LA TORTORA E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia
Cesarini Argiroffo
“Tortora” è il nome comune degli
uccelli Columbiformi della famiglia
dei Columbidi, appartenenti
al genere Streptopelia. Ne
esistono tantissime specie, ognuna
con le proprie peculiarità. Simili
sotto certi aspetti alle colombe,
rispetto a queste ultime presentano
dimensioni inferiori, corporatura
più slanciata, ali più corte, becco
più sottile, coda più lunga e tarsi
nudi. La livrea di questi volatili
varia da una specie all’altra ma, in
generale, il loro piumaggio ha una
tinta mista di avana pallido e di
grigio lievemente rosato; tale
colorazione ha dato il nome a una
cromia specifica.
Attualmente questi uccelli vivono
nelle regioni temperate e calde.
Alcune specie sono stanziali, altre
si limitano a svernare in zone più
calde e altre ancora compiono lunghe
migrazioni. Si nutrono
prevalentemente di vegetali che
ricercano lentamente sul terreno.
Sono animali timidi, di natura
diffidente e con abitudini
arboricole, che però amano mangiare
di solito nelle radure dei boschi e
dei campi. Abitualmente vivono in
gruppi. Alcuni esemplari abitano
anche in aree urbane, nidificando in
parchi, giardini, orti o viali
alberati.
Ogni individuo, dopo un periodo di
corteggiamento, sceglie un partner a
cui si lega per tutta la vita. La
coppia costruisce insieme il suo
fragile nido: nello specifico, il
maschio raccoglie il materiale e la
femmina lo assembla di fatto. Dopo
aver preparato un rozzo giaciglio
poco concavo di ramoscelli sugli
alberi o tra i cespugli, la femmina
depone due o tre uova che entrambi i
genitori covano a turno. Una volta
nati i piccoli, la coppia li alleva
insieme. Alcune specie preferiscono
nidificare tra i cactus, ritenendolo
un luogo più sicuro dai predatori. Infatti,
essendo molto diffidenti nel loro
ambiente naturale, non appena i
genitori si accorgono che dei
possibili nemici hanno avvistato il
nido, sia per paura sia per mettere
in salvo la prole, lo abbandonano
repentinamente e si trasferiscono
altrove.
Gli avicoltori allevano alcune
varietà di questo uccello per la sua
bellezza e docilità. In particolare,
dalla specie Streptopelia turtur sono
state selezionate le varie razze
domestiche. Gli esseri umani se ne
servono per diversi scopi,
dall’intrattenimento agli studi
biologici. In
generale, a livello simbolico,
questo animale ha sempre rivestito
un ruolo positivo nella storia
dell’umanità occidentale. Appartiene
alla stessa famiglia delle colombe,
con cui condivide, fin
dall’antichità, la maggior parte dei
significati.
Nell’Antica Grecia la tortora era
consacrata alla dea Demetra
(divinità dell’agricoltura e della
natura, associata alla fertilità,
alla maternità e al ciclo delle
stagioni) oltre che alla dea
Afrodite (dea dell’amore, della
bellezza e della fecondità). Ciò non
stupisce dato che, oltre a nutrirsi
prevalentemente di vegetali, questi
volatili presentano un comportamento
fedele e affettuoso con il partner,
con il quale a ogni ciclo
riproduttivo costruiscono la
famiglia. Inoltre, come già detto,
l'uccello condivideva vari simboli
con la colomba, al punto che in
molte raffigurazioni era difficile
distinguerle.
Nell’Antico Testamento, e
precisamente nel Levitico, la
tortora si prescriveva come offerta
sacrificale volta alla purificazione
insieme con la colomba. Il
filosofo e scrittore di lingua greca
dell’Antica Roma, Claudio Eliano
(vissuto tra il 170 e il 230 d.C.
circa), nella sua opera “La natura
degli animali” sosteneva che
l'esemplare non si unisse mai con un
compagno diverso da quello scelto.
Chi non si comportava così veniva
ucciso dagli altri membri del
gruppo. Inoltre scrisse quanto
segue: “L’unica differenza rispetto
alle colombe consiste nel fatto che
esse non mettono a morte entrambi,
ma uccidono soltanto il maschio e
mostrano indulgenza verso la
femmina, impunita e vedova”.
Nel Fisiologo, nella versione
greca (II-III secolo d.C. circa), si
sottolineava un altro carattere del
volatile, ovvero quello della
propensione alla solitudine. “Nel Cantico
dei Cantici Salomone rende
testimonianza dicendo: 'La voce
della tortora è stata udita nella
nostra terra' [2,12]. Il Fisiologo
ha detto che è monogama e solitaria
e dimora nei luoghi deserti: non ama
stare in mezzo alla folla. Così
anche il Salvatore nostro vegliava
sul monte degli Ulivi, dopo avere
preso con sé Pietro, Giacomo e
Giovanni, e sono apparsi a loro Mosè
ed Elia, e una voce dai cieli che
diceva: “Questo è il mio figlio
diletto, nel quale mi sono
compiaciuto”. L'uccello ama
ritirarsi nella solitudine: così
anche ai nobilissimi portatori di
Cristo piaccia ritirarsi nella
solitudine. Infatti, “come la
tortora così io griderò e come la
colomba io gemerò” [Isaia 38,14]”.
Il Vangelo di Luca rammentava la
funzione purificatrice nell’offrire
questo animale in sacrificio e
narrava che Giuseppe e Maria:
“Venuto il tempo della
purificazione, condussero Gesù a
Gerusalemme per offrirlo al Signore,
come sta scritto nella legge di
Mosè: ogni maschio primogenito sarà
considerato sacro al Signore, e per
offrire in sacrificio, come dice la
legge del Signore, un paio di
tortore o due giovani colombi”.
