Il vino è apparso dunque presto
nella storia dell’umanità, forse
perché frutto di un processo chimico
naturale che l’uomo primitivo
facilmente ha saputo riprodurre.
Probabilmente fu sufficiente
osservare la fermentazione
occasionale di un po’ di succo
d’uva, che avviene grazie ai lieviti
contenuti nelle bucce, annusarne il
profumo e gustarne il sapore per
desiderare di ricreare tale processo
pressando i grappoli d’uva maturi e
accelerando così l’azione dei
fermenti sul succo raccolto in un
recipiente di fortuna. Può essere
che un primo incontro tra l’uomo e
la vite sia avvenuto già in età
paleolitica, ma varie testimonianze
in ambito archeologico,
paleobotanico, genetico e
linguistico confermano che l’età
neolitica è quella in cui
verosimilmente è avvenuta la prima
vinificazione su larga scala, in
concomitanza con lo sviluppo delle
pratiche agricole e con la
produzione di contenitori in creta a
tenuta d’aria, condizione necessaria
perché quel succo non si
trasformasse in aceto. Quando
sorseggiamo un bicchiere di vino
fruiamo quindi di un impegno
plurimillenario dell’uomo il quale,
partendo da un singolo vitigno, è
riuscito a ricavare una gamma sempre
più vasta di sapori e di aromi. Sono
le testimonianze archeologiche,
unitamente ai risultati di
sofisticate indagini di laboratorio
su tracce di materiale organico
conservatosi nel tempo, ad averci
fornito un contributo illuminante e
certo per la ricostruzione di questa
pratica agricola a partire dai suoi
albori. Le fonti scritte in cui se
ne fa menzione sono infatti di molto
successive agli iniziali approcci
dell’uomo con il succo fermentato
dell’uva, poiché risalgono a circa
il 3500 a.C. e consistono spesso in
notizie succinte e poco chiare.
Gli studi compiuti sulla
Vitis vinifera sylvestris,
progenitrice dell’attuale specie
domestica e dei suoi numerosi
vitigni, hanno evidenziato che
originariamente essa era
ermafrodita, così come lo è anche
l’attuale addomesticata
Vitis vinifera vinifera, in
quanto combinava sul medesimo fiore
i caratteri del maschio e della
femmina. Successivamente, per motivi
non chiari agli studiosi, essa era
divenuta dioica con la conseguente
separazione dei sessi, ma ciò aveva
inciso negativamente sulla
produzione dei grappoli d’uva che si
ridusse e si fece irregolare. La
qual cosa indusse quei primi
vignaioli a selezionare e utilizzare
solo le piante tornate
spontaneamente all’ermafroditismo
primitivo per avere nuovamente un
maggior raccolto, compiendo così un
primo passo consapevole nell’ambito
della viticoltura di cui beneficiamo
ancor oggi.
Gli archeologi hanno identificato
come feccia di vino del materiale
organico dall’aspetto rossastro
ritrovato nel villaggio di Godin
Tepe, risalente all’età del rame e
situato sopra le pianure alluvionali
della Mesopotamia, nel cuore dei
monti Zagros. Questa era racchiusa
in grandi otri dalla insolita
decorazione e dalla capacità, per
alcuni, di 60 litri. Ciò ha fatto
pensare che accanto alla produzione
per un consumo locale della bevanda
esistesse anche una
commercializzazione della medesima a
favore dei centri della Bassa
Mesopotamia dove, per le particolari
condizioni climatiche, non era
possibile coltivare la vite. D’altra
parte anche successive testimonianze
scritte hanno confermato la presenza
di un commercio fiorente della
medesima bevanda con quell’area
geografica, che avveniva per via
fluviale. Erodoto nelle sue
Storie (Libro I, 194) fa cenno
