[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

173 / MAGGIO 2022 (CCIV)


attualità

LA GUERRA RUSSO-UCRAINA E LA TRANSNISTRIA

UNA PERIFERIA "CENTRALE"

di Gian Marco Boellisi

 

Da ormai tre mesi a questa parte l’attenzione internazionale è completamente focalizzata sul conflitto in Ucraina e sulla tragedia che si sta consumando in questo paese. La totale copertura mediatica degli eventi in atto ha fatto riscoprire all’opinione pubblica d’Europa cosa vuol dire avere una guerra in casa propria, con tutte le conseguenze politiche, sociali ed economiche che un simile disastroso evento può avere sulla quotidianità di tutti noi.

 

Sebbene il conflitto in sé abbia raggiunto una fase di stallo, o quanto meno di progressi molto piccoli e puntuali, alcuni osservatori internazionali temono che esso si possa allargare ulteriormente. Al di là delle ipotesi per il momento fantapolitiche di uno scontro diretto tra Mosca e Stati Uniti, si sta prendendo in seria considerazione che le ostilità potrebbero coinvolgere un domani anche la Transnistria, regione separatista della Moldavia confinante con l’Ucraina che ormai dal lontano 1992 chiede di entrare a far parte della Federazione Russa.

 

Analizzando la situazione in un’ottica meramente politica, risulta interessante quindi capire se il rischio di allargamento di conflitto sia reale o meno e quali sono i legami che legano una regione come la Transnistria a Mosca.

 

Partiamo con dei brevi cenni storici. La Moldavia è una nazione da sempre coinvolta nelle dinamiche di potere europee. Collocata tra Romania e Ucraina, questa nazione ha sempre subito le mire e vissuto le pressioni dei grandi imperi dell’area, dall’Impero Asburgico a quello Ottomano e anche ovviamente dall’Impero Russo.

 

Entrata a far parte dell’Unione Sovietica, l’intera Moldavia subì come tutte le altre Republiche Sovietiche sia una “russizzazione” forzata da parte di Mosca sia una grande ondata di investimenti che andò a toccare tutti gli ambiti della società moldava: industria, scienza, sanità e istruzione. Proprio le industrie e i principali poli di sviluppo del paese si concentrarono in una piccola area a Est del fiume Dnestr confinante con l’Ucraina, chiamata Transnistria, tant’è che negli ultimi anni prima della caduta dell’Unione Sovietica questa regione produceva circa il 40% del PIL moldavo e l’80% dell’energia elettrica del paese.

 

Anche la Moldavia, al pari delle altre Republiche Sovietiche, fu investita dalla profonda crisi del sistema sovietico di fine anni ’80, crisi che poi avrebbe portato alla caduta del gigante socialista. A Chișinău, la capitale della Moldavia, ciò portò a una crescita dei movimenti nazionalisti interni a discapito delle forze comuniste che avevano dominato fino ad allora il paese. Ciò si tradusse ben presto in un ritorno alla lingua moldava come lingua ufficiale, a discapito del russo, così come in atti discriminatori verso le etnie russofone, presenti in tutto il paese ma maggioritarie soprattutto in Transnistria.

 

A seguito di numerosi episodi di violenza da entrambi gli schieramenti (nazionalisti moldavi e filorussi), i leader della regione transnistriana decisero di indire un referendum per decidere se procedere con la secessione dallo stato moldavo. Ovviamente il 90% della popolazione della regione si schierò con questa politica, portando la regione della Transnistria a dichiarare la propria indipendenza il 2 settembre del 1990.

 

Nonostante nei primi tempi la provincia separatista provò a ritagliarsi uno spazio all’interno dell’U.R.S.S. come republica indipendente (l’U.R.S.S. cessò di esistere formalmente il 25 dicembre del 1991), questo progetto fallì, portando la Transnistra a proseguire la sua politica di indipenza da Chișinău anche all’indomani dell’indipendenza formale da Mosca.

 

A causa di questa politica separatista, il nuovo governo moldavo decise di risolvere la questione per via militare, così il 1° marzo 1992 le truppe moldave invasero il territorio transnistriano. Queste tuttavia subirono una cocente sconfitta, sia a causa della mancanza di mezzi e armi adeguate sia per un supporto russo della causa transnistriana.

