N° 221
/ MAGGIO 2026 (CCLII)
|
contemporanea
LA VERGOGNA AL MASCHILE
UNO SGUARDO ANTROPOLOGICO SULLA
VIOLENZA DI GENERE
di Giuseppe Tramontana
Con
violenza di genere, in inglese gender-based
violence (GBV), si intende
qualsiasi violenza diretta contro
una persona sulla base della sua
identità di genere. Il concetto è
dunque più ampio di quello di
violenza contro le donne, perché
include tutte quelle forme di
violenza – prevalentemente maschile
– perpetrate anche nei confronti di
soggetti di sesso maschile sulla
base della loro identità di genere.
Invece, con l’espressione “violenza
di genere nelle situazioni di
conflitto” (conflict-related
sexual violence) nel contesto
del diritto internazionale si indica
“(...) lo stupro, la schiavitù
sessuale, la prostituzione forzata,
la gravidanza forzata, la
sterilizzazione forzata e altre
forme di violenza sessuale di pari
gravità commesse contro donne,
uomini, ragazze e ragazzi che è
collegata direttamente o
indirettamente (temporalmente,
geograficamente o causalmente) ad un
conflitto” (Consiglio di Sicurezza
NU – Ris. 203/2015: 1). Ferma
restando questa definizione, va
tuttavia detto che la violenza
sessuale nei confronti degli uomini,
pur essendosi registrata nella
storia, è rimasta quasi sempre
invisibile, nonostante sia,
anch’essa, “quasi indicibile nella
sua brutalità” (Elisabeth Vojdik
2014: 924).
Nel preambolo della stessa
Dichiarazione si riconosce che
la “violenza contro le donne è una
manifestazione di relazioni di
potere storicamente ineguali tra
uomini e donne, che ha portato alla
dominazione sulle donne e alla
discriminazione contro le donne da
parte degli uomini... e che la
violenza
contro le donne è uno dei meccanismi
sociali cruciali dai quali le donne
sono forzate in una posizione di
subordinazione in comparazione con
gli uomini”.
Si assume dunque che, dell’insieme
delle forme di violenza identificate
come violenze di genere, la violenza
contro le donne non solo sia parte
sostantiva, ma sia anche organizzata
in modo da subordinare le donne e
impedire preventivamente le loro
possibilità di avanzamento nella
società. Vale la pena sottolineare,
però, come gli studiosi abbiano
indagato in lungo e in largo la
relazione tra generi, corpi
femminili e violenza come arma di
guerra contro le donne, ma non vi
sia stata un’uguale attenzione al
rapporto tra generi, corpi maschili
e violenza sessuale come arma di
guerra contro gli uomini.
Corpo, corpo sociale, conflitti
È
ormai sentire comune e risultato di
ricerche di molti autori e autrici
che la violenza di genere sia
perpetrata in un continuum dai
periodi di pace ai conflitti armati,
ma che si intensifichi durante i
conflitti e in tempi di crisi.
Come scrive Mary Douglas: “Il corpo
sociale determina il modo in cui
viene percepito il corpo fisico. L’esperienza
fisica del corpo, che è sempre
condizionata dalle categorie sociali
attraverso cui si realizza, sostiene
una visione particolare della
società: esiste un continuo scambio
di significati fra i
due tipi di esperienza corporale, ed
ognuna rinforza le categorie
dell’altra. Come risultato di questa
interazione, il corpo stesso diventa
uno strumento di espressione
estremamente determinato: le forme
che esso assume nel movimento e nel
riposo esprimono per vie molteplici
le pressioni sociali. Le cure che
gli vengono dedicate per la pulizia,
l’alimentazione, la terapia; le
teorie sulla necessità del sonno e
dell’esercizio, su come esso si
trasforma nel tempo, su come e
quanto sopporta il dolore, su quanto
a lungo può sopravvivere; insomma,
tutte le categorie culturali
attraverso cui il corpo viene
percepito, devono essere
strettamente correlate con le
categorie attraverso cui è vista la
società, in quanto anche queste
attingono alla stessa idea del
corpo, prodotta da un processo
culturale” (Douglas 1979: 99).
D’altra parte, già nel 1936, Marcel
Mauss, nel suo saggio sulle tecniche
del corpo, aveva insistito sul fatto
che un vero e proprio comportamento
naturale non esistesse: qualsiasi
azione porta in sé l’impronta
dell’apprendimento, dal mangiare al
lavarsi, dal movimento al riposo e
soprattutto alle attività sessuali.