al vino proveniente dall’Armenia e
smerciato a Babilonia dove arrivava
utilizzando la corrente
dell’Eufrate. Egli descrive il
particolare tipo di imbarcazione con
cui quello veniva trasportato, che
era di forma circolare, con lo scafo
in vimini su cui venivano adagiate
delle pelli a loro volta ricoperte
di canne. Una volta giunto a
destinazione lo scafo veniva venduto
e le pelli riportate al nord per un
nuovo viaggio. Il testo di Erodoto
risale al V secolo a.C., ma tale
commercio noi oggi sappiamo che era
già attivo molto tempo prima: lo
testimoniano numerose tavolette
cuneiformi rintracciate tra le
macerie della città di Mari, situata
a ridosso del corso mediano
dell’Eufrate, da cui si deduce che
essa era fiorente più di un
millennio prima. Una società
opulenta era quella che la abitava
prima della sua scomparsa dopo
essere stata attaccata e incendiata
da Hammurabi, e il vino era una
presenza abituale durante i sontuosi
banchetti che si tenevano nel suo
palazzo reale. Le tavolette
cuneiformi ritrovate tra le macerie
ci dicono che numerose lunghe stanze
erano riservate proprio ai
pithoi, otri dai grandi
coperchi, alti un metro e utilizzati
per conservare il vino acquistato
nelle terre più a nord. Ciò
comportava un aggravio dei costi
dovuto al suo trasporto e ai pedaggi
imposti lungo la rotta che soltanto
le classi abbienti potevano
sopportare. Allora nell’area
geografica che andava dalla
Mesopotamia sino alla costa
mediterranea si era creata una rete
di legami commerciali tra varie
città-stato situate in posti chiave
lungo il percorso, collegate tra
loro da rotte carovaniere lungo le
quali le merci venivano trasportate
a dorso di mulo. Attraverso queste
il consumo del vino si espanse
progressivamente sino a raggiungere
la regione siro-palestinese e da qui
l’Egitto, esistendo sin dal Bronzo
antico tra queste due ultime civiltà
intensi rapporti commerciali.
La domanda egizia di prodotti
orticoli mediorientali era elevata e
probabilmente, dopo che il vino
entrò in quel Paese come bene di
consumo, il passo successivo fu
quello di produrlo in loco. La vite
selvatica non crebbe mai
spontaneamente nell’antico Egitto,
ma a partire almeno dalla III
dinastia (circa 2700 a.C.) sappiamo
che nelle vaste pianure alluvionali
del delta del Nilo cominciò a
fiorire un’industria vinicola regale
dovuta all’introduzione in quella
regione della vite domestica giunta
dal Vicino Oriente. I primi
geroglifici relativi a tale coltura
ci mostrano chiaramente come essa
fosse sofisticata già ai suoi inizi.
Diverse scene di vendemmia che
adornano alcune tombe di Tebe ci
forniscono spunti per la
ricostruzione di tale pratica
agricola in quel Paese. Il risveglio
dei vitigni era alla base di
celebrazioni rituali: come la vite
giaceva addormentata per alcuni mesi
dell’anno e poi rinasceva, così
Osiride, che era morto per mano del
fratello, era rinato e la sua
resurrezione era simboleggiata
proprio dalla vite. Quest’ultimo,
che era considerato il dio del
grano, diverrà quindi dopo
l’introduzione della vite in Egitto
anche il dio del vino. Gli studi di
archeologia molecolare hanno
stabilito anche che il vino qui
prodotto era resinato secondo una
pratica in uso ancor oggi nel
Levante. L’additivo più comune era
la resina ricavata dal terebinto, un
albero diffuso abbondantemente in
tutto il Medio Oriente, che gli
Egizi già usavano per produrre
l’incenso, ma anche in medicina e
per imbalsamare i cadaveri.
