[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 221 / MAGGIO 2026 (CCLII)


contemporanea

LA VERGOGNA AL MASCHILE
UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SULLA VIOLENZA DI GENERE

di Giuseppe Tramontana

 

Con violenza di genere, in inglese gender-based violence (GBV), si intende qualsiasi violenza diretta contro una persona sulla base della sua identità di genere. Il concetto è dunque più ampio di quello di violenza contro le donne, perché include tutte quelle forme di violenza – prevalentemente maschile – perpetrate anche nei confronti di soggetti di sesso maschile sulla base della loro identità di genere. Invece, con l’espressione “violenza di genere nelle situazioni di conflitto” (conflict-related sexual violence) nel contesto del diritto internazionale si indica “(...) lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata, la sterilizzazione forzata e altre forme di violenza sessuale di pari gravità commesse contro donne, uomini, ragazze e ragazzi che è collegata direttamente o indirettamente (temporalmente, geograficamente o causalmente) ad un conflitto” (Consiglio di Sicurezza NU – Ris. 203/2015: 1). Ferma restando questa definizione, va tuttavia detto che la violenza sessuale nei confronti degli uomini, pur essendosi registrata nella storia, è rimasta quasi sempre invisibile, nonostante sia, anch’essa, “quasi indicibile nella sua brutalità” (Elisabeth Vojdik 2014: 924).

 

Nel preambolo della stessa Dichiarazione si riconosce che la “violenza contro le donne è una manifestazione di relazioni di potere storicamente ineguali tra uomini e donne, che ha portato alla dominazione sulle donne e alla discriminazione contro le donne da parte degli uomini... e che la violenza contro le donne è uno dei meccanismi sociali cruciali dai quali le donne sono forzate in una posizione di subordinazione in comparazione con gli uomini”. Si assume dunque che, dell’insieme delle forme di violenza identificate come violenze di genere, la violenza contro le donne non solo sia parte sostantiva, ma sia anche organizzata in modo da subordinare le donne e impedire preventivamente le loro possibilità di avanzamento nella società. Vale la pena sottolineare, però, come gli studiosi abbiano indagato in lungo e in largo la relazione tra generi, corpi femminili e violenza come arma di guerra contro le donne, ma non vi sia stata un’uguale attenzione al rapporto tra generi, corpi maschili e violenza sessuale come arma di guerra contro gli uomini.

 

Corpo, corpo sociale, conflitti

 

È ormai sentire comune e risultato di ricerche di molti autori e autrici che la violenza di genere sia perpetrata in un continuum dai periodi di pace ai conflitti armati, ma che si intensifichi durante i conflitti e in tempi di crisi.

 

Come scrive Mary Douglas: “Il corpo sociale determina il modo in cui viene percepito il corpo fisico. L’esperienza fisica del corpo, che è sempre condizionata dalle categorie sociali attraverso cui si realizza, sostiene una visione particolare della società: esiste un continuo scambio di significati fra i due tipi di esperienza corporale, ed ognuna rinforza le categorie dell’altra. Come risultato di questa interazione, il corpo stesso diventa uno strumento di espressione estremamente determinato: le forme che esso assume nel movimento e nel riposo esprimono per vie molteplici le pressioni sociali. Le cure che gli vengono dedicate per la pulizia, l’alimentazione, la terapia; le teorie sulla necessità del sonno e dell’esercizio, su come esso si trasforma nel tempo, su come e quanto sopporta il dolore, su quanto a lungo può sopravvivere; insomma, tutte le categorie culturali attraverso cui il corpo viene percepito, devono essere strettamente correlate con le categorie attraverso cui è vista la società, in quanto anche queste attingono alla stessa idea del corpo, prodotta da un processo culturale” (Douglas 1979: 99).