E, in particolare, quest’ultimo
comportamento, quello sessuale,
viene trasmesso tramite un processo
di apprendimento sociale,
necessariamente e naturalmente
connesso alla morale dominante (Mauss
1991) e, aggiungiamo noi, alle forme
di potere dominanti. “I rapporti di
potere fanno parte della convivenza
umana e si presentano in diverse
forme di influenza, fra le quali il
potere coercitivo rappresenta solo
una fra le tante possibilità”
(Hermann Amborn 2021: 103). Nelle
società in cui il controllo sociale
avviene a ogni livello attraverso
l’uso istituzionale della forza, il
paradigma relazionale dominante, nei
rapporti sociali, resta quello
verticale (Adolfo Boni 2021), per
cui tutte le relazioni si
inseriscono e vengono plasmate
all’interno della logica
superiore-inferiore. Ciò accade nei
rapporti di classe, in quelli
etnici, in quelli di genere e nelle
loro intersezioni (Kimberlé Crenshaw
1989; Valeria Ribeiro Corossacz
2013).
La violenza dunque ha una sua
“necessaria” strumentalità, come
ricorda Wolfgang Sofsky. Essa è
strumentale nella misura in cui è il
mezzo necessario per raggiungere uno
scopo. Lo scopo dirige la violenza e
ne giustifica l’utilizzo; canalizza
le attività, attribuisce direzione e
fine, limita l’impiego e la
quantità. Solo la violenza assoluta
non ha bisogno di giustificazioni.
Si tratta di una questione
ontologica: se tale violenza avesse
bisogno di giustificazioni, non
sarebbe assoluta. Anzi, diventa
abitudine, un’abitudine che – in
quanto tale – perde di vista
l’obiettivo finale, estrinsecandosi
nelle relazioni umane come qualcosa
di dato e naturalmente costitutivo
delle medesime relazioni sociali (Sofsky
1998). Il rapporto uomo-donna ricade
ancora per molti versi in tale
modello: l’uomo è chiamato a
sottomettere la donna, la società lo
include tra le sue aspettative
convenzionali. E, all’occorrenza,
anche il ricorso alla forza fisica,
seppur ufficialmente deprecato,
rientra nei fatti tra gli strumenti
supinamente e tacitamente ammessi.
“Ad un grado superiore di controllo
sulla natura, subentrano i
meccanismi ideologici e le
istituzioni che in tali ideologie
trovano fondamento e che possono
essere anche utilizzate in misura
repressiva nei confronti delle
donne” (Elena Grassi, Rita Guercio
2018: 27).
Questa presa di coscienza ha
spostato l’attenzione anche sul tema
della violenza di genere nei
conflitti, aprendo la strada al
dibattito sulla pace e la sicurezza
internazionali. Grazie alle
rivendicazioni delle correnti
femministe e all’emergere di nuovi
concetti di sicurezza, si è rimessa
in discussione la tradizionale
visione della questione-sicurezza,
fondata sulla capacità dello Stato
di fronteggiare le minacce militari
esterne, a loro volta collegate al
perseguimento dell’interesse
nazionale e alla condizione di
sostanziale anarchia del sistema
internazionale (Laura Pisillo
Mazzeschi 2007).
Gli uomini, le donne e la teoria del
gender
Se la
norma eterosessuale ha prodotto la
costruzione sociale e giuridica
delle differenze tra i generi nel
corso della storia,
l’ipostatizzazione degli stessi
generi oggi tende a manifestarsi
soprattutto attraverso la violenza
che si esercita su di essi e
principalmente sul genere femminile.
L’abuso sul corpo femminile ha una
storia millenaria, a tratti
piuttosto simile al nostro presente,
a tratti assai divergente. È un
fatto sociale che nasce con la
stessa storia dell’umanità andandosi
a ridefinire continuamente in
relazione alle singole culture, ma
radicato, come sottolinea
l’antropologa Françoise Héritier,
nel potere riproduttivo della donna:
“Gli uomini non possono riprodursi
da sé. La donna rappresenta allora
la risorsa per ottenere dei figli in
generale, e in particolare dei figli
maschi. [...] Il fatto che l’uomo
non possa riprodursi da sé permette
di capire i meccanismi dello
spossessamento. Se le donne sono la
preziosa risorsa da utilizzare al
meglio per produrre figli, è
necessario al tempo stesso che gli
uomini si approprino di loro e le
tengano legate a questa funzione, a
questo compito particolare. [...]