Una via commerciale che all’epoca
collegava l’Egitto con l’isola di
Creta fece probabilmente da tramite
per la diffusione anche su
quell’isola della viticoltura. In un
villaggio risalente al Bronzo antico
di nome Myrthos, situato sulla costa
meridionale dell’isola in
corrispondenza di un approdo
presumibilmente al termine di una
rotta tranquilla per le navi che
attraversavano il Mediterraneo da e
verso l’Egitto, sono stati ritrovati
dei
pithoi risalenti a circa 2200
a.C. che ancora conservavano tracce
di quella bevanda resinata. Le
resine arboree furono tra i primi
additivi usati dall’uomo in quanto
esse hanno proprietà battericide che
inibiscono la proliferazione dei
batteri dell’acido acetico e di
altri microrganismi. Plinio il
Vecchio nel libro XIV della sua
Naturalis Historia si sofferma
sul problema di come evitare che il
vino si trasformi in aceto,
ritenendo anche lui che il modo
migliore fosse quello di aggiungere
alla bevanda una resina d’albero.
Ancor oggi la Grecia è l’unico luogo
in cui si perpetua quella antica
tradizione producendo un vino
resinato che viene chiamato "retsina".
Ciò supporterebbe l’ipotesi di
quegli studiosi che ritengono che la
pratica della vinificazione locale
risalga a contatti con l’Egitto
proprio attraverso l’isola di Creta.
Ma come potevano gli antichi, più
inclini di noi a cogliere una
manifestazione divina nei fenomeni
naturali, non essere colpiti dal
misterioso processo della
fermentazione e della maturazione
del vino? Questa metamorfosi, questo
mutamento di natura che provoca
l’effervescenza del mosto, non
poteva non essere considerata da
loro se non come un'operazione
magica in cui interveniva un potere
sovrannaturale. E infatti quella
bevanda inebriante venne ritenuta di
origine divina e assimilata a
Dioniso, divinità enigmatica
estranea originariamente al mondo
greco, ma piuttosto arrivata qui,
secondo una tradizione, dall’Oriente
e in particolare dalla Frigia o
dalla Tracia. Ciò verrebbe a
supportare un’ipotesi diversa
sostenuta da altri studiosi
relativamente all’introduzione della
viticoltura in Grecia, e cioè che
quella pratica agricola sia giunta
originariamente dall’Anatolia
occidentale o dai Balcani. E a
sostegno di questa tesi si cita
Euripide il quale narra poeticamente
ne
Le Baccanti del lungo viaggio di
Dioniso dal Vicino Oriente alla
Grecia. Come pure si ricorda Omero
che nell’Odissea
fa cenno per bocca di Ulisse a un
vino della Tracia — vino nero, dolce
e puro che un sacerdote di Apollo
gli aveva donato e che l’eroe userà
per stordire il Ciclope — e ancora
che più ad occidente, presso
Anfipoli, secondo la tradizione
popolare, proprio Dioniso e le
Menadi celebrassero i loro riti
orgiastici. Un fatto è certo: la
coltivazione della vite e la
produzione del vino non sono
originarie né della Grecia
continentale né di Creta. Esse
vennero importate da fuori.
A Dioniso nell’antichità non era
associata solo la vite, ma anche il
fico, il mirto, il melograno, il
pino, ma soprattutto l’edera che
miracolosamente si era frapposta tra
lui e il fuoco celeste emanato da
Zeus, suo padre, che lo aveva
concepito accoppiandosi con Semele,
dea frigia che veniva identificata
anticamente con la Grande Madre
Terra. Mal consigliata dalla gelosa
Era, essa aveva pregato il suo
amante di manifestarsi in tutto il
suo splendore restandone, però,
incenerita, tranne il feto che
portava in grembo i cui ultimi mesi
di gestazione trascorsero in una
coscia del re dell’Olimpo. Il dio
veniva spesso definito "l’incoronato
di edera", se non anche "Kissos",
vale a dire l’edera stessa. Scampato
alla morte una prima volta, un
ulteriore racconto mitico narra che
Dioniso, sempre perseguitato dalla
gelosa Era, fu catturato e fatto a
pezzi dai Titani, ma ancora una
volta per intervento divino sarà
restituito alla vita. A somiglianza
di tutte le divinità della
vegetazione, Dioniso era
simbolicamente soggetto al ciclo
della morte e della rinascita
attraverso il trattamento autunnale
a cui è sottoposta l’uva, come pure
attraverso la potatura primaverile
della parte lignea della vite a cui
seguiva il risveglio della pianta
con l’apparire dei nuovi getti.
