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N. 93 - Settembre 2015 (CXXIV)

LA VENDETTA DI OTTAVIANO AUGUSTO
uso politico e propagandistico della ultio Caesari nell’ascesa del PrinciPE

di Francesco Ramagli

 


All’indomani delle Idi di Marzo del 44 a.C., mentre a Roma l’uccisione di Cesare portava la già tumultuosa situazione politica romana all’apice del caos, Gaio Ottavio, nipote del defunto dictator, si trova ad Apollonia, città lungo le coste dell’attuale Albania, dove soggiornava da alcuni mesi per completare i suoi studi in materia militare e per prepararsi alla spedizione che a breve si sarebbe mossa verso Oriente contro i Parti, in compagnia di alcuni tra i più fidati amici e commilitoni di Cesare come Agrippa e Salvidieno Rufo.


Una volta giunta la notizia del cesaricidio, Ottaviano si consulta in primo luogo con questi fidati, che gli suggeriscono di agire con assoluta prudenza, di rifugiarsi presso il leale esercito di stanza in Macedonia e di non tornare a Roma fino a che non fosse stato assolutamente certo che l’assassinio di Cesare non stesse riscuotendo il consenso generale. In questo modo avrebbe potuto garantirsi una protezione personale e, in tempi più sicuri, procedere alla vendetta di colui che, come svelò la lettura del testamento di Cesare, lo voleva come proprio figlio adottivo.        

Gli consigliarono anche di rinunciare all’adozione e all’eredità. Ma lui[Ottaviano] pensò che agire in quel modo, e non vendicare Cesare, sarebbe stato vergognoso”  
APP. Bell.Civ. 11, III

 

La madre Azia e i famigliari, in apprensione per l’incolumità di Gaio Ottavio, giovane e inesperto rispetto ai nemici che avrebbe dovuto affrontare a Roma, gli suggerirono perfino di rinunciare alla eredità paterna e di desistere dal commettere azioni avventate, invitandolo a riflettere sulla sorte toccata a Cesare stesso. Ma come ci indica Appiano nel passaggio sopracitato Ottaviano non rimane indeciso a lungo sul da farsi e, palesando in questo modo fin da subito le sue intenzioni, decide di attraversare lo Ionio e raggiungere Brindisi ma non prima di aver promesso all’esercito orientale, rimastogli fedele, che una volta giunto a Roma avrebbe sconfitto gli assassini del padre compiendo così la Ultio Caesaris.    


Fin dalle prime battute della sua ascesa politica quindi, Ottaviano Augusto decide di improntare sull’importante tematica della Ultio il suo ruolo nella nuova scena politica romana. La sua scelta non è certo casuale. Da buon comunicatore il futuro Principe conosce bene l’impatto emotivo che un tema come quello della Ultio può avere sulla popolazione romana essendo la vendetta di un padre assassinato, un’azione fortemente legata ad un concetto più amplio e al contempo fondamentale nella società della Roma Antica: quello della Pietas.


Nel concetto di Pietas si riassumevano una serie di atteggiamenti, riti e adempienze volte alla celebrazione e alla manifestazione del rispetto verso quelli che erano considerati come i princìpi capitali dell’identità culturale romana, in particolare a tre elementi considerati fondamentali. Si poteva quindi intendere come Pietas erga patriam l’atteggiamento di rispetto e assoluta dedizione verso lo stato e le sue istituzioni così come verso la storia dell’Urbe.

 

Con Pietas erga Deos i romani intendevano invece, oltre che al dovuto ossequio per le divinità e i loro ministri, l’importanza dello svolgimento dei rituali e, soprattutto, il mantenimento dei voti promessi agli Dei, principio sostanziale su cui si erigeva l’intero sistema religioso Romano. La Pietas erga Parentes riassumeva al suo interno l’amore, il rispetto e la difesa dei membri della famiglia, in particolare i genitori, con tutte le declinazioni che questi valori implicavano tra cui, appunto, la vendetta. La Pietas erga Parentes, per i Romani racchiudeva temi ancestrali legati al mito delle origini dell’Urbe, richiamando inevitabilmente nell’immaginario culturale collettivo, la fuga da Troia di Enea che portò in salvo l’anziano padre Anchise trasportandolo sulle proprie spalle.      


