[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

167 / NOVEMBRE 2021 (CXCVIII)


filosofia & religione

FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI

RIFLESSIONI SUL VINCOLO MATRIMONIALE CRISTIANO

di Vito Augugliaro

 

L’istituzione del matrimonio e i riti a esso connessi hanno da sempre attirato l’attenzione di numerosi studiosi, come è evidente dalla ricca bibliografia esistente su questo tema. Molte erano le attenzioni e le accortezze rivolte a questo importante momento della vita, sia che esso avvenisse per vero amore o, come accadeva più di frequente, per siglare patti e accordi di varia natura. In questo studio cercheremo di tracciare un profilo storico sociale dell’evoluzione del matrimonio nell’Alto Medioevo, cercando di rendere evidente quali sono gli elementi classici accolti dalla cultura cristiana, ma anche i punti di innovazioni propri dell’Europa proto cristiana.

 

Nel mondo antico, come anche nei primi anni del Medioevo, che è figlio della classicità, non era sempre consentito contrarre matrimonio, dal momento che i calendari in uso registravano giorni nefasti, come per i romani, o giorni in cui, a causa di feste e divieti religiosi, come per gli ebrei, non era consentito svolgere alcuna attività, ancor meno sposarsi: ciò avrebbe steso un velo di “sciagura” sulla coppia e la nuova famiglia, e di conseguenza sarebbe venuta meno la benedizione degli dei o di Dio.

 

A fronte di una certa omogeneità nel mondo antico nella celebrazione del matrimonio, nei testi dei Padri della Chiesa non sembrano emergere norme condivise per celebrare e vivere il vincolo nuziale, ma proprio per le condizioni storico-sociali presenti nell’Europa dei primi secoli del Medioevo, esso era soggetto alle tradizioni e agli usi e costumi dei popoli presso i quali era officiato. La successiva cristianizzazione dei territori dell’ex Impero romano modificò le pratiche nuziali, pur mantenendo, in certi casi, ancora vivi usi e costumi del mondo classico.

 

Innanzitutto vediamo come era inteso il matrimonio nel mondo classico. La letteratura giuridica romana definisce il matrimonio come l’unione di un uomo e una donna al solo scopo di costituire una vita in comune intima e duratura. Al tal proposito sembra interessante la definizione che del matrimonio romano è data da Modestino in Digesto, 23, 2,1 e da Ulpiano nelle Istituzioni di Giustiniano (1,9,1.): Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae et consortium omnis vitae, divini et humani iuris communication (Modestino, Liber primus regularum, in D. 23,2,1).

 

Le nozze sono l’unione di un uomo e di una donna e la comunanza di tutta la vita e la partecipazione del diritto divino e umano: Nuptiae autem sive matimonium est viri et mulieris coniunctio individuam consuetudinem vitae continens (Ulpiano, Istitutioni 1,9,1) (“Le nozze o il matrimonio sono l’unione di un uomo e una donna, che comporta un’inseparabile consuetudine di vita”).

 

Dai testi latini, che riferiscono generalmente notizie sul matrimonio di persone appartenenti alla classe senatoria o equestre, emerge che il vincolo matrimoniale è un atto istituzionale di grande importanza sociale, regolato da una serie di leggi che si susseguono numerose dall’età repubblicana fino al periodo tardo antico, con gli ordinamenti giudiziari emanati dagli imperatori Costantino e Giustiniano. Tali ordinamenti avevano soprattutto il compito di regolare soprattutto l’ufficio del divorzio, molto diffuso in tutta l’età imperiale e considerato un vero flagello da molti imperatori, Augusto in primis.

 

Inutile dire che tanto per i romani, quanto per alcuni popoli barbarici che con questa civiltà entrarono in contatto, vivevano un matrimonio combinato e gli sposi non potevano scegliersi liberamente. Le cose sembrano cambiare, secondo studi condotti da V. Marletta Di Paola, intorno al V e VI secolo d.C. quando, in effetti, sembra esserci una maggiore libertà sia nella scelta del partner, esattamente come avveniva per i giudei, visti come i progenitori del Cristianesimo, e che molto hanno influito con le loro tradizioni sulla formazione dell’identità cristiana dell’Europa, sia nella realizzazione del nuovo significato del matrimonio.

