I FIGLI DEL DRAGONE
IL DUELLO FRATRICIDA TRA VLAD L’IMPALATORE
E RADU IL BELLo
di Mariano Ciarletta
Nel
1431 una spedizione di Alessandro
Aldea invase la Valacchia di Dan II,
cruciale territorio-cuscinetto
situato tra il Regno d’Ungheria e
l’Impero Ottomano. Ucciso il voivoda
in battaglia, gli succedette proprio
Alessandro,
figlio illegittimo di Mircea I il
Vecchio. La priorità del sovrano fu
il consolidamento dell’asse
strategico con l’Ungheria e il
Principato di Moldavia in funzione
anti-ottomana. Forte di questo
sistema di alleanze, il principe
sospese il consueto tributo alla
Porta, provocando l’immediata
rappresaglia di Murad II lungo
l’asse del Danubio. Aldea fu così
costretto a fare atto di
sottomissione ad Adrianopoli; qui
accettò di consegnare come ostaggi
politici i figli dei principali
boiardi e garantì ai Turchi il
libero transito nei propri
territori, agevolando le mire
ottomane sulla Transilvania.
Sebbene i Transilvani bollarono tale
condotta come un tradimento,
l’azione di Aldea rispondeva a una
precisa razionalità politica, volta
a preservare l’integrità statale
valacca attraverso una coesistenza
pacifica con il sultanato. Questo
precario equilibrio mutò tra il 1432
e il 1434, in concomitanza con la
controffensiva anti-turca promossa
dall’imperatore Sigismondo. Alla
morte di Aldea (1436), il trono
venne rivendicato dal fratellastro
Vlad II Dracul, la cui parabola
politica si rivelò speculare a
quella del predecessore. Vlad II si
trovò stretto in un nodo insolubile:
l’obbligo militare derivante dalla
sua affiliazione all’Ordine del
Dragone contrastava con la necessità
pragmatica di mantenere aperto
l’asse commerciale danubiano, vitale
per l’economia del principato. Tale
ambiguità emerse durante la campagna
del 1438, quando il voivoda si vide
costretto a scortare le truppe
ottomane fino ai confini transilvani.
L’ascesa al potere di Giovanni
Hunyadi, bano di Severin e voivoda
della Transilvania, segnò il
tramonto della politica di
compromesso di Vlad II, isolato e
guardato con sospetto da entrambi i
fronti. Deposto dall’iniziativa
militare di Hunyadi a favore di
Basarb II (della fazione rivale dei
Dăneşti), il principe spodestato
cercò il sostegno di Murad II.
Convocato a Gallipoli nel 1442, Vlad
fu tratto in arresto insieme ai
figli minori. Per riottenere il
trono e garantire fedeltà alla
Porta, il voivoda accettò il
sacrificio politico della propria
linea dinastica: mentre il
primogenito Mircea rimase in patria,
i figli di undici e sette anni –
Vlad III (il futuro Impalatore) e
Radu il Bello – vennero consegnati
come ostaggi politici, inaugurando
una prigionia che avrebbe diviso per
sempre i loro destini istituzionali
e biografici.
Due risposte alla prigionia: fiera
avversione e pragmatica lealtà
Presso la corte ottomana, i due
principi subirono un intenso
processo di acculturazione, venendo
precocemente esposti ai costumi,
alla lingua e alla dottrina militare
dell’Impero, elementi che andarono a
integrare e a sovrapporsi alla loro
iniziale formazione di matrice
bizantina. Nella primavera del 1444,
i fratelli furono trasferiti presso
la fortezza di Eğrigöz, nel
distretto di Emet (provincia di
Kütahya), una rilocalizzazione
coatta determinata dall’inasprirsi
dei rapporti tra ungheresi e
ottomani all’indomani della pace di
Seghedino. Vlad II non poté tuttavia
sottrarsi alla crociata di Varna,
pur consapevole del rischio letale a
cui esponeva la propria progenie.
