[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 217 / GENNAIO 2026 (CCXLVIII)


ambiente

IL TRICHECO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia Cesarini Argiroffo

 

Il tricheco è un grosso Mammifero Carnivoro marino Pinnipede degli Odobenidi (Odobenusrosmarus), della regione circumpolare artica. In generale presenta un corpo tozzo, massiccio e pesante, un manto bruno, un muso corto, labbro superiore munito di vibrisse lunghe e spioventi a setola sensibilissime. Ha due canini superiori a zanna, grandi e sporgenti che usa ad esempio per mangiare, nei combattimenti e per trascinare il proprio corpo sulla terraferma quando esce dall’acqua. Il suo habitat è nelle acque poco profonde della piattaforma continentale oceanica,nei mari artici e subartici. Trascorre gran parte del suo tempo sulla banchina, sotto la quale trova vari organismi marini di cui si nutre e tra questi anche molluschi bivalvi bentonici (soprattutto vongole) di cui è particolarmente goloso. Non è un animale che nuota veloce e non si spinge in gran profondità ma è un vigoroso tuffatore,infatti le sue grandi pinne lo aiutano in questo scopo.

 

I trichechi sono animali poligami, molto gregari e che vivono in gruppo. Compiono migrazioni anche molto lunghe e difficili. In particolare il tricheco è il Pinnipede con il più basso tasso riproduttivo, le femmine partoriscono al massimo una volta ogni due anni. I cuccioli sono già in grado di nuotare fin dalla nascita e le madri li allattano per un anno e anche se svezzati restano con la madre fino all’età di 3-5 anni. Gli antenati dei trichechi erano mammiferi terrestri a quattro zampe, poi con l’evoluzione hanno subito l’adattamento all’ambiente acquatico. Infatti hanno in parte perduto la facoltà di muoversi agilmente sulla terraferma anche se sono in grado di usare tutte e quattro le zampe palmate per nuotare. Il tricheco vive piuttosto a lungo e si considera una specie chiave dell’ecosistema marino artico. Infatti è positiva la sua abitudine alimentare di dragare sul fondo marino smuovendone il substrato, la cosiddetta “biturbazione”. Ciò fa sì che si rilascino nutrienti nella colonna d’acqua e questo spinge molti organismi a spostarsi, incrementando così la discontinuità del benthos. Gli unici suoi due nemici naturali sono l’orso polare e l’orca.

 

Il termine ”tricheco” deriva dal greco antico thríx, cioè “peli” ed échō, ovvero “ho”, in riferimento alle lunghe vibrisse di questo animale. Infatti anche oggigiorno si suole chiamare una persona “tricheco” alludendo ai suoi baffi lunghi e sporgenti. Seppure definire un individuo con il nome di questo animale può anche far riferimento alla sua somiglianza nella struttura fisica, pesante e tozza. Il termine scientifico di questo pinnipede, dal latino Odobenusrosmarus significa “Cavallo marino che cammina sui denti” facendo riferimento alla sua abitudine di trascinarsi con le zanne sulla terraferma quando esce dall’acqua.

 

Nell’Antichità il tricheco ha ricoperto un ruolo importante soprattutto per le popolazioni dell’Europa settentrionale. In particolare nella simbologia degli Antichi Germani del Nord questo animale condivideva il suo significato in parte con quello della balena e in parte con quello della foca.Quest’ultima infatti, come il tricheco, era in grado di vivere tanto nell’acqua quanto sulla terraferma. Di conseguenza era a suo agio in due diverse dimensioni dell’essere. Il suo rapporto con la terra era tuttavia temporaneo, quasi casuale, sfuggente a qualsiasi controllo. Il mare invece era per leiun sicuro rifugio ma al contempo un luogo inquietante,un mondo infero e dimora di mostri ed esseri sovrannaturali. Di conseguenzala foca come il tricheco potevano essere rivelatori di segreti per questa loro capacità di muoversi in due dimensioni.Il mare però,come sopracitato, si poteva intenderein maniera non positiva,come “altro mondo” in cui a volte hanno dimora i defunti e più spesso esseri sovrannaturali di varia natura.Tale simbologia negativa lacondivideva con la balena, che di solito si considerava un mostro minaccioso e portatore di cattivi presagi. A tal proposito nella mitologia degli Antichi Germani del Nord, ad esempio,in una saga si riferiva di una strega di nome Þórveig che apparve sotto le sembianze di un tricheco pur restando riconoscibile dallo sguardo. Infatti proprio una ferita inferta all’animale ne svelò il suo vero aspetto.