 

Infatti, le norme emanate dagli imperatori cristiani, e in particolar modo da Giustiniano, si appoggiano sull’idea di un matrimonio che duri per tutta la vita. Pertanto, non era più concepibile che il matrimonio si reggesse in piedi fin quando durava l’affectio maritalis, cioè la volontà di continuare a essere uniti in matrimonio, condizione imprescindibile in età classica, senza la quale il matrimonio cessava immediatamente, ma l’intenzione iniziale di essere uniti in matrimonio continuava a essere valida indipendentemente dalla persistenza del matrimonio stesso: per la prima volta nelle costituzioni imperiali si configurò il reato di bigamia, sconosciuto al diritto classico.

 

È in nome di questa profonda unione che si stabilisce che il matrimonio resta valido, secondo Sant’Agostino (in De bono coniugali 3,3), anche quando in età avanzata non c’è più attività sessuale volta alla procreazione. È possibile affermare, però, che in generale i primi autori cristiani, quelli che in un certo senso vivono l’influenza giudaica sul Cristianesimo, tendono a porre l’accento sul legame affettivo tra i coniugi che si manifesta nei periodi di lontananza e che sopravvive anche dopo la morte di uno dei due.

 

Tertulliano, ad esempio, critica fortemente l’idea di contrarre seconde nozze per i vedovi: XI. [1] Duplex enim rubor est, quia in secundo matrimonio duae uxores eundem circumstant maritum, una spiritu, alia in carne. Neque enim pristinam poteris odisse, cui etiam religiosiorem reseruas affectionem, ut iam receptae apud dominum, pro cuius spiritu postulas, pro qua oblationes annuas reddis. [2] Stabis ergo ad dominum cum tot uxoribus quot in oratione commemores et offeres pro duabus et commendabis illas duas per sacerdotem de monogamia ordinatum aut etiam de uirginitate sancitum, circumdatum uiduis uniuiris? et ascendet sacrificium tuum libera fronte, et inter cetera bonae mentis postulabis tibi et uxoris castitatem? (“[1] Infatti la vergogna è doppia, poiché in un secondo matrimonio due spose sono intorno allo stesso marito, una con lo spirito, l’altra in carne (e ossa). E infatti tu non potrai odiare la prima, alla quale ancora riservi un sentimento più santo, come quello che ormai è riservato al Signore, per la cui anima preghi, per la quale dai sacrifici annuali. [2] Dunque tu starai davanti al Signore con tante mogli quante ricordi nelle preghiere? Offri sacrifici sacri per le due donne e raccomanderai quelle due alle (mani di) un sacerdote che è votato alla monogamia, o anche alla santa verginità, circondato da donne vedove univire? Si eleverà il tuo sacrificio liberamente, e chiederai tra le altre cose con buona disposizione d’animo la castità per te e per tua moglie?”) (Tertulliano, De Exhortatione Castitatis, 11, 1-2).

 

Si può quindi notare che l’unica differenza con l’Ebraismo e la cultura classica in generale, è dato dal fatto che sia in Giovanni Crisostomo sia in Agostino troviamo l’invito a non considerare il matrimonio una compravendita o una questione di interesse, ma di mettere in primo piano le qualità morali nella scelta del marito e della moglie.

 

Un’ulteriore novità rispetto al mondo classico, ma molto vicino all’immaginario ebraico, è che le donne romane di età cristiana fossero in condizione di gestire la propria dote e il proprio “patrimonio personale”, in modo che, in caso di divorzio o ripudio non avessero difficoltà economico-finanziarie tali da non poter permettersi né uno stile di vita dignitoso e decoroso, né il mantenimento dei figli legittimi.

