surrealisti pentiti
RICORDANDO Jacques Prévert e René
Char
di Gaetano Cellura
Il poeta francese Jacques Prévert
(1900-1977) non dimentica le
foglie morte che cadevano a mucchi e
la canzone che la sua amica gli
cantava. Una canzone che ancora
faceva sorridere il suo “amore
silenzioso e fedele”. Cadevano a
mucchi le foglie, come i ricordi e i
rimpianti; e il vento del nord se le
portava via “nella fredda notte
dell’oblio”.
La vita era più bella e più
bruciante il sole. Vivevano insieme
e si amavano tanto. Lei era bella:
come dimenticarla? “Ma la vita
separa chi si ama / piano piano /
senza far rumore / e il mare
cancella sulla sabbia / i passi
degli amanti divisi”.
Per dei dissidi con Breton, Prévert
abbandonò il movimento surrealista.
Era un poeta a cui il volto
dell’amore appariva la sera,
“pericoloso e tenero” come un
arciere con l’arco o come un
musicante con l’arpa. E non sapeva
chi dei due – con una freccia o una
canzone – gli avesse ferito il
cuore. Solamente sapeva quanto
brucia questa ferita. E per sempre.
Prévert canta la bellezza
dell’amore, la tristezza dell’essere
abbandonati e dimenticati dalla
donna amata e la stupidità della
guerra. Che ne è di
Barbara (titolo di una delle sue
poesie), di lei e dell’uomo che
amorosamente la stringeva sotto un
portico? Pioggia “buona e felice”
cadeva quel giorno su Brest, città
sopra cui piove ora “fuoco d’acciaio
di sangue”. Ed è ancora vivo
quell’uomo o è morto disperso?
Uno dopo l’altro, tre fiammiferi il
poeta accende nella notte. Il primo
per vedere il volto della sua donna,
il secondo e il terzo per vederne
gli occhi e poi la bocca. E
l’oscurità completa, mentre stringe
lei tra le braccia, per ricordare
l’incanto di questi felici momenti
del cuore.
Due sono le immagini che Prévert dà
dell’amore vero, felice e beffardo:
quella di un bambino al buio
tremante di paura; e quella di un
uomo tranquillo, sicuro di sé “nel
cuore della notte”. Negli occhi
socchiusi del suo amore o di uno dei
suoi indimenticati amori, Prévert
vede venti e maree. E due piccole
onde in cui annegare. La semplicità
del verso lo rende quasi un poeta
banale. Altro è invece: poeta in cui
l’amore è vita, vissuta e da
rivivere. Stella di vetro della
felicità e della bellezza.
Un altro poeta francese che
abbandonò il surrealismo fu René
Char (1907-1988). E vi era
entrato mentre Prévert ne usciva.
Char, per il quale la vita era
“conoscenza ineffabile del diamante
disperato”, non apparteneva ad
alcuno “se non al punto dorato di
quella lampada, a noi inaccessibile,
che tiene desti il coraggio e il
silenzio”.
Era assai diverso da Prévert, i cui
versi scorrono come acqua limpida
che non trova ostacoli nel fiume
della storia. René Char guidava “il
reale fino all’azione”. E l’azione
era, nel fiume della storia, la
Resistenza francese: “Abbiamo
censito tutto il dolore che il boia
avrebbe potuto cavare da ogni fibra
del nostro corpo; poi, col cuore
nella morsa, ci siamo mossi e
schierati”. Contro il nazismo.
Contro l’occupazione della Francia.
Fogli d’Ipnos, sua opera più
nota, tradotta da Vittorio Sereni, è
la cronaca poetica della Resistenza
francese, vissuta da Char con il
soprannome di Capitano Alexandre.
Char credeva nella verità, perché
rende liberi. E chiedeva agli amici
di non morire troppo presto “sotto
la grandine della miseria”. Una
panca per la fatica e un po’ d’acqua
per la sete. Sognava passi eterni
sull’erba e tutto lo spazio per la
Bellezza, anche lo spazio che la
Bellezza non trova tra le tenebre.
Per Char il poeta è il “custode
degli infiniti volti di tutto ciò
che vive”. Ma al pianeta, più della
poesia, che è un enigma, secondo lui
serviva “l’adorazione dei pastori”.
Sulla fine della guerra, non nutriva
una forte fiducia: “Questa guerra si
prolungherà oltre gli armistizi
platonici”. Senza interruzione né
smarrimento, vedeva proseguire la
liquidazione del mondo “quartiere
dopo quartiere”.
Char dava un'età alla luce, nessuna
alla notte. Diceva che si nasce con
gli uomini, ma che si muore
sconsolati tra gli dèi. Considerava
la scrittura come un'assenza. Per
questo scriveva brevemente: perché
"un poeta deve lasciare tracce del
suo passaggio, non prove"; e perché
non gli era possibile "assentarsi" a
lungo. Ogni dilatazione poteva
diventare un'ossessione.
Nella poesia
La biblioteca è in fiamme Char
ci dice come la scrittura gli è
giunta: come "piumaggio d'uccello"
sul vetro della sua finestra,
d'inverno. Come quella "pagliuzza
d'innocenza" che non può non
accompagnare le prime parole di una
poesia.
Fu un poeta – della rivolta e della
libertà – molto apprezzato da Celan
e soprattutto da Albert Camus, che
lo riteneva uno dei maggiori poeti
viventi. Per l’autore della
Peste, al surrealismo Char si
era prestato senza donarsi. Il tempo
necessario per accorgersi che gli
era più utile camminare da solo.