 

Invece, in un episodio di un’altra saga, si riportava di un uomo malvagio ch’apparve con le sembianze di un tricheco assai pericoloso. Altre persone esperte in magia, però,trasformatesi anch’esse sotto forma di questo pinnipede lo attaccarono, sconfiggendolo. Si riteneva che un coltello di denti di tricheco e una cintura dello stesso materiale fossero gli oggetti posseduti da donne dotate di poteri stregoneschi. Il termine rostungr maschile significava “tricheco” e si usava anche fra i soprannomi.

 

Questo animale ha giocato un ruolo importante nella cultura di molti popoli nativi artici, che lo cacciavano per la carne, il grasso, la pelle, le zanne e le ossa. Infatti, per le popolazioni antiche indigene degli Eschimesi, il tricheco ricopriva un ruolo essenziale nella loro vitain quanto forniva loro materia prima, garantiva loro la sopravvivenza e per ciò lo veneravano. Questo animale per queste popolazioni simboleggiava abbondanza, protezione e sopravvivenza comunitaria.

 

Pertanto il tricheco giocava un ruolo fondamentale anche nella religione e nel folklore di molti popoli artici. Infatti questo animale compariva in molte leggende e miti, oltre al fatto che la pelle e le ossa di questo pinnipede si impiegavano anche in alcune cerimonie. Per esempio, un mito chukchinarrava del vecchio tricheco dalla testa di donna che dominava il fondo del mare, che a sua volta era in stretta relazione con la dea inuit,Sedna.  Inoltre in Alaska e in Čukotkasi credeva che l’aurora boreale fosse un mondo abitato dagli uomini uccisi con violenza, i cui raggi cangianti rappresentavano le anime dei deceduti che giocavano a palla con la testa di un tricheco.

 

Nel Europa del Medioevo il tricheco dei bestiari non si descriveva come un mostro ma come un cavallo marino (equusmarinus). Si considerava grande come un “elefante di mare”, placido e gregario. Si sapeva che fin dall’Antichità i popoli del Nord Europa ne utilizzavano la carne, il lardo, le ossa e la pelle e grazie a questi prodotti era ritenuto un dono di Dio. Nel Medioevo europeo esistevano numerosi ammaestratori di animali che si spostavano di fiera in fiera e di mercato in mercato. Tra una fauna relativamente diversificata, gli animali in questione si consideravano delle “star” e tanti spettatori affluivano anche da molto lontano per ammirarli. Attualmente non si hanno ancora precise informazioni sulla struttura, l’organizzazione e le pratiche degli animali nei serragli. Si sa sicuramente però che alcuni serragli erano fissi e altri itineranti. Alcuni erano accessibili solo dal principe e dal suo entourage, mentre altri erano aperti al pubblico, se non altro in determinate occasioni. In alcuni serragli erano presenti animali vivi, mentre in altri erano imbalsamati, impagliati o vi erano parti di animali (pelli, peli, ossa, eccetera) e che costituivano dei tesori laici o ecclesiastici. Quindi accanto a modesti serragli ambulanti esistevano anche serragli di maggiori dimensioni, spesso stabili o talvolta itineranti. Nell’Europa medievale simili serragli costituivano sempre dei segni di potere, lo erano già nell’Antichità e lo rimarranno fino all’epoca moderna. A lungo, solo i re, i grandi signori e alcune abbazie furono in grado di mantenerli. A partire dal XIII secolo, alcune città, parecchi capitoli e alcuni ricchi prelati li imitarono. Non si trattava soltanto di adattare e di soddisfare la curiosità del pubblico avido di vedere bestie feroci o insolite, ma di mettere in scena emblemi e simboli viventi che solo i più potenti potevano comprare, nutrire, offrire e scambiare. In questo senso ogni serraglio era un “tesoro”.

