[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 221 / MAGGIO 2026 (CCLII)


contemporanea

W.E.B. Du Bois
IL COLORE DEL POTERE E LA CRISI DELL'OCCIDENTE

di Benedetto Asciuti

 

Nel panorama del pensiero politico e culturale del Novecento, William Edward Burghardt Du Bois non è una figura marginale da riscoprire, ma un autore decisivo per comprendere la modernità occidentale nelle sue contraddizioni più profonde. Se il suo nome è stato spesso oscurato da protagonisti più celebrati del movimento per i diritti civili, ciò dipende anche dal carattere radicale della sua critica: Du Bois non si limitò infatti a denunciare le ingiustizie subite dagli afroamericani, ma mise sotto accusa l’intero assetto politico, economico e morale dell’Occidente moderno.

 

Nato nel 1868 a Great Barrington, nel Massachusetts, e morto nel 1963 ad Accra, Du Bois fu storico, sociologo, saggista e militante politico. La sua formazione tra Stati Uniti ed Europa (primo afroamericano a conseguire un dottorato ad Harvard e a studiare all’Università di Berlino) gli permise di coniugare rigore analitico e impegno pubblico in una prospettiva rara per ampiezza e radicalità. Proprio questa duplice competenza, accademica e politica, gli consentì di cogliere ciò che molti contemporanei rifiutavano di vedere: la questione razziale non come un’anomalia americana, ma come un principio organizzatore dell’ordine mondiale moderno.

 

Già nei primi anni del Novecento, Du Bois demolì le giustificazioni ideologiche del colonialismo europeo e statunitense. Nel 1914 denunciava l’uso strumentale di parole come “pace”, “cristianesimo” e “commercio”, mostrandone la funzione reale: non servivano a dare diritti a tutti, ma a nascondere un potere basato sullo sfruttamento e sul trattamento disumano dei popoli colonizzati. Il punto decisivo della sua analisi è qui evidente: il razzismo non è un semplice pregiudizio né una deviazione morale dell’Occidente, ma uno dei suoi dispositivi costitutivi di legittimazione e governo.

 

Il giornalismo come contro-potere: l’esperienza della NAACP

 

Un ruolo decisivo nella sua azione pubblica fu svolto dalla NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), la più antica e influente organizzazione per i diritti civili negli Stati Uniti, di cui Du Bois fu tra i fondatori nel 1909. Attraverso la direzione del periodico The Crisis, dal 1910 al 1934, egli trasformò il giornalismo in uno strumento di contro-potere, capace di produrre informazione, coscienza politica e mobilitazione collettiva.

 

Emblematico è l’articolo “The Lynching Industry” del 1915: ricorrendo a dati statistici e analisi documentata, Du Bois non si limitò a denunciare i linciaggi, ma ne rivelò la funzione sistemica, mostrando come la violenza non fosse un’eccezione barbarica, bensì un pilastro dell’ordine razziale americano.

 

Parallelamente all’impegno politico, lo studioso sviluppò una solida carriera accademica, scontrandosi però costantemente con le barriere razziali del mondo universitario. Nel 1909 fu il primo afroamericano a intervenire al convegno annuale dell’American Historical Association: un fatto eccezionale che rimase isolato per oltre trent’anni. Questo dato non segnala soltanto una discriminazione individuale, ma rivela un problema più profondo: l’esclusione degli intellettuali neri dagli spazi istituzionali della conoscenza faceva parte dello stesso meccanismo che pretendeva di definire in modo neutrale la storia, la civiltà e l’universalità occidentale.

 

Il nazismo e la nemesi coloniale

 

Negli anni Trenta la riflessione di Du Bois assunse un respiro sempre più internazionale e, insieme, una radicalità ancora maggiore. Nel 1934 egli stabilì un esplicito parallelismo tra il regime nazista in Germania e il sistema di segregazione razziale vigente nel Sud degli Stati Uniti, estendendo poi l’analogia all’intero ordine coloniale occidentale. La sua tesi era netta e scomoda: il nazismo non rappresentava una rottura assoluta con la civiltà occidentale, ma l’eclatante emersione in Europa di pratiche di dominio, gerarchizzazione razziale e disumanizzazione già sperimentate per secoli nei contesti coloniali. Quando, nella sua autobiografia del 1940, definì Adolf Hitler un prodotto coerente della filosofia razziale del mondo bianco, Du Bois colpì al cuore la pretesa moralmente universalistica delle democrazie liberali.