 

D’altra parte, già nel 1936, Marcel Mauss, nel suo saggio sulle tecniche del corpo, aveva insistito sul fatto che un vero e proprio comportamento naturale non esistesse: qualsiasi azione porta in sé l’impronta dell’apprendimento, dal mangiare al lavarsi, dal movimento al riposo e soprattutto alle attività sessuali. E, in particolare, quest’ultimo comportamento, quello sessuale, viene trasmesso tramite un processo di apprendimento sociale, necessariamente e naturalmente connesso alla morale dominante (Mauss 1991) e, aggiungiamo noi, alle forme di potere dominanti. “I rapporti di potere fanno parte della convivenza umana e si presentano in diverse forme di influenza, fra le quali il potere coercitivo rappresenta solo una fra le tante possibilità” (Hermann Amborn 2021: 103). Nelle società in cui il controllo sociale avviene a ogni livello attraverso l’uso istituzionale della forza, il paradigma relazionale dominante, nei rapporti sociali, resta quello verticale (Adolfo Boni 2021), per cui tutte le relazioni si inseriscono e vengono plasmate all’interno della logica superiore-inferiore. Ciò accade nei rapporti di classe, in quelli etnici, in quelli di genere e nelle loro intersezioni (Kimberlé Crenshaw 1989; Valeria Ribeiro Corossacz 2013).

 

La violenza dunque ha una sua “necessaria” strumentalità, come ricorda Wolfgang Sofsky. Essa è strumentale nella misura in cui è il mezzo necessario per raggiungere uno scopo. Lo scopo dirige la violenza e ne giustifica l’utilizzo; canalizza le attività, attribuisce direzione e fine, limita l’impiego e la quantità. Solo la violenza assoluta non ha bisogno di giustificazioni. Si tratta di una questione ontologica: se tale violenza avesse bisogno di giustificazioni, non sarebbe assoluta. Anzi, diventa abitudine, un’abitudine che – in quanto tale – perde di vista l’obiettivo finale, estrinsecandosi nelle relazioni umane come qualcosa di dato e naturalmente costitutivo delle medesime relazioni sociali (Sofsky 1998). Il rapporto uomo-donna ricade ancora per molti versi in tale modello: l’uomo è chiamato a sottomettere la donna, la società lo include tra le sue aspettative convenzionali. E, all’occorrenza, anche il ricorso alla forza fisica, seppur ufficialmente deprecato, rientra nei fatti tra gli strumenti supinamente e tacitamente ammessi. “Ad un grado superiore di controllo sulla natura, subentrano i meccanismi ideologici e le istituzioni che in tali ideologie trovano fondamento e che possono essere anche utilizzate in misura repressiva nei confronti delle donne” (Elena Grassi, Rita Guercio 2018: 27).

 

Questa presa di coscienza ha spostato l’attenzione anche sul tema della violenza di genere nei conflitti, aprendo la strada al dibattito sulla pace e la sicurezza internazionali. Grazie alle rivendicazioni delle correnti femministe e all’emergere di nuovi concetti di sicurezza, si è rimessa in discussione la tradizionale visione della questione-sicurezza, fondata sulla capacità dello Stato di fronteggiare le minacce militari esterne, a loro volta collegate al perseguimento dell’interesse nazionale e alla condizione di sostanziale anarchia del sistema internazionale (Laura Pisillo Mazzeschi 2007).

 

Gli uomini, le donne e la teoria del gender

 

Se la norma eterosessuale ha prodotto la costruzione sociale e giuridica delle differenze tra i generi nel corso della storia, l’ipostatizzazione degli stessi generi oggi tende a manifestarsi soprattutto attraverso la violenza che si esercita su di essi e principalmente sul genere femminile. L’abuso sul corpo femminile ha una storia millenaria, a tratti piuttosto simile al nostro presente, a tratti assai divergente. È un fatto sociale che nasce con la stessa storia dell’umanità andandosi a ridefinire continuamente in relazione alle singole culture, ma radicato, come sottolinea l’antropologa Françoise Héritier, nel potere riproduttivo della donna:

 

“Gli uomini non possono riprodursi da sé. La donna rappresenta allora la risorsa per ottenere dei figli in generale, e in particolare dei figli maschi. [...] Il fatto che l’uomo non possa riprodursi da sé permette di capire i meccanismi dello spossessamento. Se le donne sono la preziosa risorsa da utilizzare al meglio per produrre figli, è necessario al tempo stesso che gli uomini si approprino di loro e le tengano legate a questa funzione, a questo compito particolare. [...] Pare quindi che la gerarchia fra uomini e donne derivi da questo spossessamento iniziale, che in realtà è una risposta, da una parte, all’interrogativo nei riguardi del privilegio femminile, di cui bisognava capire la natura, e dall’altra alla necessità per gli uomini di rendere da loro dipendente il materiale, o il veicolo, necessario per riprodursi nella loro stessa forma. Questo spossessamento risulta, allora, un’appropriazione insieme concettuale, simbolica e sociale” (Héritier 2004: 80-81).