La produzione del vino nuovo in
Grecia ispirava varie feste, tutte
dedicate a Dioniso. A dicembre,
durante le "Dionisie rurali", mentre
lo si assaggiava e lo si miscelava,
si celebrava un rito antichissimo
propiziatorio della fertilità
organizzando un corteo che portava
in processione un fallo foggiato nel
legno di un fico che poi veniva
incoronato. Nel mese successivo con
le "Lenaia", dal nome del luogo (lenaion)
dove si pigiava l’uva e si
conservava il vino fino al momento
in cui era pronto, si celebrava la
nascita del vino nonché del bambino
divino fuoruscito dalla coscia di
Zeus. Quindi alla fine dell’inverno
si celebravano le "Antesterie" con
cui si sottolineava il passaggio
dall’inverno alla primavera e in
concomitanza il ritorno di Dioniso
dagli Inferi, dove era sceso per
riprendersi la madre mortale. Queste
duravano tre giorni durante i quali
si credeva che i morti risalissero
dal mondo sotterraneo per mescolarsi
ai vivi. Si aprivano i grossi
pithoi sigillati contenenti il
vino nuovo, si gustava il succo
d’uva fermentato e la sera si
svolgeva una gara tra bevitori; ma
soprattutto, durante tale
ricorrenza, si svolgeva la cerimonia
della "ierogamia" con cui nel
segreto del
Bukoleion, antica residenza
reale, il dio si univa con la moglie
dell’arconte-re. Questa cerimonia
sembra adombrasse il particolare
legame di Dioniso con Atene, la
città che aveva più intimamente
incorporato il dio nella religione
ufficiale. Le "Grandi Dionisie"
erano l’ultima festa dedicata a lui
e avvenivano tra marzo e aprile: in
campagna alle viti che erano ancora
prive di foglie veniva dato da bere
il sangue di un caprone sacrificato,
in quanto nemico di quelle piante
che spesso distruggeva. Fedele
compagno di Dioniso, esso era
essenzialmente l’epifania animale
del dio e impersonava l’ardore
ostinato dell’istinto sessuale.
Egli, infatti, era non solo il dio
della linfa trasformata in vino, ma
anche il dio del polline fecondatore
e del nettare dei fiori. Ancora nel
I secolo a.C. il grande erudito
romano Terenzio Varrone sottolineava
come il regno di Dioniso si
riconoscesse non solo nella
succulenza dei frutti, ma anche nel
seme di tutti i viventi. Per i Greci
l’universo dionisiaco era un mondo
stregato, perciò questa divinità
inizialmente non fu ammessa senza
dubbiosità. Alla fine le resistenze
furono infrante poiché, in
opposizione all’ordine costituito
artificialmente, l’elemento
dionisiaco esaltava l’appartenenza
dell’uomo alla natura.
L’avvento del cristianesimo
rafforzerà ancor più il valore
simbolico del vino. Nel Nuovo
Testamento Cristo afferma: "Io sono
la vera vite e il padre mio è il
vignaiolo". Ma il ritenersi da parte
sua di essere la vera vite non era
casuale, poiché egli doveva prendere
le distanze dalla vite "falsa",
quella che aveva allora le sembianze
di Dioniso. Dopo l’evangelizzazione
della Grecia, permanendo il rito dei
pigiatori dell’uva inneggianti
incessantemente allo smembramento di
Dioniso, durante il Concilio di
Costantinopoli del 691, da parte
della Chiesa si proibirono quei
canti che vennero sostituiti con
l’esclamazione "Kyrie eleison" per
ogni misura d’uva pigiata.