Ottaviano Augusto attraverso la Ultio Caesaris non intendeva quindi palesarsi solamente come il figlio bramoso di vendetta per la morte violenta del padre. Il Principe intendeva mostrarsi alla Roma Antica come il pragmatico difensore di tutti questi elementi atavici nella genetica culturale del popolo romano ma che ora, con la morte di Cesare, venivano a mancare. Il Dictator infatti non era semplicemente il padre adottivo di Ottaviano bensì il Pontefice Massimo in carica, per la cui uccisione vigeva la pena capitale, e al contempo un’istituzione dello Stato che, inoltre, aveva lasciato nel suo testamento ingenti fortune al Popolo di Roma a cui era sempre stato legato nella sua carriera politica e nel quale aveva sempre suscitato simpatie.    

      
Come vedremo, Gaio Ottavio agli albori della sua ascesa al Principato, utilizzerà l’espediente retorico della Ultio contro chiunque gli si opponesse, indiscriminatamente dalla posizione di quest’ultimo nei confronti di Giulio Cesare, strategia questa ben ritoccata nelle Res Gestae dove Ottaviano si autocelebrerà come colui che ha lecitamente ristabilito l’ordine nel caos morale della Res Publica, vendicando suo padre e castigando con la giusta punizione gli assassini traditori dello Stato.     

      
Le fonti letterarie e le prove archeologiche ci danno testimonianza di come, fin dal principio della sua carriera, il giovane Gaio Ottavio fece uso di ogni mezzo comunicativo per sottolineare il suo diritto di discendenza da Giulio Cesare, per palesare la sua volontà di mantenere una continuità politica (anche attraverso un sapiente uso rievocativo della semiotica) e per ricordare a tutti, ma soprattutto alla sua base elettorale formata dal popolo e dai veterani di Cesare, che i princìpi che animavano il suo spirito politico si sarebbero concretizzati nella Ultio paterna.            

 

La Ultio Caesaris nelle Res Gestae

 

“Qui parentem meum trucidaverunt,

eo sin exilium expuli iudiciis legitimis ultus eorum facinus,

et postea bellum inferentis reipublicae vici bis acie”

 

“Ho mandato in esilio coloro che hanno assassinato mio padre con procedimenti giudiziari conformi alle leggi, facendo vendetta del loro delitto, e dopo li ho vinti due volte in battaglia visto che muovevano guerra alla repubblica.

AUG. Res Gestae, II, 5  

 

La Ultio Caesaris appare fin dalle prime righe delle Res Gestae. Già nel secondo capitolo Ottaviano si premura di ricordare come la sua gloriosa ascesa al potere sia iniziata trionfalmente, in nome del suo totale rispetto della moralità e della legalità. Ottaviano Augusto però, ben conscio di quali fossero le macchie della sua iniziale fase politica, sceglie attentamente le parole per descrivere i fatti di quel periodo.

 

Apre il capitolo II delle Res Gestae identificando coloro che lo hanno spinto ad agire: gli assassini di suo padre. Ma per descrivere il reato da loro commesso non sceglie un verbo neutrale. “Trucidaverunt”(così come il successivo “facinus”) è un termine forte che esprime immediatamente l’efferatezza del gesto facinoroso di cui il padre, “Parentem meum”, è stato vittima. Procede precisando che la sua vendetta è avvenuta nel rispetto della legge “iudiciis legitimis” e che i colpevoli sono stati mandati in esilio “exilium expuli”.

 

Senz’altro questo è il passaggio più controverso del capitolo. In effetti il procedimento giudiziario attraverso il quale Augusto legittimò la guerra contro i cesaricidi, la Lex Pedia De Interfectoribus Caesaris (43 a.C.), venne emanata regolarmente. Come sappiamo però, Ottaviano Augusto ottenne il consolato marciando su Roma il 19 Agosto del 43 a.C. minacciando il Senato con il suo esercito in modo tale da estorcere il consolato, carica di cui mantenne la collegialità facendosi affiancare dal cugino Quinto Pedio il quale provvide poco dopo a promulgare tale provvedimento.