 

Questo però non ci deve trarre in inganno. La donna romana era “libera”, ma entro certi limiti ben precisi. Essa era il mezzo attraverso il quale si compiva il vero significato del matrimonio romano: quello di unire due famiglie, rafforzandone i rapporti economico-politico-finanziari, tramite l’azione pratica del trasferimento della donna dalla casa paterna alla casa del marito (deductio), nella quale era sottoposta alla patria potestas del suocero, se ancora in vita, o sotto la potestas del marito.

 

In latino, infatti, il termine matrimonium si riferisce proprio alla condizione legale della matrona, cioè la donna sposata (Gellio, Istituzioni, 18, 6, 8-9). La sposa entrava nella casa del marito loco filiae, che poi, come dice Claudine Leduc, è lo stesso status della sposa greca nel cosiddetto “matrimonio da nuora”. Il matrimonio da nuora, cioè quello che prevedeva lo spostamento della donna dalla casa paterna a quella del marito, collocava, di fatto, la sposa nella posizione giuridica di figlia di suo marito e quindi di “sorella” dei suoi figli: In familiam uiri transibat filiaeque locum optinebat (“Entrava nella famiglia del marito e otteneva lo statuto di figlia” (Gaio, Istituzione I, 111).

 

Altro obiettivo del matrimonio, esattamente come per gli ebrei e i greci, era quello di assicurarsi una discendenza che potesse servire lo Stato e la patria e che facesse, nel caso degli uomini, un’eccellente carriera politica e portasse lustro ai suoi antenati e alla sua casa.

 

Se quindi il significato e gli scopi del matrimonio, anche nei primi anni dell’Alto Medioevo, restano pressoché identici a quelli di età classica, lo stesso non può dirsi per il cerimoniale dell’ufficio nuziale che in parte si rinnova e in parte rilegge in chiave cristiana e devozionale prassi già consolidate nel mondo classico.

 

Dalla lettura di alcuni testi della letteratura cristiana delle origini, ci si può rendere conto che durante l’epoca cristiana il cerimoniale nuziale nell’Impero Romano riprende alcune caratteristiche del matrimonio ebraico, così come lo conosciamo dai testi sacri. Purtroppo, come rileva Lamberto Crociani, per la fase più antica della Roma cristiana, possediamo i testi della liturgia eucaristica per le nozze, ma non ci è pervenuto il rituale per la celebrazione del sacramento.

 

Gli elementi comuni alle due culture sono essenzialmente due: il rito è officiato alla presenza di un sacerdote e non più in casa; gli sposi sono coperti sotto un unico velo. È possibile però affermare, sulla base del De Corona di Tertulliano, che alcuni Padri della Chiesa furono ostili all’incoronazione degli sposi, visto come qualcosa legato all’antichità pagana. Infatti, il rito romano cristiano del matrimonio non prevederà più l’incoronazione degli sposi, ma la velatio, che appare fin dalle più antiche testimonianze, non anteriori, però, al IV secolo d.C.

 

Sant’Ambrogio in una sua epistola parla del velo steso sugli sposi durante la benedizione, pratica questa confermata anche nel V secolo d.C. da Paolino da Nola, il quale con certezza parla di una celebrazione del matrimonio fatta in chiesa e non più in casa, durante la quale il vescovo pronuncia una benedizione sugli sposi che sono ricoperti dal velo.

 

Sed prope nihil gravius quam copulari alienigenae, ubi et libidinis et discordiae incentiva et sacrilegii flagitia conflantur. Nam, cum ipsum coniugium velamine sacerdotali et benedictione santificari oportet, quomodo potest coniugium dici, ubi non est fidei concordia? Cum oratio communis esse debeat, quommodo inter dispares devotione potest esse coniugali communis caritas? (“Ma non c’è quasi nulla di più grave che unirsi in matrimonio con uno straniero [pagano], nel quale confluiscono gli stimoli della libidine e della discordia e l’orrore del sacrilegio. Infatti, se è necessario che lo stesso coniuge sia santificato dal velo imposto dal sacerdote e dalla benedizione, come può chiamarsi matrimonio quello in cui non c’è l’accordo della fede? Dal momento che l’orazione deve essere comune, come può esserci il comune amore nuziale tra persone di religione diversa?”) (Ambrogio, Epistola XIX ad Virgilium episcopum Tridentinum, 7).

