[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 219 / MARZO 2026 (CCL)


contemporanea

IL CORAGGIO DELLA SOLIDARIETÀ
LA VICENDA DI Roddie Edmonds
di Stefano Coletta

 

La storia di Roddie Edmonds non racconta solo eroismo, ma anche l’esempio di colui che vuole rimanere fermo nei propri principi, anche nei momenti di maggiore difficoltà. Il nostro protagonista si ritrova costretto ad affrontare con coraggio una decisione difficile e sofferta: sostenere i propri commilitoni di fronte alla cattiveria e alla malvagità, prima, del nemico, poi, degli aguzzini. Il suo atto di eroismo verrà rimosso dai commilitoni, insieme alle sofferenze patite. Lo rimuove anche lo stesso protagonista considerandolo un atto doveroso nei confronti dei suoi fratelli. La storia di Roddie Edmonds merita di essere raccontata perché è un faro di speranza e di forza. Incoraggia ognuno di noi affinché impariamo ad ascoltare e ad apprendere la necessità di seguire la stella polare della coscienza e della legge morale che alberga nel cuore umano.

Il protagonista della nostra storia è Roderick Waring Edmonds venuto al mondo in una delle case di Peddie Street, situata nella calda serata del 20 agosto 1919, per amor di precisione il Dottor J.I. Eller registra nel suo certificato “le venti e venti”, nel capoluogo della contea di Knoxville, nello stato del Tennessee. È il quartogenito di Thomas Calvin Edmonds, dagli intimi appellato T.C., di professione tappezziere, e di Jennie Mary Sexton di professione casalinga. Dieci giorni dopo la città viene percorsa da una rivolta razziale, passata alla storia con il nome di “Estate Rossa”, che causa sette morti, di cui sei di colore e uno bianco. Se l’intolleranza impregnava tutto lo stato del Sud, la casa del piccolo è un’isola felice, dal momento che i due genitori rifiutano, poiché Metodisti Rinati, ogni forma d’intolleranza e seguivano la regola aurea professata da Gesù Cristo: “ama il prossimo tuo come te stesso!”.

Quando il piccolo Roddie, questo il diminutivo datogli dai familiari, perde la madre quando ha appena compiuto i tre anni e ad accudirlo è la sorella maggiore del padre, Sarah Edmonds Hickman ovvero la zia Sallie, dove si trasferisce a vivere dall’età di sette anni. Roddie si dimostra uno studente volenteroso e coscienzioso e al contempo un valido aiuto per la sua famiglia di origine e acquisita. L’onda della Grande Depressione, a seguito del crollo del mercato azionario nell’ottobre 1929, colpisce l’America e non risparmia Knoxville e i suoi abitanti, tra cui anche la famiglia del nostro protagonista.

La situazione sembra superata a seguito dell’elezione, nel 1930, di Franklin Delano Roosevelt a Presidente dell’intera nazione. Infatti questi firma, tre anni dopo, riconoscendo la crisi nel Sud del paese, il Tennessee Valley Authority Act. Roddie, nel frattempo, segue gli studi ed eccelle in inglese, scienze, matematica, arte ed educazione civica. Durante la domenica segue le attività del Vestal United Methodist dove interiorizza gli insegnamenti di Cristo.

Il giovane, nell’autunno del 1935, s’iscrive alla decima classe, presso la Knoxville High School, già frequentata dal fratello maggiore Robert. Qui oltre a studiare s’impegna nella squadra JROTC, acronimo della Junior Reserve Officers Training Corps, della scuola, riconosciuta a livello nazionale, e nel tempo libero sperimenta il tiro con il fucile presso il poligono, divenendo un provetto tiratore. La crisi non tende ancora a svanire, per cui il giovane si ritrova a portare per pranzo un biscotto duro, come ricorderà anni dopo la vicina di casa, Retha Balltrip. Nonostante ciò consegue, nel giugno del 1938, il diploma e trova lavoro come magazziniere presso la Charles E. Hunter and Sons, azienda dove il padre lavora come tappezziere.

Cupido, dal canto suo, gli fa conoscere, durante una funzione religiosa, la giovane liceale Marie Solomon. Tutto sembra procedere per il verso giusto, ma, nel marzo 1941, il nostro ventunenne decide di arruolarsi nell’Esercito degli Stati Uniti, mentre il fratello Robert nella Marina. Entrambi mossi da una consolidata tradizione di famiglia; il nonno si era distinto nella 1ª Guerra Mondiale.

Non appena viene ritenuto idoneo alla visita di leva, nove mesi prima dell’attacco a Pearl Harbor, viene inviato a Fort Jackson, una vasta base di addestramento per fanteria nel South Carolina, a circa trecento miglia dal primo centro abitato. Subito dopo aver prestato giuramento viene assegnato alla Compagnia Comando del 121° Reggimento della 30° Divisione di Fanteria. Quest’ultima subisce una riorganizzazione nel mese di settembre, per cui vengono inglobati i Gray Bonnets, e nasce la divisione “Old Hickory”, in onore del Presidente Andrew Jackson. I tedeschi l’avrebbero chiamata “le SS di Roosevelt” per la tenacia dimostrata negli scontri, durante i 282 giorni di combattimento, sullo scenario europeo. Roddie grazie alla sua esperienza pregressa al poligono diviene tiratore scelto.
Dieci giorni dal suo incameramento, per la precisione il 31 marzo 1941, il Presidente Franklin D. Roosevelt si reca a Fort Jackson in visita. Durante la cerimonia di dedicazione del Newfound Gap, un miglio in cima al confine tra Tennessee e Carolina del Nord, il Presidente pronuncia le seguenti parole: “Il più grande attacco che sia mai stato lanciato contro la libertà individuale è più vicino alle Americhe di quanto non lo sia mai stato prima. Se vogliamo sopravvivere, non possiamo essere morbidi... I fucili da scoiattolo non sono più adeguati per difendere la nazione. Dobbiamo prepararci in mille modi”. Nei giorni successivi si tengono le manovre e il nostro giovane si distingue per la sua abnegazione e capacità di motivare e guidare i compagni. Questo e altri atti gli consentono di essere promosso soldato semplice di 1ª classe.