 

Il clima di tensione che la Legge Pedia portò a Roma raggiunse il suo apice pochi mesi dopo quando, con la nascita del secondo Triumvirato, vennero stilate le Liste di Proscrizione all’interno delle quali furono inseriti non solo i congiurati cesaricidi ma anche i nemici politici dei tre Triumviri. La marcia su Roma inoltre avvenne in un momento decisivo della Guerra di Modena. Ottaviano infatti, infastidito dal riconoscimento che il Senato e Cicerone avevano manifestato nei confronti di Decimo Bruto Albino e dalla negazione del Trionfo, decise di sfruttare il momento per lui favorevole come nuovo leader della fazione Cesariana Antiantoniana (in seguito alla morte di Irzio e Pansa) e di tornare in armi verso Roma, abbandonando così l’alleanza con il cesaricida.       


Dietro a quelle sintetiche ma accurate parole Ottaviano vuole quindi celare ai posteri l’onta e l’ipocrisia di molte delle decisioni da lui prese: l’appoggio ai cesaricidi nella Guerra di Modena, i suoi sfrontati cambi di rotta e, non meno importante, la vergogna per un provvedimento come le Liste di Proscrizione che, come vedremo, misero in discussione l’integrità di Ottaviano nei confronti della Pietas

      
Augusto al contrario mira a sottolineare di aver agito, oltre che legalmente, anche in nome della tanto decantata Clementia augustea: gli assassini del padre secondo quanto riportato dal Principe vennero semplicemente esiliati. Sappiamo in realtà che vennero trucidati a migliaia tra senatori e cavalieri, per non parlare del tradimento sopracitato della Pietas filiale.


Dopo aver ricordato il compimento della Ultio, Ottaviano afferma poi di aver sconfitto due volte i rimanenti assassini del padre poiché muovevano guerra contro la Repubblica (“bellum inferentis”, “vici bis”). In questo caso Augusto fa riferimento alle guerre intestine che si svolsero negli anni dal suo approdo sulla scena politica romana fino alla svolta della battaglia di Filippi durante la quale, sebbene in realtà il merito della vittoria fu sostanzialmente di Marco Antonio, puntualmente omesso, vennero sconfitti e persero la vita gli ultimi due leader filorepubblicani, Bruto e Cassio.     

                  

“In privato solo Martis Ultoris templum forumque Augustum ex manibiis feci. Theatrum ad aedem Apollinis in solo magna ex partea privatis empto feci, quod subnomine M.Marcelli generi mei esset”        
 
“Sul suolo privato ho costruito il tempio di Marte Ultore e il Foro di Augusto con il bottino di guerra. Ho costruito il teatro presso il tempio di Apollo, che doveva portare il nome di mio genero, Marco Marcello sul terreno acquistato in gran parte da privati”           
AUG. Res gestae, XXI,1

 

Fu proprio in occasione della imminente battaglia di Filippi che Ottaviano Augusto pronunciò un voto a Marte Ultore, promettendo al dio della guerra un tempio grandioso se gli avesse concesso di concretizzare la sua vendetta. Ovidio nei suoi “Fasti” riporta in questi versi la preghiera con cui Ottaviano avrebbe offerto il suo voto:           

“Ille manus tendens,hinc stanti milite iusto, hinc coniuratis, talia dicta dedit: «Si mihi bellandi pater est Vestaeque sacerdos auctor, et ulcisci numen utrumque paro, Mars, ades et satia scelerato sanguine ferrum, stetque favor causa pro meliore tuus. Templa feres et, me victore, vocaberis Ultor». Voverat, et fuso laetus ab hoste redit”.

