[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 216 / DICEMBRE 2025 (CCXLVII)


ambiente

Le strenne natalizie E la verbena
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

 

Le strenne, intese come regali augurali che si scambiano tra le persone, hanno origine nell’Antica Roma. Infatti gli Antichi Romani solevano scambiarsi doni di buon auspicio, le cosiddette “strēnae”. In particolare ciò avveniva, come notava Cattabiani, in occasione delle Calende di gennaio e quindi con l’inizio del nuovo anno. Le “strēnae” si chiamavano così perché inizialmente si prelevavano da un boschetto in onore alla dea Stena o Strenia, di origine sabina, apportatrice di buona fortuna e di felicità.

 

Per esempio, tra le testimonianze dell’epoca, Simmaco nell’Epistola X riferiva: “Quasi alle origini della città di Marte nacque l’uso delle strenne per iniziativa di Tazio (leggendario re), che per primo prese dal boschetto di Strenia della verbene di arbor felix come auspicio dell’anno nuovo”. Varrone nel suo De lingua latina riportava il medesimo episodio ma parlando solo di una pianta propizia, ovvero d’arbor felix colta nel bosco della dea Strena. In realtà, con il termine “verbena” s’intendeva ogni ramo di arbor felix in uso per i rituali sacri, sia nei sacrifici sia per incoronare gli altari e le statue degli dei. Tuttavia è probabile che la prima strenna fosse proprio proveniente dalla pianta di verbena (Verbena officinalis). Etimologicamente il termine “strenna” deriva dal latino strēna, ossia “regalo di buon augurio”.

 

In breve, come notava Cattabiani, le strenne hanno origine nell’Antica Roma. Inizialmente erano rami di piante tra cui la verbena, in seguito divennero altri regali (come monete, oggetti, eccetera). Essi erano simboli di buon auspicio e si donavano in occasione delle Calende di gennaio. Con il Cristianesimo tale tradizione si mantenne ma si spostò al periodo natalizio legandola alla narrazione dei re Magi e dei pastori che portarono i doni a Gesù Bambino per la sua nascita. Tuttora nel mondo cristiano molte persone, amici e parenti si scambiano dei regali, delle strenne buon auguranti durante il periodo natalizio. Secondo la tradizione questi doni si dovrebbero scartare solo il giorno di Natale o il giorno della Vigilia. In seguito, si passò per estensione, ad indicare “strenne” i doni che si ricevevano o si facevano in occasione di ricorrenze o festività in genere e non necessariamente per il periodo natalizio.

 

In passato, in alcuni paesi della Lunigiana si definiva “fare la strenna” l’uso dei bambini di andare il giorno di Capodanno a bussare alle porte delle case recitando: “Buongiorno e buon anno, fatemi una strenna per tutto l’anno”. Così gli adulti regalavano loro dolcetti, frutta secca, mandarini, cioccolato o monete.

 

Nel XIX secolo la strenna indicava, in campo editoriale, una raccolta in prosa o in poesia che si vendeva a Capodanno. Oggigiorno si suole chiamare le nuove pubblicazioni editoriali che si vendono la prima settimana di dicembre “strenne editoriali” o “libro strenna” perché si spera che siano acquistate come regali di Natale.

 

Come sopracitato, la prima strenna della storia fu un rametto di verbena (Verbena officinalis). Quest’ultima è una piantina perenne (cioè dura più di un anno e il suo accrescimento annuale ne aumenta la robustezza), erbacea, nativa dell’Europa ed appartenente alla famiglia delle Verbenacee. Cresce fino ad un metro di altezza, ha un portamento eretto e preferisce i suoli calcarei. In realtà però è una piantina che si trova anche sui bordi delle strade, nei prati aridi e nei campi. Sembra fatta con il fil di ferro per i suoi rametti rigidi e sottili, il fusto ruvido e angoloso ed i fiori con pochissimo profumo.