Nove mesi dopo, nel luglio 1942, diviene tecnico di quarta classe, ovvero operatore radio, e entro la fine dell’agosto 1942, raggiunge il grado di sergente. Tale promozione gli consente, il 19 gennaio 1943, di raggiungere la posizione di sergente maggiore e capo delle comunicazioni della sua compagnia reggimentale. Un risultato senza precedenti.

La nazione viene scossa, il 7 dicembre 1941, dalla notizia dell’attacco giapponese alla base di Pearl Harbor e tutti, giovani e vecchi, corrono ad arruolarsi. Il nostro, in quel momento in licenza a casa per sposarsi con la sua fidanzata, apprende del disastro e inizia a pregare a favore del fratello Robert in servizio sulla nave da carico USS Sirius, in quel momento nella rada del sopraccennato porto. La fortuna vuole che si salvi, ma Roddie si rende conto che adesso l’entrata in guerra del suo paese è inevitabile. Infatti il Presidente degli Stati Uniti firma la Dichiarazione di guerra contro l’Asse. Rientrato alla base gli viene assegnato l’incarico di dover diventare sergente addestratore, tra costoro vi è il giovane Lester J. Tannenbaum, classe 1923, appartenente alla religione ebraica, oppure l’italo americano Frank – o Frankie, un anno più vecchio, originario di Brooklyn, come tutti lo chiamavano – Cerenzia, storpiando il suo cognome Cerenza, divenuto il confidente più stretto di Roddie.

I tre uomini si ritrovano, nell’estate del 1944, a Camp Atterbury, dove devono lavorare per ricostituire la 106ª a seguito delle perdite avvenute dopo l’inizio delle operazioni del D-Day. In particolare gli vengono affidati gli ASTPers o Army Specialized Training Program (ASTP) (Programma di Addestramento Specializzato dell’Esercito) muniti di un elevato quoziente intellettivo. Questi nonostante tali doti ricevono da parte dei propri superiori un trattamento pesante e anche poco rispettoso delle proprie potenzialità. In rari casi riescono a raggiungere i gradi da sottufficiale, dal momento che vengono malvisti dai superiori convinti che si tratti di tempo sprecato e del tutto inutile. Roddie la vede in modo diverso e comprende che sono ragazzi dotati d’ingegno e di ottime potenzialità che devono essere rispettate e sfruttate in modo proficuo. Oltre a dover lottare con la miopia mentale dei superiori, il nostro sergente maggiore deve fare i conti con gli affetti, dal momento che, nell’estate del sopraccennato anno, la moglie gli fa pervenire le carte con cui richiede il divorzio. Questo lo deprime, dal momento che “avevo perso – dirà anni dopo – una casa, una moglie e la felicità”.

Nel frattempo sul suolo francese i soldati alleati vedono i panzer e i soldati nazisti ritirarsi, tanto da far affermare, al Capo di Stato Maggiore, il Tenente Generale Walter Bedell Smith, “la guerra è finita”. Una frase errata che suscita una falsa febbre da vittoria. In realtà la Wehrmacht si sta organizzando per sferrare una potente controffensiva e frenare l’avanzata. Le forze statunitensi non si scoraggiano e inviano dei rimpiazzi al fronte, per questo Roddie continua ad addestrare i suoi uomini. Alcuni di questi appartengono alla religione ebraica, come attesta la H stampigliata sulla piastrina di riconoscimento, elemento che a loro parere potrà divenire altamente pericoloso se cadranno in mano nemica.

Finalmente giunge, l’11 ottobre 1944, l’ordine di partenza per la 106ª Fanteria, di cui fanno parte Roddie e i suoi giovani soldati, giorno divenuto triste per le popolazioni di Marzabotto. Il Reggimento raggiunge, via treno, Boston, e nove giorni dopo mette piede sui moli del porto di New York City, dove volontari dell’Esercito della Salvezza distribuiscono kit pieni di pettini, spazzolini da denti, dentifricio e “altre cose molto apprezzate”. Quindi, in fila indiana, salgono sulla RMS Aquitania e, l’indomani, alle prime luci dell’alba, iniziano la traversata per raggiungere il teatro di guerra europeo. Dopo una tranquilla traversata, grazie all’abilità del capitano e alla propulsione dei motori in dotazione, il 29 ottobre 1944, raggiungono il porto scozzese di Gourock. Non appena sbarcati vengono condotti al Grange di Guiting Power, fuori dalla piccola città di Cheltenham e vi restano un mese, in attesa dell’ordine d’imbarco. Agli ufficiali e sottufficiali, il 29 novembre, viene comunicato che la partenza avverrà nella prima settimana di dicembre, quindi dovranno attestarsi, in attesa di ambientarsi, lungo il Fronte Fantasma, nei pressi della Foresta delle Ardenne.

