[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 159 / MARZO 2021 (CXC)


arte

L’ULTIMO VERUDA
NUDO DI SCHIENA E (POST)IMPRESSIONISMO

di Elena Angenica

 

In un momento in cui in Europa una certa cultura fin-de-siècle si preparava a lasciare il passo alla stagione delle grandi Avanguardie novecentesche, il pittore Umberto Veruda (Trieste 1868-1904) trascorreva gli ultimi anni della sua breve vita rielaborando in uno stile del tutto personale le molteplici suggestioni che da Monaco a Roma, da Parigi a Venezia, avevano stimolato la sua curiosità d’artista.

 

Triestino di nascita ma non di formazione Veruda aveva, infatti, saputo essere spettatore attento di quella modernità che vedeva nella luce e nel colore gli strumenti primari di indagine del reale: partendo, dunque, dalla “pennellata lunga, franca e avvolgente” di Velàsquez mescolata allo stile crudo e terroso del realismo tedesco di Liebermann, Veruda aveva subìto, infine, la fascinazione dell’Impressionismo – finanche del Postimpressionismo – che aveva combinato in maniera originale con gli esiti luministici e coloristici della pittura veneziana di Favretto.

 

Tutti questi elementi fondavano la “poetica” verudiana che, negli ultimi anni di vita dell’artista, si era liberata di tutte le sue iniziali incertezze diventando pura ricerca, nell’intento di raggiungere un unico obiettivo: «scoprire con la tavolozza il segreto miracoloso della luce […] possedere per un istante un raggio di sole».

 

L’oera Nudo di schiena costituisce esattamente uno degli esiti di questa ricerca. Realizzato intorno al 1900, il grande olio su tela, non firmato né datato, era stato presentato per la prima volta al pubblico all’interno della grande retrospettiva allestita nel Padiglione Caffè Stella Polare di Trieste nell’ottobre del 1904.

 

Umberto Veruda era scomparso prematuramente nell’estate di quello stesso anno; in seguito il dipinto aveva fatto parte di quella collezione che, dopo essere passata al padre, l’ingegner Alessandro Veruda, alla morte di quest’ultimo nel 1919 era confluita nella raccolta di Italo Svevo, amico fraterno nonché grande estimatore del pittore.

 

Nel 1932 l’opera era stata, infine, donata da Livia Veneziani-Svevo al Civico Museo Revoltella di Trieste, in occasione dell’inaugurazione di un busto marmoreo dedicato alla memoria dell’artista nel Giardino Pubblico della città.

 

Quando Nudo di schiena viene presentato al pubblico e alla critica, nel 1904, ottiene consensi e commenti entusiasti: così scriveva, ad esempio, sulle pagine de Il Piccolo, il critico Silvio Benco: «ecco quel formidabile studio di nudo, nel quale il Veruda è veramente un impressionista moderno nel più lato senso della parola, avendo ormai stabilito le relazioni reciproche di tutti i colori d’una tavolozza audacissima, in modo che ogni tratto abbia valore di luce e non esista più l’ingombro greve e opaco di materia morta che anticamente si chiamava l’ombra».

 

Siamo, dunque, di fronte a una prova di stile che va oltre la semplice rappresentazione di una scena di intima quotidianità femminile: il soggetto, così come l’ambiente all’interno del quale è inserito, diventa l’espediente per uno studio finalizzato alla comprensione degli aspetti luministici della pittura, e al tentativo di “catturare” l’impressione visiva che scaturisce dalla scena stessa.

 

Il dipinto mostra una donna rappresentata di spalle, completamente nuda, mentre si acconcia i capelli specchiandosi nella sua toletta, ai suoi piedi delle vesti, alle pareti una carta da parati a fiori. Nessun altro dettaglio emerge. Tra lei e lo spettatore non si instaura nessun rapporto, nessun gioco di sguardi nemmeno attraverso il riflesso dello specchio: sembra di ritrovarsi di fronte a un’istantanea di vita, lo scatto rubato di un momento privato della giovane e sconosciuta protagonista del dipinto.

