[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


moderna

PROFESSIONE PIRATA
BREVE PANORAMICA SULLA MILLENARIA STORIA DELLA PIRATERIA INTERNAZIONALE

di Matteo Liberti
 

Cronache antiche, citazioni mitologiche, raffigurazioni artistiche e libri di storia, oltre a romanzi, film, serie tv, fumetti, videogiochi e parchi a tema: l’argomento pirati è protagonista in un numero incredibile di contesti, e il vessillo che li rappresenta, il celebre “Jolly Roger”, è oggi riprodotto su magliette, vestiti di carnevale, giocattoli e cover per smartphone. Ma com’è successo che i predoni dei mari, canaglie di prima categoria (i cui “eredi” ancora infestano le acque del globo), abbiano ottenuto nel tempo tale successo? E, storicamente parlando, quando e dove hanno iniziato a far parlare di sé?

 

Navigazione uguale pirateria

 

A conti fatti, la pirateria cominciò a svilupparsi dall’alba dei tempi, assieme ai commerci marittimi. La prima testimonianza al riguardo risale infatti al XIV secolo a.C. e si trova nelle “lettere di Amarna”, documenti in argilla rinvenuti in Egitto dove si fa riferimento alle scorrerie dei “Popoli del Mare”, nome collettivo di più genti che nel II millennio a.C. terrorizzarono il Mediterraneo, ispirando anche la prima opera letteraria a sfondo piratesco: Il viaggio di Unamon (1000 a.C. circa). Di pirateria si parla inoltre nell’Odissea (VIII secolo a.C.), dove il ciclope Polifemo domanda a Ulisse se lui e i suoi uomini vaghino “alla ventura sul mare come pirati”. Peraltro, fin dal principio i predatori dei mari esercitarono anche un certo fascino, basato sul fatto che il loro “mestiere” garantiva persino ai più disgraziati una discreta “scalata sociale”. Oltre a ciò, vi fu sempre qualche potente pronto a sfruttare i pirati a suo vantaggio.

 

Da Sud a Nord

 

Dopo aver afflitto ogni civiltà del Mediterraneo, inclusi i greci, i pirati diedero filo da torcere a Roma, che nel III secolo a.C. dovette fronteggiare i predoni illirici (originari della regione balcanica dell’Illiria), guidati dalla regina Teuta, e più tardi quelli cilici (originari della Cilicia, regione costiera turca), che tra II e I secolo a.C. divennero l’incubo di ogni nave. A seguito di gravi episodi come il rapimento di Giulio Cesare e l’attacco al porto di Ostia, nel 67 a.C. l’Urbe lanciò quindi una vasta campagna anti-piratesca guidata da Gneo Pompeo Magno, che “bonificò” di fatto il Mediterraneo. Dopo un lungo oblio, il fenomeno tornò però in auge nel Medioevo, con marmaglie di razziatori che ripresero a infestare i mari, incluse le acque nordeuropee e atlantiche. In particolare, a far paura furono i vichinghi, predoni di origine scandinava, che tra VIII e XI secolo scorrazzarono dalla Gran Bretagna alla Francia per avventurarsi poi oltre la penisola iberica, fin nel Mediterraneo. A decretare il loro crepuscolo furono le crescenti politiche di contenimento dei regni scandinavi, ma nel frattempo altri pirati, di fede islamica, stavano salendo alla ribalta.

 

Incubi islamici e guerre di corsa

 

Tra VII e VIII secolo le forze islamiche si espansero dall’Arabia fino al Nord Africa e alla penisola iberica, creandovi nuove realtà statali e iniziando a compiere razzie in mare. Chiamati anche “saraceni” (dall’arabo Sharq, “Oriente”), nell’827 i nuovi venuti mossero quindi alla conquista della Sicilia, aggredendo da lì le coste dello “stivale” (nell’846 giunsero fino a Roma, via Tevere). Tra i predoni più temuti si segnalò all’inizio dell’XI secolo Mujahid al-Amiri, o “Musetto”, originario della Spagna islamica e noto per il terrore che sparse tra la Sardegna e la Corsica. Le scorrerie saracene scemarono poi tra XII e XIV secolo, durante le crociate in Terra Santa, quando in Europa si andò rodando il concetto di “guerra di corsa”. In breve, tramite un formale documento detto “lettera di corsa”, un sovrano poteva autorizzare un tal capitano, o “corsaro”, a colpire le navi di altri paesi, onde minarne i commerci. Un lavoro sporco che, svolto pure in tempo di pace, si confondeva spesso con la pirateria. L’unica differenza, si diceva, era che i corsari lottavano “per il re”, i pirati “per sé”. La guerra di corsa divenne poi specialità musulmana, in primis degli ottomani, dinastia a capo di un impero che nel 1453, prendendo Costantinopoli, si sostituì a quello bizantino. Con loro, i corsari musulmani, noti anche come “barbareschi” (la Barberia era il Maghreb, sede di molte loro basi), divennero un incubo sia per le navi sia per le coste europee, soprattutto italiane, non a caso piene di torri d’avvistamento (dette “saracene”). I più illustri predoni al servizio dei sultani acquisirono presto poteri sconfinati, così come faranno alcuni “rinnegati”: marinai europei convertitisi all’Islam per convenienza, magari dopo essere stati rapiti e fatti schiavi.