 

Ciò ch’è certo è che alla fine del Medioevo tra gli animali esotici dei serragli più in voga e più ricercati c’erano anche quelli nordici, tra cui spiccavano i trichechi. L’avorio pera un materiale diverso da ogni altro. Esso era altrettanto raro e ricercato dell’oro e delle pietre preziose, ma ancora più notevole per le sue proprietà fisiche, le virtù medicinali e talismaniche. Numerosi testi ne esaltavano la bianchezza, la durezza, la purezza e l’inalterabilità. Diverse testimonianze sottolineavano come questo materiale si considerasse alla stregua di un animale vivente. Dietro l’avorio era sempre presente l’animale, con la sua storia, la sua leggenda e la sua mitologia. Si poteva ricavare dalle zanne dell’elefante, ma anche dai denti di altri animali, tra cui anche il tricheco. Quest’ultimo tra l’altro era molto ricercato forse anche a causa della sua simbologia positiva. Ciascuno di questi animali aveva i suoi propri caratteri simbolici e produceva un avorio specifico. L’utilizzo del tipo di avorio nel Medioevo era legato a innegabili problemi geografici, di prezzo, di disponibilità e quindi al suo commercio. Infatti,ad esempio,si lavorava l’avorio di tricheco soprattutto nel Nord Europa mentre l’avorio d’elefante più nell’Europa del Sud. I medievali valutavano questo materiale anche in base alle diverse proprietà fisiche e chimiche di ogni tipo d’avorio (dimensioni, curvatura, porosità o durezza della grana, delicatezza di levigatura, diversità delle patine ottenute, eccetera). Infine intervenivano anche considerazioni d’ordine simbolico, tratte dai bestiari e dalla letteratura zoologica dell’epoca. In generale nel Medioevo gli animali erano molto presenti nella sensibilità e nell’immaginario delle persone.

 

Infatti, come notava lo storico Pastoureau, è un peccato che spesso i ricercatori trascurino e cerchino così raramente d’identificare gli animali che si nascondono dietro gli avori da essi studiati. Di conseguenza oggigiorno al riguardo si hanno ancora poche informazioni. Comunque ciò ch’è certo è che l’avorio non è mai monocromo e tanto più non lo era all’epoca. Non soltanto il materiale può mostrare nella gamma dei bianchi dalle più diverse sfumature ma anche mostrare poi nel corso del tempo ogni sorta di patina, soprattutto per la consuetudine medievale di dipingere o dorare gli oggetti in avorio. Oggi bisogna ricordare che gli avori medievali si presentano con le modifiche del tempo, vale a dire il più delle volte appaiono privi di colorazione e non come si produssero all’epoca, ossia policromi. Anche se molti oggetti o pezzi (ad esempio degli scacchi) in avorio giunti sino a noi mantengono tuttavia tracce minime di scaglie d’oro, di pittura rossa o altro ancora. Nel Medioevo era consuetudine tagliare in avorio i pezzi degli scacchi di gran pregio, erano quelli che di solito si mostravano ma con i quali non si giocava, o solo raramente. Si riteneva che questi materiali conservassero qualcosa di selvaggio e che introducessero sulla scacchiera una certa idea d’impeto e di forza. Quindi giocando con simili pezzii partecipanti volevano anche dominare simbolicamente la partita.

 

Tra il XIX secolo e gli inizi del XX secolo, a causa della caccia e del pesante sfruttamento commerciale per ricavare il grasso e l’avorio dai trichechi, il numero di esemplari di questi animali diminuì rapidamente. Da allora la popolazione è nuovamente aumentata, sebbene quelle dell’Atlantico e del mare di Laptev siano poco numerose rispetto a un tempo. Il tricheco a causa del suo buffo aspetto caratteristico ha ispirato nei secoli anche la cultura popolare di popoli lontani dal suo habitat. Attualmente il tricheco è simbolo di famiglia, di forza, di difesa, di protezione, di comunità, di cooperazione, di transizione e di saggezza. Oggigiorno le persone che s’ispirano allo Spirito Guida Tricheco tendono a essere protettive, leali, affettuose, cooperative, amanti della famiglia, flessibili nel comportamento, sagge e fiduciose.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Carrington, Richard, e dai redattori di LIFE, I Mammiferi, Mondadori Editore,Milano 1965.

D’Ancona, Umberto, Zoologia, Scienze UTET Editore, Torino 1978.

Isnardi, Gianna Chiesa, I miti nordici, Longanesi Editore, Milano 1991.

Pastoureau, Michel, Animali celebri, Giunti Editore, Firenze-Milano 2010.

Pastoureau, Michel, Medioevo simbolico, Laterza Editore, Bari-Roma 2007.

Ruiz, José, Animali sciamanici di potere, Il Punto d’Incontro Editore, Vicenza 2022.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]