 

Questo meccanismo di appropriazione-spossessamento porta con sé alcune rilevanti questioni: 1, il rapporto che intercorre tra violenza sessuale e autorità; 2, il rapporto tra i generi nelle loro variegate costruzioni sociali; 3, il rapporto tra abuso del corpo femminile ed evoluzione del diritto penale nazionale e internazionale.

 

Fu Simone de Beauvoir ad introdurre, nel suo classico Il secondo sesso, la moderna idea femminista che “donne non si nasce, lo si diventa”. De Beauvoir insisteva sul fatto che l’oppressione della donna non fosse dovuta a fattori biologici, psicologici o economici, riuscendo a conciliare l’interpretazione economica con quella “riproduttiva” attraverso un’analisi psicologica di entrambe. Nel corso della storia, la donna è stata considerata come il “secondo sesso”, come “l’altra” dell’uomo. Classificazione differenzialista che ha sempre nascosto quella gerarchica, un’invenzione patriarcale per legittimare l’autorità maschile. L’uomo era la misura di tutte le cose perché “l’umanità è maschile e l’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a sé stesso [...]. Egli è il Soggetto, l’Assoluto: lei è l’Altro” (De Beauvoir 1991: 16).

 

Mary Margaret Mead, nelle sue ricerche etnografiche realizzate negli anni Venti e Trenta del Novecento, in particolare nelle Samoa e in Nuova Guinea, aveva già messo in dubbio la visione sessista e biologista prevalente nelle scienze sociali statunitensi. Questa visione considerava che la divisione sessuale del lavoro, nella famiglia moderna, fosse dovuta alla differenza innata tra il comportamento strumentale (pubblico, produttivo) degli uomini, e il comportamento emozionale delle donne. Nel 1935, nel suo studio comparativo intitolato Sesso e temperamento (1994 [1935]), Mead aveva già introdotto l’idea rivoluzionaria secondo cui, essendo la specie umana altamente malleabile, i ruoli e i comportamenti sessuali variavano a seconda dei contesti socio-culturali. Comparando poi le concezioni di ciò che significava essere donna e uomo in sette società del Pacifico del sud con le idee dominanti nella società contemporanea americana, scrisse nel 1949: “La differenza dei sessi si era presentata a ciascuna di queste tribù come uno dei temi del dramma sociale, e ciascuna lo aveva sviluppato a modo suo. Mettendo a raffronto i loro diversi modi di drammatizzare la differenza dei sessi si riesce a distinguere quegli elementi che debbono considerarsi come ‘costruzioni’ sociali che non avevano in origine alcun rapporto rispetto ai fatti biologici di sesso/genere” (Mead 1994: 22).

 

Nel testo citato compare per la prima volta il termine “genere”, anche se in maniera poco chiara. Eppure, le proposte femministe di Simone de Beauvoir e Margaret Mead passarono praticamente inosservate fino alla nascita del movimento femminista internazionale.

 

