IL CORAGGIO DELLA SOLIDARIETÀ
LA VICENDA DI Roddie Edmonds
di Stefano
Coletta
La
storia di Roddie Edmonds non
racconta solo eroismo, ma anche
l’esempio di colui che vuole
rimanere fermo nei propri principi,
anche nei momenti di maggiore
difficoltà. Il nostro protagonista
si ritrova costretto ad affrontare
con coraggio una decisione difficile
e sofferta: sostenere i propri
commilitoni di fronte alla
cattiveria e alla malvagità, prima,
del nemico, poi, degli aguzzini. Il
suo atto di eroismo verrà rimosso
dai commilitoni, insieme alle
sofferenze patite. Lo rimuove anche
lo stesso protagonista
considerandolo un atto doveroso nei
confronti dei suoi fratelli. La
storia di Roddie Edmonds merita di
essere raccontata perché è un faro
di speranza e di forza. Incoraggia
ognuno di noi affinché impariamo ad
ascoltare e ad apprendere la
necessità di seguire la stella
polare della coscienza e della legge
morale che alberga nel cuore umano.
Il protagonista della nostra storia
è Roderick Waring Edmonds venuto al
mondo in una delle case di Peddie
Street, situata nella calda serata
del 20 agosto 1919, per amor di
precisione il Dottor J.I. Eller
registra nel suo certificato “le
venti e venti”, nel capoluogo della
contea di Knoxville, nello stato del
Tennessee. È il quartogenito di
Thomas Calvin Edmonds, dagli intimi
appellato T.C., di professione
tappezziere, e di Jennie Mary Sexton
di professione casalinga. Dieci
giorni dopo la città viene percorsa
da una rivolta razziale, passata
alla storia con il nome di “Estate
Rossa”, che causa sette morti, di
cui sei di colore e uno bianco. Se
l’intolleranza impregnava tutto lo
stato del Sud, la casa del piccolo è
un’isola felice, dal momento che i
due genitori rifiutano, poiché
Metodisti Rinati, ogni forma
d’intolleranza e seguivano la regola
aurea professata da Gesù Cristo:
“ama il prossimo tuo come te
stesso!”.
Quando il piccolo Roddie, questo il
diminutivo datogli dai familiari,
perde la madre quando ha appena
compiuto i tre anni e ad accudirlo è
la sorella maggiore del padre, Sarah
Edmonds Hickman ovvero la zia Sallie,
dove si trasferisce a vivere
dall’età di sette anni. Roddie si
dimostra uno studente volenteroso e
coscienzioso e al contempo un valido
aiuto per la sua famiglia di origine
e acquisita. L’onda della Grande
Depressione, a seguito del crollo
del mercato azionario nell’ottobre
1929, colpisce l’America e non
risparmia Knoxville e i suoi
abitanti, tra cui anche la famiglia
del nostro protagonista.
La situazione sembra superata a
seguito dell’elezione, nel 1930, di
Franklin Delano Roosevelt a
Presidente dell’intera nazione.
Infatti questi firma, tre anni dopo,
riconoscendo la crisi nel Sud del
paese, il Tennessee Valley Authority
Act. Roddie, nel frattempo, segue
gli studi ed eccelle in inglese,
scienze, matematica, arte ed
educazione civica. Durante la
domenica segue le attività del Vestal
United Methodist dove interiorizza
gli insegnamenti di Cristo.
Il giovane, nell’autunno del 1935,
s’iscrive alla decima classe, presso
la Knoxville High School, già
frequentata dal fratello maggiore
Robert. Qui oltre a studiare
s’impegna nella squadra JROTC,
acronimo della Junior Reserve
Officers Training Corps, della
scuola, riconosciuta a livello
nazionale, e nel tempo libero
sperimenta il tiro con il fucile
presso il poligono, divenendo un
provetto tiratore. La crisi non
tende ancora a svanire, per cui il
giovane si ritrova a portare per
pranzo un biscotto duro, come
ricorderà anni dopo la vicina di
casa, Retha Balltrip. Nonostante ciò
consegue, nel giugno del 1938, il
diploma e trova lavoro come
magazziniere presso la Charles E.
Hunter and Sons, azienda dove il
padre lavora come tappezziere.
Cupido, dal canto suo, gli fa
conoscere, durante una funzione
religiosa, la giovane liceale Marie
Solomon. Tutto sembra procedere per
il verso giusto, ma, nel marzo 1941,
il nostro ventunenne decide di
arruolarsi nell’Esercito degli Stati
Uniti, mentre il fratello Robert
nella Marina. Entrambi mossi da una
consolidata tradizione di famiglia;
il nonno si era distinto nella 1ª
Guerra Mondiale.
Non appena viene ritenuto idoneo
alla visita di leva, nove mesi prima
dell’attacco a Pearl Harbor, viene
inviato a Fort Jackson, una vasta
base di addestramento per fanteria
nel South Carolina, a circa trecento
miglia dal primo centro abitato.
Subito dopo aver prestato giuramento
viene assegnato alla Compagnia
Comando del 121° Reggimento della
30° Divisione di Fanteria.
Quest’ultima subisce una
riorganizzazione nel mese di
settembre, per cui vengono inglobati
i Gray Bonnets, e nasce la divisione
“Old Hickory”, in onore del
Presidente Andrew Jackson. I
tedeschi l’avrebbero chiamata
“le SS di Roosevelt” per la tenacia
dimostrata negli scontri, durante i
282 giorni di combattimento, sullo
scenario europeo. Roddie grazie alla
sua esperienza pregressa al poligono
diviene tiratore scelto.
Dieci giorni dal suo incameramento,
per la precisione il 31 marzo 1941,
il Presidente Franklin D. Roosevelt
si reca a Fort Jackson in visita.