A causa del fallimento della
diplomazia paterna e del tradimento
degli accordi con il sultano, la
reclusione a Eğrigöz si tramutò in
un’esperienza psicologicamente
logorante. Nel 1447, alla morte
violenta di Vlad II e del
primogenito Mircea II, i due
fratelli si trovavano ad Adrianopoli,
segnati dall’abbandono e dalla
cattività. In questo contesto,
Dracula manifestò un’indole
diffidente e refrattaria, traducendo
il proprio trauma in un’aperta
resistenza verso i precettori di
corte, che gli costò frequenti
punizioni corporali. Il futuro
Impalatore maturò un profondo
risentimento verso la politica
ambigua del padre, alla quale
ascrisse la detenzione e la costante
minaccia gravante sulla propria
vita.
Al contrario, Radu, celebrato dalle
fonti per la sua straordinaria
avvenenza, catalizzò i favori
dell’élite ottomana e dello stesso
eponimo erede al trono, il futuro
Maometto II. Secondo la
testimonianza dello storico greco
Calcondila, il giovane valacco
giunse persino a ferire il principe
ottomano con un pugnale per
sottrarsi alle sue avances;
tuttavia, la successiva
sottomissione di Radu alle pressioni
cortigiane e la sua integrazione
culturale nell’Islam sono state
dibattute dalla storiografia
critica, che ne ha spesso ridotto la
figura a quella di mero favorito. Al
di là delle considerazioni sulle
inclinazioni personali del giovane
principe, appare storicamente più
fecondo interpretare la sua condotta
come risposta pragmatica orientata
alla sopravvivenza politica. Radu,
infatti, individuò nell’assoluta
lealtà alla dinastia ottomana lo
strumento per fondare il proprio
spazio di manovra e di
legittimazione.
Di contro, nonostante
l’addestramento militare ricevuto,
che gli avrebbe garantito il grado
di ufficiale nell’esercito turco,
Vlad mantenne una pervicace
estraneità ideologica. Egli rifiutò
l’assimilazione in un Impero che
estendeva il proprio apparato
burocratico e militare sia mediante
il reclutamento coatto dei sudditi
cristiani (devşirme),
sia attraverso la sottomissione dei
rampolli della nobiltà straniera,
trattenuti come ostaggi politici (rehin,
termine che indica letteralmente un
«pegno» o una «garanzia»). Tale
prassi venne frequentemente
utilizzata dai sultani per gestire i
rapporti di forza con gli Stati
vassalli. I sovrani di territori
quali la Valacchia e il Khanato di
Crimea si trovarono regolarmente
tenuti a confermare la propria
lealtà alla Sublime Porta inviando
esponenti delle rispettive dinastie.
Questo meccanismo assicurava
all’Impero un importante margine di
influenza, permettendogli di
esercitare un'efficace pressione
psicologica sui territori sottomessi
e di imporre pretese economiche e
militari. Inoltre, se il
rehin non diede i risultati
sperati sotto il governo di Vlad III
nell'ottica di creare un «sovrano
fantoccio», la strategia ebbe
successo con l’ascesa al trono di
Valacchia di Radu il Bello, la cui
sottomissione al sultano rimarrà
incondizionata.
Nonostante la frattura identitaria,
Vlad mutuò dalla Sublime Porta il
modello autocratico basato sul
«diritto divino», che avrebbe in
seguito tentato di applicare nel
proprio principato nello sforzo di
esautorare la riottosa nobiltà
boiarda. Quest'ultima era saldamente
ancorata ai propri privilegi, tra i
quali rientrava il compito di
eleggere il futuro principe di
Valacchia. Pertanto, è facile
comprendere le ragioni per le quali
i boiardi osteggeranno
l'instaurazione di un modello di
governo coerente con il processo di
modernizzazione occidentale, che
avrebbe finito con il compromettere
il potere dell’aristocrazia stessa.
