla pratica venatoria, che includeva  la falconeria nelle sue varie forme. A differenza degli altri tipi di caccie reali diffuse nei secoli, in cui l’elemento essenziale era la dimostrazione della forza fisica e del coraggio, il giovane re svevo sembrò prediligere questo tipo di venatio in quanto gli permetteva di mettere in luce astuzia e destrezza, qualità imprescindibili del sovrano ideale di cui egli stesso voleva essere l’incarnazione.

 

In questo senso l’abilità nella falconeria diviene per il re un modo per mostrare la capacità di gestire la complessa e bizantina politica del regno più che il semplice coraggio in guerra.

 

Oltre a ciò, esiste anche una volontà squisitamente scientifica di Federico, volta a codificare in modo definitivo un’attività che fino ad allora era stata praticata in modi diversissimi a seconda delle aree geografiche e delle corti in cui era diffusa.

 

In particolare, nel corso del dodicesimo secolo divennero celebri una serie di scritti sull’argomento, come il Guillelmus falconarius e il Dancus rex. Proprio questi trattati, ritenuti lacunosi dal sovrano, furono il punto di partenza per la compilazione del de arte venandi, che si proponeva di raccoglierne le nozioni integrandole in un’unica ed esaustiva trattazione.

 

Il manoscritto fu ripreso e completato in due diverse versioni: la più nota commissionata da Manfredi, l’altra da Enzio (entrambi figli del sovrano). Dopo la morte dell’imperatore l’opera ebbe vita travagliata, tanto da viaggiare per mezza Europa. La versione di Manfredi, più lunga e raffinata, cadde in mano agli angioini durante la sanguinosa guerra in cui scivolò il regno negli anni successivi al 1260, dove fu tradotta in francese. Finì poi in Germania alla fine del ‘500, dove fu ristampata, e infine nelle mani di Papa Gregorio XV all’inizio del secolo successivo. Ancora oggi, l’originale è conservato nella biblioteca vaticana.

 

Databile intorno al 1260 e arricchito con numerose, raffinate miniature, il de arte venandi risulta diviso in sei libri. In particolare, il I libro assume la valenza di un vero e proprio manuale di ornitologia, nel quale Federico racchiude un grandissimo numero di specie, raggruppandole in varie categorie a seconda delle loro caratteristiche e del loro habitat. Notevole è l’attenzione scientifica con la quale l’imperatore analizza le particolarità morfologiche dei volatili, cercando di illustrare gli organi e le relative funzioni nel corpo degli animali.

 

Una ulteriore peculiarità è la descrizione delle migrazioni, della nidificazione e in genere delle abitudini che distinguono le specie tra loro. Nel complesso, la prima parte del trattato è per Federico una premessa imprescindibile per entrare nel vivo della falconeria: se non si è educati alla conoscenza approfondita dei volatili, non si potrà mai nemmeno sperare di diventare falconieri.

 

I restanti cinque libri sono dedicati in modo più specifico alla pratica in questione, che viene trattata in tutti i suoi aspetti: dalla cattura dei rapaci al loro addestramento, fino ai diversi tipi di caccia col falcone.

 

Dalla lunghezza e ricchezza di informazioni presenti nel de arte venandi, notiamo  l’estrema complessità della falconeria nelle sue mille declinazioni. Ogni specie di rapace ha un carattere differente; preda in modo diverso e di conseguenza si adatta meglio a certi tipi di selvaggina piuttosto che ad altri; ha bisogno di un addestramento attento e continuo per svolgere al meglio la sua funzione ed entrare così in perfetta sintonia col padrone.

 

Non mancano poi importanti nozioni relative all’addestramento dei cani, da sempre compagni inseparabili delle escursioni venatorie aristocratiche.

 

Anche lo stile del libro è innovativo: compilato in un brillante latino, il de arte venandi contiene persino dei neologismi, con cui Federico riesce a spiegare meglio concetti tecnici che non trovano ancora una loro espressione linguistica.

 

Se osservato complessivamente, il manoscritto ha quindi un’autentica vocazione enciclopedica, che lo ha reso senza dubbio una delle opere più famose dell’intero periodo medievale. In fondo, in essa è rispecchiato alla perfezione il modo di pensare e di agire del suo autore, non a caso definito dai suoi contemporanei e dai posteri stupor mundi.



 

 

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