 

“Da questa parte stavano le giuste schiere e di là i congiurati, ed egli così disse tendendo i palmi al cielo: «Se il padre mio e pontefice di Vesta vuole che combatta, e se io mi accingo a vendicare e l’uno e l’altro nume, o Marte assistimi e sazia le spade con il sangue perverso e vada il tuo favore alla causa più giusta. Avrai un tempio e, se vinco il nome di Vendicatore».
Fece il voto e tornò lieto, vinti i nemici.”      
OV. Fasti, V, 571-578

 

Nel capitolo XXI,1 delle Res Gestae in cui Ottaviano menziona il Tempio a Marte Ultore, il Principe si ribadisce come artefice della definitiva Ultio Caesaris attraverso la costruzione del tempio; non solo: la vendetta non era più dovuta esclusivamente alla figura del padre e del Pontefice Massimo, ma anche ad un dio dal momento che Cesare, con un’abile mossa propagandistica dei Triumviri, era stato divinizzato nel 42 a.C.         


Tuttavia Ottaviano non si limita a questo. Sottolinea infatti che la costruzione del Tempio, oltre ad essere avvenuta presso suolo privato e insieme al Foro di Augusto, è stata finanziata “ex manubiis”,quindi con i bottini delle guerre e dei popoli da lui sottomessi. Come vedremo in seguito, il Tempio a Marte Ultore si inserisce come punta di diamante all’interno del complesso comunicativo organizzato da Ottaviano nello spazio del Foro Augusteo. Il Tempio non è la semplice consacrazione di un voto al dio della guerra, bensì la celebrazione della vendetta resa possibile dal volere di Marte stesso attraverso la persona di Augusto.

 

La Pietas Filiale come strategia retorica

 

Nelle Res Gestae dunque, Ottaviano non manca mai di ricordare come le sue azioni e scelte politiche fossero spinte dalla assoluta dedizione alla Pietas, alla Clementia, alla Iustitia e alla Virtus. Ma la sua accorata battaglia per questi valori, perfettamente in linea con la sua volontà di ripristinare l’ordine del Mos Maiorum, pur essendo costante e focale all’interno del suo messaggio propagandistico, non fu altrettanto coerente.           


Il Principe infatti, dal momento della sua comparsa sulla scena politica, utilizzerà il concetto della Pietas Filiale come proprio valore positivo volgendo la punta di questa efficace arma contro ogni nemico gli si contrapponesse, in modo sfrontatamente arbitrario.      


In questa prima stagione politica di Ottaviano Augusto è possibile individuare tre differenti metodi di impiego del tema della Ultio Caesaris.     


Il primo lo vede come il legittimo erede di Cesare che ha il diritto, ma soprattutto il dovere morale, di portare a termine le vendetta del padre ucciso brutalmente. Questo espediente dialettico, che pone l’accento sul rispetto della Pietas da parte di Ottaviano, è quello più sfruttato dal Principe per irretire la base politica fedele al Generale, costituita principalmente dai legionari e da alcuni filocesariani, delusi e oltraggiati dalla decisione del console Marco Antonio di raggiungere una mediazione con i cesaricidi.

 

In effetti Augusto annuncia la Ultio come suo obbiettivo primario alle legioni stanziate a Oriente presso le quali viene raggiunto dalla notizia della morte del padre. Ribadisce la promessa ai veterani di Cesare in Campania per convincerli a formare il suo privato esercito di Evocati (offrendo loro inoltre 500 dracme e il mantenimento delle stesse promesse fatte dal Dictator).

 

È anche la forza delle sue adlocutiones, così come di quelle degli altri Triumviri, alle truppe in occasione della Battaglia di Filippi ed è la base di tutto il suo piano propagandistico contro Sesto Pompeo, all’interno del quale porrà l’accento sulla “Ultio Generazionale” tra lui e il figlio dell’eterno rivale di Cesare. In effetti entrambi i protagonisti di questa sfida generazionale si giocavano in quel confronto buona parte della loro credibilità politica che, se pur avversa, presentava molti aspetti in comune.