Pare quindi che la gerarchia fra
uomini e donne derivi da questo
spossessamento iniziale, che in
realtà è una risposta, da una parte,
all’interrogativo nei riguardi del
privilegio femminile, di cui
bisognava capire la natura, e
dall’altra alla necessità per gli
uomini di rendere da loro dipendente
il materiale, o il veicolo,
necessario per riprodursi nella loro
stessa forma. Questo spossessamento
risulta, allora, un’appropriazione
insieme concettuale, simbolica e
sociale” (Héritier 2004: 80-81).
Questo meccanismo di
appropriazione-spossessamento porta
con sé alcune rilevanti questioni:
1, il rapporto che intercorre tra
violenza sessuale e autorità; 2, il
rapporto tra i generi nelle loro
variegate costruzioni sociali; 3, il
rapporto tra abuso del corpo
femminile ed evoluzione del diritto
penale nazionale e internazionale.
Fu Simone de Beauvoir ad introdurre,
nel suo classico Il
secondo sesso, la moderna idea
femminista che “donne non si nasce,
lo si diventa”. De Beauvoir
insisteva sul fatto che
l’oppressione della donna non fosse
dovuta a fattori biologici,
psicologici o economici, riuscendo a
conciliare l’interpretazione
economica con quella “riproduttiva”
attraverso un’analisi psicologica di
entrambe. Nel corso della storia, la
donna è stata considerata come il
“secondo sesso”, come “l’altra”
dell’uomo. Classificazione
differenzialista che ha sempre
nascosto quella gerarchica,
un’invenzione patriarcale per
legittimare l’autorità maschile.
L’uomo era la misura di tutte le
cose perché “l’umanità è maschile e
l’uomo definisce la donna non in
quanto tale ma in relazione a sé
stesso [...]. Egli è il Soggetto,
l’Assoluto: lei è l’Altro” (De
Beauvoir 1991: 16).
Mary Margaret Mead, nelle sue
ricerche etnografiche realizzate
negli anni Venti e Trenta del
Novecento, in particolare nelle
Samoa e in Nuova Guinea, aveva già
messo in dubbio la visione sessista
e biologista prevalente nelle
scienze sociali statunitensi. Questa
visione considerava che la divisione
sessuale del lavoro, nella famiglia
moderna, fosse dovuta alla
differenza innata tra il
comportamento strumentale (pubblico,
produttivo) degli uomini, e il
comportamento emozionale delle
donne. Nel 1935, nel suo studio
comparativo intitolato Sesso
e temperamento (1994 [1935]),
Mead aveva già introdotto l’idea
rivoluzionaria secondo cui, essendo
la specie umana altamente
malleabile, i ruoli e i
comportamenti sessuali variavano a
seconda dei contesti
socio-culturali. Comparando poi le
concezioni di ciò che significava
essere donna e uomo in sette società
del Pacifico del sud con le idee
dominanti nella società
contemporanea americana, scrisse nel
1949: “La
differenza dei sessi si era
presentata a ciascuna di queste
tribù come uno dei temi del dramma
sociale, e ciascuna lo aveva
sviluppato a modo suo. Mettendo a
raffronto i loro diversi modi di
drammatizzare
la differenza dei sessi si riesce a
distinguere quegli elementi
che debbono considerarsi come
‘costruzioni’ sociali che non
avevano in origine alcun rapporto
rispetto ai fatti biologici di
sesso/genere” (Mead 1994: 22).
Nel testo citato compare per la
prima volta il termine “genere”,
anche se in maniera poco chiara.
Eppure, le proposte femministe di
Simone de Beauvoir e Margaret Mead
passarono praticamente inosservate
fino alla nascita del movimento
femminista internazionale.
L’attenzione alle tematiche di
genere si sviluppò a partire dai
movimenti politici e accademici
degli anni Sessanta, finalizzati al
perseguimento della valorizzazione
della differenza femminile, fino a
quel momento invisibilizzata o
sottomessa al maschile. Con il
termine “genere” si volle designare
quell’insieme di tratti costruiti
socialmente e definiti culturalmente
(e non puri dati biologici, come il
sesso) assegnati alla “virilità” e
alla “femminilità”. Fu Gayle Rubin,
nel 1975 (testo pubblicato in Italia
l’anno successivo), a dare una
definizione puntuale del cosiddetto sex/gender
system: “Il genere è una
divisione dei sessi imposta
socialmente, cioè è un prodotto dei
rapporti della sessualità stabiliti dal
sistema sociale. I sistemi di
parentela si basano sul matrimonio.