L’attenzione alle tematiche di genere si sviluppò a partire dai movimenti politici e accademici degli anni Sessanta, finalizzati al perseguimento della valorizzazione della differenza femminile, fino a quel momento invisibilizzata o sottomessa al maschile. Con il termine “genere” si volle designare quell’insieme di tratti costruiti socialmente e definiti culturalmente (e non puri dati biologici, come il sesso) assegnati alla “virilità” e alla “femminilità”. Fu Gayle Rubin, nel 1975 (testo pubblicato in Italia l’anno successivo), a dare una definizione puntuale del cosiddetto sex/gender system: “Il genere è una divisione dei sessi imposta socialmente, cioè è un prodotto dei rapporti della sessualità stabiliti dal sistema sociale. I sistemi di parentela si basano sul matrimonio. Trasformano quindi i maschi e le femmine in ‘uomini’ e ‘donne’, ognuno dei quali è una metà incompleta che può trovare interezza quando si unisce all’altra. Gli uomini e le donne sono differenti, è ovvio. Ma non sono differenti come giorno e notte, terra e cielo, yin e yang, vita e morte. Infatti, dal punto di vista della natura, donne e uomini si somigliano più tra loro che a qualche altra cosa, per esempio montagne, canguri o palme da cocco. L’idea secondo cui uomini e donne sono più diversi tra loro che tutti e due da qualcos’altro, deriva sicuramente da considerazioni che non si basano sulla natura, ma su altre cose. [...] Quindi l’idea che uomini e donne siano due categorie chiuse rispettivamente deve derivare da qualcos’altro che non sia l’opposizione ‘naturale’ inesistente. Infatti, lungi dall’essere un’espressione delle differenze naturali, l’identità esclusiva sulla base del genere è la soppressione delle somiglianze naturali. Una repressione che colpisce negli uomini qualsiasi tratto sia considerato ‘effeminato’, a seconda del contesto culturale, nelle donne qualsiasi tratto considerato ‘mascolino’. Quindi la divisione dei sessi ottiene l’effetto di reprimere alcune caratteristiche della personalità di chiunque, uomini e donne. Lo stesso sistema che opprime le donne scambiandole, opprime chiunque con la sua insistenza sulla rigida divisione di personalità” (Rubin 1976: 42-43).

 

Questa “scoperta” implicava l’esigenza di analizzare le caratteristiche di entrambi i generi e comprendere la natura delle relazioni sociali che ne sono alla base. In tal modo, le studiose femministe cominciarono a indagare le origini della condizione della donna come “secondo sesso”, concentrarono la loro attenzione sull’antropologia in quanto fonte di informazione sulle circostanze, le esperienze e le rappresentazioni delle donne in diversi contesti sociali, politici ed economici, ricercando, inoltre, dati sui sistemi socio-politici egualitari. Verso la metà degli anni Settanta, le antropologhe femministe si proposero di creare una “antropologia delle donne” affinché la critica femminista prendesse in esame i modelli androcentrici convenzionali vigenti nella disciplina. Questo tipo di approccio si impegnò ad ascoltare le voci silenziate delle donne (Edwin Ardener 1975), prestando particolare attenzione agli ambiti e alle attività femminili, oltre che alle rappresentazioni simboliche della femminilità. L’obiettivo principale, nonostante gli approcci divergenti, era individuare e teorizzare le origini della subordinazione femminile.

 

Per le antropologhe femministe marxiste, l’oppressione delle donne e il conseguente potere esercitato dagli uomini non erano universali, ma fenomeni dipendenti dalle relazioni storiche di produzione. Un ordine egualitario primigenio fu distrutto quando nacquero la proprietà privata e il colonialismo (Rubin 1976: 29-33). Tutte queste ricerche, al di là delle varie correnti e tendenze culturali, implicavano il rifiuto delle verità ultime ed essenziali, ossia l’inferiorità naturale delle donne. Le ricercatrici invece individuarono l’origine dell’oppressione femminile nella cultura e nella struttura sociale, anche se alcune di loro finirono per replicare le tendenze universalistiche e il determinismo biologico che cercavano di superare: nonostante le migliori intenzioni culturaliste, alla fine attribuirono la subordinazione delle donne al “fattore” biologico legato al ruolo specifico nella procreazione (Nicole-Claude Mathieu 1989). Le donne restavano invariabilmente collocate in un ambito sociale inferiore all’interno della gerarchia tra la sfera pubblica e privata, tra cultura e natura o tra produzione e riproduzione.