  

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Umberto Veruda, Nudo di schiena, 1900 circa, olio su tela,

182x95 cm, inv. 2221, Civico Museo Revoltella, Galleria d’arte moderna, Trieste

 

A questo proposito è lecito un riferimento alla fotografia della quale sono ormai noti i legami con la pittura di fine Ottocento: Umberto Veruda, così come molti altri artisti suoi contemporanei, era solito servirsi delle fotografie come strumento di lavoro per studiare la composizione delle scene nonché gli effetti di luce; inoltre è noto che a Trieste frequentasse assiduamente lo studio del fotografo Wulz insieme all’amico pittore Barison.

 

L’uso del mezzo fotografico stava alla base di molte delle sue opere: ad esempio Dichiarazione d’amore (1893), palesemente derivata da una foto d’epoca che ritraeva Veruda nel suo studio insieme a Ortensia Schimtz, sorella di Italo Svevo. Per quanto riguarda, poi, Nudo di schiena, come ha giustamente notato Claudia Crosera, è possibile stabilire una filiazione dal Nudo femminile visto di spalle di Mariano Fortuny y Madrazo a sua volta derivante da una fotografia preparatoria datata al 1900 circa.

 

Il tema del nudo femminile allo specchio presentato da Veruda proveniva senz’altro da una lunga e fortunata tradizione iconografica – si pensi alla Venere allo specchio di Rubens (1613) o alla Venere e Cupido di Velàsquez (1648) – filtrata, però, attraverso la lente di una visione nuova, più moderna della donna: non più Dea, creatura eterea e spirituale, ma individuo, persona in carne e ossa e lo specchio, simbolo della sua vanità, ora è anche metafora della sua autosufficienza, in quanto connesso alla ricerca di una propria identità.

 

La donna di Veruda è presente, concreta nella sua corporeità, ammaliante e seducente, di una seduzione che non è solo bellezza ma incanto erotico. Non a caso nel 1946 Remigio Marini, ripercorrendo il percorso artistico di Veruda, metteva a confronto: «da un lato Susanna o il nudo spirituale e dall’altro il Nudo grande o la carne monumentale […] Quanto Susanna è pittura fatta di spirito, tanto il Nudo grande è dipingere tutto senso e carne».

 

Nudo di schiena era, dunque, diventato l’emblema di un mutamento nella visione verudiana, mutamento che aveva riguardato la maniera dell’artista come aveva rilevato Benco già nel 1907: «in due parti, di dieci anni ciascuna, si deve dividere la sua vita d’artista, la prima va contrassegnata dall’esistenza di elementi audaci d’arte nuova, di espressione immediata di realtà, nel loro cozzo con un’arte preesistente; la seconda è quella dell’artista del tutto liberato, tutto sgombro, che non discute più sui limiti divisori fra la realtà e l’arte, ma segue naturalmente, fiduciosamente, la sua aspirazione verso ogni forma quale egli la vede nell’avvolgente poesia della luce, verso la qualità di luce che è propria e particolare di ogni materia», ed è a questa seconda parte della parabola verudiana che si riferiva ancora Marini nel ‘46 quando affermava che “in piena libertà e indipendenza estetica” l’artista traduceva “in italiano e veneziano i vitali insegnamenti dell’Ottocento francese”.

 

La Francia, e in particolare Parigi, era stata una delle mete predilette dei viaggi di Veruda: vi aveva soggiornato per la prima volta nel 1886 e poi ancora nel 1892, nel 1899 e nel 1903. A Parigi Veruda aveva visto le opere di Renoir, Degas, Corot, Cezanne; lì il suo occhio si era imbevuto di quegli elementi del nuovo linguaggio figurativo inaugurato dagli Impressionisti che maggiormente rispondevano alla natura del suo estro pittorico: il colore e la luce. Ma Parigi era stata anzitutto il luogo dello studio: Veruda era stato allievo di Borguereau e di Flery, ma, soprattutto, aveva frequentato a più riprese l’Académie Julian per perfezionarsi nel disegno.

 

A partire all’incirca dagli anni ‘90 dell’Ottocento, Veruda si era cimentato in numerosi studi di nudo femminili in atteggiamenti differenti, uno tra tutti Nudo femminile di spalle (1900) in cui la posa della modella – in piedi, di spalle – costituiva senz’altro un preambolo al grande Nudo di schiena.