Nella cristianità divenne, come la
colomba, simbolo della castità
vedovile e della fedeltà coniugale
anche dopo la morte di un coniuge. A
esempio sant’Ambrogio (vissuto nel
IV secolo d.C.) citava questo
animale come esempio per mogli e
vedove: “Imparate,
o donne, quanta sia la bellezza
della vedovanza, esaltata persino
dagli uccelli”. Il vescovo Melitone
di Sardi (II secolo d.C.) aveva
scritto: “Tortora, lo Spirito Santo,
o l’intelligenza spirituale, come
reputano alcuni. Nel Cantico dei
Cantici: Il verso della tortora è
sentito nella nostra terra.”
Inoltre, Melitone scrisse anche:
“Tortora, il segno della castità”.
Origene d’Alessandria (vissuto tra
il II e il III secolo d.C.), teologo
e filosofo greco, nelle Omelie
sul Cantico dei Cantici scrisse:
“Convenientemente, dunque, si
paragonerà l'uccello alla Chiesa sia
perché, dopo quelle con Cristo, non
vuole saperne di nozze con
qualsivoglia altro uomo, sia perché
in essa continenza e pudicizia
volano in abbondanza, qua e là, alla
stregua d’una folla di tortore”.
Anche il poeta francese Guillaume le
clerc de Normandie (XIII secolo
d.C.), sulla scia di Origene,
evocava il simbolo della Chiesa nei
suoi rapporti con Cristo, il “divino
sposo”, come segue: “La tortora, che
ben si riguarda, che così bene la
castità serba, significa la Santa
Chiesa; e vi dirò per qual motivo:
quando Santa Chiesa vide legare,
battere, far penare, crocifiggere
Gesù Cristo, sposo fedele, molto
ebbe il cuore angosciato; ogni
giorno presso di lui s’è tenuta;
sempre ne attende la venuta”.
Gervaise, poeta e clerico normanno (XII-XIII
secolo d.C.), la descriveva nel suo
bestiario come esempio che dovevano
seguire gli uomini per liberarsi
dalla lussuria: “La tortora è un
uccello di tal natura, ci racconta
la scrittura, che stupisce per
lealtà. Perso il compagno Altro non
vuole, casta vuol restare Aspettando
che il maschio torni; pensa che
qualcuno lo trattenga. In quel
pensiero è il suo conforto, casta
fino alla morte si mantiene. Udite
di questo uccellino Che saggio è,
casto si serba E al maschio è
fedele. Noi che dovremmo osservare
la Legge, la lussuria dovremmo
lasciare perché è la sozzura
maggiore, e più nell’uomo abbonda
più il mondo infetta”.
Su questa scia simbolica, per la sua
purezza, si associò l’animale anche
alla Vergine Maria, casta per
eccellenza, la Panaghía, la “Tutta
santa” dei Bizantini. Ricordava
tutto ciò il teologo e cardinale Ugo
di San Vittore (1096-1141 circa).
Questo volatile infatti divenne
simbolo non soltanto del Cristo, ma
anche dei fedeli che vogliono essere
in comunione con Lui, in special
modo i monaci. A tal proposito, egli
sottolineava come i luoghi solitari
privilegiati dall'animale
alludessero alla solitudine del
chiostro. A sua volta, il
caratteristico verso ispirò a Ugo di
San Vittore: “il dolore del cuore
contrito. La voce della tortora
designa il gemito di qualsivoglia
anima penitente [...]. Orbene, nella
nostra campagna si fa sentire la
voce della tortora quando l’orecchio
interiore si volge umilmente alla
penitenza”.
Nel Medioevo europeo, i bestiari la
ritenevano simile alla colomba,
considerandola casta e leale. Si
pensava che amasse una sola volta e
fuggisse i piaceri del mondo. Si
riteneva che proteggesse la covata
ricoprendo il nido di foglie di
cipolla, pianta che faceva fuggire i
lupi e gli avvoltoi. Non solo non
commetteva adulterio, ma una volta
rimasta vedova non si accoppiava
più, continuando a piangere l’amore
perduto senza posarsi più su rami
verdi. Persino Cecco d’Ascoli
(1269-1327), ne “L'acerba”
ammoniva: “La
tortora, per sé sola piangendo,
vedova di compagna, in secco legno,
e luoco più deserto va querendo; non
s’accompagna mai poi che la perde:
de bevar acqua chiara si desdegna,
né mai sta, né canta in ramo verde”.
Attualmente la specie simboleggia
amore, felicità e fedeltà coniugale.
Se appare in sogno è di buon
auspicio. In virtù del suo stile di
vita, gli individui che si ispirano
allo “Spirito Guida Tortora”
sembrano essere persone amorevoli,
fedeli, armoniose, gentili,
pacifiche e serene.
Riferimenti bibliografici:
Cattabiani, Alfredo, Volario,
Mondadori Editore, Milano 2022.
Coupal, Marie, I simboli dei
sogni. Analisi psicologica,
psicoanalitica, esoterica e
mitologica, Il Punto d’Incontro
Editore, Vicenza 2000.
D’Ancona, Umberto, Zoologia,
Scienze UTET Editore, Torino 1978.
Grimal, Pierre, Enciclopedia
della Mitologia Greca e Romana,
Garzanti Editore, Milano 1999.
Peterson, Tory Roger e Redattori di
Life, Gli Uccelli, Mondadori
Editore, Milano 1965.
Ruiz, José, Animali sciamanici di
potere, Il Punto d’Incontro
Editore, Vicenza 2022.