[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


attualità

VIVERE E MORIRE CON Dignità
SUL CONFINE TRA IL PRIMA E IL DOPO

di Giovanna D'Arbitrio

 

Qual è il confine tra vita e morte? A quanto pare rimane ancora misterioso e sconosciuto a noi mortali, per il momento. E ci sono casi che ci fanno riflettere. Eccone uno di alcuni anni fa: Parigi, luglio 2007, ospedale Henri-Mondor. Wahid Haddouche, un uomo di 45 anni, viene ricoverato d’urgente e considerato “clinicamente morto”, ma la rianimazione, iniziata in ambulanza, continua per mantenere gli organi “pulsanti” in attesa dell’espianto. L’équipe dei medici tarda ad arrivare. Sorpresa! Il paziente dà segni di sofferenza, si lamenta: è vivo. Se l’équipe fosse stata puntuale, avrebbe ucciso un uomo. E, a quanto pare, l’espianto viene praticato a “cuore battente” dopo la dichiarazione di morte cerebrale. Attualmente in Italia i nomi dei donatori di organi sono inseriti in un apposito registro nazionale, ma per gli altri cittadini vige la norma giuridica del “silenzio-assenso” e molti non sono nemmeno informati di ciò.

 

Anni fa, quando la Cassazione ha autorizzato i medici a sospendere l’alimentazione forzata a Eluana Englaro, in coma vegetativo da molti anni, il caso suscitò molti dibattiti e pareri contrastanti. Ci si chiede allora come mai i casi di coma vegetativo suscitino tanto interesse, pareri discordi e discussioni, mentre numerosi espianti di organi vengano effettuati anche su “non donatori” il cui cuore batte ancora, senza che alcuno ne parli. E intanto in Italia non si riesce a far approvare una legge che ponga fine alle terribili sofferenze di persone che vorrebbero solo morire con dignità.

 

Il testamento biologico potrebbe essere una valida, civile ed etica soluzione per ogni cittadino responsabile che, nelle sue piene facoltà “di intendere e di volere”, avrebbe la possibilità di decidere sul futuro del proprio corpo, accettando o rifiutando cure mediche prolungate, alimentazione forzata, terapie contro il dolore ed anche eventuali donazioni di organi (previa opportuna e dettagliata informazione sulle tecniche di espianto).

 

Tutto ciò eviterebbe decisioni ancora più laceranti alle famiglie, già duramente provate, nonché speculazioni e vergognosi profitti che si ricavano sia nel campo del traffico di organi, sia in quello della difficile e costosa gestione delle persone in coma vegetativo che, dimesse dagli ospedali, vengono accolte da strutture private o curate in casa dai familiari con l’aiuto di personale a pagamento. Se si vuole poi difendere la vita, come molti affermano, allora bisognerebbe predisporre anche strutture pubbliche a basso costo, o gratuite almeno per i più poveri, prestando tutte le cure necessarie e garantendo gli stessi diritti a tutti coloro che desiderino essere assistiti fino alla fine, nel rispetto delle volontà espresse in un testamento biologico. Ovviamente, nel legiferare, particolare attenzione dovrebbe essere dedicata a chi non può decidere, come i bambini o i malati di mente.

 

Vengono in mente i piccoli cimiteri di campagna di un tempo, dove ti colpivano quei cartelli con la scritta “Silenzio e Rispetto”, e così camminavi in punta di piedi e parlavi a voce bassa. La solennità del grande mistero della Morte ti avvolgeva, ma in quell’atmosfera piena di pace il dolore per la perdita dei tuoi cari si addolciva e, riflettendo sui loro esempi positivi, cercavi poi di imitarli dando un significato alla tua vita, senza sprecarla con inutili azioni e vane parole.

Di solito si moriva in casa, anche per le malattie più gravi, circondati dall’affetto dei propri familiari. C’era sempre un parente che stringeva la mano del moribondo per confortarlo fino alla fine e che, quando il pulsare del cuore si spegneva pian piano, avvertiva i presenti con un cenno, poi con un gesto pietoso e gentile chiudeva gli occhi del defunto. I medici curavano gli ammalati senza alcun accanimento terapeutico e, giunta l’ora fatidica, lasciavano che il malato morisse con dignità dandogli qualche sedativo o un antidolorifico. Talvolta era presente anche un prete, solo se veniva chiamato, e con umiltà e senza tante parole o inutili ingerenze, impartiva l’estrema unzione. Ho visto morire così i miei nonni, mio padre e altre persone di famiglia.

 

Ci sembra giusto concludere citando il libro “Vivere e morire con dignità” (Feltrinelli), di Beppino Englaro, Giulia Facchini Martini e Pierluigi Di Piazza. Ecco come viene presentato: “Gli ultimi giorni di una persona cara sono difficili da affrontare, per il malato, stremato dal dolore, e per i parenti, stretti attorno a lui, che condividono la sua sofferenza. In quei momenti ci poniamo diversi interrogativi, nell'arduo tentativo di dare un senso alla vita e alla morte. Nel mondo occidentale l'innalzamento dell'età media della vita, unito alle acquisizioni scientifiche, mediche e tecnologiche, ha protratto a lungo l'esistenza, trasformandola a volte in una vita solo biologica, in una presenza assente come per le persone in stato vegetativo permanente o in una sopravvivenza dolorosa. In alcuni casi sembra quasi che più che aiutare la vita si cerchi di impedire la morte. Qual è il confine tra cura e accanimento terapeutico? Si può decidere la propria morte? Come trovare, da credente, una dignità nella morte? In questo libro si analizza il tema del fine vita cercando delle risposte a queste domande dal punto di vista religioso, etico, legale e medico, con interventi di Beppino Englaro, padre di Eluana; dell'avvocato Giulia Facchini Martini, nipote del Cardinal Martini; di Don Pierluigi Di Piazza, fondatore del Centro di accoglienza Ernesto Balducci; di Vito Di Piazza, primario di Medicina Interna all'Ospedale di Tolmezzo (Ud) e di Marinella Chirico, unica giornalista ammessa al capezzale di Eluana alla casa di riposo La Quiete di Udine”.

 

Concludendo, il rispetto per la dignità umana e per le libere scelte dovrebbe essere garantito sempre a tutti, anche in queste difficili e particolari situazioni.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]