 

Persino in ambito scientifico, notò qualcuna, la tanto sbandierata oggettività della scienza non era altro che una soggettività maschile oggettivata: era una forma di dualismo polarizzato di genere, come la definiva Evelyn Fox Keller. L’oggettività era associata alla mascolinità. In tal modo si veicolavano stereotipi e valori compatibili con una visione maschile del mondo. “Opposizioni come soggettivo/oggettivo, interessato/gratuito, identificato con/distaccato da, parziale/imparziale, particolare/generale, emotivo/razionale [...] sono tutti associati al femminile/maschile”. Dello stesso tenore le critiche di Dorothy Smith, per la quale l’oggettività maschile altro non è che la legittimazione della supremazia “politica” dell’uomo (Lila Abu-Lughod 1990: 13-14). Quest’ultima conquista, in effetti, era il frutto di una lunga riflessione, cominciata negli anni Ottanta, allorché le teorie femministe avevano iniziato a occuparsi degli studi sulla pace e la sicurezza internazionale in un contesto di generale ripensamento dei concetti tradizionali e di maggiore attenzione alle questioni femminili a livello internazionale. Come altre correnti critiche rispetto agli approcci tradizionali, gli studi femministi criticavano la concezione classica che vedeva nello Stato il principale referente d’analisi del concetto di sicurezza, cercando di dimostrare, come aveva intuito Simone de Beauvoir, che “le donne sono, almeno nella moderna società dell’Occidente, l’altro rispetto al sé degli uomini. [...] Sanno che questo stesso sistema della differenza è gerarchico e riguarda il potere. Viene riconosciuto che forse il sistema stesso della differenza costituisce sessismo e quindi deve essere compreso e smantellato” (Abu-Lughod 1990: 25).

 

Insomma, cercarono di dimostrare, da un lato, come molti concetti ritenuti neutri, fra cui lo stesso concetto di Stato, fossero in realtà costruiti su pregiudizi di genere e, dall’altro, su come tali pregiudizi minino la pace e la sicurezza (Jan Jindy Tickner 1992; Jill Steans 2013). Un caso che interessò particolarmente le studiose femministe fu rappresentato dal militarismo. Esse lo definirono come un’ideologia che, valorizzando la guerra, è funzionale allo Stato e alla legittimazione della sua violenza. Tale ideologia è accompagnata da un processo sociale che implica la mobilitazione di tutta la società per il sostegno all’eventuale sforzo bellico mediante la penetrazione dell’apparato militare, del suo potere e della sua influenza in tutti – o quasi – gli ambiti sociali (Steans 2013: 113). Il pensiero femminista sottolineava il forte legame fra militarismo e genere, evidenziando come le idee sul genere, o meglio l’uso strumentale di particolari idee sul genere maschile, concorresse alla creazione e alla perpetuazione del militarismo nella società. Da questo punto di vista, anche lo Stato rivestiva le medesime caratteristiche maschiliste collegate al militarismo. Ciò implicava il rifiuto da parte di questo pensiero della funzione tradizionale dello Stato quale protettore dei cittadini e garante della loro sicurezza, mentre il nuovo referente diventava l’individuo in sé.

 

Gli studi femministi sulla sicurezza, invece, si interessavano non tanto all’analisi delle cause dei conflitti, ma alle conseguenze di questi sulle persone, in particolare all’impatto della guerra sugli individui a seconda dell’appartenenza di genere. Donne e uomini, infatti, vivono il conflitto in modo differente, soprattutto in virtù del ruolo sociale che ognuna delle due categorie ricopre, ruolo spesso determinato proprio dai pregiudizi inerenti all’appartenenza di genere. L’approccio delle studiose e degli studiosi fu quello di tipo cosiddetto bottom-up, ossia partendo dalle esperienze dirette delle persone al fine di indagare le cause dell’insicurezza per giungere ai modi per farvi fronte.

 

È in questo contesto di sostanziale ripensamento del concetto di sicurezza che il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha coniato, nel 1994, l’espressione “sicurezza umana”, ponendo l’attenzione sulle questioni che colpiscono direttamente le persone ed “spostando l’asse della riflessione, e della protezione dei diritti, dallo stato all’individuo” (Nicola Labanca 2007: 1221). Questo nuovo concetto ha aperto la strada a un nuovo approccio, quello di tipo bottom-up, che, ai fini della definizione della sicurezza umana, prende in esame le molteplici fonti di insicurezza e minaccia che possono gravare sugli individui. In tal modo, nonostante l’ampiezza del concetto, la sicurezza umana permette di studiare singoli fenomeni (la violenza) collegandoli a quegli elementi di differente natura (sociale, economica, politica, ecc.) che ne sono la causa (disoccupazione, criminalità, disponibilità di armi, ecc.) e permettendo un’analisi interdisciplinare e di conseguenza una buona comprensione delle radici delle manifestazioni violente.