Trasformano quindi i maschi e le
femmine in ‘uomini’ e ‘donne’,
ognuno dei quali è una metà
incompleta che può trovare interezza
quando si unisce all’altra. Gli
uomini e le donne sono differenti, è
ovvio. Ma non sono differenti come
giorno e notte,
terra e cielo, yin e yang, vita e
morte. Infatti, dal punto di vista
della natura, donne e uomini
si somigliano più tra loro che a
qualche altra cosa, per esempio
montagne, canguri o palme da cocco.
L’idea secondo cui uomini e donne
sono più diversi tra loro che tutti
e due da qualcos’altro, deriva
sicuramente da considerazioni che
non si basano sulla natura, ma su
altre cose. [...] Quindi l’idea che
uomini e donne siano due
categorie chiuse rispettivamente
deve derivare da qualcos’altro che
non sia l’opposizione ‘naturale’
inesistente. Infatti, lungi
dall’essere un’espressione delle
differenze naturali, l’identità
esclusiva
sulla base del
genere è la soppressione delle
somiglianze naturali. Una
repressione che colpisce negli
uomini qualsiasi tratto sia
considerato ‘effeminato’, a seconda
del contesto culturale, nelle donne
qualsiasi tratto considerato
‘mascolino’. Quindi la divisione dei
sessi ottiene l’effetto di reprimere
alcune caratteristiche della
personalità di chiunque, uomini e
donne. Lo stesso sistema che opprime
le donne scambiandole, opprime
chiunque con la sua insistenza sulla
rigida divisione di personalità” (Rubin
1976: 42-43).
Questa “scoperta” implicava
l’esigenza di analizzare le
caratteristiche di entrambi i generi
e comprendere la natura delle
relazioni sociali che ne sono alla
base. In tal modo, le studiose
femministe cominciarono a indagare
le origini della condizione della
donna come “secondo sesso”,
concentrarono la loro attenzione
sull’antropologia in quanto fonte di
informazione sulle circostanze, le
esperienze e le rappresentazioni
delle donne in diversi contesti
sociali, politici ed economici,
ricercando, inoltre, dati sui
sistemi socio-politici egualitari.
Verso la metà degli anni Settanta,
le antropologhe femministe si
proposero di creare una
“antropologia delle donne” affinché
la critica femminista prendesse in
esame i modelli androcentrici
convenzionali vigenti nella
disciplina. Questo tipo di approccio
si impegnò ad ascoltare le voci
silenziate delle donne (Edwin
Ardener 1975), prestando particolare
attenzione agli ambiti e alle
attività femminili, oltre che alle
rappresentazioni simboliche della
femminilità. L’obiettivo principale,
nonostante gli approcci divergenti,
era individuare e teorizzare le
origini della subordinazione
femminile.
Per le antropologhe femministe
marxiste, l’oppressione delle donne
e il conseguente potere esercitato
dagli uomini non erano universali,
ma fenomeni dipendenti dalle
relazioni storiche di produzione. Un
ordine egualitario primigenio fu
distrutto quando nacquero la
proprietà privata e il colonialismo
(Rubin 1976: 29-33). Tutte queste
ricerche, al di là delle varie
correnti e tendenze culturali,
implicavano il rifiuto delle verità
ultime ed essenziali, ossia
l’inferiorità naturale delle donne.
Le ricercatrici invece individuarono
l’origine dell’oppressione femminile
nella cultura e nella struttura
sociale, anche se alcune di loro
finirono per replicare le tendenze
universalistiche e il determinismo
biologico che cercavano di superare:
nonostante le migliori intenzioni
culturaliste, alla fine attribuirono
la subordinazione delle donne al
“fattore” biologico legato al ruolo
specifico nella procreazione (Nicole-Claude
Mathieu 1989). Le donne restavano
invariabilmente collocate in un
ambito sociale inferiore all’interno
della gerarchia tra la sfera
pubblica e privata, tra cultura e
natura o tra produzione e
riproduzione.
