[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 220 / APRILE 2026 (CCLI)


ambiente

LA TORTORA E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI

di Giulia Cesarini Argiroffo

 

“Tortora” è il nome comune degli uccelli Columbiformi della famiglia dei Columbidi, appartenenti al genere Streptopelia. Ne esistono tantissime specie, ognuna con le proprie peculiarità. Simili sotto certi aspetti alle colombe, rispetto a queste ultime presentano dimensioni inferiori, corporatura più slanciata, ali più corte, becco più sottile, coda più lunga e tarsi nudi. La livrea di questi volatili varia da una specie all’altra ma, in generale, il loro piumaggio ha una tinta mista di avana pallido e di grigio lievemente rosato; tale colorazione ha dato il nome a una cromia specifica.

 

Attualmente questi uccelli vivono nelle regioni temperate e calde. Alcune specie sono stanziali, altre si limitano a svernare in zone più calde e altre ancora compiono lunghe migrazioni. Si nutrono prevalentemente di vegetali che ricercano lentamente sul terreno. Sono animali timidi, di natura diffidente e con abitudini arboricole, che però amano mangiare di solito nelle radure dei boschi e dei campi. Abitualmente vivono in gruppi. Alcuni esemplari abitano anche in aree urbane, nidificando in parchi, giardini, orti o viali alberati.

 

Ogni individuo, dopo un periodo di corteggiamento, sceglie un partner a cui si lega per tutta la vita. La coppia costruisce insieme il suo fragile nido: nello specifico, il maschio raccoglie il materiale e la femmina lo assembla di fatto. Dopo aver preparato un rozzo giaciglio poco concavo di ramoscelli sugli alberi o tra i cespugli, la femmina depone due o tre uova che entrambi i genitori covano a turno. Una volta nati i piccoli, la coppia li alleva insieme. Alcune specie preferiscono nidificare tra i cactus, ritenendolo un luogo più sicuro dai predatori. Infatti, essendo molto diffidenti nel loro ambiente naturale, non appena i genitori si accorgono che dei possibili nemici hanno avvistato il nido, sia per paura sia per mettere in salvo la prole, lo abbandonano repentinamente e si trasferiscono altrove.

 

Gli avicoltori allevano alcune varietà di questo uccello per la sua bellezza e docilità. In particolare, dalla specie Streptopelia turtur sono state selezionate le varie razze domestiche. Gli esseri umani se ne servono per diversi scopi, dall’intrattenimento agli studi biologici. In generale, a livello simbolico, questo animale ha sempre rivestito un ruolo positivo nella storia dell’umanità occidentale. Appartiene alla stessa famiglia delle colombe, con cui condivide, fin dall’antichità, la maggior parte dei significati.

 

Nell’Antica Grecia la tortora era consacrata alla dea Demetra (divinità dell’agricoltura e della natura, associata alla fertilità, alla maternità e al ciclo delle stagioni) oltre che alla dea Afrodite (dea dell’amore, della bellezza e della fecondità). Ciò non stupisce dato che, oltre a nutrirsi prevalentemente di vegetali, questi volatili presentano un comportamento fedele e affettuoso con il partner, con il quale a ogni ciclo riproduttivo costruiscono la famiglia. Inoltre, come già detto, l'uccello condivideva vari simboli con la colomba, al punto che in molte raffigurazioni era difficile distinguerle.

 

Nell’Antico Testamento, e precisamente nel Levitico, la tortora si prescriveva come offerta sacrificale volta alla purificazione insieme con la colomba. Il filosofo e scrittore di lingua greca dell’Antica Roma, Claudio Eliano (vissuto tra il 170 e il 230 d.C. circa), nella sua opera “La natura degli animali” sosteneva che l'esemplare non si unisse mai con un compagno diverso da quello scelto. Chi non si comportava così veniva ucciso dagli altri membri del gruppo. Inoltre scrisse quanto segue: “L’unica differenza rispetto alle colombe consiste nel fatto che esse non mettono a morte entrambi, ma uccidono soltanto il maschio e mostrano indulgenza verso la femmina, impunita e vedova”.

 

Nel Fisiologo, nella versione greca (II-III secolo d.C. circa), si sottolineava un altro carattere del volatile, ovvero quello della propensione alla solitudine. “Nel Cantico dei Cantici Salomone rende testimonianza dicendo: 'La voce della tortora è stata udita nella nostra terra' [2,12]. Il Fisiologo ha detto che è monogama e solitaria e dimora nei luoghi deserti: non ama stare in mezzo alla folla. Così anche il Salvatore nostro vegliava sul monte degli Ulivi, dopo avere preso con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, e sono apparsi a loro Mosè ed Elia, e una voce dai cieli che diceva: “Questo è il mio figlio diletto, nel quale mi sono compiaciuto”. L'uccello ama ritirarsi nella solitudine: così anche ai nobilissimi portatori di Cristo piaccia ritirarsi nella solitudine. Infatti, “come la tortora così io griderò e come la colomba io gemerò” [Isaia 38,14]”.

