PROFESSIONE PIRATA
BREVE PANORAMICA SULLA MILLENARIA
STORIA DELLA PIRATERIA
INTERNAZIONALE
di Matteo Liberti
Cronache antiche, citazioni
mitologiche, raffigurazioni
artistiche e libri di storia, oltre
a romanzi, film, serie tv, fumetti,
videogiochi e parchi a tema:
l’argomento pirati è protagonista in
un numero incredibile di contesti, e
il vessillo che li rappresenta, il
celebre “Jolly Roger”, è oggi
riprodotto su magliette, vestiti di
carnevale, giocattoli e cover per
smartphone. Ma com’è successo che i
predoni dei mari, canaglie di prima
categoria (i cui “eredi” ancora
infestano le acque del globo),
abbiano ottenuto nel tempo tale
successo? E, storicamente parlando,
quando e dove hanno iniziato a far
parlare di sé?
Navigazione uguale pirateria
A conti fatti, la pirateria cominciò
a svilupparsi dall’alba dei tempi,
assieme ai commerci marittimi. La
prima testimonianza al riguardo
risale infatti
al XIV secolo a.C. e si trova nelle
“lettere di Amarna”, documenti in
argilla rinvenuti in Egitto dove si
fa riferimento alle scorrerie dei
“Popoli del Mare”, nome collettivo
di più genti che nel II millennio
a.C. terrorizzarono il Mediterraneo,
ispirando anche
la prima opera letteraria a sfondo
piratesco: Il viaggio di Unamon
(1000 a.C. circa). Di pirateria si
parla inoltre nell’Odissea
(VIII
secolo a.C.), dove il ciclope
Polifemo domanda a Ulisse se lui e i
suoi uomini vaghino “alla ventura
sul mare come pirati”. Peraltro, fin
dal principio i predatori dei mari
esercitarono anche un certo fascino,
basato sul fatto che il loro
“mestiere” garantiva persino ai più
disgraziati una discreta “scalata
sociale”. Oltre a ciò, vi fu sempre
qualche potente pronto a sfruttare i
pirati a suo vantaggio.
Da Sud a Nord
Dopo aver afflitto ogni civiltà del
Mediterraneo, inclusi i greci, i
pirati
diedero filo da torcere a
Roma, che nel III secolo a.C.
dovette fronteggiare i predoni
illirici (originari della regione
balcanica dell’Illiria), guidati
dalla regina Teuta, e più tardi
quelli cilici (originari della
Cilicia, regione costiera turca),
che tra
II e
I secolo a.C. divennero l’incubo di
ogni nave. A seguito di gravi
episodi come il rapimento di Giulio
Cesare e l’attacco al porto di
Ostia, nel 67 a.C. l’Urbe lanciò
quindi una vasta campagna
anti-piratesca guidata da
Gneo Pompeo Magno, che “bonificò” di
fatto il Mediterraneo. Dopo un lungo
oblio, il fenomeno tornò però in
auge nel Medioevo, con marmaglie di
razziatori che ripresero a infestare
i mari, incluse le acque nordeuropee
e atlantiche. In particolare, a far
paura furono i vichinghi, predoni di
origine scandinava, che tra VIII e
XI secolo scorrazzarono dalla Gran
Bretagna alla Francia per
avventurarsi poi oltre la penisola
iberica, fin nel Mediterraneo. A
decretare il loro crepuscolo furono
le crescenti politiche di
contenimento dei regni scandinavi,
ma nel frattempo altri pirati, di
fede islamica, stavano salendo alla
ribalta.
Incubi islamici e guerre di corsa
Tra VII e VIII secolo le forze
islamiche si espansero dall’Arabia
fino al Nord Africa e alla penisola
iberica, creandovi nuove realtà
statali e iniziando a compiere
razzie in mare. Chiamati anche
“saraceni” (dall’arabo
Sharq,
“Oriente”),
nell’827 i nuovi venuti
mossero quindi alla conquista della
Sicilia, aggredendo da lì le coste
dello “stivale” (nell’846
giunsero fino a Roma, via Tevere).
Tra i predoni più temuti si segnalò
all’inizio dell’XI secolo Mujahid
al-Amiri, o “Musetto”, originario
della Spagna islamica e noto per il
terrore che sparse tra la Sardegna e
la Corsica. Le scorrerie saracene
scemarono poi tra XII e XIV
secolo, durante le crociate in Terra
Santa, quando in Europa si andò
rodando il concetto di “guerra di
corsa”. In breve, tramite un formale
documento detto “lettera di corsa”,
un sovrano poteva autorizzare un tal
capitano, o “corsaro”, a colpire le
navi di altri paesi, onde minarne i
commerci. Un lavoro sporco che,
svolto pure in tempo di pace, si
confondeva spesso con la pirateria.
L’unica differenza, si diceva, era
che i corsari lottavano “per il re”,
i pirati “per sé”. La guerra di
corsa divenne poi specialità
musulmana, in primis degli ottomani,
dinastia a capo di un impero che nel
1453, prendendo Costantinopoli, si
sostituì a quello bizantino. Con
loro,
i corsari musulmani, noti anche come
“barbareschi” (la Barberia
era il Maghreb, sede di molte loro
basi), divennero un incubo sia per
le navi sia per le coste europee,
soprattutto italiane, non a caso
piene di torri d’avvistamento (dette
“saracene”). I più illustri predoni
al servizio dei sultani
acquisirono presto poteri
sconfinati, così come faranno alcuni
“rinnegati”: marinai europei
convertitisi all’Islam per
convenienza, magari dopo essere
stati rapiti e fatti schiavi.