 

Entrambi sono giovani ed ambiscono alla leadership delle rispettive fazioni ma soprattutto entrambi mirano alla vendetta del padre (che in ambedue i casi ricopriva una carica istituzionale religiosa: Gneo Pompeo era un Augurato ai tempi della sconfitta di Farsalo). Sesto Pompeo sebbene fosse all’oscuro del cesaricidio ne trae comunque un beneficio poiché il Senato lo nomina Praefectus et Orae Marittimae affidandogli di fatto l’intera flotta del Mediterraneo.

 

Lo scontro propagandistico tra i due verterà principalmente sul tema della Pietas Paterna. Nelle monete di quel periodo entrambi fanno raffigurare il proprio volto barbuto, dettaglio che nella simbologia romana rimandava immediatamente alla trasandatezza dovuta alla sofferenza per la vendetta ancora da compiersi.

 

Sempre nella simbologia numismatica, sul retro delle loro monete i due ricorrono a immagini inequivocabilmente legate alla memoria del padre o ad un mito evocativo come Enea che trasporta Anchise o, nel caso di Sesto Pompeo, il mito dei Pii Fratres di Catania che trasportarono i genitori in spalla per salvarli da un’eruzione dell’Etna. Sebbene Augusto riuscì a prevalere militarmente sulla fazione Pompeiana, non uscì altrettanto trionfante dallo scontro propagandistico con Sesto.

 

A mettere in difficoltà l’efficacia comunicativa del messaggio di Ottaviano furono le Liste di Proscrizione. Sesto fu molto abile nel proporsi come salvezza per i proscritti come riporta Appiano in questo passaggio: “La maggior parte dei proscritti andava in Sicilia a causa della sua vicinanza all’Italia poiché Pompeo li accoglieva benevolmente. Pompeo infatti dimostrò zelo ammirevole e tempestivo verso gli sfortunati, inviando messi che offrivano ai salvatori dei proscritti, sia schiavi che liberi, il doppio della ricompensa che era stata loro offerta per ucciderli” APP. Bell.Civ. V, 15

 

Fu altrettanto scaltro nell’accusare Ottaviano di Impietas, poiché con le Liste tradiva gli stessi valori che affermava di amare e voler difendere. La crisi sociale, dovuta alle denunce degli schiavi verso i padroni proscritti, ma soprattutto la crisi morale, poiché i figli e i famigliari dei proscritti si videro obbligati dall’austerità del provvedimento a denunciare i loro stessi padri, gesto ignobile per la cultura di Roma, furono le armi con cui Sesto Pompeo affrontò Ottaviano.

 

L’imbarazzo di quest’ultimo per quanto riguarda questo periodo del suo cursus è ben reso dalla celerità con cui il Principe liquida la figura di Sesto Pompeo e della guerra contro di lui nelle Res Gestae (XXV,1):                   
Ho pacificato il mare liberandolo dai Pirati”.       
 

Differente è l’iniziale atteggiamento propagandistico di Ottaviano nei confronti del rivale Marco Antonio. Augusto, se nella sua prima strumentalizzazione della Ultio si dipinge come il deciso futuro artefice della vendetta, contro Marco Antonio assume altri toni.

 

Ben conscio che la base politica cesariana, soprattutto quella militare, pur contrariata da Antonio, non avrebbe visto di buon occhio un aperto attacco contro il console comunque fedele a Cesare, Ottaviano decise di mantenere un profilo basso, quasi remissivo lasciando che fosse lo stesso Console, forte e sicuro della propria esperienza e pubblicamente avverso al riconoscimento dell’eredità di Ottaviano, ad offrirgli la possibilità di apparire come vittima, come un figlio cui veniva negato il diritto di portare giustizia e memoria al padre ucciso.