I tedeschi, dal canto loro, stanno per dar vita a una dura reazione, proprio in quella zona. Il Reggimento di Roddie, tra l’8 e il 10 dicembre, si attesta in questo territorio nei pressi dell’antica città di Saint Vith rilevando gli uomini esausti della IIª Divisione di Fanteria provati dal clima inclemente e dai continui tentativi di contrattacco dei tedeschi. Il primo compito della nuova unità è quello di prendere e tenere il controllo della dorsale Schnee Eifel “un crinale a schiena d’asino, caratterizzato da alti altopiani, valli profondamente chiuse e una rete stradale limitata” e impraticabile a causa delle abbondanti nevicate e “dei campi minati e dei grovigli di filo spinato posizionati ovunque”.

L’Alto Comando Alleato valuta questa zona ideale “per ambientarsi, fare amicizia, sentirsi parte di qualcosa e imparare a sopravvivere in combattimento,” scriverà lo storico John C. McManus. Il Comandante del Reggimento di Roddie gli dice sono fortunati ad essere destinati in quel “paradiso per truppe sfinite”. In realtà quell’ambiente è inospitale per le truppe fresche, non abituate al clima invernale e alle difficoltà connesse, come il piede da trincea, la sindrome da immersione, per cui nel giro di due settimane si contano decine di ricoverati.

Nel frattempo i rumori dal fronte nemico aumentano. In un primo tempo viene valutato trattarsi dell’avvicendamento delle truppe, ma, con il passare dei giorni, il rumore diviene spropositato e altrettanta l’attività di ricognizione della Luftwaffe. La tensione aumenta, tanto che vengono fatte delle segnalazioni al Comando Generale, ma tutto viene liquidato dal servizio d’intelligence come “insulse paranoie dei nuovi arrivati”.

Roddie, in qualità di comandante della Compagnia Trasmissioni, avanza dei sospetti e ipotizza il sospetto di una dura controffensiva, ma i suoi superiori tendono, forti delle rassicurazioni ricevute dall’Alto Comando a sminuirle.

In realtà Hitler ha ordinato di ammassare ben sette divisioni panzer e tredici divisioni di fanteria con l’intento di arrestare la corsa degli Alleati mediante l’Operazione Wacht am Rhein (Guardia sul Reno). Il Dittatore vuole condurla personalmente e, pertanto, raggiunge, l’11 dicembre, il suo quartiere generale occidentale, situato nel Castello di Ziegenberg, nelle montagne del Taunus, denominato Adlerhorst ovvero Nido dell’Aquila. Da questo luogo, in apparenza ameno, ordina, cinque giorni dopo, di attaccare. Gli Alleati si stupiscono nel vedere avanzare circa 410.000 uomini, 1.400 panzer e 2.600 pezzi d’artiglieria e si rendono conto che i timori erano fondati. Hitler considera questa spallata decisiva e ordina a tutti i suoi soldati di combattere “duramente e senza pietà. La battaglia deve essere combattuta con brutalità e ogni resistenza deve essere spezzata in un’ondata di terrore. In questa ora più grave per la Patria, mi aspetto che ognuno dei miei soldati sia coraggioso e ancora coraggioso. Il nemico deve essere sconfitto — ora! Il nemico non potrà mai contare sulla nostra resa. Mai! Mai!”.

Il compito di sfondare viene affidato alla Sesta Armata Panzer, guidata dall’SS-Oberstgruppenführer Joseph “Sepp” Dietrich, ex Sergente nella Grande Guerra, un picchiatore delle Camicie Brune, fondatore delle Leibstandarte SS Adolf Hitler, pertanto divenuto uno dei confidenti più stretti di Hitler fin dagli anni Venti, sostenuto dal veterano Generale Hasso von Manteuffel, con una manovra di accerchiamento, con due delle sue divisioni, del saliente dello Schnee Eifel, intrappolando la 106ª Fanteria americana. Il resto delle forze avrebbe dovuto catturare le città di Saint Vith e Bastogne, i più importanti nodi ferroviari e stradali della regione, e poi avanzare verso nord-ovest per proteggere il fianco meridionale di Dietrich. Nel frattempo, il generale Erich Brandenberger, al comando della Settima Armata, composta in gran parte da fanteria, avrebbe attaccato ancora più a sud e bloccato ogni tentativo alleato di inviare rinforzi. Inoltre affida al suo stimato Otto Skorzeny, liberatore di Mussolini, il compito di portare a termine l’Operazione Greif (Operazione Grifone) finalizzata a prendere il controllo, con ogni mezzo, dei ponti sul fiume Mosa e creare caos dietro le linee nemiche. Per la precisione Hitler ordina: “Voglio che tu comandi un gruppo di truppe americane e le porti oltre la Mosa per sequestrare uno dei ponti. Non, mio caro Skorzeny, veri americani. Voglio che tu crei unità speciali che indossino uniformi americane. Viaggeranno su carri armati alleati catturati. Pensa alla confusione che potresti causare!”.

Tutto è pronto tranne i Comandi Alleati che ignorano quello che tutti, anche i civili, denunciano ovvero l’avanzare d’ingenti quantità di truppe. Quando scatta l’ora X si scatena l’inferno a seguito del fuoco di fila dell’artiglieria sulla foresta, per cui oltre ai frammenti di schegge diventano mortali anche le cortecce degli alberi. A questo si aggiunge il taglio dei fili dei telefoni da campo e l’attacco dei commando di Skorzeny che provocano una serie d’inconvenienti con la conseguenza che la tensione giunge alle stelle, alcune compagnie si ritrovano accerchiate e catturate da un numero considerevole di nemici. Mentre i soldati al fronte combattono con “cervello e muscoli” contro un nemico fino a dieci volte superiore, nelle retrovie regna l’inferno. Le strade risultano intasate dai veicoli e dai soldati in ritirata e dai profughi. L’assenza di supporto aereo espone ancora di più gli uomini della 106ª Divisione. Roddie si rende conto che i suoi commilitoni sono indifesi contro i panzer e i cannoni di 88 mm.