Tutti ai Caraibi
Sulla scia delle grandi esplorazioni
geografiche,
tra XVI e XVII secolo
i commerci internazionali
investirono il Nuovo Mondo,
coinvolgendo in particolare l’area
dei Caraibi (formalmente sotto
controllo spagnolo), dove la
pirateria vivrà la sua “età d’oro”.
Ad aprire le danze furono alcuni
corsari europei, inglesi su tutti,
mandati a intercettare le ricchezze
trasportate in Europa nelle stive
dei velieri spagnoli. Come fecero,
per esempio, i “Sea Dogs”,
squadra di corsari della regina
Elisabetta
I d’Inghilterra il cui
esponente più noto fu Francis Drake
(1540-1596). Dopodiché, fino al
Settecento, i Caraibi divennero
terreno di conquista per ogni risma
d’avventurieri, tra fuorilegge,
sbandati ed ex marinai a cui stava
stretta la vita militare (i maggiori
luoghi di origine erano Inghilterra,
Francia e Olanda).
Alcuni si segnalarono
peraltro per lo spirito
organizzativo, come nel caso dei
“Fratelli della Costa” dell’isola di
Tortuga, o della “Flying Gang”,
con base a New Providence.
Come in passato, costoro suscitarono
sia parecchio terrore sia una
sottile fascinazione, legata ad
alcune norme dal sapore democratico
presenti nei loro regolamenti di
bordo. A ogni modo, dopo aver più
volte “flirtato” con i predoni
caraibici, i grandi stati
europei
decisero che di pirati ne avevano
abbastanza, e negli anni Venti del
XVIII secolo lanciarono una campagna
in grande stile per
eliminarli dalle Antille, mandandoli
a grappoli sul patibolo.
Mari d’Oriente
Un destino analogo a quello dei
pirati caraibici toccherà
nell’Ottocento ai predoni dei mari
orientali, dove il problema
piratesco, pur esistendo dai tempi
antichi, divenne roboante dal
Seicento, allorché i commerci
europei coinvolsero sempre più le
rotte asiatiche. I razziatori locali
iniziarono infatti a perseguitare i
traffici delle “Compagnie delle
Indie”, potenti associazioni di
mercanti che agivano per conto dei
governi europei e tra cui spiccava
la Compagnia Britannica delle Indie
Orientali (creata nel 1600).
Peraltro, a differenza dei colleghi
delle Antille, i pirati orientali
avevano una composizione etnica
assai variegata e operavano in
un’area sconfinata, che andava dal
Golfo Persico all’Estremo Oriente
(includendo mare Arabico, penisola
indiana, golfo del Bengala, Malesia,
Filippine, coste cinesi e Giappone).
Altra loro peculiarità fu che, nel
colpire i bastimenti europei,
introdussero anche motivazioni
politiche, in ottica anti coloniale,
in primis contro l’impero
britannico. Tra i pirati “patrioti”
brilla il nome dell’indiano Kanhoji
Angre (1669-1729), mentre in ambito
letterario il più famoso è Sandokan,
la “tigre della Malesia”, ideato da
Emilio Salgari e pure lui nemico
giurato degli inglesi. Non
rivendicava invece alcunché la
cinese Ching Shih, ex prostituta che
all’inizio del
XIX secolo divenne il pirata
più potente di sempre, a capo di una
flotta di oltre 70.000 individui.
Dopodiché, la repressione di governi
locali e potenze europee debellò
appunto anche la pirateria
orientale; o almeno così parve.
“Revival” e successi mediatici
A lungo sopito, anche grazie a leggi
internazionali ad hoc, il fenomeno
piratesco ha conosciuto un “revival”
dal secondo dopoguerra, risultando
tuttora ben vivo, come attestano i
report dell’International Maritime
Bureau (IMB), organo che monitora la
pirateria su scala globale. Le zone
più prese di mira negli ultimi
decenni si trovano nell’Oceano
Indiano (dalla Malesia al Corno
d’Africa), nel golfo di Guinea e in
Centro America, e anche i moderni
pirati – dotati di potenti motoscafi
e fucili mitragliatori – assalgono
di solito le grandi navi
commerciali, petroliere su tutte
(durante i lockdown per il
covid-19 a essere colpiti
sono stati però soprattutto i siti
galleggianti di stoccaggio del
petrolio, carichi a dismisura visti
i consumi ridotti). Insomma, anche
nel terzo millennio non c’è
navigazione (neppure quella sul web,
dove sguazzano i pirati informatici)
che non attiri qualche pirata. I
predoni dei mari, peraltro, si sono
intanto affermati anche come
celebrità mediatiche. Tale fortuna
affonda nell’Ottocento e si deve a
talune opere
letterarie in cui emersero (non
senza forzature) i tratti più
“nobili” dei pirati. Da
L’isola del tesoro di Robert
Louis Stevenson (1883) ai romanzi
d’avventura di Salgari
(1862-1911), i temi pirateschi hanno
quindi conquistato stuoli di
lettori; dopodiché a rilanciare e
mitizzare tali figure ci hanno
pensato il cinema e la televisione,
plasmando uno stereotipo del pirata
– visto come simpatico “antieroe” –
che, seppure in gran parte
“anti-storico”, esercita ancora oggi
un irresistibile fascino.