W.E.B. Du Bois
IL COLORE DEL POTERE E LA CRISI
DELL'OCCIDENTE
di Benedetto Asciuti
Nel
panorama del pensiero politico e
culturale del Novecento, William
Edward Burghardt Du Bois non è una
figura marginale da riscoprire, ma
un autore decisivo per comprendere
la modernità occidentale nelle sue
contraddizioni più profonde. Se il
suo nome è stato spesso oscurato da
protagonisti più celebrati del
movimento per i diritti civili, ciò
dipende anche dal carattere radicale
della sua critica: Du Bois non si
limitò infatti a denunciare le
ingiustizie subite dagli
afroamericani, ma mise sotto accusa
l’intero assetto politico, economico
e morale dell’Occidente moderno.
Nato nel 1868 a Great Barrington,
nel Massachusetts, e morto nel 1963
ad Accra, Du Bois fu storico,
sociologo, saggista e militante
politico. La sua formazione tra
Stati Uniti ed Europa (primo
afroamericano a conseguire un
dottorato ad Harvard e a studiare
all’Università di Berlino) gli
permise di coniugare rigore
analitico e impegno pubblico in una
prospettiva rara per ampiezza e
radicalità. Proprio questa duplice
competenza, accademica e politica,
gli consentì di cogliere ciò che
molti contemporanei rifiutavano di
vedere: la questione razziale non
come un’anomalia americana, ma come
un principio organizzatore
dell’ordine mondiale moderno.
Già nei primi anni del Novecento, Du
Bois demolì le giustificazioni
ideologiche del colonialismo europeo
e statunitense. Nel 1914 denunciava
l’uso strumentale di parole come
“pace”, “cristianesimo” e
“commercio”, mostrandone la funzione
reale: non servivano a dare diritti
a tutti, ma a nascondere un potere
basato sullo sfruttamento e sul
trattamento disumano dei popoli
colonizzati. Il punto decisivo della
sua analisi è qui evidente: il
razzismo non è un semplice
pregiudizio né una deviazione morale
dell’Occidente, ma uno dei suoi
dispositivi costitutivi di
legittimazione e governo.
Il giornalismo come contro-potere:
l’esperienza della NAACP
Un ruolo decisivo nella sua azione
pubblica fu svolto dalla NAACP (National
Association for the Advancement of
Colored People), la più antica e
influente organizzazione per i
diritti civili negli Stati Uniti, di
cui Du Bois fu tra i fondatori nel
1909. Attraverso la direzione del
periodico
The Crisis, dal 1910 al 1934,
egli trasformò il giornalismo in uno
strumento di contro-potere, capace
di produrre informazione, coscienza
politica e mobilitazione collettiva.
Emblematico è l’articolo “The
Lynching Industry” del 1915:
ricorrendo a dati statistici e
analisi documentata, Du Bois non si
limitò a denunciare i linciaggi, ma
ne rivelò la funzione sistemica,
mostrando come la violenza non fosse
un’eccezione barbarica, bensì un
pilastro dell’ordine razziale
americano.
Parallelamente all’impegno politico,
lo studioso sviluppò una solida
carriera accademica, scontrandosi
però costantemente con le barriere
razziali del mondo universitario.
Nel 1909 fu il primo afroamericano a
intervenire al convegno annuale
dell’American Historical
Association: un fatto
eccezionale che rimase isolato per
oltre trent’anni. Questo dato non
segnala soltanto una discriminazione
individuale, ma rivela un problema
più profondo: l’esclusione degli
intellettuali neri dagli spazi
istituzionali della conoscenza
faceva parte dello stesso meccanismo
che pretendeva di definire in modo
neutrale la storia, la civiltà e
l’universalità occidentale.
Il nazismo e la nemesi coloniale
Negli anni Trenta la riflessione di
Du Bois assunse un respiro sempre
più internazionale e, insieme, una
radicalità ancora maggiore. Nel 1934
egli stabilì un esplicito
parallelismo tra il regime nazista
in Germania e il sistema di
segregazione razziale vigente nel
Sud degli Stati Uniti, estendendo
poi l’analogia all’intero ordine
coloniale occidentale. La sua tesi
era netta e scomoda: il nazismo non
rappresentava una rottura assoluta
con la civiltà occidentale, ma
l’eclatante emersione in Europa di
pratiche di dominio,
gerarchizzazione razziale e
disumanizzazione già sperimentate
per secoli nei contesti coloniali.
Quando, nella sua autobiografia del
1940, definì Adolf Hitler un
prodotto coerente della filosofia
razziale del mondo bianco, Du Bois
colpì al cuore la pretesa moralmente
universalistica delle democrazie
liberali.