Soldati americani vengono circondati e catturati, mentre nei pressi di Malmedy il commando di Skorzeny uccide a tradimento dei soldati inglesi in ritirata. Altre atrocità vengono compiute e, immediatamente, si sparge la notizia e viene suscitata rabbia e shock presso le truppe americane e l’Alto Comando Alleato. Un altro avvenimento truce avviene a danno di undici soldati del 333º Battaglione di Artiglieria da Campo (un’unità composta da soli soldati neri comandati da ufficiali bianchi) raggiungono il villaggio di Wereth e chiedono e ottengono rifugio presso un agricoltore locale, tal Mathias Langer. Purtroppo la moglie di un soldato tedesco lo denuncia e tutti i soldati vengono fatti prigionieri, torturati e passati per le armi. Il sergente medico Paul Stern vista la situazione decide di far togliere le piastrine ai compagni ebrei e di sostituirle con quelle dei caduti per evitare che siano esposti a violenza da parte dei tedeschi.
Anche Roddie e il suo Reggimento cadono prigionieri e vengono ammassati in uno spiazzo in attesa di essere condotti al campo di prigionia destinato.

All’alba del 20 dicembre, i tedeschi latrano ai prigionieri l’ordine di mettersi in marcia tra morti e campi distrutti dai bombardamenti. Circa ogni miglio, Roddie sente un colpo provenire da uno dei fucili dei carcerieri. Riposarsi, restare indietro o cercare di scappare equivale a meritarsi un’esecuzione sommaria. I nazisti costringono i prigionieri a marciare senza alcun riguardo: “Fummo messi in fila, – ricorderà anni dopo il soldato John Morse del 423° Reggimento – spogliati di tutto tranne dei vestiti, e fatti marciare. Che gruppo triste, deluso e misero eravamo. Ognuno di noi aiutava l’altro, formammo una lacera falange di zombie trascinanti”. Roddie e alcuni degli uomini riescono ad afferrare alcune barbabietole da zucchero che trovano lungo il lato della strada, ne mangiano dei morsi, per poi passare il resto all’uomo vicino. I feriti “soffrivano di più. – aggiungerà Morse – I nostri medici, e altri, li aiutavano a procedere perché restare indietro poteva essere, e in alcuni casi fu, fatale. Gli spari che sentivamo dalle retrovie ne erano la prova”. Oltre ai carcerieri, i prigionieri devono difendersi anche da attacchi della popolazione civile inferocita, dal momento che li ritiene responsabili dei bombardamenti e della distruzione delle proprie case.

La prima destinazione è Prum, qui il gruppo viene rilevato dagli uomini della milizia popolare: la Volkssturm, ovvero le “truppe d’assalto popolari” create negli ultimi mesi del Terzo Reich. Poche ore di riposo e poi si riparte verso Gerolstein, un importante snodo ferroviario. Dopo 31 miglia “senza cibo né acqua – annoterà Roddie nel suo diario – siamo giunti a destinazione e abbiamo avuto la sera del 21 dicembre il nostro primo cibo, due sacchetti di gallette, le più sgradevoli che io abbia mai mangiato”. La notte viene trascorsa all’addiaccio sotto l’occhio attento dei carcerieri. L’indomani si ripete la scena dell’inquadramento che li porta allo scalo ferroviario per scivolare all’interno di vagoni merci “la maggior parte piena di escrementi di animali” idonea per quattro cavalli, ma inadatta per ottanta uomini. All’esterno non vi sono scritte indicanti la presenza di prigionieri di guerra, come stabilito dalla Convenzione di Ginevra del 1929.

Roddie, nonostante sia provato, come tutti i suoi compagni, si rende conto che il suo grado gli richiede di operare nell’interesse dei suoi uomini per cui si preoccupa di mantenere la disciplina e di tenere alto l’umore per cui inizia a raccontare storie, subito dopo seguito da altri commilitoni. I treni si muovono, lentamente, a volte fermandosi fuori dai binari principali per minuti o ore. Ogni volta che passa un treno militare tedesco, i prigionieri si ritrovano deviati su un binario morto. Una notte vengono fatti oggetto del lancio di bombe da parte dei bombardieri alleati, la disperazione si insinua negli animi, si ritrovano come topi in trappola. Roddie prende il controllo della situazione, mediante la sua voce autorevole e invita i suoi ragazzi “se mai avete pregato Dio, dovete pregare ora e chiedergli la salvezza. Abbiate fede! Dio ci salverà. Pregate, ragazzi, pregate!’ Tutti si inchinano e iniziano a pregare: “Tutti smettono di agitarsi, la calma si effonde negli animi, mentre Roddie s’inginocchia e, reclinato il capo, – ricorderà un testimone – inizia a pregare ad alta voce. Il ronzio della preghiera prende il sopravvento e tutti i soldati seguono il suo esempio, mentre il bombardamento sembra attenuarsi e il rombo dei bombardieri allontanarsi. Il miracolo è avvenuto! I cuori esultano e tutti guardano con ammirazione e gratitudine il sergente maggiore”.