Durante la cerimonia di dedicazione
del Newfound Gap, un miglio in cima
al confine tra Tennessee e Carolina
del Nord, il Presidente pronuncia le
seguenti parole: “Il più grande
attacco che sia mai stato lanciato
contro la libertà individuale è più
vicino alle Americhe di quanto non
lo sia mai stato prima. Se vogliamo
sopravvivere, non possiamo essere
morbidi... I fucili da scoiattolo
non sono più adeguati per difendere
la nazione. Dobbiamo prepararci in
mille modi”. Nei giorni successivi
si tengono le manovre e il nostro
giovane si distingue per la sua
abnegazione e capacità di motivare e
guidare i compagni. Questo e altri
atti gli consentono di essere
promosso soldato semplice di 1ª
classe.
Nove mesi dopo, nel luglio 1942,
diviene tecnico di quarta classe,
ovvero operatore radio, e entro la
fine dell’agosto 1942, raggiunge il
grado di sergente. Tale promozione
gli consente, il 19 gennaio 1943, di
raggiungere la posizione di sergente
maggiore e capo delle comunicazioni
della sua compagnia reggimentale. Un
risultato senza precedenti.
La nazione viene scossa, il 7
dicembre 1941, dalla notizia
dell’attacco giapponese alla base di
Pearl Harbor e tutti, giovani e
vecchi, corrono ad arruolarsi. Il
nostro, in quel momento in licenza a
casa per sposarsi con la sua
fidanzata, apprende del disastro e
inizia a pregare a favore del
fratello Robert in servizio sulla
nave da carico USS Sirius, in quel
momento nella rada del sopraccennato
porto. La fortuna vuole che si
salvi, ma Roddie si rende conto che
adesso l’entrata in guerra del suo
paese è inevitabile. Infatti il
Presidente degli Stati Uniti firma
la Dichiarazione di guerra contro
l’Asse. Rientrato alla base gli
viene assegnato l’incarico di dover
diventare sergente addestratore, tra
costoro vi è il giovane Lester J.
Tannenbaum, classe 1923,
appartenente alla religione ebraica,
oppure l’italo americano Frank – o
Frankie, un anno più vecchio,
originario di Brooklyn, come tutti
lo chiamavano – Cerenzia, storpiando
il suo cognome Cerenza, divenuto il
confidente più stretto di Roddie.
I tre uomini si ritrovano,
nell’estate del 1944, a Camp
Atterbury, dove devono lavorare per
ricostituire la 106ª a seguito delle
perdite avvenute dopo l’inizio delle
operazioni del D-Day. In particolare
gli vengono affidati gli ASTPers o Army
Specialized Training Program (ASTP)
(Programma di Addestramento
Specializzato dell’Esercito) muniti
di un elevato quoziente
intellettivo. Questi nonostante tali
doti ricevono da parte dei propri
superiori un trattamento pesante e
anche poco rispettoso delle proprie
potenzialità. In rari casi riescono
a raggiungere i gradi da
sottufficiale, dal momento che
vengono malvisti dai superiori
convinti che si tratti di tempo
sprecato e del tutto inutile. Roddie
la vede in modo diverso e comprende
che sono ragazzi dotati d’ingegno e
di ottime potenzialità che devono
essere rispettate e sfruttate in
modo proficuo. Oltre a dover lottare
con la miopia mentale dei superiori,
il nostro sergente maggiore deve
fare i conti con gli affetti, dal
momento che, nell’estate del
sopraccennato anno, la moglie gli fa
pervenire le carte con cui richiede
il divorzio. Questo lo deprime, dal
momento che “avevo perso – dirà anni
dopo – una casa, una moglie e la
felicità”.
Nel frattempo sul suolo francese i
soldati alleati vedono i panzer e i
soldati nazisti ritirarsi, tanto da
far affermare, al Capo di Stato
Maggiore, il Tenente Generale Walter
Bedell Smith, “la guerra è finita”.
Una frase errata che suscita una
falsa febbre da vittoria. In realtà
la Wehrmacht si sta organizzando per
sferrare una potente controffensiva
e frenare l’avanzata. Le forze
statunitensi non si scoraggiano e
inviano dei rimpiazzi al fronte, per
questo Roddie continua ad addestrare
i suoi uomini. Alcuni di questi
appartengono alla religione ebraica,
come attesta la H stampigliata sulla
piastrina di riconoscimento,
elemento che a loro parere potrà
divenire altamente pericoloso se
cadranno in mano nemica.
Finalmente giunge, l’11 ottobre
1944, l’ordine di partenza per la
106ª Fanteria, di cui fanno parte
Roddie e i suoi giovani soldati,
giorno divenuto triste per le
popolazioni di Marzabotto. Il
Reggimento raggiunge, via treno,
Boston, e nove giorni dopo mette
piede sui moli del porto di New York
City, dove volontari dell’Esercito
della Salvezza distribuiscono kit
pieni di pettini, spazzolini da
denti, dentifricio e “altre cose
molto apprezzate”. Quindi, in fila
indiana, salgono sulla RMS Aquitania e,
l’indomani, alle prime luci
dell’alba, iniziano la traversata
per raggiungere il teatro di guerra
europeo. Dopo una tranquilla
traversata, grazie all’abilità del
capitano e alla propulsione dei
motori in dotazione, il 29 ottobre
1944, raggiungono il porto scozzese
di Gourock. Non appena sbarcati
vengono condotti al Grange di
Guiting Power, fuori dalla piccola
città di Cheltenham e vi restano un
mese, in attesa dell’ordine
d’imbarco. Agli ufficiali e
sottufficiali, il 29 novembre, viene
comunicato che la partenza avverrà
nella prima settimana di dicembre,
quindi dovranno attestarsi, in
attesa di ambientarsi, lungo il
Fronte Fantasma, nei pressi della
Foresta delle Ardenne.