La visita nella Germania nazista nel
1936 consolidò ulteriormente questa
lettura. Egli registrò con
attenzione i mutamenti economici
prodotti dal regime, ma condannò
senza esitazioni la persecuzione
degli ebrei, definendola un attacco
alla civiltà paragonabile alle più
gravi forme di oppressione storica.
In
The World and Africa (1946)
questa intuizione diventa una vera
chiave interpretativa della storia
contemporanea: il nazismo appare
come il ritorno in Europa della
violenza coloniale, una nemesi
storica che costringe l’Occidente a
confrontarsi con i propri metodi
quando essi cessano di colpire
soltanto le periferie del mondo e si
rovesciano sul suo stesso centro.
Il dopoguerra: la sorveglianza e
l’esilio ghanese
Nel secondo dopoguerra, Du Bois
portò fino alle estreme conseguenze
la dimensione internazionale della
propria analisi. Promosse un ricorso
alle Nazioni Unite per denunciare il
trattamento riservato agli
afroamericani negli Stati Uniti,
sostenendo che il problema razziale
non potesse più essere confinato
alla politica interna americana, ma
dovesse essere riconosciuto come
questione globale di diritti umani e
di ordine mondiale.
Questa scelta ebbe un costo politico
elevato: l’FBI lo sottopose a
stretta sorveglianza e la HUAC (House
Un-American Activities Committee,
istituita nel 1938 e attiva fino al
1975, commissione della Camera dei
Rappresentanti nota per le indagini
su presunte attività sovversive e
comuniste durante la
Red Scare e il maccartismo) lo
prese di mira per le sue dichiarate
simpatie socialiste e comuniste. La
repressione di cui fu oggetto
conferma, ancora una volta, quanto
la sua critica colpisse i nodi
strutturali del potere statunitense.
In quegli anni aderì convintamente
ai movimenti pacifisti e si oppose
con decisione anche all’uso delle
armi nucleari durante la guerra di
Corea.
Nel 1961, a novantatré anni, Du Bois
si iscrisse al Partito Comunista
degli Stati Uniti, compiendo un
gesto che non va letto come una
svolta improvvisa, ma come l’esito
coerente di un lungo processo di
disillusione nei confronti del
liberalismo occidentale, ormai
giudicato incapace di garantire
giustizia, uguaglianza e reale
emancipazione. Due anni dopo accettò
la cittadinanza ghanese, anche in
risposta all’ostracismo politico
subito in patria. Morì il 27 agosto
1963, alla vigilia della celebre
Marcia su Washington: che la sua
scomparsa sia stata annunciata
pubblicamente proprio durante quella
storica manifestazione mostra con
forza come la sua figura
appartenesse non solo alla storia
intellettuale del Novecento, ma al
cuore stesso delle lotte per la
liberazione nera e anticoloniale.
Autore di oltre quattromila tra
articoli, saggi e libri, Du Bois ha
lasciato uno dei
corpus più vasti e penetranti
del pensiero critico del Novecento.
Che una parte considerevole di
questa produzione resti oggi poco
letta o difficilmente reperibile non
è un semplice incidente
storiografico: è un fatto
squisitamente politico. Interroga
infatti i meccanismi con cui si
costruisce il canone accademico, si
seleziona la memoria e si normalizza
il passato. In questo senso, tornare
a Du Bois non significa soltanto
restituire visibilità a un grande
intellettuale, ma riaprire una
critica dell’Occidente che continua
a essere attuale proprio perché ne
mette a nudo le fondamenta razziali,
imperialistiche e gerarchiche.
Riferimenti bibliografici:
William Edward Burghardt Du Bois,
The Souls of Black Folk,
Chicago, A.C. McClurg, 1903.
William Edward Burghardt Du Bois,
scritti del 1914, citati in Domenico
Losurdo,
La nonviolenza. Una storia fuori dal
mito, Roma-Bari, Laterza, 2010.
William Edward Burghardt Du Bois,
“The Lynching Industry”, in
The Crisis, febbraio 1915.
David Levering Lewis,
W. E. B. Du Bois: Biography of a
Race, New York, Henry Holt,
1993.
William Edward Burghardt Du Bois,
The World and Africa, New York,
International Publishers, 1946.
Documentazione HUAC e FBI, cfr.
David Levering Lewis,
The Fight for Equality and the
American Century, New York,
Henry Holt, 2000.
Sandro Mezzadra, “I diritti umani
oltre la linea del colore”, in
Il Manifesto, 2 dicembre 2004.