 

D’altronde Ottaviano non poteva permettersi ancora un confronto politico con Antonio, più esperto sia delle dinamiche militari che di quelle politiche. L’accusa che il suo rivale gli mosse costantemente in ogni momento del loro scontro politico mirava a colpire il giovane sui suoi punti deboli come la giovane età e la discutibile eredità ottenuta da Cesare con frasi come questa: “Et tu, o puer, qui omnia nomini debes…” CIC. Phil. XIII, 24           


Se nello scontro propagandistico subito antecedente alla battaglia aziaca Ottaviano risponde a tono alle accuse di Antonio, sottolineandone per esempio l’abbandono del decoro del Mos, la “sregolatezza” del suo stile di vita in Oriente e contrapponendosi a lui come campione di romanità, nel suo esordio subisce gli atteggiamenti astiosi del console senza reagire attivamente, scegliendo così una strategia più sottile che gli permise di guadagnarsi fin da subito le simpatie del popolo e dei filocesariani.

 

Un episodio che ben esemplifica le dinamiche appena descritte è quello che occorse tra i due rivali nel luglio del 44 a.C. in occasione dei Ludi Victoriae Caesaris, istituiti per le vittorie militari del Generale. Ottaviano si propone di organizzare a proprie spese questa commemorazione del padre e di esporre il seggio e la corona aurei che il Senato aveva concesso a Cesare in occasione di eventi e spettacoli pubblici, solitamente tenuti nei teatri per accogliere la folla numerosa che vi si presentava regolarmente.

 

Marco Antonio però, infastidito dalla iniziativa di Ottaviano, anche in considerazione del fatto che tali eventi erano solitamente organizzati da magistrati annuali, glielo vieta. Il futuro Principe rispetta la posizione di Antonio senza protestare ma: “Quando entrò nel teatro, il popolo lo applaudì a lungo e i soldati di Cesare, indignati perché gli si impediva di rinnovare gli onori in memoria del padre morto, indicandolo a dito, rinnovarono gli applausi durante tutto lo spettacolo”. NIC.DAM. FGrHist F 130, 108
 
Ottaviano decide in seguito a questa pubblica manifestazione di solidarietà da parte del popolo e soprattutto dei militari, di fare un uso paradigmatico nelle sue contiones della sofferenza causatagli da Antonio con la proibizione di offrire la giusta memoria al padre:
“Egli rivelò loro qual era lo stato delle cose e richiamò l’attenzione dei soldati sul fatto che suo padre fosse bersaglio di insidie.[…]la popolazione lo ascoltava assai volentieri e con simpatia. Provava compassione di lui e spesso gridava di farsi coraggio, dicendo che gli avrebbe prestato aiuto incondizionato e non si sarebbe data pace finché non gli fosse riconosciuta la dignità paterna”.
NIC.DAM. FGrHist F 130, 136

 

Augusto infine seppe strumentalizzare la Ultio anche, paradossalmente, nel dialogo politico con quella fazione che, teoricamente, avrebbe dovuto combattere, per lo meno in parte: la fazione senatoria. In questa fase politica il Principe decide di palesare platealmente la sua rinuncia alla Ultio erga Patrem per garantire prima di tutto la Ultio erga Patriam.         


Dopo aver radunato il suo esercito di Evocati, Ottaviano scrive a Cicerone per offrire a lui, al Senato e a Pansa il servizio dei suoi militari, atteggiamento questo che insospettisce il politico arpinate: “In un solo giorno mi sono state recapitate due lettere insieme da parte di Ottaviano, che ora mi invita a recarmi immediatamente a Roma, dicendo che vuole agire attraverso il senato. […] Ma egli aggiunge «con il tuo consiglio». Perché farla tanto lunga? Egli esercita pressioni, però io mi prendo una pausa di riflessione. Non ho fiducia nella sua età, ignoro da quali intenzioni sia animato.[…]A Varrone dispiace proprio il progetto del ragazzo, a me no. Dispone di truppe valide e potrebbe avere dalla sua parte Bruto. Svolge le sue azioni alla luce del sole e a Capua forma le centurie dei suoi soldai e dà loro il soldo. Da un momento all’altro vedo scatenarsi la guerra”.
CIC. Att. XVI, 9         

 

Cicerone, nonostante gli iniziali dubbi su quanto le intenzioni di Gaio Ottavio fossero fededegne, decide di accettare l’offerta dando il via all’alleanza che lo stesso Principe si guarderà bene di ricordare nelle sue future memorie. 


