Le strenne natalizie E la verbena
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia
Cesarini Argiroffo
Le strenne, intese come regali
augurali che si scambiano tra le
persone, hanno origine nell’Antica
Roma. Infatti gli Antichi Romani
solevano scambiarsi doni di buon
auspicio, le cosiddette “strēnae”.
In particolare ciò avveniva, come
notava Cattabiani, in occasione
delle Calende di gennaio e quindi
con l’inizio del nuovo anno. Le
“strēnae” si chiamavano così perché
inizialmente si prelevavano da un
boschetto in onore alla dea Stena o
Strenia, di origine sabina,
apportatrice di buona fortuna e di
felicità.
Per esempio, tra le testimonianze
dell’epoca, Simmaco nell’Epistola
X riferiva: “Quasi alle origini
della città di Marte nacque l’uso
delle strenne per iniziativa di
Tazio (leggendario re), che per
primo prese dal boschetto di Strenia
della verbene di arbor felix come
auspicio dell’anno nuovo”. Varrone
nel suo De lingua latina riportava
il medesimo episodio ma parlando
solo di una pianta propizia, ovvero
d’arbor felix colta nel bosco della
dea Strena. In realtà, con il
termine “verbena” s’intendeva ogni
ramo di arbor felix in uso per i
rituali sacri, sia nei sacrifici sia
per incoronare gli altari e le
statue degli dei. Tuttavia è
probabile che la prima strenna fosse
proprio proveniente dalla pianta di
verbena (Verbena officinalis).
Etimologicamente il termine
“strenna” deriva dal latino strēna,
ossia “regalo di buon augurio”.
In breve, come notava Cattabiani, le
strenne hanno origine nell’Antica
Roma. Inizialmente erano rami di
piante tra cui la verbena, in
seguito divennero altri regali (come
monete, oggetti, eccetera). Essi
erano simboli di buon auspicio e si
donavano in occasione delle Calende
di gennaio. Con il Cristianesimo
tale tradizione si mantenne ma si
spostò al periodo natalizio
legandola alla narrazione dei re
Magi e dei pastori che portarono i
doni a Gesù Bambino per la sua
nascita. Tuttora nel mondo cristiano
molte persone, amici e parenti si
scambiano dei regali, delle strenne
buon auguranti durante il periodo
natalizio. Secondo la tradizione
questi doni si dovrebbero scartare
solo il giorno di Natale o il giorno
della Vigilia. In seguito, si passò
per estensione, ad indicare
“strenne” i doni che si ricevevano o
si facevano in occasione di
ricorrenze o festività in genere e
non necessariamente per il periodo
natalizio.
In passato, in alcuni paesi della
Lunigiana si definiva “fare la
strenna” l’uso dei bambini di andare
il giorno di Capodanno a bussare
alle porte delle case recitando:
“Buongiorno e buon anno, fatemi una
strenna per tutto l’anno”. Così gli
adulti regalavano loro dolcetti,
frutta secca, mandarini, cioccolato
o monete.
Nel XIX secolo la strenna indicava,
in campo editoriale, una raccolta in
prosa o in poesia che si vendeva a
Capodanno. Oggigiorno si suole
chiamare le nuove pubblicazioni
editoriali che si vendono la prima
settimana di dicembre “strenne
editoriali” o “libro strenna” perché
si spera che siano acquistate come
regali di Natale.
Come sopracitato, la prima strenna
della storia fu un rametto di
verbena (Verbena officinalis).
Quest’ultima è una piantina perenne
(cioè dura più di un anno e il suo
accrescimento annuale ne aumenta la
robustezza), erbacea, nativa
dell’Europa ed appartenente alla
famiglia delle Verbenacee. Cresce
fino ad un metro di altezza, ha un
portamento eretto e preferisce i
suoli calcarei. In realtà però è una
piantina che si trova anche sui
bordi delle strade, nei prati aridi
e nei campi. Sembra fatta con il fil
di ferro per i suoi rametti rigidi e
sottili, il fusto ruvido e angoloso
ed i fiori con pochissimo profumo.