I tedeschi, dal canto loro, stanno
per dar vita a una dura reazione,
proprio in quella zona. Il
Reggimento di Roddie, tra l’8 e il
10 dicembre, si attesta in questo
territorio nei pressi dell’antica
città di Saint Vith rilevando gli
uomini esausti della IIª Divisione
di Fanteria provati dal clima
inclemente e dai continui tentativi
di contrattacco dei tedeschi. Il
primo compito della nuova unità è
quello di prendere e tenere il
controllo della dorsale Schnee Eifel
“un crinale a schiena d’asino,
caratterizzato da alti altopiani,
valli profondamente chiuse e una
rete stradale limitata” e
impraticabile a causa delle
abbondanti nevicate e “dei campi
minati e dei grovigli di filo
spinato posizionati ovunque”.
L’Alto Comando Alleato valuta questa
zona ideale “per ambientarsi, fare
amicizia, sentirsi parte di qualcosa
e imparare a sopravvivere in
combattimento,” scriverà lo storico
John C. McManus. Il Comandante del
Reggimento di Roddie gli dice sono
fortunati ad essere destinati in
quel “paradiso per truppe sfinite”.
In realtà quell’ambiente è
inospitale per le truppe fresche,
non abituate al clima invernale e
alle difficoltà connesse, come il
piede da trincea, la sindrome da
immersione, per cui nel giro di due
settimane si contano decine di
ricoverati.
Nel frattempo i rumori dal fronte
nemico aumentano. In un primo tempo
viene valutato trattarsi
dell’avvicendamento delle truppe,
ma, con il passare dei giorni, il
rumore diviene spropositato e
altrettanta l’attività di
ricognizione della Luftwaffe. La
tensione aumenta, tanto che vengono
fatte delle segnalazioni al Comando
Generale, ma tutto viene liquidato
dal servizio d’intelligence come
“insulse paranoie dei nuovi
arrivati”.
Roddie, in qualità di comandante
della Compagnia Trasmissioni, avanza
dei sospetti e ipotizza il sospetto
di una dura controffensiva, ma i
suoi superiori tendono, forti delle
rassicurazioni ricevute dall’Alto
Comando a sminuirle.
In realtà Hitler ha ordinato di
ammassare ben sette divisioni panzer
e tredici divisioni di fanteria con
l’intento di arrestare la corsa
degli Alleati mediante l’Operazione
Wacht am Rhein (Guardia sul Reno).
Il Dittatore vuole condurla
personalmente e, pertanto,
raggiunge, l’11 dicembre, il suo
quartiere generale occidentale,
situato nel Castello di Ziegenberg,
nelle montagne del Taunus,
denominato Adlerhorst ovvero Nido
dell’Aquila. Da questo luogo, in
apparenza ameno, ordina, cinque
giorni dopo, di attaccare. Gli
Alleati si stupiscono nel vedere
avanzare circa 410.000 uomini, 1.400
panzer e 2.600 pezzi d’artiglieria e
si rendono conto che i timori erano
fondati. Hitler considera questa
spallata decisiva e ordina a tutti i
suoi soldati di combattere
“duramente e senza pietà. La
battaglia deve essere combattuta con
brutalità e ogni resistenza deve
essere spezzata in un’ondata di
terrore. In questa ora più grave per
la Patria, mi aspetto che ognuno dei
miei soldati sia coraggioso e ancora
coraggioso. Il nemico deve essere
sconfitto — ora! Il nemico non potrà
mai contare sulla nostra resa. Mai!
Mai!”.
Il compito di sfondare viene
affidato alla Sesta Armata Panzer,
guidata dall’SS-Oberstgruppenführer Joseph
“Sepp” Dietrich, ex Sergente nella
Grande Guerra, un picchiatore delle
Camicie Brune, fondatore delle Leibstandarte
SS Adolf Hitler, pertanto divenuto
uno dei confidenti più stretti di
Hitler fin dagli anni Venti,
sostenuto dal veterano Generale
Hasso von Manteuffel, con una
manovra di accerchiamento, con due
delle sue divisioni, del saliente
dello Schnee Eifel, intrappolando la
106ª Fanteria americana. Il resto
delle forze avrebbe dovuto catturare
le città di Saint Vith e Bastogne, i
più importanti nodi ferroviari e
stradali della regione, e poi
avanzare verso nord-ovest per
proteggere il fianco meridionale di
Dietrich. Nel frattempo, il generale
Erich Brandenberger, al comando
della Settima Armata, composta in
gran parte da fanteria, avrebbe
attaccato ancora più a sud e
bloccato ogni tentativo alleato di
inviare rinforzi. Inoltre affida al
suo stimato Otto Skorzeny,
liberatore di Mussolini, il compito
di portare a termine l’Operazione
Greif (Operazione Grifone)
finalizzata a prendere il controllo,
con ogni mezzo, dei ponti sul fiume
Mosa e creare caos dietro le linee
nemiche. Per la precisione Hitler
ordina: “Voglio che tu comandi un
gruppo di truppe americane e le
porti oltre la Mosa per sequestrare
uno dei ponti. Non, mio caro
Skorzeny, veri americani. Voglio che
tu crei unità speciali che indossino
uniformi americane. Viaggeranno su
carri armati alleati catturati.
Pensa alla confusione che potresti
causare!”.
Tutto è pronto tranne i Comandi
Alleati che ignorano quello che
tutti, anche i civili, denunciano
ovvero l’avanzare d’ingenti quantità
di truppe. Quando scatta l’ora X si
scatena l’inferno a seguito del
fuoco di fila dell’artiglieria sulla
foresta, per cui oltre ai frammenti
di schegge diventano mortali anche
le cortecce degli alberi. A questo
si aggiunge il taglio dei fili dei
telefoni da campo e l’attacco dei
commando di Skorzeny che provocano
una serie d’inconvenienti con la
conseguenza che la tensione giunge
alle stelle, alcune compagnie si
ritrovano accerchiate e catturate da
un numero considerevole di nemici.
Mentre i soldati al fronte
combattono con “cervello e muscoli”
contro un nemico fino a dieci volte
superiore, nelle retrovie regna
l’inferno. Le strade risultano
intasate dai veicoli e dai soldati
in ritirata e dai profughi.
L’assenza di supporto aereo espone
ancora di più gli uomini della 106ª
Divisione. Roddie si rende conto che
i suoi commilitoni sono indifesi
contro i panzer e i cannoni di 88
mm.