Nell’ottobre del 1448, le
contingenze geopolitiche
accelerarono il primo, effimero
insediamento di Vlad III sul trono
valacco. Ancora adolescente e
supportato dalle truppe fornitegli
dal sultano, egli occupò lo scranno
di Vladislav II, per poi essere
costretto alla fuga poche settimane
dopo la controffensiva del rivale,
riparando in Moldavia fino al 1451 e
riprendendo stabilmente il potere
solo nel 1456. Radu scelse invece di
rimanere ad Adrianopoli. Questa
opzione non soltanto non ostacolò i
primi disegni del fratello maggiore,
ma consolidò il definitivo
radicamento di Radu nell’alto
comando ottomano. Si compiva così la
parabola di due principi che, pur
avendo condiviso lo stesso trauma
d’origine, elaborarono risposte
diametralmente opposte di fronte
alla macchina di assimilazione della
Sublime Porta. Le loro traiettorie
si sarebbero incrociate diversi anni
più tardi, non più nelle sale di
Edirne, bensì sul fronte bellico
della campagna del 1462.
La morsa di Maometto II: il duello
fratricida per il trono di Valacchia
Sulla campagna danubiana di Vlad III
esiste un'ampia tradizione
cronachistica. Pur offrendo
resoconti differenti, Laonico
Calcondila, Michele Ducas, Critobulo
di Imbro e Costantino Mihailović
attestano unanimemente l’eroismo di
Dracula di fronte alle truppe della
Sublime Porta, un’audacia ribadita
anche da diverse fonti serbe e dai
celebri
Commentarii di Pio II. Tali
testimonianze mettono in luce le
ragioni che, a partire dal 1459,
determinarono l’inasprirsi dei
rapporti tra la Valacchia e l’Impero
ottomano. Deciso ad affrancare
definitivamente il principato dal
controllo della Porta e incoraggiato
dal progetto di crociata indetto da
papa Pio II, Vlad III sospese il
consueto tributo agli Ottomani e
precluse loro l’accesso ai varchi
carpatici. La ribellione dell’Impalatore
giunse in una fase di forte
espansione dell'Impero ottomano:
Maometto II si era infatti
impadronito della Serbia, della
Morea e dell’Impero di Trebisonda.
Le notizie di un’imminente alleanza
tra Valacchia e Ungheria allarmarono
il sultano, che convocò Vlad alla
corte ottomana. Adducendo il timore
di un colpo di Stato in sua assenza,
Vlad declinò l’invito; Maometto II
inviò allora oltre il Danubio due
dei suoi migliori delegati per
esigere il pagamento del tributo e
verificare la lealtà del principe.
È plausibile ritenere che il rifiuto
di Vlad scaturisse dal trauma della
prigionia giovanile in Tracia, dove
era stato condotto con il padre e il
fratello in qualità di ostaggio di
Murad II. In questa circostanza,
però, la leva del ricatto politico
si rivelò inefficace: il fratello
dell’Impalatore era infatti rimasto
volontariamente presso la corte
ottomana, al fianco di Maometto II,
prendendo parte persino all’assedio
di Costantinopoli. La diffidenza di
Dracula verso la politica ottomana
si rivelò tutt'altro che infondata:
la missione dei delegati celava
infatti l'intento di punire
l’insubordinazione del principe. Una
volta scoperto il tranello, Vlad
destinò a una morte cruenta i due
emissari e diede il via a una feroce
controffensiva antiturca lungo
l’asse del Danubio, devastando i
villaggi sotto il controllo ottomano
e i principali approdi navali.
Nella primavera del 1462, Maometto
II allestì un ingente esercito per
invadere la Valacchia e ridurla a
provincia ottomana, mentre Mattia
Corvino sollecitava formalmente a
Roma fondi per una crociata che non
avrebbe mai visto la luce. Le fasi
dello scontro si risolsero in modo
inaspettato nell’arco di due soli
mesi. La schiacciante superiorità
numerica dei Turchi, costretti a
muoversi in un territorio incognito,
fu vanificata dall’abilità militare
di Vlad III, che ricorse alla
guerriglia, alla tattica della terra
bruciata e alla guerra psicologica
per logorare le truppe ottomane.