Gli Antichi Romani usavano la
verbena nelle cerimonie
purificatrici degli altari e per le
missioni dei Fetiales, gli
ambasciatori che stringevano patti o
indicevano una guerra. Festo (II
sec. d.C.) scriveva: “Si chiamano
sagmina le verbene, cioè le erbe
pure poiché venivano prelevate da un
luogo santo dal console o dal
pretore, quando gli ambasciatori
partivano per stringere patti o
indire la guerra; oppure da sancire,
cioè confermare”.
In particolare le verbene per i
Fetiales si coglievano non dal bosco
della dea sopracitata, ma dall’arx
ovvero dalla Rocca Capitolina, dove
al culmine di ogni mese il flamine
Diale sacrificava un agnello a Giove
Celeste e da dove gli àuguri
traevano i loro auspici.
I Ferziali erano un collegio
sacerdotale degli Antichi Romani,
che si sceglievano per cooptazione,
inizialmente solo fra i patrizi e
nella tarda età repubblicana anche
tra i plebei. Essi avevano il ruolo
di tutelare gli aspetti formali del
diritto internazionale e bellico
dell’Antica Roma. In caso di
ambasceria il pater patratus era il
portavoce che viaggiava insieme al
verbenarius che portava con sé una
zolla di verbena, sagmina, presa
dall’arce capitolina come da
tradizione della fondazione del
collegio sacerdotale.
Questa tradizione dell’Antica Roma
la commentò Romano Del Ponte nel suo
libro La Religione dei Romani,
degli anni Novanta del Novecento.
Nello specifico affermò: “È evidente
che la particolare sacralità della
zona deriva da tale specificità di
contatto col divino e le verbenae,
le “erbe pure” che conferiscono (col
tramite significativo del rex) al
padre patrato la sua dignità di
rappresentante dello Stato Romano
nelle trattative, sono portatrici di
un carisma che proviene dallo stesso
Giove”.
Nell’Antica Roma, prima della
partenza per l’ambasceria si
designava il pater patratus, loro
portavoce. Ad esempio, a tal
proposito, Tito Livio nella sua
opera Storia di Roma raccontava
di un episodio in cui il Feziale del
momento chiese conferma a re Tullio
se dovesse stipulare il patto con il
padre patrato del popolo albano e
lui glielo ordinò. Allora domandò al
re il permesso di prendere la sacra
zolla di verbena ed il sovrano
acconsentì, raccomandandogli di
prendere “l’erba pura”. Il Feziale
in questione, scriveva
Tito Livio:
“era Marco Valerio; fece padre
patrato Spurio Fuso, con la verbena,
toccandogli il capo e i capelli”.
Tale delegazione si componeva di due
membri. Il primo, il pater patratus,
aveva la funzione di assicurare con
formula corretta il valore religioso
del trattato. Il secondo era il
verbenarius, portatore dell’erba
pura e degli arredi sacri. Gli
“arredi sacri” (vasa) erano uno
scettro e una pietra di selce che si
custodivano nel tempio di Giove
Feretrio sul Campidoglio. Lo scettro
rappresentava l’immagine stessa
della divinità Giove, il suo
simulacro. La pietra in selce era il
simbolo della folgore divina del dio
per mezzo della quale si stringeva
il patto colpendo a morte un maiale
sacrificale. Così il pater patratus
con formula solenne affermava: “Se
per il primo sarà venuto meno per
pubblica deliberazione con colpevole
inganno, allora tu, o Giove, in quel
giorno colpisci il popolo romano,
così come oggi io colpirò qui questo
maiale; e tanto più fortemente
colpiscilo quanto più hai forza e
potenza”. Dopo aver pronunciato
queste parole colpiva a morte il
povero animale con la pietra di
selce.
Nell’Antica Roma Giove, dio del
Campidoglio, era il garante della
fedeltà ai trattati e presiedeva
alle relazioni internazionali con la
mediazione del collegio dei Feziali.
In particolare il tempio di Giove
Feretrio sul Campidoglio che si
attribuiva a Romolo, era il luogo
dove si consacravano le “spoglie
opime”, cioè le armi di ogni nemico
ucciso in un combattimento dal capo
romano.
La verbena era un’erba che gli
Antichi Greci e Romani consacravano
originariamente alla Grande Madre.