Persino in ambito scientifico, notò
qualcuna, la tanto sbandierata
oggettività della scienza non era
altro che una soggettività maschile
oggettivata: era una forma di
dualismo polarizzato di genere, come
la definiva Evelyn Fox Keller.
L’oggettività era associata alla
mascolinità. In tal modo si
veicolavano stereotipi e valori
compatibili con una visione maschile
del mondo. “Opposizioni come
soggettivo/oggettivo,
interessato/gratuito, identificato
con/distaccato da,
parziale/imparziale,
particolare/generale,
emotivo/razionale [...] sono tutti
associati al femminile/maschile”.
Dello stesso tenore le critiche di
Dorothy Smith, per la quale
l’oggettività maschile altro non è
che la legittimazione della
supremazia “politica” dell’uomo
(Lila Abu-Lughod 1990: 13-14).
Quest’ultima conquista, in effetti,
era il frutto di una lunga
riflessione, cominciata negli anni
Ottanta, allorché le teorie
femministe avevano iniziato a
occuparsi degli studi sulla pace e
la sicurezza internazionale in un
contesto di generale ripensamento
dei concetti tradizionali e di
maggiore attenzione alle questioni
femminili a livello internazionale.
Come altre correnti critiche
rispetto agli approcci tradizionali,
gli studi femministi criticavano la
concezione classica che vedeva nello
Stato il principale referente
d’analisi del concetto di sicurezza,
cercando di dimostrare, come aveva
intuito Simone de Beauvoir, che “le
donne sono, almeno nella moderna
società dell’Occidente, l’altro
rispetto al sé degli uomini. [...]
Sanno che questo stesso sistema
della differenza è gerarchico e
riguarda il potere. Viene
riconosciuto che forse il sistema
stesso della differenza costituisce
sessismo e quindi deve essere
compreso e smantellato” (Abu-Lughod
1990: 25).
Insomma, cercarono di dimostrare, da
un lato, come molti concetti
ritenuti neutri, fra cui lo stesso
concetto di Stato, fossero in realtà
costruiti su pregiudizi di genere e,
dall’altro, su come tali pregiudizi
minino la pace e la sicurezza (Jan
Jindy Tickner 1992; Jill Steans
2013). Un caso che interessò
particolarmente le studiose
femministe fu rappresentato dal
militarismo. Esse lo definirono come
un’ideologia che, valorizzando la
guerra, è funzionale allo Stato e
alla legittimazione della sua
violenza. Tale ideologia è
accompagnata da un processo sociale
che implica la mobilitazione di
tutta la società per il sostegno
all’eventuale sforzo bellico
mediante la penetrazione
dell’apparato militare, del suo
potere e della sua influenza in
tutti – o quasi – gli ambiti sociali
(Steans 2013: 113). Il pensiero
femminista sottolineava il forte
legame fra militarismo e genere,
evidenziando come le idee sul
genere, o meglio l’uso strumentale
di particolari idee sul genere
maschile, concorresse alla creazione
e alla perpetuazione del militarismo
nella società. Da questo punto di
vista, anche lo Stato rivestiva le
medesime caratteristiche maschiliste
collegate al militarismo. Ciò
implicava il rifiuto da parte di
questo pensiero della funzione
tradizionale dello Stato quale
protettore dei cittadini e garante
della loro sicurezza, mentre il
nuovo referente diventava
l’individuo in sé.
Gli studi femministi sulla
sicurezza, invece, si interessavano
non tanto all’analisi delle cause
dei conflitti, ma alle conseguenze
di questi sulle persone, in
particolare all’impatto della guerra
sugli individui a seconda
dell’appartenenza di genere. Donne e
uomini, infatti, vivono il conflitto
in modo differente, soprattutto in
virtù del ruolo sociale che ognuna
delle due categorie ricopre, ruolo
spesso determinato proprio dai
pregiudizi inerenti all’appartenenza
di genere. L’approccio delle
studiose e degli studiosi fu quello
di tipo cosiddetto bottom-up,
ossia partendo dalle esperienze
dirette delle persone al fine di
indagare le cause dell’insicurezza
per giungere ai modi per farvi
fronte.