 

È evidente, date queste premesse, che il concetto include altresì lo studio della violenza collegata al genere. L’appartenenza a un genere mette in relazione identità individuale e sicurezza: donne e uomini vivono l’esperienza di un conflitto in modo diverso e lo studio delle modalità tramite cui si articolano le relazioni di genere è fondamentale per capire le motivazioni e l’origine di questa differenza. Inoltre, l’identità di genere appare inscindibile dalle altre caratteristiche identitarie emergenti nel contesto sociale di riferimento, per cui è necessario studiare il genere in rapporto ad altri fattori come l’appartenenza etnica o religiosa, ad esempio. Insomma, la sicurezza umana può includere l’analisi della variabile di genere ma in relazione alle altre dimensioni produttrici di insicurezza individuale. Ed ecco, allora, che l’analisi basata su questo concetto può fornire davvero un quadro di riferimento utile a una migliore comprensione dei motivi all’origine della violenza di genere nelle situazioni di conflitto.

 

Dalle pulsioni alla società: la violenza di genere come continuum tra pace e guerra

 

La legislazione internazionale ha definito in diverse occasioni il concetto di stupro per poterne garantire una perseguibilità. Tra queste si può qui citare la definizione introdotta dal Tribunale Internazionale per il Rwanda (ICTR), che identifica lo stupro come “una invasione fisica di natura sessuale commessa su una persona in circostanze coercitive”, che peraltro lo stesso tribunale persegue solo nella fattispecie di crimine contro l’umanità. In situazioni di guerra s’incontrano, tuttavia, altre forme di violenza sessuale, che possono includere la nudità forzata, la gravidanza forzata, la tortura e le mutilazioni sessuali, la schiavitù sessuale e la sterilizzazione.

Arjun Appadurai l’ha espresso molto bene: “lo stupro di massa è una forma violenta – la più violenta – di penetrazione, investigazione ed esplorazione del corpo nemico” (Appadurai 2005: 56). A lui fa eco Karima Guenivet: “Essere donna vuol dire essere esposta allo stupro. Vuol dire avere paura dello sconosciuto che si incrocia per strada [...]. Ciò che spaventa maggiormente nello stupro non è la violenza, né le percosse, ma la penetrazione forzata della nostra ‘intimità’“ (Guenivet 2002: 19).

 

Sulla natura della violenza di genere perpetrata in casi di conflitti ricorrono diversi argomenti, alcuni dei quali riemergono ciclicamente ogni qual volta, nel corso di un conflitto armato, si presentino episodi di violenza sulle donne (che, occorre ribadirlo, durante i conflitti aumentano notevolmente).

 

A questo proposito varie spiegazioni del senso comune si basano sull’opinione che in tempo di guerra questa violenza sia, oltre che inevitabile, sempre esistita, dato che, durante i conflitti gli uomini mostrano tutta la loro ferinità, compiendo atti che mai metterebbero in pratica nella vita civile. Partendo dai racconti omerici condensati nell’Iliade, là dove Nestore incita le truppe greche a impadronirsi delle Troiane, e dal parimenti famoso ratto delle Sabine si è tentato (e si tenta, a volte, ancora oggi) di riproporre un modello standard, invariabile e universale di violenza di genere nelle guerre. La quale, proprio perché universale e invariabile, viene presentata come naturale e ineliminabile, a prescindere dai contesti storici, culturali e geografici.

 

Come argomenta Fabrizio Battistelli: “L’osservatore esente da pregiudizi (e quindi anche dal radicale antibiologismo di certe posizioni) non può ignorare, nel tabù che interdice il combattimento alla donna, il nesso che lega quest’ultima alla funzione materna. Tuttavia, se l’esclusione della metà del cielo dall’uso delle armi ha a lungo rappresentato una tutela, si è trattato di una tutela assai parziale. Essa, infatti, ha riguardato non la donna in sei, bensì la donna del (nel senso dell’appartenenza non soltanto psicologico-sociale ma anche patrimoniale) clan e/o di un determinato individuo. Ciò significa che, in caso di guerra, alla donna è stato risparmiato il ruolo di combattente ma non di vittima” (Battistelli 2010: 18).