All’improvviso vengono aperte le porte del vagone e una guardia lancia dentro una pagnotta di pane nero di segale e, in un inglese marcato, grida: “Buon Natale!”. Roddie e gli altri ragazzi rimangono basiti! Sessanta uomini affamati e una sola pagnotta. Tutti gli sguardi si volgono verso Roddie, il sottufficiale più alto in grado. Questi la prende e la pone sui palmi di un soldato accanto a lui e inizia a creare sessanta porzioni uguali, con la medesima precisione di un tagliatore di diamanti. Ogni pezzo è minuscolo! Non appena tutti i pezzi sono stati distribuiti, Roddie inizia a cantare “Silent Night” (Astro del Ciel) e viene accompagnato, in breve, dal canto di tutti i presenti. A farli azzittire, per un attimo, sono le grida rabbiose delle guardie e i colpi dei calci di fucili sugli sportelloni. “Al diavolo! È la vigilia di Natale!” grida Roddie e riprende, con più enfasi a cantare, seguito dai commilitoni. Ognuno di loro percepisce quel canto come un atto di liberazione e di resistenza.

L’indomani giungono in una stazione, le porte si spalancano e le truppe della Wehrmacht ordinano: “Raus! Schnell!” (Fuori! Veloci!). Tutti iniziano a scendere, barcollando e con passo incerto avanzano per mettersi in fila, in modo ordinato. Quindi, “con il chiaro intento di disumanizzarli” vengono fatti sfilare lungo le strade della città. Una lunga fila serpeggiante si snoda per la strada principale di Bad Orb, una pittoresca città termale dell’Assia, per raggiungere il campo di prigionia situato sulla collina vicina nota come Wegscheideküppel. Alla fine di questa umiliante marcia giungono dinanzi al cancello principale dello Stammlager IXB o Stalag IXB. Un ex campo di addestramento dell’esercito, durante la 1ª guerra mondiale, poi divenuto colonia estiva e campo di addestramento per piloti di alianti. Subito dopo lo scoppio della guerra diviene campo di prigionia e accoglie soldati di otto nazioni: Francia, Italia, Gran Bretagna, Belgio, Serbia, Slovacchia, Unione Sovietica e Stati Uniti. Il serpentone sfila, in silenzio, dinanzi alla villa a tre piani del comandante, alle cucine, gestite da prigionieri di guerra ucraini, alla latrina del campo ovvero una buca di circa sei piedi quadrati, scoperta e circondata da bassi pali su cui gli uomini devono rimanere in equilibrio per riuscire a compiere i propri bisogni.

Infine giungono nella piazza dell’appello, dove formano i ranghi per il fünf-mann o conteggio di cinque uomini e permettere l’immatricolazione al personale addetto, alcuni sono prigionieri francesi.

Roddie ripassa, mentalmente, i suoi diritti: “Quando venite interrogati non importa quale autorità nemica, dovete fornire solo il vostro nome, grado e numero di matricola. Oltre a ciò, non ci sono informazioni che il nemico può legalmente forzarvi a dare. Non discutete questioni militari di alcun tipo con nessuno”. I prigionieri devono compilare due schede informative, una per la Croce Rossa Internazionale e un’altra per l’ufficio amministrativo del campo, quest’ultima in aperta violazione del campo. Tra le tante domande vengono richiesti il proprio indirizzo, quello dei propri parenti e, soprattutto, la propria religione. Pochi assecondano quest’ultima richiesta, ma la maggioranza decide di non rivelare quest’elemento. Quindi vengono assegnati alle baracche, dove trovano un sovraffollamento, non meno di cento uomini per ognuna. Le finestre sono rotte e lasciano entrare gli spifferi gelidi del vento freddo pungente. I letti sono a tre piani; alcuni mancano di lenzuola, federe e materassi. I vecchi prigionieri ragguagliano sulle regole del campo. I graduati presenti comunicano a Roddie l’esistenza di un comitato che organizza gruppi religiosi e programmi educativi. Il nostro si dedica alla preghiera quotidiana.

Dopo due settimane dall’arrivo, l’Oberst (Colonnello) Karl-Heinz Sieber, comandante del campo, ordina la segregazione dei prigionieri di guerra ebrei americani dai non ebrei. Tutti gli ebrei devono identificarsi entro le sei del mattino successivo. Qualsiasi ebreo trovato nelle baracche dopo questo orario sarà fucilato. La maggior parte dei prigionieri americani si uniscono e si rifiutano per impedire che i ricercati si autodenuncino. Roddie, insieme al resto dei graduati, protesta con i tedeschi e si appella alla Convenzione di Ginevra. La risposta secca che ottiene: “Ci dispiace, è un ordine diretto dell’Alto Comando”. Purtroppo il nostro sergente maggiore non è il più alto in grado e non può suggerire alcune strategia, ma deve accettare l’ordine del suo referente che ordina di assecondare la richiesta. Infatti l’OKW ha emesso, il 3 marzo 1942, il seguente ordine “tutti i soldati ebrei presenti nei campi di prigionia devono indossare la stella gialla e devono essere separati dai commilitoni non ebrei”. La separazione per i sottufficiali non dura a lungo, infatti, all’alba del 25 gennaio il Comandante del campo che costoro, ovvero circa 1292 uomini, di rimanere inquadrati sotto il vento sferzante, dopo quattro ore di quella tortura, i graduati ricevono l’ordine di marciare fino alla stazione di Bad Orb. Un supplizio per tutti coloro, la stragrande maggioranza, aventi problemi di geloni. Prima di attraversare il cancello viene consegnata una pagnotta di pane nero di segatura e un terzo di una scatola di carne in scatola. Dopo la marcia di due ore raggiungono la meta e vengono fatti salire, immediatamente, su carri bestiame, simili a quelli che li avevano condotti. Quindi inizia il lungo viaggio, lungo 100 miglia, verso nord-ovest, con destinazione lo Stalag IXA, un campo per sottufficiali, situato a Ziegenhain, una piccola città nella Renania-Palatinato.

