IL
TRICHECO E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia
Cesarini Argiroffo
Il tricheco è un grosso Mammifero
Carnivoro marino Pinnipede degli
Odobenidi (Odobenusrosmarus),
della
regione circumpolare artica. In
generale presenta un corpo tozzo,
massiccio e pesante, un manto bruno,
un muso corto, labbro superiore
munito di vibrisse lunghe e
spioventi a setola sensibilissime.
Ha due canini superiori a zanna,
grandi e sporgenti che usa ad
esempio per mangiare, nei
combattimenti e per trascinare il
proprio corpo sulla terraferma
quando esce dall’acqua. Il suo
habitat è nelle acque poco profonde
della piattaforma continentale
oceanica,nei mari artici e
subartici. Trascorre gran parte del
suo tempo sulla banchina, sotto la
quale trova vari organismi marini di
cui si nutre e tra questi anche
molluschi bivalvi bentonici
(soprattutto vongole) di cui è
particolarmente goloso. Non è un
animale che nuota veloce e non si
spinge in gran profondità ma è un
vigoroso tuffatore,infatti le sue
grandi pinne lo aiutano in questo
scopo.
I trichechi sono animali poligami,
molto gregari e che vivono in
gruppo. Compiono migrazioni anche
molto lunghe e difficili. In
particolare il tricheco è il
Pinnipede con il più basso tasso
riproduttivo, le femmine
partoriscono al massimo una volta
ogni due anni. I cuccioli sono già
in grado di nuotare fin dalla
nascita e le madri li allattano per
un anno e anche se svezzati restano
con la madre fino all’età di 3-5
anni. Gli antenati dei trichechi
erano mammiferi terrestri a quattro
zampe, poi con l’evoluzione hanno
subito l’adattamento all’ambiente
acquatico. Infatti hanno in parte
perduto la facoltà di muoversi
agilmente sulla terraferma anche se
sono in grado di usare tutte e
quattro le zampe palmate per
nuotare. Il tricheco vive piuttosto
a lungo e si considera una specie
chiave dell’ecosistema marino
artico. Infatti è positiva la sua
abitudine alimentare di dragare sul
fondo marino smuovendone il
substrato, la cosiddetta “biturbazione”.
Ciò fa sì che si rilascino nutrienti
nella colonna d’acqua e questo
spinge molti organismi a spostarsi,
incrementando così la discontinuità
del benthos. Gli unici suoi due
nemici naturali sono l’orso polare e
l’orca.
Il termine ”tricheco” deriva dal
greco antico thríx, cioè
“peli” ed échō, ovvero “ho”,
in riferimento alle lunghe vibrisse
di questo animale. Infatti anche
oggigiorno si suole chiamare una
persona “tricheco” alludendo ai suoi
baffi lunghi e sporgenti. Seppure
definire un individuo con il nome di
questo animale può anche far
riferimento alla sua somiglianza
nella struttura fisica, pesante e
tozza. Il termine scientifico di
questo pinnipede, dal latino Odobenusrosmarus significa
“Cavallo marino che cammina sui
denti” facendo riferimento alla sua
abitudine di trascinarsi con le
zanne sulla terraferma quando esce
dall’acqua.
Nell’Antichità il tricheco ha
ricoperto un ruolo importante
soprattutto per le popolazioni
dell’Europa settentrionale. In
particolare nella simbologia degli
Antichi Germani del Nord questo
animale condivideva il suo
significato in parte con quello
della balena e in parte con quello
della foca.Quest’ultima infatti,
come il tricheco, era in grado di
vivere tanto nell’acqua quanto sulla
terraferma. Di conseguenza era a suo
agio in due diverse dimensioni
dell’essere. Il suo rapporto con la
terra era tuttavia temporaneo, quasi
casuale, sfuggente a qualsiasi
controllo. Il mare invece era per
leiun sicuro rifugio ma al contempo
un luogo inquietante,un mondo infero
e dimora di mostri ed esseri
sovrannaturali. Di conseguenzala
foca come il tricheco potevano
essere rivelatori di segreti per
questa loro capacità di muoversi in
due dimensioni.Il mare però,come
sopracitato, si poteva intenderein
maniera non positiva,come “altro
mondo” in cui a volte hanno dimora i
defunti e più spesso esseri
sovrannaturali di varia natura.Tale
simbologia negativa lacondivideva
con la balena, che di solito si
considerava un mostro minaccioso e
portatore di cattivi presagi. A tal
proposito nella mitologia degli
Antichi Germani del Nord, ad
esempio,in una saga si riferiva di
una strega di nome Þórveig che
apparve sotto le sembianze di un
tricheco pur restando riconoscibile
dallo sguardo. Infatti proprio una
ferita inferta all’animale ne svelò
il suo vero aspetto.