 

La visita nella Germania nazista nel 1936 consolidò ulteriormente questa lettura. Egli registrò con attenzione i mutamenti economici prodotti dal regime, ma condannò senza esitazioni la persecuzione degli ebrei, definendola un attacco alla civiltà paragonabile alle più gravi forme di oppressione storica. In The World and Africa (1946) questa intuizione diventa una vera chiave interpretativa della storia contemporanea: il nazismo appare come il ritorno in Europa della violenza coloniale, una nemesi storica che costringe l’Occidente a confrontarsi con i propri metodi quando essi cessano di colpire soltanto le periferie del mondo e si rovesciano sul suo stesso centro.

 

Il dopoguerra: la sorveglianza e l’esilio ghanese

 

Nel secondo dopoguerra, Du Bois portò fino alle estreme conseguenze la dimensione internazionale della propria analisi. Promosse un ricorso alle Nazioni Unite per denunciare il trattamento riservato agli afroamericani negli Stati Uniti, sostenendo che il problema razziale non potesse più essere confinato alla politica interna americana, ma dovesse essere riconosciuto come questione globale di diritti umani e di ordine mondiale.

 

Questa scelta ebbe un costo politico elevato: l’FBI lo sottopose a stretta sorveglianza e la HUAC (House Un-American Activities Committee, istituita nel 1938 e attiva fino al 1975, commissione della Camera dei Rappresentanti nota per le indagini su presunte attività sovversive e comuniste durante la Red Scare e il maccartismo) lo prese di mira per le sue dichiarate simpatie socialiste e comuniste. La repressione di cui fu oggetto conferma, ancora una volta, quanto la sua critica colpisse i nodi strutturali del potere statunitense. In quegli anni aderì convintamente ai movimenti pacifisti e si oppose con decisione anche all’uso delle armi nucleari durante la guerra di Corea.

 

Nel 1961, a novantatré anni, Du Bois si iscrisse al Partito Comunista degli Stati Uniti, compiendo un gesto che non va letto come una svolta improvvisa, ma come l’esito coerente di un lungo processo di disillusione nei confronti del liberalismo occidentale, ormai giudicato incapace di garantire giustizia, uguaglianza e reale emancipazione. Due anni dopo accettò la cittadinanza ghanese, anche in risposta all’ostracismo politico subito in patria. Morì il 27 agosto 1963, alla vigilia della celebre Marcia su Washington: che la sua scomparsa sia stata annunciata pubblicamente proprio durante quella storica manifestazione mostra con forza come la sua figura appartenesse non solo alla storia intellettuale del Novecento, ma al cuore stesso delle lotte per la liberazione nera e anticoloniale.

 

Autore di oltre quattromila tra articoli, saggi e libri, Du Bois ha lasciato uno dei corpus più vasti e penetranti del pensiero critico del Novecento. Che una parte considerevole di questa produzione resti oggi poco letta o difficilmente reperibile non è un semplice incidente storiografico: è un fatto squisitamente politico. Interroga infatti i meccanismi con cui si costruisce il canone accademico, si seleziona la memoria e si normalizza il passato. In questo senso, tornare a Du Bois non significa soltanto restituire visibilità a un grande intellettuale, ma riaprire una critica dell’Occidente che continua a essere attuale proprio perché ne mette a nudo le fondamenta razziali, imperialistiche e gerarchiche.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

William Edward Burghardt Du Bois, The Souls of Black Folk, Chicago, A.C. McClurg, 1903.

William Edward Burghardt Du Bois, scritti del 1914, citati in Domenico Losurdo, La nonviolenza. Una storia fuori dal mito, Roma-Bari, Laterza, 2010.

William Edward Burghardt Du Bois, “The Lynching Industry”, in The Crisis, febbraio 1915.

David Levering Lewis, W. E. B. Du Bois: Biography of a Race, New York, Henry Holt, 1993.

William Edward Burghardt Du Bois, The World and Africa, New York, International Publishers, 1946.

Documentazione HUAC e FBI, cfr. David Levering Lewis, The Fight for Equality and the American Century, New York, Henry Holt, 2000.

Sandro Mezzadra, “I diritti umani oltre la linea del colore”, in Il Manifesto, 2 dicembre 2004.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]