Soldati americani vengono circondati
e catturati, mentre nei pressi di
Malmedy il commando di Skorzeny
uccide a tradimento dei soldati
inglesi in ritirata. Altre atrocità
vengono compiute e, immediatamente,
si sparge la notizia e viene
suscitata rabbia e shock presso le
truppe americane e l’Alto Comando
Alleato. Un altro avvenimento truce
avviene a danno di undici soldati
del 333º Battaglione di Artiglieria
da Campo (un’unità composta da soli
soldati neri comandati da ufficiali
bianchi) raggiungono il villaggio di
Wereth e chiedono e ottengono
rifugio presso un agricoltore
locale, tal Mathias Langer.
Purtroppo la moglie di un soldato
tedesco lo denuncia e tutti i
soldati vengono fatti prigionieri,
torturati e passati per le armi. Il
sergente medico Paul Stern vista la
situazione decide di far togliere le
piastrine ai compagni ebrei e di
sostituirle con quelle dei caduti
per evitare che siano esposti a
violenza da parte dei tedeschi.
Anche Roddie e il suo Reggimento
cadono prigionieri e vengono
ammassati in uno spiazzo in attesa
di essere condotti al campo di
prigionia destinato.
All’alba del 20 dicembre, i tedeschi
latrano ai prigionieri l’ordine di
mettersi in marcia tra morti e campi
distrutti dai bombardamenti. Circa
ogni miglio, Roddie sente un colpo
provenire da uno dei fucili dei
carcerieri. Riposarsi, restare
indietro o cercare di scappare
equivale a meritarsi un’esecuzione
sommaria. I nazisti costringono i
prigionieri a marciare senza alcun
riguardo: “Fummo messi in fila, –
ricorderà anni dopo il soldato John
Morse del 423° Reggimento –
spogliati di tutto tranne dei
vestiti, e fatti marciare. Che
gruppo triste, deluso e misero
eravamo. Ognuno di noi aiutava
l’altro, formammo una lacera falange
di zombie trascinanti”. Roddie e
alcuni degli uomini riescono ad
afferrare alcune barbabietole da
zucchero che trovano lungo il lato
della strada, ne mangiano dei morsi,
per poi passare il resto all’uomo
vicino. I feriti “soffrivano di più.
– aggiungerà Morse – I nostri
medici, e altri, li aiutavano a
procedere perché restare indietro
poteva essere, e in alcuni casi fu,
fatale. Gli spari che sentivamo
dalle retrovie ne erano la prova”.
Oltre ai carcerieri, i prigionieri
devono difendersi anche da attacchi
della popolazione civile inferocita,
dal momento che li ritiene
responsabili dei bombardamenti e
della distruzione delle proprie
case.
La prima destinazione è Prum, qui il
gruppo viene rilevato dagli uomini
della milizia popolare: la Volkssturm,
ovvero le “truppe d’assalto
popolari” create negli ultimi mesi
del Terzo Reich. Poche ore di riposo
e poi si riparte verso Gerolstein,
un importante snodo ferroviario.
Dopo 31 miglia “senza cibo né acqua
– annoterà Roddie nel suo diario –
siamo giunti a destinazione e
abbiamo avuto la sera del 21
dicembre il nostro primo cibo, due
sacchetti di gallette, le più
sgradevoli che io abbia mai
mangiato”. La notte viene trascorsa
all’addiaccio sotto l’occhio attento
dei carcerieri. L’indomani si ripete
la scena dell’inquadramento che li
porta allo scalo ferroviario per
scivolare all’interno di vagoni
merci “la maggior parte piena di
escrementi di animali” idonea per
quattro cavalli, ma inadatta per
ottanta uomini. All’esterno non vi
sono scritte indicanti la presenza
di prigionieri di guerra, come
stabilito dalla Convenzione di
Ginevra del 1929.
Roddie, nonostante sia provato, come
tutti i suoi compagni, si rende
conto che il suo grado gli richiede
di operare nell’interesse dei suoi
uomini per cui si preoccupa di
mantenere la disciplina e di tenere
alto l’umore per cui inizia a
raccontare storie, subito dopo
seguito da altri commilitoni. I
treni si muovono, lentamente, a
volte fermandosi fuori dai binari
principali per minuti o ore. Ogni
volta che passa un treno militare
tedesco, i prigionieri si ritrovano
deviati su un binario morto. Una
notte vengono fatti oggetto del
lancio di bombe da parte dei
bombardieri alleati, la disperazione
si insinua negli animi, si ritrovano
come topi in trappola. Roddie prende
il controllo della situazione,
mediante la sua voce autorevole e
invita i suoi ragazzi “se mai avete
pregato Dio, dovete pregare ora e
chiedergli la salvezza. Abbiate
fede! Dio ci salverà. Pregate,
ragazzi, pregate!’ Tutti si
inchinano e iniziano a pregare:
“Tutti smettono di agitarsi, la
calma si effonde negli animi, mentre
Roddie s’inginocchia e, reclinato il
capo, – ricorderà un testimone –
inizia a pregare ad alta voce. Il
ronzio della preghiera prende il
sopravvento e tutti i soldati
seguono il suo esempio, mentre il
bombardamento sembra attenuarsi e il
rombo dei bombardieri allontanarsi.
Il miracolo è avvenuto! I cuori
esultano e tutti guardano con
ammirazione e gratitudine il
sergente maggiore”.
All’improvviso vengono aperte le
porte del vagone e una guardia
lancia dentro una pagnotta di pane
nero di segale e, in un inglese
marcato, grida: “Buon Natale!”.
Roddie e gli altri ragazzi rimangono
basiti! Sessanta uomini affamati e
una sola pagnotta. Tutti gli sguardi
si volgono verso Roddie, il
sottufficiale più alto in grado.