Quando la porta del loro vagone viene riaperta, Roddie e i suoi compagni vedono uno scalo ferroviario recentemente bombardato. Anche questa volta devono ripassare nel centro del paese, nonostante una sferzante tempesta di neve. La maggior parte degli uomini tiene la testa bassa, infilata nei colletti delle giacche e marcia ponendo un piede dietro l’altro. “Ognuno arrancava nel proprio mondo individuale di dolore” dirà Richard Peterson. Dopo la straziante marcia e le sofferenze sofferte a causa del gelo, apparvero i cancelli dello Stalag IXA. Riuniti al centro del piazzale, come un branco di agnelli, vengono lasciati a stare in formazione per ore, sotto lo sguardo attento di grandi pastori tedeschi. Al tramonto due guardie tedesche conducono davanti al gruppo un giovane prigioniero sovietico. In quel preciso momento appare il comandante del campo, l’Oberst Hans Mangelsdorf, seguito dal suo aiutante, l’Hauptmann (Capitano) Fritz Bock e si dirigono verso il giovane e l’alto ufficiale gli annuncia “Sei libero di andare”. Il prigioniero ha fiutato l’inganno e tenta di opporsi, ma viene costretto ad andare; giunto oltre il cancello d’ingresso inizia a correre, ma il comandante fa un cenno e l’Hundführer scioglie i cani. In pochi secondi lo raggiungono e iniziano ad azzannarlo, suscitando le sue urla disperate.

Alla fine cessa tutto e il Comandante rivolgendosi ai neo arrivati grida “Ricordatevelo bene. Se qualcuno di voi disobbedisce agli ordini, la stessa sorte vi aspetta”. Un monito ben chiaro che ognuno dei presenti fa suo. Da quel momento tutti si immergono nella vita micidiale del campo, fatta di routine, di umiliazioni, di maltrattamenti e di gratuite vessazioni.
Lo STALAG IXA, dove Roddie e i commilitoni sono stati trasferiti, è un campo ben organizzato, diviso in otto sottocampi in base alla nazionalità di appartenenza dei prigionieri: i francesi sono quelli presenti da più tempo, tra cui il futuro Presidente François Mitterrand; i britannici catturati a Dunkerque; i serbi; le truppe dell’Armata Rossa sovietica e adesso anche gli statunitensi. Il campo è stato costruito dai prigionieri francesi, dove c’erano le frasi Défense de fumer (“Vietato fumare”) e Fermez la porte (“Chiudi la porta”). Come osservò un prigioniero americano, lo Stalag IXA era “un campo francese in ogni senso della parola”. Il campo strutturato quasi come una piccola città, con edifici in fila su entrambi i lati di una strada centrale. Nei giorni in cui il ghiaccio si scioglie la strada si trasforma in una poltiglia fangosa.

Roddie Edmonds risulta avere il grado più alto ed essere il più anziano nel sottocampo statunitense. I suoi pari gli concedono “il posto perché sapeva come dare buoni ordini ed era un buon soldato. Un tipo molto stoico, molto solido, e non accettava compromessi”. Gli americani sono ospitati in cinque baracche e ognuna ospita dai 250 ai 300 uomini. Un rubinetto di acqua fredda, ma nessun bagno all’interno, e una piccola stufa, quasi sempre priva di carbone. All’indomani del loro arrivo, giunge l’Oberkommando della Wehrmacht, il Maggiore Siegmann, già conosciuto nel campo precedente. Nel tardo pomeriggio gli altoparlanti del campo rimbombano con due sillabe gutturali, tipiche del museo del dolore e della disumanità, “Achtung!”; dopo una lunga pausa scoppiettante giunge in tedesco, prima, e in inglese, dopo, il seguente annuncio: “Domattina all’appello tutti gli ebrei americani devono radunarsi nell’Appellplatz [il luogo dove si svolge l’appello]. Solo gli ebrei, nessun altro. Tutti coloro che disobbediranno a questo ordine verranno fucilati”.

Roddie, come tutti i suoi compagni, ascolta con attenzione. La medesima richiesta che hanno ricevuto a Bad Orb, ma con la differenza che questa volta i tedeschi si sono organizzati. Senza esitazione, Roddie si rivolge ai suoi uomini e dice: “Non lo faremo. Domani usciremo tutti proprio come facciamo ogni mattina”.

Detto ciò il nostro protagonista si chiude nel silenzio, dal momento che deve riuscire a trovare un modo per sfidare i tedeschi senza mettere a rischio dei suoi compagni. Quindi convoca tutti i capi baracca e ordina, con tono fermo e deciso: “Non aderiremo. Ognuno di noi, anche i malati e gli infermi, si schiererà come sempre nella piazza pronti per l’appello! Al resto penserò io, ma dovete seguirmi!” Ogni referente delle cinque baracche torna a riferire ai compagni e, in breve, tutti i 1292 uomini apprendono l’ordine del superiore.

Alle 6.00 a.m. del 27 gennaio, come ogni giorno, il silenzio delle baracche addormentate viene scosso dalla voce burbera e brutale degli aguzzini “Raus! Raus!”. Gli uomini, come molle liberate, scattano dai giacigli e si precipitano verso la piazza. Un rumore di passi trascinati e di neve compatta scricchiolante degli scarponi da combattimento riempie l’oscurità. Roddie ha fede in Dio, ma soprattutto nei suoi compagni di sventura, anche se teme che le avversità patite, la fame in cui sono da settimane immersi possano fiaccare la loro determinazione e far trasgredire l’ordine a qualcuno. Mentre vede la piazza riempirsi ripete, mentalmente, il versetto 15,13 del Vangelo di Giovanni: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”.
Improvvisamente appare il Maggiore Siegmann e inizia a scansionare i ranghi degli uomini e dopo grida: “Si tratta forse di uno scherzo? Sì! Proprio uno scherzo!” L’alto ufficiale conta di trovare una manciata di soldati ebraici e non riesce a credere ai propri occhi quando si rende conto che si tratta di tutti i prigionieri statunitensi.