 

Hinc Memor, officii non immemor, ordine recto / Tradit ad Aemilii pignora cara manus. / Ille jugans capita amborum sub pace jugali, / Velat eos dextra, quos prece santificat (“Quindi memore, non immemore del dovere, nel giusto ordine / dà la mano ai cari segni d’amore di Emilio / Quello [il sacerdote] congiungendo le teste di entrambi sotto la pace del matrimonio/ li vela con le mani, e con una preghiera li consacra” (Paolino da Nola, Carmina XXV, vv. 224-227).

 

A una prima analisi potrebbe sembrare che in realtà non ci sia nessuna differenza con il cerimoniale romano antico, dove l’uso del velo c’era e aveva anche una sua valenza simbolica molto forte. Per l’epoca cristiana, però, le cose sono un po’ diverse.

 

Esattamente come afferma Lamberto Crociani nel suo saggio intitolato: Celebrazione e rito del matrimonio nella prassi antico-cristiana, il velo, usato per la benedizione degli sposi, non può assolutamente essere messo in relazione con il flammeum di età classica, perché nella Roma antica era solo la sposa a velarsi (nubere, appunto) per lo sposo. Per quanto concerne la prassi cristiana, invece, è la coppia a velarsi insieme, perché insieme, costituendo un solo corpo, essi simboleggiano la sposa che si unisce all’unico Sposo, cioè Cristo. I due sposi, proprio nel rispetto del comandamento di Dio di essere un solo corpo staccandosi da tutto quello che erano prima, diventano tali proprio durante la cerimonia stessa.

 

Secondo i riti della chiesa cristiana delle origini, che in parte possiamo recuperare tramite il Sacramentarium Veronese e il Gelasiano, dopo la celebrazione dell’eucarestia, il sacerdote recitava una preghiera facendo riferimento al mistero dell’unione tra la Chiesa e Gesù. La benedizione della coppia come unica entità sotto lo stesso velo è possibile ritrovarlo anche presso la cultura ebraica. Infatti, i due giovani, coperti dal velo che partiva dalla testa del ragazzo e copriva la ragazza, ricevevano insieme la binkhot ha-nissu’in (benedizione del matrimonio), proprio perché insieme essi iniziavano a formare quel solo corpo previsto dal primo comandamento di Dio presente nella Genesi: “Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne. Pertanto si chiamerà iscià (donna) essendo stata tratta da ish (uomo). Perciò l’uomo abbandona padre e madre, si unisce con la moglie e diviene con lei come un solo essere.

 

Questa è un’ulteriore dimostrazione sull’influenza dei costumi ebraici su quelli romani nel momento del dilagare della religione cristiana nell’impero, ma non dobbiamo dimenticare, però, che il matrimonio in epoca cristiana diventa un sacramento e quindi non è più visto soltanto come un qualcosa di interesse politico e sociale come nel mondo antico, come potevano concepirlo i romani e gli ebrei per esempio. Infatti, mentre nel mondo antico i due giovani che si sposavano, una volta contratto il matrimonio cambiavano semplicemente status in matrona e paterfamilias, nel mondo cristiano questo non succede più, ma diventano uomo e donna che condividono gioie e dolori della vita insieme.

 

 

Riferimenti Bibliografici:

                                                                          

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C. Mazzucco, Dignità del matrimonio e della famiglia nella riflessione patristica, in Matrimonio e famiglia. Testimonianza dei primi secoli, a cura di Mario Nardini, Fiesole 1996, pp. 9-61.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]