Questi la prende e la pone sui palmi
di un soldato accanto a lui e inizia
a creare sessanta porzioni uguali,
con la medesima precisione di un
tagliatore di diamanti. Ogni pezzo è
minuscolo! Non appena tutti i pezzi
sono stati distribuiti, Roddie
inizia a cantare “Silent Night”
(Astro del Ciel) e viene
accompagnato, in breve, dal canto di
tutti i presenti. A farli azzittire,
per un attimo, sono le grida
rabbiose delle guardie e i colpi dei
calci di fucili sugli sportelloni.
“Al diavolo! È la vigilia di
Natale!” grida Roddie e riprende,
con più enfasi a cantare, seguito
dai commilitoni. Ognuno di loro
percepisce quel canto come un atto
di liberazione e di resistenza.
L’indomani giungono in una stazione,
le porte si spalancano e le truppe
della Wehrmacht ordinano: “Raus!
Schnell!” (Fuori! Veloci!). Tutti
iniziano a scendere, barcollando e
con passo incerto avanzano per
mettersi in fila, in modo ordinato.
Quindi, “con il chiaro intento di
disumanizzarli” vengono fatti
sfilare lungo le strade della città.
Una lunga fila serpeggiante si snoda
per la strada principale di Bad Orb,
una pittoresca città termale dell’Assia,
per raggiungere il campo di
prigionia situato sulla collina
vicina nota come Wegscheideküppel.
Alla fine di questa umiliante marcia
giungono dinanzi al cancello
principale dello Stammlager IXB o Stalag
IXB. Un ex campo di addestramento
dell’esercito, durante la 1ª guerra
mondiale, poi divenuto colonia
estiva e campo di addestramento per
piloti di alianti. Subito dopo lo
scoppio della guerra diviene campo
di prigionia e accoglie soldati di
otto nazioni: Francia, Italia, Gran
Bretagna, Belgio, Serbia,
Slovacchia, Unione Sovietica e Stati
Uniti. Il serpentone sfila, in
silenzio, dinanzi alla villa a tre
piani del comandante, alle cucine,
gestite da prigionieri di guerra
ucraini, alla latrina del campo
ovvero una buca di circa sei piedi
quadrati, scoperta e circondata da
bassi pali su cui gli uomini devono
rimanere in equilibrio per riuscire
a compiere i propri bisogni.
Infine giungono nella piazza
dell’appello, dove formano i ranghi
per il fünf-mann o conteggio di
cinque uomini e permettere
l’immatricolazione al personale
addetto, alcuni sono prigionieri
francesi.
Roddie ripassa, mentalmente, i suoi
diritti: “Quando venite interrogati
non importa quale autorità nemica,
dovete fornire solo il vostro nome,
grado e numero di matricola. Oltre a
ciò, non ci sono informazioni che il
nemico può legalmente forzarvi a
dare. Non discutete questioni
militari di alcun tipo con nessuno”.
I prigionieri devono compilare due
schede informative, una per la Croce
Rossa Internazionale e un’altra per
l’ufficio amministrativo del campo,
quest’ultima in aperta violazione
del campo. Tra le tante domande
vengono richiesti il proprio
indirizzo, quello dei propri parenti
e, soprattutto, la propria
religione. Pochi assecondano
quest’ultima richiesta, ma la
maggioranza decide di non rivelare
quest’elemento. Quindi vengono
assegnati alle baracche, dove
trovano un sovraffollamento, non
meno di cento uomini per ognuna. Le
finestre sono rotte e lasciano
entrare gli spifferi gelidi del
vento freddo pungente. I letti sono
a tre piani; alcuni mancano di
lenzuola, federe e materassi. I
vecchi prigionieri ragguagliano
sulle regole del campo. I graduati
presenti comunicano a Roddie
l’esistenza di un comitato che
organizza gruppi religiosi e
programmi educativi. Il nostro si
dedica alla preghiera quotidiana.
Dopo due settimane dall’arrivo, l’Oberst (Colonnello)
Karl-Heinz Sieber, comandante del
campo, ordina la segregazione dei
prigionieri di guerra ebrei
americani dai non ebrei. Tutti gli
ebrei devono identificarsi entro le
sei del mattino successivo.
Qualsiasi ebreo trovato nelle
baracche dopo questo orario sarà
fucilato. La maggior parte dei
prigionieri americani si uniscono e
si rifiutano per impedire che i
ricercati si autodenuncino. Roddie,
insieme al resto dei graduati,
protesta con i tedeschi e si appella
alla Convenzione di Ginevra. La
risposta secca che ottiene: “Ci
dispiace, è un ordine diretto
dell’Alto Comando”. Purtroppo il
nostro sergente maggiore non è il
più alto in grado e non può
suggerire alcune strategia, ma deve
accettare l’ordine del suo referente
che ordina di assecondare la
richiesta. Infatti l’OKW ha emesso,
il 3 marzo 1942, il seguente ordine
“tutti i soldati ebrei presenti nei
campi di prigionia devono indossare
la stella gialla e devono essere
separati dai commilitoni non ebrei”.
La separazione per i sottufficiali
non dura a lungo, infatti, all’alba
del 25 gennaio il Comandante del
campo che costoro, ovvero circa 1292
uomini, di rimanere inquadrati sotto
il vento sferzante, dopo quattro ore
di quella tortura, i graduati
ricevono l’ordine di marciare fino
alla stazione di Bad Orb. Un
supplizio per tutti coloro, la
stragrande maggioranza, aventi
problemi di geloni. Prima di
attraversare il cancello viene
consegnata una pagnotta di pane nero
di segatura e un terzo di una
scatola di carne in scatola. Dopo la
marcia di due ore raggiungono la
meta e vengono fatti salire,
immediatamente, su carri bestiame,
simili a quelli che li avevano
condotti. Quindi inizia il lungo
viaggio, lungo 100 miglia, verso
nord-ovest, con destinazione lo Stalag
IXA, un campo per sottufficiali,
situato a Ziegenhain, una piccola
città nella Renania-Palatinato.
Quando la porta del loro vagone
viene riaperta, Roddie e i suoi
compagni vedono uno scalo
ferroviario recentemente bombardato.