È in questo contesto di sostanziale
ripensamento del concetto di
sicurezza che il Programma delle
Nazioni Unite per lo Sviluppo ha
coniato, nel 1994, l’espressione
“sicurezza umana”, ponendo
l’attenzione sulle questioni che
colpiscono direttamente le persone
ed “spostando l’asse della
riflessione, e della protezione dei
diritti, dallo stato all’individuo”
(Nicola Labanca 2007: 1221). Questo
nuovo concetto ha aperto la strada a
un nuovo approccio, quello di tipo bottom-up,
che, ai fini della definizione della
sicurezza umana, prende in esame le
molteplici fonti di insicurezza e
minaccia che possono gravare sugli
individui. In tal modo, nonostante
l’ampiezza del concetto, la
sicurezza umana permette di studiare
singoli fenomeni (la violenza)
collegandoli a quegli elementi di
differente natura (sociale,
economica, politica, ecc.) che ne
sono la causa (disoccupazione,
criminalità, disponibilità di armi,
ecc.) e permettendo un’analisi
interdisciplinare e di conseguenza
una buona comprensione delle radici
delle manifestazioni violente.
È evidente, date queste premesse,
che il concetto include altresì lo
studio della violenza collegata al
genere. L’appartenenza a un genere
mette in relazione identità
individuale e sicurezza: donne e
uomini vivono l’esperienza di un
conflitto in modo diverso e lo
studio delle modalità tramite cui si
articolano le relazioni di genere è
fondamentale per capire le
motivazioni e l’origine di questa
differenza. Inoltre, l’identità di
genere appare inscindibile dalle
altre caratteristiche identitarie
emergenti nel contesto sociale di
riferimento, per cui è necessario
studiare il genere in rapporto ad
altri fattori come l’appartenenza
etnica o religiosa, ad esempio.
Insomma, la sicurezza umana può
includere l’analisi della variabile
di genere ma in relazione alle altre
dimensioni produttrici di
insicurezza individuale. Ed ecco,
allora, che l’analisi basata su
questo concetto può fornire davvero
un quadro di riferimento utile a una
migliore comprensione dei motivi
all’origine della violenza di genere
nelle situazioni di conflitto.
Dalle pulsioni alla società: la
violenza di genere come continuum tra
pace e guerra
La
legislazione internazionale ha
definito in diverse occasioni il
concetto di stupro per poterne
garantire una perseguibilità. Tra
queste si può qui citare la
definizione introdotta dal Tribunale
Internazionale per il Rwanda (ICTR),
che identifica lo stupro come “una
invasione fisica di natura sessuale
commessa su una persona in
circostanze coercitive”, che
peraltro lo stesso tribunale
persegue solo nella fattispecie di
crimine contro l’umanità. In
situazioni di guerra s’incontrano,
tuttavia, altre forme di violenza
sessuale, che possono includere la
nudità forzata, la gravidanza
forzata, la tortura e le mutilazioni
sessuali, la schiavitù sessuale e la
sterilizzazione.
Arjun Appadurai l’ha espresso molto
bene: “lo stupro di massa è una
forma violenta – la più violenta –
di penetrazione, investigazione ed
esplorazione del corpo nemico” (Appadurai
2005: 56). A lui fa eco Karima
Guenivet: “Essere donna vuol dire
essere esposta allo stupro. Vuol
dire avere paura dello sconosciuto
che si incrocia per strada [...].
Ciò che spaventa maggiormente nello
stupro non è la violenza, né le
percosse, ma la penetrazione forzata
della nostra ‘intimità’“ (Guenivet
2002: 19).
Sulla natura della violenza di
genere perpetrata in casi di
conflitti ricorrono diversi
argomenti, alcuni dei quali
riemergono ciclicamente ogni qual
volta, nel corso di un conflitto
armato, si presentino episodi di
violenza sulle donne (che, occorre
ribadirlo, durante i conflitti
aumentano notevolmente).
A questo proposito varie spiegazioni
del senso comune si basano
sull’opinione che in tempo di guerra
questa violenza sia, oltre che
inevitabile, sempre esistita, dato
che, durante i conflitti gli uomini
mostrano tutta la loro ferinità,
compiendo atti che mai metterebbero
in pratica nella vita civile.
Partendo dai racconti omerici
condensati nell’Iliade, là
dove Nestore incita le truppe greche
a impadronirsi delle Troiane, e dal
parimenti famoso ratto delle Sabine
si è tentato (e si tenta, a volte,
ancora oggi) di riproporre un
modello standard, invariabile e
universale di violenza di genere
nelle guerre. La quale, proprio
perché universale e invariabile,
viene presentata come naturale e
ineliminabile, a prescindere dai
contesti storici, culturali e
geografici.