Roddie, in qualità di capo della formazione, si stacca e gli corre incontro. Il tedesco, come un animale ferito e incollerito, inizia a urlargli contro: “Cos’è questo?”. Roddie mantiene la sua postura militare e guarda diritto davanti a sé. Quindi afferma: “Secondo l’Articolo Diciassette della Convenzione di Ginevra i prigionieri di guerra sono tenuti a fornire solo nome, grado e numero di matricola”.

Il maggiore si avvicina inferocito a Roddie e postosi a breve distanza gli urla: “I miei ordini non erano chiari, sergente? Solo gli ebrei dovevano uscire”. “Maggiore, le daremo nome, grado e numero di matricola”, disse Roddie. “Questo è tutto”. “Solo gli ebrei!” gridò Siegmann. “Non possono essere tutti ebrei”. Roddie si voltò per guardare il maggiore direttamente negli occhi. “Qui siamo tutti ebrei”, disse Roddie.

La sfida di Roddie si diffuse tra i ranghi. Un senso di forza unificata attraversò i prigionieri affamati e indeboliti, ridotti a larve nel fisico, ma non nello spirito grazie alla voce serena, forte, decisa di Roddie. Dal canto suo Siegmann estrae la sua Luger dalla fondina e la punta contro la fronte del nostro eroe: “Sergente, le do un’ultima possibilità! Ordinerai agli ebrei di farsi avanti o ti sparerò proprio ora”. Roddie non batte ciglio e non risponde nulla. Il tempo sembra bloccarsi, solo i vorticosi soffi di neve si sentono. Trascorsi alcuni minuti il sergente maggiore, con calma, risponde: “Maggiore, può spararmi, ma dovrà ucciderci tutti, perché sappiamo chi è, e sarà processato per crimini di guerra quando vinceremo questa guerra. E lei pagherà!”. Il volto del maggiore sbianca e il suo braccio trema. La canna della pistola preme contro la testa del sottufficiale, ma, improvvisamente, la ripone nella fondina, gira i tacchi e abbandona il campo. Roddie e i suoi compagni esultano! Tutti rientrano nelle baracche esultanti, orgogliosi e più forti, nonostante siano provati e fiaccati dalle privazioni.

Roddie si rende conto che è stata vinta una battaglia, ma rimane sempre il timore che i tedeschi ci riprovino, per cui cerca di fortificare, mediante la disciplina militare, il senso di appartenenza e di adesione dei suoi compagni. Ragion per cui ordina che gli uomini di ogni baracca siano suddivisi in gruppi di 50 posti sotto un sottufficiale di grado superiore, con il chiaro intento di semplificare l’attività di comando dei vari sottoposti. Quindi crea un gruppo di comando composto da sei sergenti maggiori e primi sergenti che devono curare la salute e l’igiene, l’approvvigionamento alimentare, la disciplina militare e il mantenimento di una catena di comando. Roddie ricorda a tutti che sono soldati prima di tutto e devono conformarsi al Codice uniforme di Giustizia Militare.
Il cameratismo e la fede sono cruciali, ma determinante risulta essere la figura del leader: Roddie. “Trovammo – ricorderà un commilitone del nostro protagonista – un ranger del Parco Nazionale di Yellowstone e l’editore del Bisbee (AZ) Bee. Organizzammo un tour di conferenzieri di baracca in baracca. Annunciavamo il programma nelle baracche e sceglievamo un posto tra i letti a castello per ogni discorso. Le lezioni attiravano un numero variabile da pochi a ben cento persone”. In un campo di quasi 1.300 sottufficiali, c’erano giovani con diverse esperienze. “Un uomo aveva lavorato per l’ufficio del procuratore distrettuale a New York City e ci intrattenne per molti giorni sulle attività della malavita locale”, ricordò Richard Peterson; inoltre è presente un produttore di Broadway e un professore di storia della Ivy League. I più seguiti, per ovvie ragioni, erano i corsi di cucina, dove la mente poteva favoleggiare e sognare piatti appetitosi. I prigionieri francesi, dal canto loro, condividono i pacchi della Croce Rossa in modo da sostenere i colleghi americani, dal momento che i loro non arrivano mai.

“Roddie, essendo il capo delle comunicazioni per la nostra Compagnia Comando, conosceva il valore di una radio,” ricorderà anni dopo un collega “La radio che avevamo nel campo di prigionia fu messa insieme dai radiotelegrafisti che erano stati addestrati dall’esercito per quel lavoro — da parti contrabbandate nel campo dai volontari che andavano a lavorare nella città di Ziegenhain, apparentemente come gesto verso il popolo tedesco, ma in realtà pianificando di ottenere informazioni e qualsiasi materiale che potesse essere riportato al campo”. In questo modo riesce a mantenere viva la speranza di tutti i compagni mediante le notizie dell’avanzata delle truppe alleate. Ben presto il nostro sergente maggiore si rende conto che ciò non basta per cui decide di affiancare i deboli con compagni forti che li possano sostenere onde evitare che cadano nel baratro della disperazione.