 

Il 21 luglio del 1992 fu firmato un cessate-il-fuoco ed è ancora questo trattato che mantiene la pace tra le due parti. Da allora il governo centrale di Chișinău non ha alcuna autorità effettiva sulla propria provincia ribelle, la quale dal canto suo è rimasta uno stato fallito riconosciuto internazionalmente da solo tre stati, tutti e tre non facenti parti delle nazioni unite (Abcasia, Ossezia del Sud, Artsakh), ma non dalla Russia.

 

Un fatto storico degno di nota è la presenza della 14a armata russa ancora oggi in Transnistria, la quale, composta circa da 2.000 uomini, formalmente sarebbe rimasta per salvaguardare il più grande deposito d’armi e munizioni di tutta Europa. Nonostante vi siano stati diversi trattati con la Moldavia per il ritiro delle forze russe, essi non sono mai stati messi in atto poiché non ratificati dal parlamento russo, la Duma, lasciando invariata la situazione fino al giorno d’oggi.

 

Ed è proprio oggi nel contesto del conflitto ucraino che la Transnistria è tornata a destare attenzione presso la comunità internazionale. Infatti verso la fine di aprile una serie di attacchi e attentati si sono svolti all’interno dei territori separatisti. Il 25 aprile 2022 alcune esplosioni hanno interessato il Ministero della Sicurezza a Tiraspol, nelle stesse ore è stato condotto un attacco con unità militari presso il villaggio Parcani a 13 km dalla capitale e infine il 26 aprile diverse esplosioni hanno interessato la stazione radiotelevisiva di Maiac, a 7 km dal confine ucraino. A seguito di questi eventi il presidente della Transnistria Vadim Krasnosel’skij ha convocato immediatamente il Consiglio di Sicurezza per indire lo stato di emergenza.

 

Il primo sospetto è andato subito alle parole del comandante russo per il distretto militare centrale, Rustam Minnekayev, il quale ha affermato che nella “fase 2” del conflitto l’obiettivo di Mosca sarebbe quello di prendere il controllo sia del Donbass sia di tutta l’Ucraina meridionale fino a Odessa, togliendo così qualsiasi sbocco sul mare al governo ucraino e arrivando a congiungersi allo stesso tempo con la Transnistria.

 

Visto che le attuali azioni militari russe starebbero suggerendo il raggiungimento di obiettivi simili, si è subito pensato che gli attacchi potessero essere dei sabotaggi interni a opera di estremisti filorussi nel tentativo di creare un pretesto per un altro intervento militare, giustificandolo sempre con la protezione delle etnie russofone presenti in un paese limitrofo. Nonostante gli attacchi si siano arrestati e l’arrivo delle truppe russe fino alla Transnistria sembra oggi più che mai lontano, la situazione comunque merita un’attenzione speciale.

 

Al netto delle enormi difficoltà che le truppe di Mosca stanno incontrando lungo la loro avanzata, è più probabile che Minnekayev con le sue dichiarazioni abbia voluto volgere l’attenzione mediatica su Odessa, così da far reinforzare quel fronte alle trupppe ucraine al posto di inviare uomini nel Donbass, vero cuore della strategia di Putin. Tuttavia il sospetto c’è che, qualora le truppe ucraine subiscano una sconfitta sul fronte meridionale, i russi possano avanzare fino a Odessa e cercare di occuparla e quanto meno assediarla per avere più carte da giocare sul tavolo dei negoziati. Ad oggi sembra difficile, ma solo il futuro ce lo saprà dire con certezza.

 

Dal punto di vista militare, raggiungere la Transnistria non sarebbe per nulla uno scherzo. Dovrebbero infatti cadere prima Mikholaiv e poi Odessa, la quale si tramuterebbe in un assedio che rivaleggerebbe presto con quello di Stalingrado sia per importanza strategica sia per numero di morti giornalieri. Considerando inoltre che Mosca può far affidamento sempre meno alle proprie forze marittime, dimostratesi totalmente incompetenti nel farsi affondare la propria ammiraglia nonché la propria nave con maggior grado tecnologico, la strategia di Mosca si complica di giorno in giorno.