Anche questa volta devono ripassare
nel centro del paese, nonostante una
sferzante tempesta di neve. La
maggior parte degli uomini tiene la
testa bassa, infilata nei colletti
delle giacche e marcia ponendo un
piede dietro l’altro. “Ognuno
arrancava nel proprio mondo
individuale di dolore” dirà Richard
Peterson. Dopo la straziante marcia
e le sofferenze sofferte a causa del
gelo, apparvero i cancelli dello Stalag
IXA. Riuniti al centro del piazzale,
come un branco di agnelli, vengono
lasciati a stare in formazione per
ore, sotto lo sguardo attento di
grandi pastori tedeschi. Al tramonto
due guardie tedesche conducono
davanti al gruppo un giovane
prigioniero sovietico. In quel
preciso momento appare il comandante
del campo, l’Oberst Hans Mangelsdorf,
seguito dal suo aiutante, l’Hauptmann (Capitano)
Fritz Bock e si dirigono verso il
giovane e l’alto ufficiale gli
annuncia “Sei libero di andare”. Il
prigioniero ha fiutato l’inganno e
tenta di opporsi, ma viene costretto
ad andare; giunto oltre il cancello
d’ingresso inizia a correre, ma il
comandante fa un cenno e l’Hundführer scioglie
i cani. In pochi secondi lo
raggiungono e iniziano ad
azzannarlo, suscitando le sue urla
disperate.
Alla fine cessa tutto e il
Comandante rivolgendosi ai neo
arrivati grida “Ricordatevelo bene.
Se qualcuno di voi disobbedisce agli
ordini, la stessa sorte vi aspetta”.
Un monito ben chiaro che ognuno dei
presenti fa suo. Da quel momento
tutti si immergono nella vita
micidiale del campo, fatta di
routine, di umiliazioni, di
maltrattamenti e di gratuite
vessazioni.
Lo STALAG IXA, dove Roddie e i
commilitoni sono stati trasferiti, è
un campo ben organizzato, diviso in
otto sottocampi in base alla
nazionalità di appartenenza dei
prigionieri: i francesi sono quelli
presenti da più tempo, tra cui il
futuro Presidente François
Mitterrand; i britannici catturati a
Dunkerque; i serbi; le truppe
dell’Armata Rossa sovietica e adesso
anche gli statunitensi. Il campo è
stato costruito dai prigionieri
francesi, dove c’erano le
frasi Défense de fumer (“Vietato
fumare”) e Fermez la porte (“Chiudi
la porta”). Come osservò un
prigioniero americano, lo Stalag IXA era
“un campo francese in ogni senso
della parola”. Il campo strutturato
quasi come una piccola città, con
edifici in fila su entrambi i lati
di una strada centrale. Nei giorni
in cui il ghiaccio si scioglie la
strada si trasforma in una poltiglia
fangosa.
Roddie Edmonds risulta avere il
grado più alto ed essere il più
anziano nel sottocampo statunitense.
I suoi pari gli concedono “il posto
perché sapeva come dare buoni ordini
ed era un buon soldato. Un tipo
molto stoico, molto solido, e non
accettava compromessi”. Gli
americani sono ospitati in cinque
baracche e ognuna ospita dai 250 ai
300 uomini. Un rubinetto di acqua
fredda, ma nessun bagno all’interno,
e una piccola stufa, quasi sempre
priva di carbone. All’indomani del
loro arrivo, giunge l’Oberkommando della Wehrmacht,
il Maggiore Siegmann, già conosciuto
nel campo precedente. Nel tardo
pomeriggio gli altoparlanti del
campo rimbombano con due sillabe
gutturali, tipiche del museo del
dolore e della disumanità, “Achtung!”;
dopo una lunga pausa scoppiettante
giunge in tedesco, prima, e in
inglese, dopo, il seguente annuncio:
“Domattina all’appello tutti gli
ebrei americani devono radunarsi
nell’Appellplatz [il luogo dove si
svolge l’appello]. Solo gli ebrei,
nessun altro. Tutti coloro che
disobbediranno a questo ordine
verranno fucilati”.
Roddie, come tutti i suoi compagni,
ascolta con attenzione. La medesima
richiesta che hanno ricevuto a Bad
Orb, ma con la differenza che questa
volta i tedeschi si sono
organizzati. Senza esitazione,
Roddie si rivolge ai suoi uomini e
dice: “Non lo faremo. Domani
usciremo tutti proprio come facciamo
ogni mattina”.
Detto ciò il nostro protagonista si
chiude nel silenzio, dal momento che
deve riuscire a trovare un modo per
sfidare i tedeschi senza mettere a
rischio dei suoi compagni. Quindi
convoca tutti i capi baracca e
ordina, con tono fermo e deciso:
“Non aderiremo. Ognuno di noi, anche
i malati e gli infermi, si schiererà
come sempre nella piazza pronti per
l’appello! Al resto penserò io, ma
dovete seguirmi!” Ogni referente
delle cinque baracche torna a
riferire ai compagni e, in breve,
tutti i 1292 uomini apprendono
l’ordine del superiore.
Alle 6.00 a.m. del 27 gennaio, come
ogni giorno, il silenzio delle
baracche addormentate viene scosso
dalla voce burbera e brutale degli
aguzzini “Raus! Raus!”. Gli uomini,
come molle liberate, scattano dai
giacigli e si precipitano verso la
piazza. Un rumore di passi
trascinati e di neve compatta
scricchiolante degli scarponi da
combattimento riempie l’oscurità.
Roddie ha fede in Dio, ma
soprattutto nei suoi compagni di
sventura, anche se teme che le
avversità patite, la fame in cui
sono da settimane immersi possano
fiaccare la loro determinazione e
far trasgredire l’ordine a qualcuno.
Mentre vede la piazza riempirsi
ripete, mentalmente, il versetto
15,13 del Vangelo di Giovanni:
“Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri
amici”.