Come argomenta Fabrizio Battistelli:
“L’osservatore esente da pregiudizi
(e quindi anche dal radicale
antibiologismo di certe posizioni)
non può ignorare, nel tabù che
interdice il combattimento alla
donna, il nesso che lega
quest’ultima alla funzione materna.
Tuttavia, se l’esclusione della metà
del cielo dall’uso delle armi ha a
lungo rappresentato una tutela, si è
trattato di una tutela assai
parziale. Essa, infatti, ha
riguardato non la donna in sei,
bensì la donna del (nel senso
dell’appartenenza non soltanto
psicologico-sociale ma anche
patrimoniale) clan e/o di un
determinato individuo. Ciò significa
che, in caso di guerra, alla donna è
stato risparmiato il ruolo di
combattente ma non di vittima” (Battistelli
2010: 18).
In questa maniera, il ruolo della
donna durante i conflitti è in grado
di rivelare con chiarezza la
concezione ancestrale del maschio in
guerra. Per lui, la donna è un
bottino, da strappare al nemico. Al
contrario, l’oltraggio della perdita
è psicologicamente e socialmente
insopportabile: nella donna, lui, si
rispecchia. Come scrive la
femminista Susan Brownmiller: “A
parte una genuina, umana
preoccupazione per mogli e figlie
amate, lo stupro perpetrato da un
vincitore è una prova inconfutabile
della condizione d’impotenza virile
del vinto. La difesa delle donne è
stata fin dalla notte dei tempi un
simbolo dell’orgoglio maschile, così
come il possesso delle donne è stato
un simbolo del successo maschile. Lo
stupro compiuto da un soldato
conquistatore distrugge tutte le
residue illusioni di potere e di
possesso negli uomini della parte
sconfitta. Il corpo della donna
violentata diventa un campo di
battaglia rituale, un terreno per la
parata trionfale del vincitore. Anzi
rispecchia la parte migliore di se
stesso. L’essere stato incapace di
tutelarla, di difenderla, è il
supremo senso di colpa” (Brownmiller
1976: 42).
La visione della guerra come
attività peculiarmente maschile,
corrispondente, secondo Joanna
Bourke, a quello che rappresenta il
parto per le donne (Bourke 2003),
collega direttamente evento bellico
e identità sessuale. Lo psicanalista
Franco Fornari ha fornito una
spiegazione interessante del
rapporto tra guerra
e sessualità: “Per
quello che riguarda il rapporto tra
la guerra e la sessualità, i due
fatti più importanti offertici dai
popoli primitivi sono: 1) la
guerra è il mestiere specifico del
sesso maschile;
2) la guerra ha spesso come scopo
quello di impossessarsi di donne. Il
ratto delle donne s’incontra molto
frequentemente come incidente di
guerra presso le tribù primitive. Il
ratto delle donne inoltre ha lo scopo
di procurare mano d’opera sotto
forma di schiavitù”.
Nella lettura che ne fa Fornari, il
fatto che la guerra sia il mestiere
maschile per eccellenza è collegato
alla divisione del lavoro e alla
forza fisica dell’uomo “come legge
naturale della razza umana”. Così,
mentre gli uomini si occuperebbero
della guerra (e della sua variante:
la caccia), alle donne viene
affidato l’allevamento della prole e
il lavoro, in particolare
l’agricoltura. “Comprendiamo,
allora, perché i popoli primitivi,
privati di guerra dicono di non
sentirsi più uomini e perché il
vinto, fatto prigioniero, si sente
trasformato in donna e venga adibito
al lavoro, che è attribuzione della
donna”.
Invece, l’argomento che gli stupri
siano conseguenze inevitabili dei
periodi di guerra è stato da tempo
scartato. Infatti, esistono diversi
casi di conflitti recenti che non
hanno visto o hanno visto pochissimi
casi di stupri e violenze sessuali.
Come ricorda Elisabeth Jean Wood:
“Anche la violenza sessuale è
relativamente limitata in alcuni
casi di conflitto etnico che
includono lo spostamento forzato di
popolazioni etniche; i conflitti in
Israele/Palestina e Sri Lanka ne
sono un esempio. Alcuni gruppi
armati sono coinvolti in
relativamente poca violenza
sessuale; (durante la guerra civile
in Perù, n.d.a.) Sendero Luminoso
era ritenuto responsabile di più
della metà dei decessi e delle
sparizioni denunciati alla
Commissione peruviana per la verità
e la riconciliazione, ma solo per un
decimo dei (pochi) casi denunciati
di stupro” (Wood 2006: 307-308).