Invece, in un episodio di un’altra
saga, si riportava di un uomo
malvagio ch’apparve con le sembianze
di un tricheco assai pericoloso.
Altre persone esperte in magia,
però,trasformatesi anch’esse sotto
forma di questo pinnipede lo
attaccarono, sconfiggendolo. Si
riteneva che un coltello di denti di
tricheco e una cintura dello stesso
materiale fossero gli oggetti
posseduti da donne dotate di poteri
stregoneschi. Il termine rostungr maschile
significava “tricheco” e si usava
anche fra i soprannomi.
Questo animale ha giocato un ruolo
importante nella cultura di molti
popoli nativi artici, che lo
cacciavano per la carne, il grasso,
la pelle, le zanne e le ossa.
Infatti, per le popolazioni antiche
indigene degli Eschimesi, il
tricheco ricopriva un ruolo
essenziale nella loro vitain quanto
forniva loro materia prima,
garantiva loro la sopravvivenza e
per ciò lo veneravano. Questo
animale per queste popolazioni
simboleggiava abbondanza, protezione
e sopravvivenza comunitaria.
Pertanto il tricheco giocava un
ruolo fondamentale anche nella
religione e nel folklore di molti
popoli artici. Infatti questo
animale compariva in molte leggende
e miti, oltre al fatto che la pelle
e le ossa di questo pinnipede si
impiegavano anche in alcune
cerimonie. Per esempio, un mito
chukchinarrava del vecchio tricheco
dalla testa di donna che dominava il
fondo del mare, che a sua volta era
in stretta relazione con la dea
inuit,Sedna. Inoltre in Alaska e in
Čukotkasi credeva che l’aurora
boreale fosse un mondo abitato dagli
uomini uccisi con violenza, i cui
raggi cangianti rappresentavano le
anime dei deceduti che giocavano a
palla con la testa di un tricheco.
Nel Europa del Medioevo il tricheco
dei bestiari non si descriveva come
un mostro ma come un cavallo marino
(equusmarinus). Si considerava
grande come un “elefante di mare”,
placido e gregario. Si sapeva che
fin dall’Antichità i popoli del Nord
Europa ne utilizzavano la carne, il
lardo, le ossa e la pelle e grazie a
questi prodotti era ritenuto un dono
di Dio. Nel Medioevo europeo
esistevano numerosi ammaestratori di
animali che si spostavano di fiera
in fiera e di mercato in mercato.
Tra una fauna relativamente
diversificata, gli animali in
questione si consideravano delle
“star” e tanti spettatori affluivano
anche da molto lontano per
ammirarli. Attualmente non si hanno
ancora precise informazioni sulla
struttura, l’organizzazione e le
pratiche degli animali nei serragli.
Si sa sicuramente però che alcuni
serragli erano fissi e altri
itineranti. Alcuni erano accessibili
solo dal principe e dal suo
entourage, mentre altri erano aperti
al pubblico, se non altro in
determinate occasioni. In alcuni
serragli erano presenti animali
vivi, mentre in altri erano
imbalsamati, impagliati o vi erano
parti di animali (pelli, peli, ossa,
eccetera) e che costituivano dei
tesori laici o ecclesiastici. Quindi
accanto a modesti serragli ambulanti
esistevano anche serragli di
maggiori dimensioni, spesso stabili
o talvolta itineranti. Nell’Europa
medievale simili serragli
costituivano sempre dei segni di
potere, lo erano già nell’Antichità
e lo rimarranno fino all’epoca
moderna. A lungo, solo i re, i
grandi signori e alcune abbazie
furono in grado di mantenerli. A
partire dal XIII secolo, alcune
città, parecchi capitoli e alcuni
ricchi prelati li imitarono. Non si
trattava soltanto di adattare e di
soddisfare la curiosità del pubblico
avido di vedere bestie feroci o
insolite, ma di mettere in scena
emblemi e simboli viventi che solo i
più potenti potevano comprare,
nutrire, offrire e scambiare. In
questo senso ogni serraglio era un
“tesoro”.
Ciò ch’è certo è che alla fine del
Medioevo tra gli animali esotici dei
serragli più in voga e più ricercati
c’erano anche quelli nordici, tra
cui spiccavano i trichechi. L’avorio
pera un materiale diverso da ogni
altro. Esso era altrettanto raro e
ricercato dell’oro e delle pietre
preziose, ma ancora più notevole per
le sue proprietà fisiche, le virtù
medicinali e talismaniche. Numerosi
testi ne esaltavano la bianchezza,
la durezza, la purezza e
l’inalterabilità. Diverse
testimonianze sottolineavano come
questo materiale si considerasse
alla stregua di un animale vivente.