Il 23 febbraio una ventata di speranza investe tutti, le truppe alleate hanno attraversato il Reno e si dirigono verso Berlino. Roddie è consapevole che i tedeschi cercheranno di evacuare il campo, contravvenendo alla Convenzione di Ginevra. Infatti il timore diviene realtà e viene ordinato di prepararsi a sostenere una lunga marcia. Roddie si rende conto che lui e i suoi compagni sono troppo deboli per sostenere una lunga marcia, per cui ordina ai suoi commilitoni di rifiutarsi di marciare. Alle 06:00, come Roddie ha ordinato, nessuno scende dalle brande, mentre le guardie gridano forsennatamente: “Raus! Raus!”. Nonostante ciò alle 06.15 gli uomini sono ancora all’interno delle baracche e iniziano ad attuare delle strategie per ritardare il più a lungo possibile la partenza. Il Comandante del campo ordina di snidare i prigionieri con i cani, per cui tutti sono costretti a uscire. Roddie ha previsto ciò, pertanto ha ordinato che molti si nascondano sotto le baracche per far risultare molti assenti. Tale situazione provoca ritardi nel conteggio. Finalmente vengono inquadrati, proprio mentre i francesi abbandonano il campo. All’ordine di marciare, i sottufficiali iniziano a fingere malori e a cadere a terra, nonostante le urla, le bastonate e la violenza dei soldati tedeschi. Roddie ordina di raccogliere i malati e di riportarli nelle baracche, per cui la situazione diventa frustrante per i tedeschi, questa sensazione di solito provoca la rabbia e di conseguenza la probabilità di far scattare l’ordine di uccidere. Il nostro sergente maggiore ha previsto questo pericolo e ha deciso che non basta fingersi malati, bisogna che tutti diventino malati, per cui ordina di mangiare erba e fango oppure sapone. In breve metà dei ristretti inizia a lamentare dolori atroci e l’altra metà li riportava nelle baracche”.

Mentre accade ciò nel settore americano, il resto del campo viene smobilitato. Quando restano solo costoro, i tedeschi iniziano a irritarsi, ma a ogni ordine di mettersi in riga la situazione diviene ridicola. In questo modo trascorrono diverse ore, alla fine esasperato il Comandante della Wehrmacht, l’Oberst Mangelsdorf, esce dal suo ufficio e si pone dinanzi a Roddie e gli annuncia “Avete vinto! Rimarrete nel campo! I vostri soldati guidati da quel maledetto Patton sono troppo vicini per poterci permettere di perdere tempo o per uccidervi! Vi lasciamo qui!” Quindi ordina a tutto il personale germanico di abbandonare il campo, mentre Roddie invita i suoi compagni a entrare nelle baracche e di non uscire neanche per andare in bagno, non avvicinarsi alle finestre, non accendere luci o fuochi, di non fare rumore. Dopo molte ore della smobilitazione del personale del campo giungono degli uomini appartenenti alle Waffen-SS, ma non possono perdere tempo a verificare ogni baracca, i soldati di Patton sono alle loro calcagna, per cui passano oltre, facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti i prigionieri americani.

Alle 15.30 dell’indomani, il 30 marzo, il venerdì santo e il secondo giorno di Pesach, i carri armati rotolano lungo la strada da Ziegenhain, poi girano alla torre di guardia ed entrano nel campo. Roddie si interfaccia con i superiori e si preoccupa che i suoi commilitoni si riprendano del tutto mentre chiede al Comando d’organizzare la smobilitazione, unico neo che nessuno è preparato a smobilitare un tale numero di uomini per cui si ritrovano prigionieri più di prima. Finalmente il 1º aprile, ovvero la mattina di Pasqua, il Medical Corps giunge con le ambulanze e con le medicine per prelevare i malati più gravi e condurli all’aeroporto di Gessen per essere trasbordati a Le Havre. I compagni cercarono di mettere in evidenza l’eroismo di Roddie, ma costui si oppone con tutte le forze, vuole solo godersi la libertà riconquistata e annotare i suoi pensieri dell’esperienza passata. In questo modo ricorda tutte le persone che ha conosciuto e prega che tutte siano vive e si definisce “un piccolo uomo che ha fatto quello che era giusto. La guerra non è giusta, la gente dimentica Dio” ma auspica che quest’atteggiamento finisca e tutti rinsaviscano.

A una settimana dalla liberazione il Transportation Corps invia una lunga fila di camion vuoti per smobilitare tutti i prigionieri e bisognerà attendere fino al 10 aprile per concludere tutte le operazioni. Il gruppo viene condotto in un ex aeroporto tedesco da dove, dopo due ore e mezza di volo, raggiungono Le Havre e qui condotti presso un campo RAMP, acronimo usato per indicare che si tratta di un Returning Army Military Personnel (Personale Militare dell’Esercito di Ritorno). Il 14 aprile, due giorni dopo la morte per infarto del Presidente Roosevelt, Roddie e il resto dei compagni viene trasportato al porto e imbarcato sulla USS General W. P. Richardson, una nave da trasporto truppe di 622 piedi (190 metri) in servizio dall’ottobre 1944, che getta le ancore alle 22.30 del medesimo giorno e si dirige in Inghilterra per prelevare alcuni soldati feriti, prima di unirsi a un convoglio di altre navi militari che effettuavano la traversata, ancora pericolosa, verso il Nord America. La nave, il 28 aprile, entra nel porto di New York e subito dopo il personale viene condotto al Camp Kilmer per il debriefing. Quindi vengono congedati e Roddie ritorna alla vita civile e non racconta mai la sua storia se non a un diario che custodisce fino alla morte. Poi il figlio Christopher scopre la verità e la rende pubblica suscitando riconoscimenti postumi, tra questi va ricordato il titolo di “Giusto tra le Nazioni”, da parte dello Yad Vashem, conferitogli nel 2009.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]