VIVERE E MORIRE CON
Dignità
SUL CONFINE TRA IL PRIMA E IL DOPO
di
Giovanna D'Arbitrio
Qual
è il confine tra vita e morte? A
quanto pare rimane ancora misterioso
e sconosciuto a noi mortali, per il
momento. E ci sono casi che ci fanno
riflettere. Eccone uno di alcuni
anni fa: Parigi, luglio 2007,
ospedale Henri-Mondor. Wahid
Haddouche, un uomo di 45 anni, viene
ricoverato d’urgente e considerato
“clinicamente morto”, ma la
rianimazione, iniziata in ambulanza,
continua per mantenere gli organi
“pulsanti” in attesa dell’espianto.
L’équipe dei medici tarda ad
arrivare. Sorpresa! Il paziente dà
segni di sofferenza, si lamenta: è
vivo. Se l’équipe fosse stata
puntuale, avrebbe ucciso un uomo. E,
a quanto pare, l’espianto viene
praticato a “cuore battente” dopo la
dichiarazione di morte cerebrale.
Attualmente in Italia i nomi dei
donatori di organi sono inseriti in
un apposito registro nazionale, ma
per gli altri cittadini vige la
norma giuridica del
“silenzio-assenso” e molti non sono
nemmeno informati di ciò.
Anni fa, quando la Cassazione ha
autorizzato i medici a sospendere
l’alimentazione forzata a Eluana
Englaro, in coma vegetativo da molti
anni, il caso suscitò molti
dibattiti e pareri contrastanti. Ci
si chiede allora come mai i casi di
coma vegetativo suscitino tanto
interesse, pareri discordi e
discussioni, mentre numerosi
espianti di organi vengano
effettuati anche su “non donatori”
il cui cuore batte ancora, senza che
alcuno ne parli. E intanto in Italia
non si riesce a far approvare una
legge che ponga fine alle terribili
sofferenze di persone che vorrebbero
solo morire con dignità.
Il testamento biologico potrebbe
essere una valida, civile ed etica
soluzione per ogni cittadino
responsabile che, nelle sue piene
facoltà “di intendere e di volere”,
avrebbe la possibilità di decidere
sul futuro del proprio corpo,
accettando o rifiutando cure mediche
prolungate, alimentazione forzata,
terapie contro il dolore ed anche
eventuali donazioni di organi
(previa opportuna e dettagliata
informazione sulle tecniche di
espianto).
Tutto ciò eviterebbe decisioni
ancora più laceranti alle famiglie,
già duramente provate, nonché
speculazioni e vergognosi profitti
che si ricavano sia nel campo del
traffico di organi, sia in quello
della difficile e costosa gestione
delle persone in coma vegetativo
che, dimesse dagli ospedali, vengono
accolte da strutture private o
curate in casa dai familiari con
l’aiuto di personale a pagamento. Se
si vuole poi difendere la vita, come
molti affermano, allora bisognerebbe
predisporre anche strutture
pubbliche a basso costo, o gratuite
almeno per i più poveri, prestando
tutte le cure necessarie e
garantendo gli stessi diritti a
tutti coloro che desiderino essere
assistiti fino alla fine, nel
rispetto delle volontà espresse in
un testamento biologico. Ovviamente,
nel legiferare, particolare
attenzione dovrebbe essere dedicata
a chi non può decidere, come i
bambini o i malati di mente.
Vengono in mente i piccoli cimiteri
di campagna di un tempo, dove ti
colpivano quei cartelli con la
scritta “Silenzio e Rispetto”, e
così camminavi in punta di piedi e
parlavi a voce bassa. La solennità
del grande mistero della Morte ti
avvolgeva, ma in quell’atmosfera piena
di pace il dolore per la perdita dei
tuoi cari si addolciva e,
riflettendo sui loro esempi positivi,
cercavi poi di imitarli dando un
significato alla tua vita, senza
sprecarla con inutili azioni e vane
parole.
Di solito si moriva in casa, anche
per le malattie più gravi,
circondati dall’affetto dei propri
familiari. C’era sempre un parente
che stringeva la mano del moribondo
per confortarlo fino alla fine e
che, quando il pulsare del cuore si
spegneva pian piano, avvertiva i
presenti
con un cenno, poi con un gesto
pietoso e gentile chiudeva gli occhi
del defunto. I
medici curavano gli ammalati senza
alcun accanimento terapeutico e,
giunta l’ora fatidica, lasciavano che
il malato morisse con dignità
dandogli qualche sedativo o un
antidolorifico. Talvolta era
presente anche un prete, solo se
veniva chiamato, e con umiltà e
senza tante parole o inutili
ingerenze, impartiva l’estrema
unzione. Ho visto morire così i miei
nonni, mio padre e altre persone di
famiglia.
Ci
sembra giusto concludere citando il
libro “Vivere
e morire con dignità” (Feltrinelli),
di Beppino Englaro, Giulia Facchini
Martini e Pierluigi Di Piazza. Ecco
come viene presentato: “Gli
ultimi giorni di una persona cara
sono difficili da affrontare, per il
malato, stremato dal dolore, e per i
parenti, stretti attorno a lui, che
condividono la sua sofferenza. In
quei momenti ci poniamo diversi
interrogativi, nell'arduo tentativo
di dare un senso alla vita e alla
morte.
Nel mondo occidentale l'innalzamento
dell'età media della vita, unito
alle acquisizioni scientifiche, mediche
e tecnologiche, ha protratto
a lungo l'esistenza, trasformandola
a volte in una vita solo biologica,
in una presenza assente come per le
persone in stato vegetativo
permanente o in una sopravvivenza
dolorosa. In alcuni casi sembra
quasi che più che aiutare la vita si
cerchi di impedire la morte. Qual è
il confine
tra cura e accanimento terapeutico?
Si può decidere la propria morte?
Come trovare, da credente, una
dignità nella morte? In questo libro
si analizza il
tema del fine vita cercando delle
risposte a queste domande dal punto
di vista religioso, etico, legale e
medico, con interventi di Beppino
Englaro, padre di Eluana;
dell'avvocato Giulia Facchini
Martini, nipote del Cardinal
Martini; di Don Pierluigi Di Piazza,
fondatore del Centro di accoglienza
Ernesto Balducci; di Vito Di Piazza,
primario di Medicina Interna
all'Ospedale di Tolmezzo (Ud) e di
Marinella Chirico, unica giornalista
ammessa al capezzale di Eluana alla
casa di riposo La Quiete di Udine”.
Concludendo, il rispetto per la
dignità umana e per le libere scelte
dovrebbe essere garantito sempre a
tutti, anche in queste difficili e
particolari situazioni.