Cicerone e il Senato decisero di legarsi all’esercito di Evocati Ottavianeo perché vedevano in questo un forte contributo al già forte esercito di Decimo Bruto, l’altro loro alleato. Con la guerra porte era necessario prepararsi a combattere l’esperienza e la forza militari di Marco Antonio e di Marco Emilio Lepido. Ma se Cicerone fu lungimirante nel prevedere la guerra, non lo fu altrettanto nel valutare le posizioni di Ottaviano. Durante le sue Filippiche, oltre a pronunciarsi aspramente contro Antonio, Cicerone descrisse con molta enfasi l’abnegazione del giovane Cesare. Queste parole però non gli furono sufficienti per salvarsi dalle Liste di Proscrizione che seguirono gli accordi Triumvirali tra Ottaviano, Antonio e Lepido:

 

“Caesar, singulari pietate adulescens, poterit se tenere, quin D.Bruti, sanguine poenas patrias persequatur? […] Quo maior adulescens Caesar maioreque deorum immortalium beneficio rei publicae natus est, qui nulla specie paterni nominis nec pietate abductus umquam est et intellegit maximam pietatem conservatione patriae contineri”.

 

“Cesare, questo giovane dotato di così straordinaria pietà filiale, come potrà trattenersi dal cercare nel sangue di decimo bruto la vendetta per l’uccisione di suo Padre? […] Tanto più grande si è dimostrato il giovane Cesare! Tanto più è apparso predestinato, per la volontà degli Dei, al bene della Repubblica! Senza lasciarsi deviare da falso pretesto del nome paterno, da senso di pietà filiale, egli ha compreso che il più alto senso di pietà è quello che vuole salvia la patria”. CIC. Phil. XIII, 46

 

Il Tempio a Marte Ultore

 

Come abbiamo visto in precedenza tramite il passaggio dei Fasti di Ovidio, all’incombenza della decisiva battaglia di Filippi, Ottaviano pronunciò un solenne voto a Marte offrendo alla divinità un tempio che avrebbe celebrato, oltre che il compimento della Ultio, le vittorie e le guerre trionfali:

 

“Aedem Martis bello Philippensi pro ultione paterna suscepto voverat; sanxit ergo, ut de bellis triumphisque hic consuleretur senatus, provincias cum imperio petituri hinc deducerentur, quique victores redissent, huc insignia triumphorum conferrent”      

“Riguardo al tempio di Marte, Augusto fece voto di costruirlo quando, con la battaglia di Filippi, si era vendicato della morte di Cesare; stabilì che il Senato deliberasse in questo tempio quello che riguardava le guerre e i trionfi, che da qui partissero tutti quelli che dovevano partire per le province con incarichi di comando e che coloro che tornavano vincitori portassero qui le insegne dei loro trionfi”
. SUET. Aug.29

 

Sebbene la vittoria contro i cesaricidi avvenne già nel 42 a.C., la costruzione di un’opera di tale mole venne avviata soltanto dopo la resa dei conti di Azio, probabilmente tra il 30 e il 27 a.C. Augusto in effetti, soprattutto nell’area occidentale dell’Impero, fu sempre molto accorto e cauto nella promozione di opere autocelebrative, ben conscio di come certe iniziative fossero state fino ad allora accolte dalla popolazione di Roma.

 

Tuttavia non rinunciò alla consueta strumentalizzazione propagandistica dei messaggi intriseci alle immagini della mitologia e della storia della città, mediando attraverso di essi un continuo riferimento alla sua gloria e ai suoi successi personali.

 

Esempio lampante di questo meccanismo è la strumentalizzazione di una seconda vendetta di cui Ottaviano si fa artefice: la restituzione all’Urbe delle insegne legionarie sottratte dai Parti a Crasso nella Disfatta di Carre. Per ottenerle Ottaviano si reca personalmente in Oriente dove, più con intenzioni diplomatiche che bellicose, riuscì ad accordarsi con Re Fraate IV che, in cambio dell’abbandono del suo territorio da parte delle legioni, restituì i vessilli e i prigionieri a Tiberio.

