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N. 106 - Ottobre 2016 (CXXXVII)

Lo stato moderno

dalle costituzioni per ceti alle nazioni
di Marco Fossati

 

Lo Stato, istituzione fondamentale del mondo contemporaneo, è il risultato di un lungo processo di formazione che ha la sua fase essenziale tra XIV e XVIII secolo. Prima di tale periodo era inconcepibile sia la funzione che l’idea stessa di Stato; anche il termine latino originario, status, assumeva un diverso significato.

 

L’Occidente medievale era caratterizzato da due poteri universali: l’Impero e la Chiesa. Semplificando possiamo considerarli al vertice di quel complesso sistema feudale costituito da un intrico di rapporti personali, in cui il potere (considerato emanazione di Dio) e quindi le funzioni di governo discendevano verso il “basso”. In altre parole, l’amministrazione, ovvero tutto quello che oggi individuiamo come tipica espressione dello Stato, era dispersa in una moltitudine di soggetti. Conti, marchesi ma anche vescovi o abati (la nobiltà), controllavano territori più o meno vasti e gestivano poteri statuali quali la giustizia, la difesa, la gestione delle risorse finanziarie. In teoria essi erano parte ovvero sottomessi (vassalli), sia all’Impero che alla Chiesa, ai quali dovevano fare riferimento per ottenere legittimazione al proprio governo. Il secolare scontro tra i due poteri universali determina per entrambi un lento declino in termini di forza reale, che allenta sempre più i legami con i vassalli e disgrega la struttura feudale. Tale situazione favorisce, a partire dal XII secolo, il graduale sviluppo delle monarchie europee.

 

In molte zone d’Europa, il titolo di Re, che all’interno del sistema feudale aveva avuto scarso valore pratico, riprende vigore grazie a soggetti che, per tradizione o carisma personale, iniziano a diventare i punti di riferimento dei nobili locali. Di conseguenza, sebbene senza un progetto consapevole e programmato, intorno al monarca si forma lentamente un organismo – consilum, curia, parlamentum, ecc – che richiama i potenti laici ed ecclesiastici di un determinato territorio, a prestare sostegno al governo del re. Possiamo citare Pietro III il Grande che convoca le Cortes catalane a Barcellona nel 1283 o Filippo IV che nel 1301 riunisce a Parigi gli Stati generali francesi, quali primi esempi concreti di assemblee parlamentari ormai formalizzate. Inoltre, tra XIII e XIV secolo si moltiplicano documenti che definiscono ufficialmente tali situazioni. Atti redatti sotto forma di contratti di tipo feudale (contratti di signoria basati su legami personali), nei quali i gruppi sociali (ceti), espressione dei poteri locali, concordano con il rispettivo sovrano i propri diritti, doveri e i limiti del potere monarchico. La Magna Charta inglese del 1215 è forse il più famoso di tali documenti.

 

Si concretizza così un primo stadio nella formazione dello Stato quello che gli storici chiamano stato per ceti, o costituzione per ceti. Un’organizzazione del potere che inizialmente mette sullo stesso piano re e potentati locali in una situazione di equilibrio ma in realtà nasconde un lento movimento di sovrapposizione del sovrano ai ceti stessi. Un movimento sicuramente influenzato dai forti mutamenti economico-sociali che compaiono negli ultimi secoli del Medioevo e che generano una conflittualità diffusa, di conseguenza l’emergere delle monarchie avviene quasi sempre in modo violento: “Quella militare resta sempre una funzione decisiva del sovrano, è dunque conseguente che la guerra e l’amministrazione militare fungano da primo motore e volano di tutto il processo di affermazione del governo monarchico e di espansione e rafforzamento della macchina statale” (Ortu).

 

Pertanto, se la Guerra dei Cent’anni (1337-1453) vede definirsi il Regno di Francia intorno alla dinastia Valois, in Inghilterra i conflitti della Guerra delle Due Rose (1455-1485) favoriscono l’ascesa al trono della famiglia Tudor. In Spagna l’unione matrimoniale tra i sovrani d’Aragona e Castiglia (1469) blocca le ambizioni dell’aristocrazia, sarà poi la guerra di Reconquista dei territori islamici a consolidare il regno iberico. In Germania e soprattutto in Italia tale fenomeno di accentramento del potere avviene in modo frammentario, dato che in queste regioni era particolarmente diffuso e radicato il fenomeno comunale. Iniziato nel XI secolo era l’esempio di una riorganizzazione del potere dal “basso” che si inseriva nel sistema feudale dei legami gerarchici; apportava elementi importanti (che saranno ripresi secoli dopo) come la condivisione di diritti e doveri (statuti), base delle comunità cittadine, richiamando la gestione del “bene pubblico” di tradizione romana ed introducendo un principio di spersonalizzazione del potere.

