[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 220 / APRILE 2026 (CCLI)


arte

surrealisti pentiti
RICORDANDO Jacques Prévert e René Char

di Gaetano Cellura

Il poeta francese Jacques Prévert (1900-1977) non dimentica le foglie morte che cadevano a mucchi e la canzone che la sua amica gli cantava. Una canzone che ancora faceva sorridere il suo “amore silenzioso e fedele”. Cadevano a mucchi le foglie, come i ricordi e i rimpianti; e il vento del nord se le portava via “nella fredda notte dell’oblio”.

La vita era più bella e più bruciante il sole. Vivevano insieme e si amavano tanto. Lei era bella: come dimenticarla? “Ma la vita separa chi si ama / piano piano / senza far rumore / e il mare cancella sulla sabbia / i passi degli amanti divisi”.

Per dei dissidi con Breton, Prévert abbandonò il movimento surrealista. Era un poeta a cui il volto dell’amore appariva la sera, “pericoloso e tenero” come un arciere con l’arco o come un musicante con l’arpa. E non sapeva chi dei due – con una freccia o una canzone – gli avesse ferito il cuore. Solamente sapeva quanto brucia questa ferita. E per sempre.

Prévert canta la bellezza dell’amore, la tristezza dell’essere abbandonati e dimenticati dalla donna amata e la stupidità della guerra. Che ne è di Barbara (titolo di una delle sue poesie), di lei e dell’uomo che amorosamente la stringeva sotto un portico? Pioggia “buona e felice” cadeva quel giorno su Brest, città sopra cui piove ora “fuoco d’acciaio di sangue”. Ed è ancora vivo quell’uomo o è morto disperso?

Uno dopo l’altro, tre fiammiferi il poeta accende nella notte. Il primo per vedere il volto della sua donna, il secondo e il terzo per vederne gli occhi e poi la bocca. E l’oscurità completa, mentre stringe lei tra le braccia, per ricordare l’incanto di questi felici momenti del cuore.

Due sono le immagini che Prévert dà dell’amore vero, felice e beffardo: quella di un bambino al buio tremante di paura; e quella di un uomo tranquillo, sicuro di sé “nel cuore della notte”. Negli occhi socchiusi del suo amore o di uno dei suoi indimenticati amori, Prévert vede venti e maree. E due piccole onde in cui annegare. La semplicità del verso lo rende quasi un poeta banale. Altro è invece: poeta in cui l’amore è vita, vissuta e da rivivere. Stella di vetro della felicità e della bellezza.

Un altro poeta francese che abbandonò il surrealismo fu René Char (1907-1988). E vi era entrato mentre Prévert ne usciva. Char, per il quale la vita era “conoscenza ineffabile del diamante disperato”, non apparteneva ad alcuno “se non al punto dorato di quella lampada, a noi inaccessibile, che tiene desti il coraggio e il silenzio”.

Era assai diverso da Prévert, i cui versi scorrono come acqua limpida che non trova ostacoli nel fiume della storia. René Char guidava “il reale fino all’azione”. E l’azione era, nel fiume della storia, la Resistenza francese: “Abbiamo censito tutto il dolore che il boia avrebbe potuto cavare da ogni fibra del nostro corpo; poi, col cuore nella morsa, ci siamo mossi e schierati”. Contro il nazismo. Contro l’occupazione della Francia.

Fogli d’Ipnos, sua opera più nota, tradotta da Vittorio Sereni, è la cronaca poetica della Resistenza francese, vissuta da Char con il soprannome di Capitano Alexandre. Char credeva nella verità, perché rende liberi. E chiedeva agli amici di non morire troppo presto “sotto la grandine della miseria”. Una panca per la fatica e un po’ d’acqua per la sete. Sognava passi eterni sull’erba e tutto lo spazio per la Bellezza, anche lo spazio che la Bellezza non trova tra le tenebre.

Per Char il poeta è il “custode degli infiniti volti di tutto ciò che vive”. Ma al pianeta, più della poesia, che è un enigma, secondo lui serviva “l’adorazione dei pastori”. Sulla fine della guerra, non nutriva una forte fiducia: “Questa guerra si prolungherà oltre gli armistizi platonici”. Senza interruzione né smarrimento, vedeva proseguire la liquidazione del mondo “quartiere dopo quartiere”.

Char dava un'età alla luce, nessuna alla notte. Diceva che si nasce con gli uomini, ma che si muore sconsolati tra gli dèi. Considerava la scrittura come un'assenza. Per questo scriveva brevemente: perché "un poeta deve lasciare tracce del suo passaggio, non prove"; e perché non gli era possibile "assentarsi" a lungo. Ogni dilatazione poteva diventare un'ossessione.

Nella poesia La biblioteca è in fiamme Char ci dice come la scrittura gli è giunta: come "piumaggio d'uccello" sul vetro della sua finestra, d'inverno. Come quella "pagliuzza d'innocenza" che non può non accompagnare le prime parole di una poesia.

Fu un poeta – della rivolta e della libertà – molto apprezzato da Celan e soprattutto da Albert Camus, che lo riteneva uno dei maggiori poeti viventi. Per l’autore della Peste, al surrealismo Char si era prestato senza donarsi. Il tempo necessario per accorgersi che gli era più utile camminare da solo.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]