Stando a Calcondila, fu proprio
l’orrore suscitato dalla spietatezza
dell’Impalatore a convincere
Maometto II a desistere
dall'inseguimento.
Al sicuro nelle fitte foreste
valacche, Vlad poteva ancora contare
sull'appoggio della nobiltà boiarda;
tuttavia, proprio quest'ultima si
sarebbe rivelata di lì a poco
l'elemento decisivo per le sorti del
conflitto. Durante la ritirata, il
sultano decise di affidare la
custodia dei confini danubiani a
Radu il Bello, il cui ruolo nello
scontro con Vlad III stava assumendo
contorni sempre più definiti. Per il
favorito si presentava l’occasione
di prendere parte a una vera e
propria guerra fratricida per il
trono di Valacchia. Per riuscirvi,
tuttavia, Radu avrebbe dovuto
ingraziarsi la nobiltà boiarda,
sottraendone al contempo il sostegno
al fratello.
A Brăila Radu diede prova di una
spiccata
realpolitik: anteponendo i
propri obiettivi e i rapporti di
forza ai legami di sangue, cominciò
a stringere legami con l'antica
aristocrazia, alla quale il
programma dell’Impalatore appariva
insostenibile. Stremati
dall’intransigenza del sovrano, i
boiardi si decisero ad ascoltare e
accettare le condizioni di pace
avanzate dal pretendente al trono.
In un discorso solenne, Radu rimarcò
la schiacciante sproporzione tra la
Sublime Porta e gli Stati danubiani,
accusando il fratello di essere
l'unico responsabile delle
sofferenze patite dalla popolazione
e dalla nobiltà locale. Questa
strategia – che contribuì a
dipingere Vlad come un vero e
proprio
monstrum e a consolidare
un'intensa rete di alleanze con i
suoi avversari – si rivelò un
successo.
Sebbene sul campo le truppe di Vlad
prevalessero spesso su quelle del
fratello, i boiardi finirono per
voltargli le spalle, decretando le
sorti di un conflitto logorante.
Isolato, Dracula dovette rifugiarsi
in Ungheria, dove rimase prigioniero
di Mattia Corvino fino al 1475, che
riconobbe Radu come voivoda di
Valacchia. Il fratello dell’Impalatore
ripristinò i rapporti con i Sassoni
di Transilvania, promettendo, in
cambio della loro fedeltà, di
ristabilire i privilegi finanziari
danneggiati dalla politica
protezionistica del fratello.
Se l'azione politico-diplomatica di
Radu il Bello venne indubbiamente
condizionata dall'influenza di
Maometto II, è pur vero che i
fratelli si mossero sullo scacchiere
danubiano secondo logiche opposte.
Alla pervicacia di Vlad nel voler
accentrare il potere esautorando i
boiardi e affrontando la Sublime
Porta, prevalse la linea moderata di
Radu, la quale si basava
sull'appoggio dell'aristocrazia
boiarda e sulla volontà di
preservare l'autonomia economica,
religiosa e territoriale del Paese,
mantenendo l’alleanza con l'Impero
ottomano. D’altra parte, il supporto
turco si rivelerà provvidenziale tra
il 1473 e il 1475, quando Radu si
troverà impegnato sul fronte di
guerra, ma questa volta contro
Stefano il Grande, il cui obiettivo
era quello di affrancare la regione
balcanica dal controllo ottomano. La
resistenza di Radu il Bello si
spegnerà nel gennaio del 1475, alla
sua morte avvenuta a causa della
sifilide o per motivi naturali.
Proprio in quell’anno, rilasciato da
Mattia d’Ungheria, Vlad III si
orientava a rivendicare il trono
valacco e dare inizio al suo terzo
regno.
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