VOLTI E DESTINI DEL FEMMINILE
PROSPETTIVE CANGIANTI
di Francesco Graziano
Che spazio ha avuto la donna nella
recente storia italiana? La risposta
cambia radicalmente a seconda della
lente letteraria attraverso cui la
si osserva. Leggendo in parallelo il
saggio storico di Giovanni Rinaldi,
C’ero anche io su quel treno
(2021), e il romanzo
L’anniversario (2025) di Andrea
Bajani, salta subito agli occhi un
contrasto netto nel ruolo attribuito
alle protagoniste femminili. Tutto
questo sorprende ancora di più se
consideriamo che non è solo la
materia trattata a essere diversa,
ma lo è l’anagrafe stessa dei due
autori, testimoni di due Italie
profondamente distanti. L’una è
l’Italia dell’autore pugliese,
cresciuto in un Sud dove scoppiavano
quindici bombe al giorno e la gente
aveva paura ad uscire di casa.
L’altra è quella di Bajani, autore
nato alla metà degli anni Settanta,
quando c’erano già state, ad
esempio, la legge sul divorzio, la
legge istitutiva dei consultori
familiari del 1970 e il referendum
con il quale gli italiani
confermarono la validità di quel
provvedimento che diede una grande
libertà alle donne.
Dopo tre anni, Aldo Moro sarebbe
stato rapito in via Fani e ucciso in
via Caetani, inaugurando gli anni
del riflusso, del disimpegno e della
voglia di dimenticare un periodo
terribile.
Giovanni Rinaldi è del 1954, studia
a Bologna e conosce, oltre alla
stagione del terrorismo di cui si è
detto, l’esplosione di fantasia che
si verificò in quell’«isola felice»
che era la Bologna degli anni
Settanta. La storia, meritoriamente
pubblicata da Solferino, narra
l’organizzazione perfetta che le
donne dell’UDI (Unione Donne in
Italia) fecero dei treni della
speranza.
In un Sud arretrato, caratterizzato
dalla lotta tra la polizia e i
contadini, sovente capitava che
ragazzini di nove, dieci o undici
anni rimanessero a casa da soli,
senza ricevere un’istruzione e in
condizioni igienico-sanitarie
pessime. Quelle donne – che pure
avevano alle spalle il Partito
Comunista Italiano, il quale diede
l’impressione di non credere fino in
fondo nell’opera di riscatto sociale
(tanto è vero che non opposero alcun
veto, ma non si registrarono
adesioni entusiastiche) – portarono
i bambini dalla miseria di un
Meridione dominato dalla criminalità
e li affidarono a famiglie del
Centro e del Nord Italia che, di
fatto, li adottarono.
Rinaldi racconta benissimo questo
aspetto in alcune scene commoventi
dedicate agli incontri tra le due
famiglie, restituendo il senso di
un’Italia solidale che cercava di
riscattarsi da una dittatura che ne
aveva soffocato il futuro.
Ne L’anniversario ci
immergiamo in un’Italia diversa,
sebbene il libro tocchi memorie
complesse e sfuggenti. Eppure la
figura paterna raccontata da Andrea
Bajani – autore di opere come Se
consideri le colpe e Domani
niente scuola – rappresenta una
nota stonata rispetto a un contesto
di emancipazione. Il padre descritto
nel romanzo ha improvvisi scoppi
d’ira, soffoca l’identità di una
madre che, invece di ribellarsi, lo
subisce passivamente, sia negli
atteggiamenti fisici che nella
gestione della casa.
In una delle pagine più forti,
l’uomo arriva a prendere a pugni in
faccia il figlio. È come se si
creasse una dialettica tra
l’ambiente esterno, dove i
protagonisti vivono, e l’ambiente
interno, dove a dominare è una
figura maschile che appare come un
residuo anacronistico, frutto di un
retaggio autoritario e fascista di
cui non riesce a liberarsi e che
condiziona pesantemente la sua
psiche. Non sorprende allora la
scelta radicale di Bajani di
allontanarsi dalla sua famiglia.
Rimane da indagare la figura passiva
della madre, inconsapevole dei suoi
diritti e vittima del tiranno che
spadroneggia in casa pretendendo di
avere tutto sotto controllo. Bajani
ha un’idea precisa sul ruolo della
madre che qui, per chi ancora non
avesse letto il libro, non
riveliamo; ma è pur vero che il
romanzo è narrato con una forte
soggettività, attraverso una
narrazione a focalizzazione interna
fissa (che in teoria letteraria è
quel regime narrativo che porta il
protagonista a narrare la storia
solo attraverso il proprio punto di
vista, costringendo i lettori a
seguirlo).
In assenza di prove oggettive, non
possiamo far altro che prendere per
buone le parole che Bajani dedica
alla madre e alla sua
interpretazione del comportamento
materno. Anche se la “verità”
rimarrà sempre sfuggente e il
lettore, legittimamente – alla fine
della lettura –, potrebbe elaborare
una prospettiva diversa rispetto a
quella messa nero su bianco
dall’autore, creando così una
divisione tra gli amanti del libro,
ossia tra chi sposa la tesi di
Bajani e chi invece la mette in
dubbio.
Ma questo è il fascino del racconto
romanzesco fortemente soggettivo,
dove a dominare è un punto di vista
parziale.
La storia della letteratura ritorna
sempre a interrogarsi su questo
tema: possiamo veramente affermare
con certezza che la lettura data da
Bajani sul comportamento della madre
sia credibile, così come possiamo
dare per credibile il racconto che
il protagonista di Fuoco pallido
di Vladimir Nabokov fa di un altro
personaggio spacciandosi per suo
grande amico? È vero o è falso ciò
che i protagonisti che narrano in
prima persona raccontano dei loro
rapporti? Non lo sapremo mai; lo
statuto di quella che nella vulgata
comune intendiamo come “verità”,
qualsiasi cosa essa significhi, la
letteratura lo demolisce.
L’impressione generale che se ne
ricava è comunque quella di due
testi – appartenenti a generi
profondamente diversi – che, pur
muovendosi da prospettive temporali
differenti, fanno riflettere sul
ruolo complesso che la donna ha
avuto nella storia del nostro Paese.
Riferimenti bibliografici:
Giovanni Rinaldi, C’ero anche io
su quel treno. La vera storia dei
bambini che unirono l’Italia.
Milano: Solferino, 2021.
Andrea Bajani, L’anniversario.
Milano: Feltrinelli, 2025.
Andrea Bajani, Se consideri le
colpe. Torino: Einaudi, 2007.
Andrea Bajani, Domani niente
scuola. Torino: Einaudi, 2008.
Vladimir Nabokov, Fuoco pallido.
Milano: Adelphi, 1962.