 

In questa maniera, il ruolo della donna durante i conflitti è in grado di rivelare con chiarezza la concezione ancestrale del maschio in guerra. Per lui, la donna è un bottino, da strappare al nemico. Al contrario, l’oltraggio della perdita è psicologicamente e socialmente insopportabile: nella donna, lui, si rispecchia. Come scrive la femminista Susan Brownmiller: “A parte una genuina, umana preoccupazione per mogli e figlie amate, lo stupro perpetrato da un vincitore è una prova inconfutabile della condizione d’impotenza virile del vinto. La difesa delle donne è stata fin dalla notte dei tempi un simbolo dell’orgoglio maschile, così come il possesso delle donne è stato un simbolo del successo maschile. Lo stupro compiuto da un soldato conquistatore distrugge tutte le residue illusioni di potere e di possesso negli uomini della parte sconfitta. Il corpo della donna violentata diventa un campo di battaglia rituale, un terreno per la parata trionfale del vincitore. Anzi rispecchia la parte migliore di se stesso. L’essere stato incapace di tutelarla, di difenderla, è il supremo senso di colpa” (Brownmiller 1976: 42).

 

La visione della guerra come attività peculiarmente maschile, corrispondente, secondo Joanna Bourke, a quello che rappresenta il parto per le donne (Bourke 2003), collega direttamente evento bellico e identità sessuale. Lo psicanalista Franco Fornari ha fornito una spiegazione interessante del rapporto tra guerra e sessualità: “Per quello che riguarda il rapporto tra la guerra e la sessualità, i due fatti più importanti offertici dai popoli primitivi sono: 1) la guerra è il mestiere specifico del sesso maschile; 2) la guerra ha spesso come scopo quello di impossessarsi di donne. Il ratto delle donne s’incontra molto frequentemente come incidente di guerra presso le tribù primitive. Il ratto delle donne inoltre ha lo scopo di procurare mano d’opera sotto forma di schiavitù”.

 

Nella lettura che ne fa Fornari, il fatto che la guerra sia il mestiere maschile per eccellenza è collegato alla divisione del lavoro e alla forza fisica dell’uomo “come legge naturale della razza umana”. Così, mentre gli uomini si occuperebbero della guerra (e della sua variante: la caccia), alle donne viene affidato l’allevamento della prole e il lavoro, in particolare l’agricoltura. “Comprendiamo, allora, perché i popoli primitivi, privati di guerra dicono di non sentirsi più uomini e perché il vinto, fatto prigioniero, si sente trasformato in donna e venga adibito al lavoro, che è attribuzione della donna”.

 

Invece, l’argomento che gli stupri siano conseguenze inevitabili dei periodi di guerra è stato da tempo scartato. Infatti, esistono diversi casi di conflitti recenti che non hanno visto o hanno visto pochissimi casi di stupri e violenze sessuali. Come ricorda Elisabeth Jean Wood:

“Anche la violenza sessuale è relativamente limitata in alcuni casi di conflitto etnico che includono lo spostamento forzato di popolazioni etniche; i conflitti in Israele/Palestina e Sri Lanka ne sono un esempio. Alcuni gruppi armati sono coinvolti in relativamente poca violenza sessuale; (durante la guerra civile in Perù, n.d.a.) Sendero Luminoso era ritenuto responsabile di più della metà dei decessi e delle sparizioni denunciati alla Commissione peruviana per la verità e la riconciliazione, ma solo per un decimo dei (pochi) casi denunciati di stupro” (Wood 2006: 307-308).