 

Tutti ai Caraibi

 

Sulla scia delle grandi esplorazioni geografiche, tra XVI e XVII secolo i commerci internazionali investirono il Nuovo Mondo, coinvolgendo in particolare l’area dei Caraibi (formalmente sotto controllo spagnolo), dove la pirateria vivrà la sua “età d’oro”. Ad aprire le danze furono alcuni corsari europei, inglesi su tutti, mandati a intercettare le ricchezze trasportate in Europa nelle stive dei velieri spagnoli. Come fecero, per esempio, i “Sea Dogs”, squadra di corsari della regina Elisabetta I d’Inghilterra il cui esponente più noto fu Francis Drake (1540-1596). Dopodiché, fino al Settecento, i Caraibi divennero terreno di conquista per ogni risma d’avventurieri, tra fuorilegge, sbandati ed ex marinai a cui stava stretta la vita militare (i maggiori luoghi di origine erano Inghilterra, Francia e Olanda). Alcuni si segnalarono peraltro per lo spirito organizzativo, come nel caso dei “Fratelli della Costa” dell’isola di Tortuga, o della “Flying Gang”, con base a New Providence. Come in passato, costoro suscitarono sia parecchio terrore sia una sottile fascinazione, legata ad alcune norme dal sapore democratico presenti nei loro regolamenti di bordo. A ogni modo, dopo aver più volte “flirtato” con i predoni caraibici, i grandi stati europei decisero che di pirati ne avevano abbastanza, e negli anni Venti del XVIII secolo lanciarono una campagna in grande stile per eliminarli dalle Antille, mandandoli a grappoli sul patibolo.

 

Mari d’Oriente

 

Un destino analogo a quello dei pirati caraibici toccherà nell’Ottocento ai predoni dei mari orientali, dove il problema piratesco, pur esistendo dai tempi antichi, divenne roboante dal Seicento, allorché i commerci europei coinvolsero sempre più le rotte asiatiche. I razziatori locali iniziarono infatti a perseguitare i traffici delle “Compagnie delle Indie”, potenti associazioni di mercanti che agivano per conto dei governi europei e tra cui spiccava la Compagnia Britannica delle Indie Orientali (creata nel 1600). Peraltro, a differenza dei colleghi delle Antille, i pirati orientali avevano una composizione etnica assai variegata e operavano in un’area sconfinata, che andava dal Golfo Persico all’Estremo Oriente (includendo mare Arabico, penisola indiana, golfo del Bengala, Malesia, Filippine, coste cinesi e Giappone). Altra loro peculiarità fu che, nel colpire i bastimenti europei, introdussero anche motivazioni politiche, in ottica anti coloniale, in primis contro l’impero britannico. Tra i pirati “patrioti” brilla il nome dell’indiano Kanhoji Angre (1669-1729), mentre in ambito letterario il più famoso è Sandokan, la “tigre della Malesia”, ideato da Emilio Salgari e pure lui nemico giurato degli inglesi. Non rivendicava invece alcunché la cinese Ching Shih, ex prostituta che all’inizio del XIX secolo divenne il pirata più potente di sempre, a capo di una flotta di oltre 70.000 individui. Dopodiché, la repressione di governi locali e potenze europee debellò appunto anche la pirateria orientale; o almeno così parve.

 

“Revival” e successi mediatici

 

A lungo sopito, anche grazie a leggi internazionali ad hoc, il fenomeno piratesco ha conosciuto un “revival” dal secondo dopoguerra, risultando tuttora ben vivo, come attestano i report dell’International Maritime Bureau (IMB), organo che monitora la pirateria su scala globale. Le zone più prese di mira negli ultimi decenni si trovano nell’Oceano Indiano (dalla Malesia al Corno d’Africa), nel golfo di Guinea e in Centro America, e anche i moderni pirati – dotati di potenti motoscafi e fucili mitragliatori – assalgono di solito le grandi navi commerciali, petroliere su tutte (durante i lockdown per il covid-19 a essere colpiti sono stati però soprattutto i siti galleggianti di stoccaggio del petrolio, carichi a dismisura visti i consumi ridotti). Insomma, anche nel terzo millennio non c’è navigazione (neppure quella sul web, dove sguazzano i pirati informatici) che non attiri qualche pirata. I predoni dei mari, peraltro, si sono intanto affermati anche come celebrità mediatiche. Tale fortuna affonda nell’Ottocento e si deve a talune opere letterarie in cui emersero (non senza forzature) i tratti più “nobili” dei pirati. Da L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson (1883) ai romanzi d’avventura di Salgari (1862-1911), i temi pirateschi hanno quindi conquistato stuoli di lettori; dopodiché a rilanciare e mitizzare tali figure ci hanno pensato il cinema e la televisione, plasmando uno stereotipo del pirata – visto come simpatico “antieroe” – che, seppure in gran parte “anti-storico”, esercita ancora oggi un irresistibile fascino.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]