[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

197 / MAGGIO 2024 (CCXXVIII)


contemporanea

IL TRATTATO DI UCCIALLI
STORIA DI UN INGANNO COLONIALE
di Federico Manghesi

«Taluni hanno creduto che le colonie fossero un lusso: non hanno capito che sono una necessità per la madre patria […] Quando i mari ci saranno chiusi ed avremo bisogno dei marcati stranieri, dovremo ricorrere alle armi per poterceli aprire […] L’Africa vi sfugge!” e ancora: “le colonie sono una necessità della vita moderna».


Queste parole, pronunciate da Francesco Crispi in un celebre discorso nel parlamento del Regno d’Italia, rendono bene l’idea dell’allora leader della Sinistra Storica in fatto di politica estera. Crispi, eletto Presidente del Consiglio nel 1887 e nel 1893, ritiene l’imperialismo coloniale un elemento indispensabile per una nazione che ambisca al titolo di potenza mondiale. Nel 1882 il governo italiano prende possesso della città portuale di Assab, in Eritrea. L’occupazione di Massaua (1885) e quella di Asmara (1889) sanciscono l’espansione dell’esercito d’Italia nell’entroterra eritreo. Nel 1890 l’Eritrea viene dichiarata colonia italiana.


Ma il progetto espansionistico di Crispi non si ferma qui. L’Eritrea, infatti, confina a Sud con l’Etiopia ed è proprio su questo paese che si concentra l’attenzione del Regno italiano. Il 2 maggio 1889 la città di Uccialli (nel nord dell’Etiopia) fa da palcoscenico per la firma dell’omonimo trattato. Un trattato che – sulla carta – dovrebbe sancire l’alleanza tra Italia ed Etiopia. La firma viene posta dal negus neghesti (re dei re) Menelik per l’Etiopia e, per l’Italia, dall’ambasciatore Pietro Antonelli.


«Sua maestà Umberto I Re d’Italia e Sua Maestà Menelik II Re dei Re d’Etiopia» recita il trattato: «allo scopo di rendere proficua e durevole la pace fra i due Regni d’Italia e di Etiopia, hanno stabilito di concludere un trattato di amicizia e di commercio».


Appare evidente la volontà italiana di ottenere dal governo etiope il riconoscimento dell’acquisizione territoriale dell’Eritrea. In tal senso, si muovono gli articoli 3, e 6 del trattato. Il primo che stabilisce i confini e il punto d’inizio dei possedimenti coloniali italiani; e il secondo che impone un controllo sul commercio di armi dirette in Etiopia. I carichi che passano per Massaua devono essere scortati dai militari italiani fino al confine etiope.


«La linea dell’altipiano segnerà il confine etiopico-italiano;Partendo dalla regione di Arafali: Halai, Saganeiti ed Asmara saranno villaggi nel confine italiano;Adi Nefas e Adi Joannes saranno dalla parte dei Bogos nel confine italiano; Da Adi Joannes una linea retta prolungata da est a ovest segnerà il confine italo-etiopico».

Se già i primi dubbi sull’equilibrio del trattato sorgono con l’articolo 10, che lascia dirimere le controversie tra italiani ed etiopi alle sole autorità italiane; e con il 18, che assegna agli italiani una predilezione obbligata nei privilegi commerciali, la parte più iniqua, e addirittura ingannevole,del Trattato di Uccialli risiede nell’articolo 17.

Prima di procedere è opportuno fare un passo indietro: la lingua parlata nell’Etiopia del tempo è l’amarico. Il trattato viene per questo redatto in due versioni, una in lingua italiana e una, per l’appunto, in amarico. L’articolo 19, che chiude il trattato, assicura che le due versioni sono identiche e che hanno il medesimo valore. Nonostante la storiografia non abbia una posizione univoca sulle ragioni di questo fatto, una cosa è certa: l’affermazione contenuta nell’articolo 19 è falsa.


L’articolo 17 cambia drasticamente da una versione all’altra del trattato. La versione italiana infatti recita: «Sua Maestà il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze o governi».

Mentre quella amarica dice: «Sua Maestà il Re dei Re d’Etiopia può trattare tutti gli affari che desidera con altre potenze o governi mediante l’aiuto del governo di Sua Maestà il Re d’Italia».

Questa differenza, che a prima vista può sembrare una sfumatura, è in realtà cruciale. Nel testo italiano infatti, diviene obbligatoria la delegazione dell’intera politica estera etiope al regno d’Italia; cosa che nel testo amarico è solo un’opzione di cui l’Etiopia può avvalersi. In pratica, la versione italiana del trattato rende l’Etiopia un protettorato italiano. L’operazione diventa quindi un modo per espandere il controllo italiano sull’Africa.

Sebbene la storiografia non si sia unanime nel dirlo, il fatto sembra tutt’altro che un errore di traduzione. Ha l’aria invece di un espediente ingannevole, perfettamente in linea con le politiche coloniali di Crispi e con le sue idee riguardo le popolazioni africane. «Nell’Africa noi esercitiamo una missione di civiltà: questa missione appartiene all’Italia e non possiamo abbandonarla» aveva detto al Parlamento.


Il tentativo di Menelik di allacciare rapporti con l’impero Russo porta alla luce la discrepanza tra i due trattati. Un protettorato infatti, secondo quando stabilito nella Conferenza di Berlino del 1884, non poteva rivolgersi a una potenza straniera in maniera autonoma.


L’Etiopia chiede di rivedere il trattato e di lì in poi si assiste a un crescendo di tensione che sfocia nella Guerra dell’Abissinia, che porterà alla disfatta italiana e al conseguente Trattato di Addis Abeba. Ma questa, è un’altra storia.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]