 

Il Vangelo di Luca rammentava la funzione purificatrice nell’offrire questo animale in sacrificio e narrava che Giuseppe e Maria: “Venuto il tempo della purificazione, condussero Gesù a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come sta scritto nella legge di Mosè: ogni maschio primogenito sarà considerato sacro al Signore, e per offrire in sacrificio, come dice la legge del Signore, un paio di tortore o due giovani colombi”. Nella cristianità divenne, come la colomba, simbolo della castità vedovile e della fedeltà coniugale anche dopo la morte di un coniuge. A esempio sant’Ambrogio (vissuto nel IV secolo d.C.) citava questo animale come esempio per mogli e vedove: “Imparate, o donne, quanta sia la bellezza della vedovanza, esaltata persino dagli uccelli”. Il vescovo Melitone di Sardi (II secolo d.C.) aveva scritto: “Tortora, lo Spirito Santo, o l’intelligenza spirituale, come reputano alcuni. Nel Cantico dei Cantici: Il verso della tortora è sentito nella nostra terra.” Inoltre, Melitone scrisse anche: “Tortora, il segno della castità”. Origene d’Alessandria (vissuto tra il II e il III secolo d.C.), teologo e filosofo greco, nelle Omelie sul Cantico dei Cantici scrisse: “Convenientemente, dunque, si paragonerà l'uccello alla Chiesa sia perché, dopo quelle con Cristo, non vuole saperne di nozze con qualsivoglia altro uomo, sia perché in essa continenza e pudicizia volano in abbondanza, qua e là, alla stregua d’una folla di tortore”.

 

Anche il poeta francese Guillaume le clerc de Normandie (XIII secolo d.C.), sulla scia di Origene, evocava il simbolo della Chiesa nei suoi rapporti con Cristo, il “divino sposo”, come segue: “La tortora, che ben si riguarda, che così bene la castità serba, significa la Santa Chiesa; e vi dirò per qual motivo: quando Santa Chiesa vide legare, battere, far penare, crocifiggere Gesù Cristo, sposo fedele, molto ebbe il cuore angosciato; ogni giorno presso di lui s’è tenuta; sempre ne attende la venuta”. Gervaise, poeta e clerico normanno (XII-XIII secolo d.C.), la descriveva nel suo bestiario come esempio che dovevano seguire gli uomini per liberarsi dalla lussuria: “La tortora è un uccello di tal natura, ci racconta la scrittura, che stupisce per lealtà. Perso il compagno Altro non vuole, casta vuol restare Aspettando che il maschio torni; pensa che qualcuno lo trattenga. In quel pensiero è il suo conforto, casta fino alla morte si mantiene. Udite di questo uccellino Che saggio è, casto si serba E al maschio è fedele. Noi che dovremmo osservare la Legge, la lussuria dovremmo lasciare perché è la sozzura maggiore, e più nell’uomo abbonda più il mondo infetta”.

 

Su questa scia simbolica, per la sua purezza, si associò l’animale anche alla Vergine Maria, casta per eccellenza, la Panaghía, la “Tutta santa” dei Bizantini. Ricordava tutto ciò il teologo e cardinale Ugo di San Vittore (1096-1141 circa). Questo volatile infatti divenne simbolo non soltanto del Cristo, ma anche dei fedeli che vogliono essere in comunione con Lui, in special modo i monaci. A tal proposito, egli sottolineava come i luoghi solitari privilegiati dall'animale alludessero alla solitudine del chiostro. A sua volta, il caratteristico verso ispirò a Ugo di San Vittore: “il dolore del cuore contrito. La voce della tortora designa il gemito di qualsivoglia anima penitente [...]. Orbene, nella nostra campagna si fa sentire la voce della tortora quando l’orecchio interiore si volge umilmente alla penitenza”.

 

Nel Medioevo europeo, i bestiari la ritenevano simile alla colomba, considerandola casta e leale. Si pensava che amasse una sola volta e fuggisse i piaceri del mondo. Si riteneva che proteggesse la covata ricoprendo il nido di foglie di cipolla, pianta che faceva fuggire i lupi e gli avvoltoi. Non solo non commetteva adulterio, ma una volta rimasta vedova non si accoppiava più, continuando a piangere l’amore perduto senza posarsi più su rami verdi. Persino Cecco d’Ascoli (1269-1327), ne “L'acerba” ammoniva: “La tortora, per sé sola piangendo, vedova di compagna, in secco legno, e luoco più deserto va querendo; non s’accompagna mai poi che la perde: de bevar acqua chiara si desdegna, né mai sta, né canta in ramo verde”.

 

Attualmente la specie simboleggia amore, felicità e fedeltà coniugale. Se appare in sogno è di buon auspicio. In virtù del suo stile di vita, gli individui che si ispirano allo “Spirito Guida Tortora” sembrano essere persone amorevoli, fedeli, armoniose, gentili, pacifiche e serene.


 

Riferimenti bibliografici:

 

Cattabiani, Alfredo, Volario, Mondadori Editore, Milano 2022.

Coupal, Marie, I simboli dei sogni. Analisi psicologica, psicoanalitica, esoterica e mitologica, Il Punto d’Incontro Editore, Vicenza 2000.

D’Ancona, Umberto, Zoologia, Scienze UTET Editore, Torino 1978.

Grimal, Pierre, Enciclopedia della Mitologia Greca e Romana, Garzanti Editore, Milano 1999.

Peterson, Tory Roger e Redattori di Life, Gli Uccelli, Mondadori Editore, Milano 1965.

Ruiz, José, Animali sciamanici di potere, Il Punto d’Incontro Editore, Vicenza 2022.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]