Improvvisamente appare il Maggiore
Siegmann e inizia a scansionare i
ranghi degli uomini e dopo grida:
“Si tratta forse di uno scherzo? Sì!
Proprio uno scherzo!” L’alto
ufficiale conta di trovare una
manciata di soldati ebraici e non
riesce a credere ai propri occhi
quando si rende conto che si tratta
di tutti i prigionieri statunitensi.
Roddie, in qualità di capo della
formazione, si stacca e gli corre
incontro. Il tedesco, come un
animale ferito e incollerito, inizia
a urlargli contro: “Cos’è questo?”.
Roddie mantiene la sua postura
militare e guarda diritto davanti a
sé. Quindi afferma: “Secondo
l’Articolo Diciassette della
Convenzione di Ginevra i prigionieri
di guerra sono tenuti a fornire solo
nome, grado e numero di matricola”.
Il maggiore si avvicina inferocito a
Roddie e postosi a breve distanza
gli urla: “I miei ordini non erano
chiari, sergente? Solo gli ebrei
dovevano uscire”. “Maggiore, le
daremo nome, grado e numero di
matricola”, disse Roddie. “Questo è
tutto”. “Solo gli ebrei!” gridò
Siegmann. “Non possono essere tutti
ebrei”. Roddie si voltò per guardare
il maggiore direttamente negli
occhi. “Qui siamo tutti ebrei”,
disse Roddie.
La sfida di Roddie si diffuse tra i
ranghi. Un senso di forza unificata
attraversò i prigionieri affamati e
indeboliti, ridotti a larve nel
fisico, ma non nello spirito grazie
alla voce serena, forte, decisa di
Roddie. Dal canto suo Siegmann
estrae la sua Luger dalla fondina e
la punta contro la fronte del nostro
eroe: “Sergente, le do un’ultima
possibilità! Ordinerai agli ebrei di
farsi avanti o ti sparerò proprio
ora”. Roddie non batte ciglio e non
risponde nulla. Il tempo sembra
bloccarsi, solo i vorticosi soffi di
neve si sentono. Trascorsi alcuni
minuti il sergente maggiore, con
calma, risponde: “Maggiore, può
spararmi, ma dovrà ucciderci tutti,
perché sappiamo chi è, e sarà
processato per crimini di guerra
quando vinceremo questa guerra. E
lei pagherà!”. Il volto del maggiore
sbianca e il suo braccio trema. La
canna della pistola preme contro la
testa del sottufficiale, ma,
improvvisamente, la ripone nella
fondina, gira i tacchi e abbandona
il campo. Roddie e i suoi compagni
esultano! Tutti rientrano nelle
baracche esultanti, orgogliosi e più
forti, nonostante siano provati e
fiaccati dalle privazioni.
Roddie si rende conto che è stata
vinta una battaglia, ma rimane
sempre il timore che i tedeschi ci
riprovino, per cui cerca di
fortificare, mediante la disciplina
militare, il senso di appartenenza e
di adesione dei suoi compagni.
Ragion per cui ordina che gli uomini
di ogni baracca siano suddivisi in
gruppi di 50 posti sotto un
sottufficiale di grado superiore,
con il chiaro intento di
semplificare l’attività di comando
dei vari sottoposti. Quindi crea un
gruppo di comando composto da sei
sergenti maggiori e primi sergenti
che devono curare la salute e
l’igiene, l’approvvigionamento
alimentare, la disciplina militare e
il mantenimento di una catena di
comando. Roddie ricorda a tutti che
sono soldati prima di tutto e devono
conformarsi al Codice uniforme di
Giustizia Militare.
Il cameratismo e la fede sono
cruciali, ma determinante risulta
essere la figura del leader: Roddie.
“Trovammo – ricorderà un commilitone
del nostro protagonista – un ranger
del Parco Nazionale di Yellowstone e
l’editore del Bisbee (AZ) Bee.
Organizzammo un tour di
conferenzieri di baracca in baracca.
Annunciavamo il programma nelle
baracche e sceglievamo un posto tra
i letti a castello per ogni
discorso. Le lezioni attiravano un
numero variabile da pochi a ben
cento persone”. In un campo di quasi
1.300 sottufficiali, c’erano giovani
con diverse esperienze. “Un uomo
aveva lavorato per l’ufficio del
procuratore distrettuale a New York
City e ci intrattenne per molti
giorni sulle attività della malavita
locale”, ricordò Richard Peterson;
inoltre è presente un produttore di
Broadway e un professore di storia
della Ivy League. I più seguiti, per
ovvie ragioni, erano i corsi di
cucina, dove la mente poteva
favoleggiare e sognare piatti
appetitosi. I prigionieri francesi,
dal canto loro, condividono i pacchi
della Croce Rossa in modo da
sostenere i colleghi americani, dal
momento che i loro non arrivano mai.
“Roddie, essendo il capo delle
comunicazioni per la nostra
Compagnia Comando, conosceva il
valore di una radio,” ricorderà anni
dopo un collega “La radio che
avevamo nel campo di prigionia fu
messa insieme dai radiotelegrafisti
che erano stati addestrati
dall’esercito per quel lavoro — da
parti contrabbandate nel campo dai
volontari che andavano a lavorare
nella città di Ziegenhain,
apparentemente come gesto verso il
popolo tedesco, ma in realtà
pianificando di ottenere
informazioni e qualsiasi materiale
che potesse essere riportato al
campo”. In questo modo riesce a
mantenere viva la speranza di tutti
i compagni mediante le notizie
dell’avanzata delle truppe alleate.
Ben presto il nostro sergente
maggiore si rende conto che ciò non
basta per cui decide di affiancare i
deboli con compagni forti che li
possano sostenere onde evitare che
cadano nel baratro della
disperazione.