 

Gli Antichi Romani usavano la verbena nelle cerimonie purificatrici degli altari e per le missioni dei Fetiales, gli ambasciatori che stringevano patti o indicevano una guerra. Festo (II sec. d.C.) scriveva: “Si chiamano sagmina le verbene, cioè le erbe pure poiché venivano prelevate da un luogo santo dal console o dal pretore, quando gli ambasciatori partivano per stringere patti o indire la guerra; oppure da sancire, cioè confermare”.

 

In particolare le verbene per i Fetiales si coglievano non dal bosco della dea sopracitata, ma dall’arx ovvero dalla Rocca Capitolina, dove al culmine di ogni mese il flamine Diale sacrificava un agnello a Giove Celeste e da dove gli àuguri traevano i loro auspici.

 

I Ferziali erano un collegio sacerdotale degli Antichi Romani, che si sceglievano per cooptazione, inizialmente solo fra i patrizi e nella tarda età repubblicana anche tra i plebei. Essi avevano il ruolo di tutelare gli aspetti formali del diritto internazionale e bellico dell’Antica Roma. In caso di ambasceria il pater patratus era il portavoce che viaggiava insieme al verbenarius che portava con sé una zolla di verbena, sagmina, presa dall’arce capitolina come da tradizione della fondazione del collegio sacerdotale.

 

Questa tradizione dell’Antica Roma la commentò Romano Del Ponte nel suo libro La Religione dei Romani, degli anni Novanta del Novecento. Nello specifico affermò: “È evidente che la particolare sacralità della zona deriva da tale specificità di contatto col divino e le verbenae, le “erbe pure” che conferiscono (col tramite significativo del rex) al padre patrato la sua dignità di rappresentante dello Stato Romano nelle trattative, sono portatrici di un carisma che proviene dallo stesso Giove”.

 

Nell’Antica Roma, prima della partenza per l’ambasceria si designava il pater patratus, loro portavoce. Ad esempio, a tal proposito, Tito Livio nella sua opera Storia di Roma raccontava di un episodio in cui il Feziale del momento chiese conferma a re Tullio se dovesse stipulare il patto con il padre patrato del popolo albano e lui glielo ordinò. Allora domandò al re il permesso di prendere la sacra zolla di verbena ed il sovrano acconsentì, raccomandandogli di prendere “l’erba pura”. Il Feziale in questione, scriveva Tito Livio: “era Marco Valerio; fece padre patrato Spurio Fuso, con la verbena, toccandogli il capo e i capelli”.

 

Tale delegazione si componeva di due membri. Il primo, il pater patratus, aveva la funzione di assicurare con formula corretta il valore religioso del trattato. Il secondo era il verbenarius, portatore dell’erba pura e degli arredi sacri. Gli “arredi sacri” (vasa) erano uno scettro e una pietra di selce che si custodivano nel tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio. Lo scettro rappresentava l’immagine stessa della divinità Giove, il suo simulacro. La pietra in selce era il simbolo della folgore divina del dio per mezzo della quale si stringeva il patto colpendo a morte un maiale sacrificale. Così il pater patratus con formula solenne affermava: “Se per il primo sarà venuto meno per pubblica deliberazione con colpevole inganno, allora tu, o Giove, in quel giorno colpisci il popolo romano, così come oggi io colpirò qui questo maiale; e tanto più fortemente colpiscilo quanto più hai forza e potenza”. Dopo aver pronunciato queste parole colpiva a morte il povero animale con la pietra di selce.

 

Nell’Antica Roma Giove, dio del Campidoglio, era il garante della fedeltà ai trattati e presiedeva alle relazioni internazionali con la mediazione del collegio dei Feziali.

In particolare il tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio che si attribuiva a Romolo, era il luogo dove si consacravano le “spoglie opime”, cioè le armi di ogni nemico ucciso in un combattimento dal capo romano.