Dietro l’avorio era sempre presente
l’animale, con la sua storia, la sua
leggenda e la sua mitologia. Si
poteva ricavare dalle zanne
dell’elefante, ma anche dai denti di
altri animali, tra cui anche il
tricheco. Quest’ultimo tra l’altro
era molto ricercato forse anche a
causa della sua simbologia positiva.
Ciascuno di questi animali aveva i
suoi propri caratteri simbolici e
produceva un avorio specifico.
L’utilizzo del tipo di avorio nel
Medioevo era legato a innegabili
problemi geografici, di prezzo, di
disponibilità e quindi al suo
commercio. Infatti,ad esempio,si
lavorava l’avorio di tricheco
soprattutto nel Nord Europa mentre
l’avorio d’elefante più nell’Europa
del Sud. I medievali valutavano
questo materiale anche in base alle
diverse proprietà fisiche e chimiche
di ogni tipo d’avorio (dimensioni,
curvatura, porosità o durezza della
grana, delicatezza di levigatura,
diversità delle patine ottenute,
eccetera). Infine intervenivano
anche considerazioni d’ordine
simbolico, tratte dai bestiari e
dalla letteratura zoologica
dell’epoca. In generale nel Medioevo
gli animali erano molto presenti
nella sensibilità e nell’immaginario
delle persone.
Infatti, come notava lo storico
Pastoureau, è un peccato che spesso
i ricercatori trascurino e cerchino
così raramente d’identificare gli
animali che si nascondono dietro gli
avori da essi studiati. Di
conseguenza oggigiorno al riguardo
si hanno ancora poche informazioni.
Comunque ciò ch’è certo è che
l’avorio non è mai monocromo e tanto
più non lo era all’epoca. Non
soltanto il materiale può mostrare
nella gamma dei bianchi dalle più
diverse sfumature ma anche mostrare
poi nel corso del tempo ogni sorta
di patina, soprattutto per la
consuetudine medievale di dipingere
o dorare gli oggetti in avorio. Oggi
bisogna ricordare che gli avori
medievali si presentano con le
modifiche del tempo, vale a dire il
più delle volte appaiono privi di
colorazione e non come si produssero
all’epoca, ossia policromi. Anche se
molti oggetti o pezzi (ad esempio
degli scacchi) in avorio giunti sino
a noi mantengono tuttavia tracce
minime di scaglie d’oro, di pittura
rossa o altro ancora. Nel Medioevo
era consuetudine tagliare in avorio
i pezzi degli scacchi di gran
pregio, erano quelli che di solito
si mostravano ma con i quali non si
giocava, o solo raramente. Si
riteneva che questi materiali
conservassero qualcosa di selvaggio
e che introducessero sulla
scacchiera una certa idea d’impeto e
di forza. Quindi giocando con simili
pezzii partecipanti volevano anche
dominare simbolicamente la partita.
Tra il XIX secolo e gli inizi del XX
secolo, a causa della caccia e del
pesante sfruttamento commerciale per
ricavare il grasso e l’avorio dai
trichechi, il numero di esemplari di
questi animali diminuì rapidamente.
Da allora la popolazione è
nuovamente aumentata, sebbene quelle
dell’Atlantico e del mare di Laptev
siano poco numerose rispetto a un
tempo. Il tricheco a causa del suo
buffo aspetto caratteristico ha
ispirato nei secoli anche la cultura
popolare di popoli lontani dal suo
habitat. Attualmente il tricheco è
simbolo di famiglia, di forza, di
difesa, di protezione, di comunità,
di cooperazione, di transizione e di
saggezza. Oggigiorno le persone che
s’ispirano allo Spirito Guida
Tricheco tendono a essere
protettive, leali, affettuose,
cooperative, amanti della famiglia,
flessibili nel comportamento, sagge
e fiduciose.
Riferimenti bibliografici:
Carrington, Richard, e dai redattori
di LIFE, I Mammiferi,
Mondadori Editore,Milano 1965.
D’Ancona, Umberto, Zoologia,
Scienze UTET Editore, Torino 1978.
Isnardi, Gianna Chiesa, I miti
nordici, Longanesi Editore,
Milano 1991.
Pastoureau, Michel, Animali
celebri, Giunti Editore,
Firenze-Milano 2010.
Pastoureau, Michel, Medioevo
simbolico, Laterza Editore,
Bari-Roma 2007.
Ruiz, José, Animali sciamanici di
potere, Il Punto d’Incontro
Editore, Vicenza 2022.