 

Vi sono anche casi nei quali c’è stato un mutamento progressivo dei modelli di violenza di certi gruppi armati che hanno incluso solo in un secondo tempo l’uso della violenza sessuale tra le loro pratiche: tra questi i gruppi armati di Sendero Luminoso in Perù (per quei pochi casi accertati) e l’Inkatha Freedom Party nel KwaZulu-Natal in Sud Africa durante il conflitto con l’African National Congress tra il 1980 e il 1990. Vi sono poi i casi in cui una parte soltanto usa la violenza contro le donne: esempi ne sono le forze regolari di El Salvador contro le “fiancheggiatrici” dei ribelli o quelle dello Sri Lanka contro le resistenti Tamil. Peraltro, “la violenza sessuale contro le donne tamil da parte delle forze governative è una delle ragioni per cui le ragazze e le donne si offrono volontarie per combattere con gli insorti” (Wood 2006: 313).

 

Secondo Michel Foucault, che, com’è noto, nel 1970 intitolò la sua lezione inaugurale al Collège de France L’ordine del discorso, esiste un rapporto diretto tra la costruzione di un discorso, la codificazione dei saperi-poteri e le costruzioni identitarie. Tutte le costruzioni degli ordini discorsivi hanno, secondo lui, degli “interdetti” che escludono a priori qualsiasi significazione, qualsiasi produzione di senso che travalichi i limiti delle rigide partizioni prescritte dai regimi di “verità” precostituiti e funzionali all’ordine dualistico su cui si basano le società occidentali. L’ordine dualistico, in questo caso, si produce attraverso un sistema di rigide partizioni che distingue il vero dal falso, il bene dal male, il normale dall’anormale, costruendo saperi e talvolta anche diritti “per esclusione”. Nel corso dei secoli l’ordine del discorso ha cambiato le modalità di esplicitazione, ma ha mantenuto pressoché invariata la sua matrice escludente e la sua adesione ad alcuni principi di verità prescritti: uno di questi riguarda la differenza sessuale binaria e la collegata subordinazione femminile all’uomo.

 

La costruzione dei discorsi che trovano la loro strutturazione più ampia in Europa tra il XVI, XVII e XVIII secolo si è costituita, secondo Foucault, attraverso due procedure di controllo: una interna ed una esterna. Le procedure “esterne” controllano la costruzione dell’ordine del discorso costruendo tre sistemi di esclusione: la parola interdetta, la partizione della follia e la volontà di verità (Foucault 1972: 5-10). Ma l’ordine del discorso, come dicevamo, si è costruito anche attraverso una serie di procedure “interne” che lo studioso individua nelle procedure di classificazione, ordinamento e distribuzione per “padroneggiare un’altra dimensione del discorso: quella dell’evento e del caso” (Foucault 1972: 11). Tali discorsi basati sulla costruzione dell’identità, della ripetizione e dell’ordine (a)simmetrico-binario hanno poi segnato l’organizzazione delle discipline e del discorso ideologicamente orientato e socialmente accettato. Gli ordini dualistici, infatti, sono il frutto di procedure discorsive che nominano l’altro sulla base di una verità legata alla produzione della norma (normale-anormale, cittadino-straniero, maschio-femmina, ecc.) consentendo ad essa di codificarsi come griglia di lettura del mondo, delle singole vite e avviando, quindi, procedure di discriminazione continua, anche attraverso il diritto.

 

L’ultima procedura di controllo dell’ordine del discorso l’autore la individua nella nascita delle discipline specialistiche e nell’inevitabile inaccessibilità che tali saperi producono, al punto da creare vere e proprie “società di discorso” tese a costruire “dottrine” in grado solo di stabilire appartenenze codificate e disciplinate, nonché perduranti meccanismi di creazione di soggetti subordinati.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Hermann Amborn, I rapporti di potere nella convivenza umana, Milano, 2021.

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Edwin Ardener, The ‘Belief’ and the Problem of Women, in Perceiving Women, Malaby Press, London, 1975.

Fabrizio Battistelli, Le donne e la guerra: discipline e tutele nel diritto delle armi, Roma, 2010.

Simone de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano, 1991.

Adolfo Boni, Strutture verticali e paradigmi relazionali del potere, Torino, 2021.

Joanna Bourke, Le seduzioni della guerra: Miti e storie del soldato contemporaneo, Carocci, Roma, 2003.

Susan Brownmiller, Contro la nostra volontà. Uomini, donne e stupro, Bompiani, Milano, 1976.

Kimberlé Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum, 1989.

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Michel Foucault, L’ordine del discorso, Einaudi, Torino, 1972.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]