Il 23 febbraio una ventata di
speranza investe tutti, le truppe
alleate hanno attraversato il Reno e
si dirigono verso Berlino. Roddie è
consapevole che i tedeschi
cercheranno di evacuare il campo,
contravvenendo alla Convenzione di
Ginevra. Infatti il timore diviene
realtà e viene ordinato di
prepararsi a sostenere una lunga
marcia. Roddie si rende conto che
lui e i suoi compagni sono troppo
deboli per sostenere una lunga
marcia, per cui ordina ai suoi
commilitoni di rifiutarsi di
marciare. Alle 06:00, come Roddie ha
ordinato, nessuno scende dalle
brande, mentre le guardie gridano
forsennatamente: “Raus! Raus!”.
Nonostante ciò alle 06.15 gli uomini
sono ancora all’interno delle
baracche e iniziano ad attuare delle
strategie per ritardare il più a
lungo possibile la partenza. Il
Comandante del campo ordina di
snidare i prigionieri con i cani,
per cui tutti sono costretti a
uscire. Roddie ha previsto ciò,
pertanto ha ordinato che molti si
nascondano sotto le baracche per far
risultare molti assenti. Tale
situazione provoca ritardi nel
conteggio. Finalmente vengono
inquadrati, proprio mentre i
francesi abbandonano il campo.
All’ordine di marciare, i
sottufficiali iniziano a fingere
malori e a cadere a terra,
nonostante le urla, le bastonate e
la violenza dei soldati tedeschi.
Roddie ordina di raccogliere i
malati e di riportarli nelle
baracche, per cui la situazione
diventa frustrante per i tedeschi,
questa sensazione di solito provoca
la rabbia e di conseguenza la
probabilità di far scattare l’ordine
di uccidere. Il nostro sergente
maggiore ha previsto questo pericolo
e ha deciso che non basta fingersi
malati, bisogna che tutti diventino
malati, per cui ordina di mangiare
erba e fango oppure sapone. In breve
metà dei ristretti inizia a
lamentare dolori atroci e l’altra
metà li riportava nelle baracche”.
Mentre accade ciò nel settore
americano, il resto del campo viene
smobilitato. Quando restano solo
costoro, i tedeschi iniziano a
irritarsi, ma a ogni ordine di
mettersi in riga la situazione
diviene ridicola. In questo modo
trascorrono diverse ore, alla fine
esasperato il Comandante della Wehrmacht,
l’Oberst Mangelsdorf, esce dal suo
ufficio e si pone dinanzi a Roddie e
gli annuncia “Avete vinto! Rimarrete
nel campo! I vostri soldati guidati
da quel maledetto Patton sono troppo
vicini per poterci permettere di
perdere tempo o per uccidervi! Vi
lasciamo qui!” Quindi ordina a tutto
il personale germanico di
abbandonare il campo, mentre Roddie
invita i suoi compagni a entrare
nelle baracche e di non uscire
neanche per andare in bagno, non
avvicinarsi alle finestre, non
accendere luci o fuochi, di non fare
rumore. Dopo molte ore della
smobilitazione del personale del
campo giungono degli uomini
appartenenti alle Waffen-SS, ma non
possono perdere tempo a verificare
ogni baracca, i soldati di Patton
sono alle loro calcagna, per cui
passano oltre, facendo tirare un
sospiro di sollievo a tutti i
prigionieri americani.
Alle 15.30 dell’indomani, il 30
marzo, il venerdì santo e il secondo
giorno di Pesach, i carri armati
rotolano lungo la strada da
Ziegenhain, poi girano alla torre di
guardia ed entrano nel campo. Roddie
si interfaccia con i superiori e si
preoccupa che i suoi commilitoni si
riprendano del tutto mentre chiede
al Comando d’organizzare la
smobilitazione, unico neo che
nessuno è preparato a smobilitare un
tale numero di uomini per cui si
ritrovano prigionieri più di prima.
Finalmente il 1º aprile, ovvero la
mattina di Pasqua, il Medical Corps giunge
con le ambulanze e con le medicine
per prelevare i malati più gravi e
condurli all’aeroporto di Gessen per
essere trasbordati a Le Havre. I
compagni cercarono di mettere in
evidenza l’eroismo di Roddie, ma
costui si oppone con tutte le forze,
vuole solo godersi la libertà
riconquistata e annotare i suoi
pensieri dell’esperienza passata. In
questo modo ricorda tutte le persone
che ha conosciuto e prega che tutte
siano vive e si definisce “un
piccolo uomo che ha fatto quello che
era giusto. La guerra non è giusta,
la gente dimentica Dio” ma auspica
che quest’atteggiamento finisca e
tutti rinsaviscano.
A una settimana dalla liberazione
il Transportation Corps invia una
lunga fila di camion vuoti per
smobilitare tutti i prigionieri e
bisognerà attendere fino al 10
aprile per concludere tutte le
operazioni. Il gruppo viene condotto
in un ex aeroporto tedesco da dove,
dopo due ore e mezza di volo,
raggiungono Le Havre e qui condotti
presso un campo RAMP, acronimo usato
per indicare che si tratta di un Returning
Army Military Personnel (Personale
Militare dell’Esercito di Ritorno).
Il 14 aprile, due giorni dopo la
morte per infarto del Presidente
Roosevelt, Roddie e il resto dei
compagni viene trasportato al porto
e imbarcato sulla USS General W. P.
Richardson, una nave da trasporto
truppe di 622 piedi (190 metri) in
servizio dall’ottobre 1944, che
getta le ancore alle 22.30 del
medesimo giorno e si dirige in
Inghilterra per prelevare alcuni
soldati feriti, prima di unirsi a un
convoglio di altre navi militari che
effettuavano la traversata, ancora
pericolosa, verso il Nord America.
La nave, il 28 aprile, entra nel
porto di New York e subito dopo il
personale viene condotto al Camp
Kilmer per il debriefing. Quindi
vengono congedati e Roddie ritorna
alla vita civile e non racconta mai
la sua storia se non a un diario che
custodisce fino alla morte. Poi il
figlio Christopher scopre la verità
e la rende pubblica suscitando
riconoscimenti postumi, tra questi
va ricordato il titolo di “Giusto
tra le Nazioni”, da parte dello Yad
Vashem, conferitogli nel 2009.