 

La fascinazione per gli esiti dell’Impressionismo francese aveva prodotto nello stile di Veruda una evoluzione: la tavolozza si era schiarita, la pennellata – data per tocchi di colore puro giustapposti – era diventata rapida e nervosa. Questi elementi applicati allo studio della figura umana e alla ritrattistica – da sempre genere prediletto dell’artista – avevano prodotto esiti considerevoli con un effetto dirompente nel panorama artistico della Trieste di fine Ottocento: «Entrava con lui a Trieste l’impressionismo sfondando bruscamente le porte» avrebbe detto Benco nel 1922.

 

Per quanto riguarda Nudo di schiena e i suoi riferimenti all’Impressionismo francese è possibile, in qualche modo, rintracciarne delle reminiscenze nel dipinto di Berthe Morisot (1890) Devant la psyché: anche in questo caso è rappresentata una donna – stavolta seduta e seminuda - di spalle mentre si acconcia i capelli specchiandosi nella sua toletta, eseguendo con le mani un gesto molto simile a quello che si trova nella tela verudiana.

 

Mentre, però, lo stile della Morisot è più pacato: le pennellate più lunghe e fluide descrivono un’atmosfera opalescente in cui si staglia il corpo della donna sinuoso e languido; in Veruda, invece – complice anche una sorta di ibridazione degli elementi dell’impressionismo francese con le atmosfere terse e i colori baluginanti della pittura veneziana di fine Ottocento - «la magia del colore fresco, brillante, capricciosamente chiaro, elegantemente chiassoso, i contrasti di luce tagliente messa a tratti, a punti, a scatti di pennello […] l’indecisione studiata di ogni linea, d’ogni contorno, il vigore della demarcazione delle parti fisionomiche […]» rendono tutto molto più vivo, presente, concreto. «In quell’orgia di colore e di pennellata, in quell’abbaruffio forsennato di pieghe chiaroscurate a casaccio» «si sente quasi il piacere sensuale del pittore nel descrivere la carne […]».

 

Proprio osservando il corpo della donna della tela verudiana, si scopre che c’è qualcosa che va ben al di là della descrizione della sua anatomia: uno studio attento della resa degli effetti che la luce produce infrangendosi su di esso e “il mondo di Cezanne nei solenni e monumentali volumi nei quali si solidifica il colore” che manifesta lo sperimentalismo e l’evoluzione dell’estrema ricerca di Veruda in senso post-impressionista.

 

Nudo di schiena aveva avuto una grande fortuna non solo presso la critica ma anche presso quegli artisti triestini, contemporanei o di qualche anno più giovani del Veruda, che si cimentavano con il tema della donna nuda di schiena come Giovanni Zangrando (Trieste 1869-1941) – grande amico di Veruda, che ne aveva realizzato, nel 1899, anche un Ritratto oggi al Civico Museo Revoltella – che, come di consueto per gli artisti della sua generazione, si era formato a Monaco, Venezia e a Roma e che, all’incirca nel 1905 aveva realizzato un Grande nudo stante di schiena attualmente in collezione privata.

 

Il dipinto mostra sicuramente un riferimento al nudo del Veruda: vi si trova lo stesso movimento del piede destro leggermente discosto e arretrato rispetto al sinistro, che produce un leggero spostamento del fianco sinistro; lo stile, però, è già diverso e mostra quanto su Zangrando avevano agito l’influsso monacense e il clima delle Secessioni.

 

In definitiva pur essendo Nudo di schiena, dal punto di vista strettamente iconografico, non molto di più che la moderna evoluzione di un tema che aveva radici secolari, esso ha rappresentato, per quanto riguarda lo stile e la tecnica, uno degli esiti più originali della produzione del Veruda e ha contribuito a traghettare la cultura artistica italiana – e nella fattispecie triestina – verso l’elaborazione di un linguaggio artistico moderno.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Benco Silvio, Umberto Veruda, Trieste 1907.

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Tomassi Barbara (a cura di), La forma della seduzione. Il corpo femminile nell’arte del ‘900, catalogo della mostra, Electa, Milano 2014.

Weiermair Peter, Il nudo fra ideale e realtà; dal Neoclassicismo ad oggi, Artificio Skira, Bologna 2004.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]