 

La verbena era un’erba che gli Antichi Greci e Romani consacravano originariamente alla Grande Madre. Chiamavano questa pianta anche con il nome di “Lacrime di Iside, Lacrime di Giunone, Persephonion, Demetria, Cerealis”, inoltre all’epoca si favoleggiava che chi avesse posseduto un filo d’erba con una verbena sarebbe diventato invulnerabile. Dioscoride e molti naturalisti antichi le attribuivano proprietà miracolose. I Celti e gli Antichi Germani usavano la verbena nei riti religiosi e magici e la consideravano una panacea.

 

Ci sono dei retaggi del paganesimo che la Chiesa tentò a lungo di sradicare senza successo e così, successivamente, finì per cristianizzarli. Esemplificativo è il caso di alcune piante e delle loro tradizioni, come la verbena.

 

Per esempio, durante i giorni del Solstizio d’Estate, festività pagana sacra che si festeggiava il giorno in cui ad occhio nudo, quando ancora non esisteva la precisazione astronomica, si constatava che il Sole era al suo massimo grado all’orizzonte e che in genere corrispondeva al 24 giugno, il contrario di ciò che accadeva per il Solstizio d’Inverno che di solito era il 25 dicembre. Così poi la Chiesa le assimilò al suo calendario, Natale (25 dicembre) e la Festa di San Giovanni Battista (il 24 giugno). Quest’ultima si celebrava con varie tradizioni (alcune delle quali durano ancora oggi) e tra queste in passato c’era quella delle erbe d’amore. Ad esempio, un uomo per vincere la ritrosia di una donna doveva, nella notte del 24 giugno e prima dell’alba, raccogliere delle foglie secche, tra cui quella di verbena ancora bagnate di rugiada. Infatti si pensava che alcuni vegetali il Giorno di San Giovanni Battista acquistassero particolari proprietà sia su altre erbe che sugli uomini. Quindi secondo tale tradizione l’uomo per vincere la ritrosia di una donna doveva polverizzare queste foglie soprammenzionate e lanciarle in direzione dell’amata per conquistarla.

 

In Inghilterra si diceva che spuntò della verbena sul monte Calvario e per questa ragione fosse santa. Inoltre si considerava un’erba pura e purificatrice, che esigeva la castità. In Piemonte, per secoli e fino all’inizio del Novecento, per far innamorare qualcuno bisognava prima sfregarsi il palmo della mano con della verbena e poi stringerle la mano. In Sicilia, per secoli, questa pianta si invocava in diverse pratiche magiche. Ancora oggi esiste la tradizione popolare di recitare dei particolari scongiuri in talune occasioni in cui si menziona la verbena. In Spagna la Verbena è una festa popolare.

 

La verbena si crede che risulti velenosa per i vampiri. Molti film, poesie, romanzi, canzoni la citano. Ad esempio a Siena, in ambito sportivo molti sono i canti tradizionali dei tifosi delle squadre sportive della città che la menzionano. Oggigiorno la verbena, oltre a trovarla allo stato naturale, è anche comune coltivarla nei vasi, sui balconi, sui terrazzi e nei giardini.

 

La verbena ha inoltre delle proprietà medicinali, per cui come in passato anche oggigiorno la si usa soprattutto in prodotti di erboristeria. Per secoli si pensò che fosse in grado di ispirare gli artisti. Contiene tannino, mucillagine, saponina e verbenaloside. Oggi si preparano infusi, decotti ed impacchi di verbena (da evitare in gravidanza). Una specie similare, la Verbena odorata (Lippia citrodora), originaria dell’America del Sud ed importata in Europa nel XVIII secolo, dal profumo più intenso, aiuta a curare nervosismo, reumatismi, sciatiche, cellulite e nevralgie.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Cattabiani, Alfredo, Florario, Mondadori Editore, Milano 2016.

Cattabiani, Alfredo, Il Lunario, Mondadori Editore, Milano 2002.

Grimal, Pierre, Enciclopedia della Mitologia. Mitologia Greca e Romana, Garzanti Editore, Milano 1999.

Pastoureau, Michel, Verde. Storia di un colore, Ponte delle Grazie Editore, Milano 2008.

Went, Fritzs W. e dai redattori di LIFE, Le Piante, Mondadori Editore, Milano 1965.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]