Chiamavano questa pianta anche con
il nome di “Lacrime di Iside,
Lacrime di Giunone, Persephonion,
Demetria, Cerealis”, inoltre
all’epoca si favoleggiava che chi
avesse posseduto un filo d’erba con
una verbena sarebbe diventato
invulnerabile. Dioscoride e molti
naturalisti antichi le attribuivano
proprietà miracolose. I Celti e gli
Antichi Germani usavano la verbena
nei riti religiosi e magici e la
consideravano una panacea.
Ci sono dei retaggi del paganesimo
che la Chiesa tentò a lungo di
sradicare senza successo e così,
successivamente, finì per
cristianizzarli. Esemplificativo è
il caso di alcune piante e delle
loro tradizioni, come la verbena.
Per esempio, durante i giorni del
Solstizio d’Estate, festività pagana
sacra che si festeggiava il giorno
in cui ad occhio nudo, quando ancora
non esisteva la precisazione
astronomica, si constatava che il
Sole era al suo massimo grado
all’orizzonte e che in genere
corrispondeva al 24 giugno, il
contrario di ciò che accadeva per il
Solstizio d’Inverno che di solito
era il 25 dicembre. Così poi la
Chiesa le assimilò al suo
calendario, Natale (25 dicembre) e
la Festa di San Giovanni Battista
(il 24 giugno). Quest’ultima si
celebrava con varie tradizioni
(alcune delle quali durano ancora
oggi) e tra queste in passato c’era
quella delle erbe d’amore. Ad
esempio, un uomo per vincere la
ritrosia di una donna doveva, nella
notte del 24 giugno e prima
dell’alba, raccogliere delle foglie
secche, tra cui quella di verbena
ancora bagnate di rugiada. Infatti
si pensava che alcuni vegetali il
Giorno di San Giovanni Battista
acquistassero particolari proprietà
sia su altre erbe che sugli uomini.
Quindi secondo tale tradizione
l’uomo per vincere la ritrosia di
una donna doveva polverizzare queste
foglie soprammenzionate e lanciarle
in direzione dell’amata per
conquistarla.
In Inghilterra si diceva che spuntò
della verbena sul monte Calvario e
per questa ragione fosse santa.
Inoltre si considerava un’erba pura
e purificatrice, che esigeva la
castità. In Piemonte, per secoli e
fino all’inizio del Novecento, per
far innamorare qualcuno bisognava
prima sfregarsi il palmo della mano
con della verbena e poi stringerle
la mano. In Sicilia, per secoli,
questa pianta si invocava in diverse
pratiche magiche. Ancora oggi esiste
la tradizione popolare di recitare
dei particolari scongiuri in talune
occasioni in cui si menziona la
verbena. In Spagna la Verbena è una
festa popolare.
La verbena si crede che risulti
velenosa per i vampiri. Molti film,
poesie, romanzi, canzoni la citano.
Ad esempio a Siena, in ambito
sportivo molti sono i canti
tradizionali dei tifosi delle
squadre sportive della città che la
menzionano. Oggigiorno la verbena,
oltre a trovarla allo stato
naturale, è anche comune coltivarla
nei vasi, sui balconi, sui terrazzi
e nei giardini.
La verbena ha inoltre delle
proprietà medicinali, per cui come
in passato anche oggigiorno la si
usa soprattutto in prodotti di
erboristeria. Per secoli si pensò
che fosse in grado di ispirare gli
artisti. Contiene tannino,
mucillagine, saponina e
verbenaloside. Oggi si preparano
infusi, decotti ed impacchi di
verbena (da evitare in gravidanza).
Una specie similare, la Verbena
odorata (Lippia citrodora),
originaria dell’America del Sud ed
importata in Europa nel XVIII
secolo, dal profumo più intenso,
aiuta a curare nervosismo,
reumatismi, sciatiche, cellulite e
nevralgie.
Riferimenti bibliografici:
Cattabiani, Alfredo, Florario,
Mondadori Editore, Milano 2016.
Cattabiani, Alfredo, Il Lunario,
Mondadori Editore, Milano 2002.
Grimal, Pierre, Enciclopedia
della Mitologia. Mitologia Greca e
Romana, Garzanti Editore, Milano
1999.
Pastoureau, Michel, Verde. Storia
di un colore, Ponte delle Grazie
Editore, Milano 2008.
Went, Fritzs W. e dai redattori di
LIFE, Le Piante, Mondadori
Editore, Milano 1965.