 

Ottaviano ricorda nelle Res Gestae questa vicenda, frutto appunto di un accordo diplomatico, come un grande trionfo degno della gloria di Roma:

 

“Parthos trium exercitum Romanorum spolia et signa reddere mihi supplicesque amicitiam populi Romani petere coegi. Ea autem signa in penetrali quod est in templo Martis Ultoris reposui”

 

“Ho costretto i parti a restituirmi le spoglie e le insegne di tre eserciti romani e a chiedere supplice le amicizie del popolo romano. Ho poi deposto quelle insegne nel penetrale che è all’interno del tempio di Marte Ultore”. AUG. Res Gestae, XXIX, 2

 

Inaugurato nel 2 a.C. il Tempio andava a completare la scenografia monumentale dell’intero Foro Augusteo, assieme al quale costituiva una sorta di museo a cielo aperto dei trionfi e della storia di Roma.    


Chi entrava nella piazza veniva letteralmente immerso in una enorme celebrazione della civiltà romana, circondato dalle statue dei Summi Viri dell’Urbe, inseriti nelle nicchie e nelle esedre del porticato perimetrale, tutti legati in un modo o nell’altro alla figura del Principe. Tra questi spiccavano Enea, fondatore di Roma e padre della Gens Iulia, nella consueta plasticità della fuga da Troia con Anchise sulle spalle, e Romolo con le celebri spolia opima.     


Dall’alto del podio su cui si ergeva, il Tempio si inseriva come elemento prominente dell’intero complesso. La sua imponente facciata ottastila culminava nell’elaborato frontone che, come segnala Paul Zanker, probabilmente “produceva nell’animo del visitatore l’effetto più forte”: la decorazione, riportata in un rilievo dell’Ara Pietatis Augustae, rappresentava al centro un Marte barbuto (in richiamo al suo ruolo di Ultor), alla sua destra sedeva Venere (da cui la gens Iulia vantava divine discendenze) e alla sua sinistra era riconoscibile la Dea Fortuna. Accanto a Venere era presente Romolo, rappresentato durante l’ottenimento dell’augurium augustum. Il frontone si chiudeva ai suoi estremi con la personificazione del Palatino a sinistra e la rappresentazioni della Dea Roma e del fiume Tevere a destra.


Fondamentalmente la costruzione del Tempio a Marte Ultore e del Foro, offriva a Roma una grandiosa celebrazione della sua storia e della gloria del Principe che in questo modo annunciava la vendetta compiuta ma, soprattutto, la conquista del mondo intero e poteva così concretizzare nella pietra, le parole e le promesse con cui si era presentato al popolo romano, all’alba della sua ascesa al potere.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

G. Cresci Marrone, Pietas di Ottaviano e pietas di Sesto Pompeo in Temi augustei: Atti dell’incontro di studio,

Venezia 5 giugno 1996, a cura di G.Cresci Marrone, Hakkert, Amsterdam 1998

R. Mangiameli, Tra Duces e Milites: Forme di comunicazione politica al tramonto della Repubblica,

Eut Edizioni, Trieste 2012

C. Perassi, Monete romane dell’età repubblicana, Milano 1998

C. Perez, Monnaie du pouvoir, pouvoir de la monnaie. Une pratique discursive

originale: le discours figuratif monétaire (1er s. av.J.C. - 14 ap. J.C.), Paris 1986.

La monnaie a Rome a la fin de la Republique. Un discours en images, Paris 1989.

L.Ungaro, Il Foro di Augusto, in Il museo dei Fori imperiali nei Mercati di Traiano, a cura di M.P. Del Moro,

Electa, Milano 2007

P.Wallmann, Münzpropaganda in den Anfängen des Zweiten Triumvirats (43/42 v. Chr.), Bochum 1977

P. Zanker, Il Foro di Augusto, Fratelli Palombi Editori, Roma 1984



 

 

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