Nel frattempo l’elisir del mondo
antico si era fatto strada verso
Occidente, verso Roma e le terre del
suo vasto Impero. Un gruppo di
studiosi italiani composto da
archeologi, botanici, biologi
molecolari, lavorando al "Progetto
Vinum", hanno cercato, tempo
addietro, di risalire alle origini
della domesticazione della vite in
Italia e sono giunti alla
conclusione che quando giunsero in
Italia i primi coloni greci da
Oriente, i nostri antenati
producevano già il vino. In
particolare gli Etruschi sapevano
come coltivare la vite avendolo
appreso dai Lidi o dai Fenici. In
particolare nelle campagne tra
Toscana e Lazio, zona corrispondente
all’Etruria meridionale, essi hanno
ritrovato ancora viti che
anticamente erano state manipolate
geneticamente in forma di "lambruscaia",
abbarbicate su altri alberi, potendo
raggiungere questo sarmento — come
d’altra parte l’edera — notevoli
altezze. Ancor oggi i contadini del
luogo producono il cosiddetto vino
di "lambruscaia" da gustare in
occasioni speciali. Secondo quegli
studiosi a cui si è fatto cenno,
questo tipo di vino verrà prodotto
in un arco di tempo che va dalla
fine del secondo millennio a.C. alla
prima età del Ferro, a cui seguirà
un periodo cosiddetto "numano" tra
la fine del sec. VIII e quella del
VII a.C.; a questo seguirà, secondo
loro, una terza fase, quella del
paesaggio organizzato per giungere
all’ultima fase, quella della
romanizzazione, quando ormai la
produzione vinicola acquisterà
notevole sviluppo con implicazioni
di carattere commerciale.
I Greci, con il loro arrivo in
Italia, contribuirono ad affinare le
tecniche della viticoltura
diffondendo nuovi vitigni nonché
l’uso di nuovi attrezzi agricoli
come la
falx vinitoria che serviva per
sfrondare gli alberi portanti in
modo da far giungere più sole alle
viti. Saranno invece i Romani a
introdurre successivamente la
tecnica dei filari nella
viticoltura, mentre i Greci facevano
invece crescere la vite a fusto
basso solo con il supporto di un
palo. È verso il VII secolo a.C. che
i primi cominceranno a regolamentare
le tecniche di coltura della vite,
come dimostra una norma introdotta
da Numa Pompilio relativa alla
potatura obbligatoria delle viti.
Queste molto probabilmente erano
inizialmente coltivate solo per
produrre vino da offrire agli dei, e
il fatto che tracce di antichi
vitigni siano state trovate anche
vicino alle tombe ci induce a
ritenere che il poco vino allora
prodotto fosse usato per fini
cultuali.
A Roma, nel ventre del Colle Oppio,
di fronte al Colosseo, è venuto alla
luce anni fa un rarissimo mosaico
parietale del I secolo d.C. ritenuto
facente parte della
Domus Aurea neroniana. Esso
raffigura una scena di vendemmia in
cui sono protagoniste cinque figure
maschili su fondo bianco: una è
china a raccogliere in un cesto
grappoli d’uva; un’altra di spalle
suona il flauto doppio; tre sono
nude e intente a pigiare gli acini
d’uva in una vasca rettangolare,
quasi danzando, con la testa cinta
da un serto di pampini o forse di
foglie d’edera. È questa una
classica scena legata alla
vinificazione che si sarà ripetuta
più e più volte in ogni angolo
dell’Impero dove esistevano i
requisiti per la coltivazione della
vite. Sofocle identificava l’Italia
nella terra prediletta da Bacco,
l’ultima forma di Dioniso, non solo
per le sue miti temperature, ma
anche per la varietà dei suoli
grazie a cui i vitigni si
diversificano non solo da nord a
sud, ma anche all’interno di una
medesima regione. Oggi l’Italia è il
primo Paese al mondo per la
produzione quantitativa di vino in
rapporto alla superficie coltivata,
ma anche per la strabiliante varietà
di tipi di vino prodotti. I profumi
e i sapori che la bevanda dionisiaca
regala ancora agli uomini non
cessano di conquistare nuovi
viticoltori in tutto il mondo,
intrecciandosi con economie
emergenti.
Pianta dunque eccezionale, questa
Vitis vinifera vinifera, sia per
il suo potenziale genetico sia per
le implicazioni sociali, religiose,
economiche che si possono
comprendere appieno solo se si
conosce la sua storia
plurimillenaria.