Vi sono anche casi nei quali c’è
stato un mutamento progressivo dei
modelli di violenza di certi gruppi
armati che hanno incluso solo in un
secondo tempo l’uso della violenza
sessuale tra le loro pratiche: tra
questi i gruppi armati di Sendero
Luminoso in Perù (per quei pochi
casi accertati) e l’Inkatha
Freedom Party nel KwaZulu-Natal
in Sud Africa durante il conflitto
con l’African National Congress tra
il 1980 e il 1990. Vi sono poi i
casi in cui una parte soltanto usa
la violenza contro le donne: esempi
ne sono le forze regolari di El
Salvador contro le
“fiancheggiatrici” dei ribelli o
quelle dello Sri Lanka contro le
resistenti Tamil. Peraltro, “la
violenza sessuale contro le donne
tamil da parte delle forze
governative è una delle ragioni per
cui le ragazze e le donne si offrono
volontarie per combattere con gli
insorti” (Wood 2006: 313).
Secondo Michel Foucault, che, com’è
noto, nel 1970 intitolò la sua
lezione inaugurale al Collège
de France L’ordine
del discorso, esiste un rapporto
diretto tra la costruzione di un
discorso, la codificazione dei
saperi-poteri e le costruzioni
identitarie. Tutte le costruzioni
degli ordini discorsivi hanno,
secondo lui, degli “interdetti” che
escludono a priori qualsiasi
significazione, qualsiasi produzione
di senso che travalichi i limiti
delle rigide partizioni prescritte
dai regimi di “verità” precostituiti
e funzionali all’ordine dualistico
su cui si basano le società
occidentali. L’ordine dualistico, in
questo caso, si produce attraverso
un sistema di rigide partizioni che
distingue il vero dal falso, il bene
dal male, il normale dall’anormale,
costruendo saperi e talvolta anche
diritti “per esclusione”. Nel corso
dei secoli l’ordine del discorso ha
cambiato le modalità di
esplicitazione, ma ha mantenuto
pressoché invariata la sua matrice
escludente e la sua adesione ad
alcuni principi di verità
prescritti: uno di questi riguarda
la differenza sessuale binaria e la
collegata subordinazione femminile
all’uomo.
La costruzione dei discorsi che
trovano la loro strutturazione più
ampia in Europa tra il XVI, XVII e
XVIII secolo si è costituita,
secondo Foucault, attraverso due
procedure di controllo: una interna
ed una esterna. Le procedure
“esterne” controllano la costruzione
dell’ordine del discorso costruendo
tre sistemi di esclusione: la parola
interdetta, la partizione della
follia e la volontà di verità
(Foucault 1972: 5-10). Ma l’ordine
del discorso, come dicevamo, si è
costruito anche attraverso una serie
di procedure “interne” che lo
studioso individua nelle procedure
di classificazione, ordinamento e
distribuzione per “padroneggiare
un’altra dimensione del discorso:
quella dell’evento e del caso”
(Foucault 1972: 11). Tali discorsi
basati sulla costruzione
dell’identità, della ripetizione e
dell’ordine (a)simmetrico-binario
hanno poi segnato l’organizzazione
delle discipline e del discorso
ideologicamente orientato e
socialmente accettato. Gli ordini
dualistici, infatti, sono il frutto
di procedure discorsive che nominano
l’altro sulla base di una verità
legata alla produzione della norma
(normale-anormale,
cittadino-straniero,
maschio-femmina, ecc.) consentendo
ad essa di codificarsi come griglia
di lettura del mondo, delle singole
vite e avviando, quindi, procedure
di discriminazione continua, anche
attraverso il diritto.
L’ultima procedura di controllo
dell’ordine del discorso l’autore la
individua nella nascita delle
discipline specialistiche e
nell’inevitabile inaccessibilità che
tali saperi producono, al punto da
creare vere e proprie “società di
discorso” tese a costruire
“dottrine” in grado solo di
stabilire appartenenze codificate e
disciplinate, nonché perduranti
meccanismi di creazione di soggetti
subordinati.
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