 

L’unico scenario che potrebbe andare a favore dei russi sarebbe un ulteriore impiego di uomini e mezzi, sguarnendo però così parzialmente i propri confini e rischiando di avere ulteriori perdite nell’avanzata. Resta anche il rischio concreto di disperdere i propri inesperti soldati su un territorio troppo vasto da controllare, con la possibilità di improvvisi contrattacchi ucraini volti a isolari interi battaglioni e costringerli a delle logoranti battaglie che potrebbero fiaccare ancora più il morale dei russi.

 

I soldati russi presenti in Transnistria non sono in alcun modo sufficienti a dar manforte alle manovre del grosso delle truppe sul fronte meridionale, motivo per cui sono relegate ai loro soliti compiti di sicurezza e nulla più. Viste queste considerazioni, è maturato anche il sospetto che gli attacchi avvenuti ad aprile a Tiraspol e dintorni siano stati commessi da parte di gruppi ultranazionalisti ucraini attivi nella regione. È infatti da ricordare che la popolazione transnistriana sia equamente divisa tra russofoni, moldavi e ucrainofoni. Gli attentati sarebbero stati quindi volti a un indebolimento del contingente russo ivi presente, anche se con effetti di dubbia efficacia.

 

Il timore di un’estensione del conflitto in Moldavia ha subito allertato le varie Cancellerie internazionali, le quali hanno cercato fornire supporto diplomatico e non solo al governo centrale di Chișinău. Il 4 maggio il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha incontrato Maia Sandu, presidente moldava eletta nel 2019 con tendenze europeiste e filo-occidentali. Questo a testimonianza del fatto che, Transnistria a parte, la maggioranza della popolazione moldava si identifichi maggiormente con la Romania e i rumeni, e quindi di riflesso con gli occidentali, di quanto non lo facciano con i russi.

 

Per quanto la Moldavia si sia sempre fatta propugnatrice di una neutralità storica del proprio paese, è stata firmata recentemente la domanda di adesione all’Unione Europea. Che sia questo il motivo per cui il presidente Michel abbia promesso l’invio di armi e forniture militari alla Moldavia, non è dato saperlo.

 

Un’altra visita di rilievo si è avuta nei primi giorni di maggio 2022 da parte del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres. In quest’occasione tuttavia la presidente Maia Sandu non è riuscita a presenziare di persona per problemi di salute, lasciando la premier Natalia Gavrilița a presenziare al suo posto.

 

La visita del Segretario Generale è avvenuta il 9 maggio, storica ricorrenza in molti paesi dell’Est Europa a causa dei festeggiamenti della vittoria contro le forza naziste durante la Seconda Guerra Mondiale. Ancora oggi nella sua interezza il popolo moldavo sente in maniera profonda tale festività, inondando le piazze e le strade per le celebrazioni. Per quanto sia stata disincentivata la presenza di simboli esplicitamente russofoni da parte delle autorità centrali, non si è potuto far a meno di vedere anche quest’anno le stesse manifestazioni filorusse in tutta la nazione.

 

Alcuni quindi hanno imputato l’assenza del presidente Sandu al mero imbarazzo, non volendo così confrontarsi con un Guterres venuto da oltreoceano per discutere delle future politiche pro-occidente e anti-russe da un lato e avere fuori la finestra un’intera popolazione che rispetta il proprio passato, sia esso sovietico o russofilo. Ciò a dimostrare di quanto la Moldavia sia molto più divisa di quanto voglia mostrare al mondo intero.

 

In conclusione, la Transnistria nei futuri mesi sarà ancora protagonista nelle dinamiche sia dell’Est Europa sia della Moldavia come paese indipendente. Per quanto ad oggi le probabilità di un allargamento del conflitto fino ai confini moldavi siano remote, la Transnistria costituisce agli occhi dell’establishment russo il confine più occidentale del cosiddetto Russkij Mir, mondo russo.

 

I timori di Chișinău sono prevalentemente legati alla propria debolezza politica e militare nel presente momento storico. È infatti importante ricordare che la Moldavia non fa parte della N.A.T.O., motivo per il quale dovrebbe cavarsela da sola in caso di un’ingerenza diretta della Russia nei suoi confronti.

 

Nonostante ciò, il Cremlino continua imperterrita nel suo piano di attacco all’Ucraina, sacrificando ogni giorno sempre più vite innocenti, russe e ucraine, in una guerra inutile. Se la Transnistria verrà coinvolta in questo bagno di sangue che rischia di infiammare ancora più lo scenario internazionale, sarà solo una cosa a rivelarlo: il tempo.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]