 

Non è un caso che il termine “Stato” inizi a circolare proprio nell’Italia del Trecento per indicare le organizzazioni politiche che caratterizzano la realtà urbana della Penisola. Comunque, tra XIV e XV secolo, anche nell’area italiana e in quella germanica, le numerose guerre polarizzano il potere intorno ai centri urbani più grandi che iniziano a dominare il territorio circostante. Si formano così repubbliche guidate da un’oligarchia di patriziato cittadino (è il caso di Genova e Venezia) o principati (monarchie in “formato ridotto”) retti da una dinastia (ad esempio la Toscana con i Medici, gli Asburgo in Austria, gli Hohenzollern nel Brandeburgo). In questo periodo l’aspetto militare cambia profondamente; non solo iniziano a comparire armamenti particolari come la polvere da sparo e il cannone ma si diffonde anche l’utilizzo di eserciti formati da migliaia di uomini (in gran parte mercenari); elementi che fanno aumentare notevolmente i costi delle guerre, favorendo pure l’accentramento del potere. Il rafforzamento delle monarchie rimane comunque limitato fino al Cinquecento, quando emergono con maggiore evidenza i primi caratteri di quelle che, ai nostri giorni, potremmo definire strutture statali.

 

Il rapido aumento demografico, accompagnato dal notevole incremento degli scambi commerciali e l’enorme afflusso di metalli preziosi dal continente americano, sono alcuni dei fattori che determinano, nel XVI secolo, un radicale cambiamento negli assetti economici europei; di fatto, l’avvio di un’economia pre-capitalistica. La società è profondamente scossa da tali cambiamenti che si sommano alle contrapposizioni religiose seguite alla Riforma luterana e alla successiva Controriforma cattolica. Iniziano quasi due secoli di conflitti religiosi, economici e politici che si sovrappongono, con il risultato di un ulteriore e sensibile aumento di guerre e spese militari. Se in precedenza il re copriva tali spese con i propri beni o con il ricorso alle assemblee dei ceti (chiedendo l’autorizzazione per nuove tasse o finanziamenti), già dalla metà del Cinquecento tale pratica risulta inadeguata.

 

Un secolo dopo, “le spese annuali dei principati del continente, dal Piemonte alla Svezia, erano dovunque dedicate in misura prevalente e ripetitiva alla preparazione della guerra o alla sua conduzione, ora enormemente più costosa che durante il Rinascimento” (Anderson). Le monarchie sono in pratica costrette a reperire ulteriori risorse attraverso il sistema fiscale; sia aumentando i dazi e le tasse sulle merci, sia introducendo un principio di imposizione diretta (sconosciuto nel Medioevo). Quest’ultimo aspetto, che ebbe tempi e metodi di applicazione diversi da una parte all’altra dell’Europa, introduceva un vincolo di dipendenza tra i membri della società con il concetto che tutti erano tenuti a contribuire alle spese generali (un primo reale tassello nella formazione dello Stato). Nell’Italia comunale l’imposizione diretta inizia a diffondersi già nel XIV secolo. In Francia, viene introdotta alla metà del Quattrocento la prima tassa applicata a tutto il Regno (la taille royal) per il finanziamento delle unità militari (compagnies d’ordonnance). In Spagna le imposte dirette sono applicate regolarmente dalla fine del XVI secolo ma solo in Castiglia. Mentre nella Prussia-Brandeburgo un vasto sistema fiscale (da cui era esentata la nobiltà) verrà introdotto solo dopo il 1653.

 

Sia le funzioni di difesa che quelle finanziarie determinano un’estensione progressiva degli interessi del governo monarchico che inizia ad occuparsi anche di altri ambiti fino ad allora monopolio dei potentati locali: l’amministrazione della giustizia; la gestione delle risorse economiche e la monetazione; la produzione legislativa. Tali nuove funzioni vedono in tutte le monarchie europee la nascita di un apparato di funzionari che sono emanazione del governo del re e lo rappresentano fisicamente in tutto il territorio (commissari, governatori, magistrati, ecc.). Tutto questo mette ovviamente in crisi il modello dello “stato per ceti”, basato sull’equilibrio tra sovrano e gruppi sociali, che in pratica perde efficacia nel corso del XVII secolo: “I sistemi basati sugli stati-ceti declinarono mentre il potere di classe della nobiltà assumeva la forma di una dittatura centripeta messa in pratica sotto le insegne reali” (Anderson).

 

Il punto di svolta avviene quando i sovrani si appropriano della funzione legislativa esautorando lentamente i potentati locali. Inizia a prevalere il diritto regio scritto su tutto il complesso di norme di derivazione medievale al fine di conseguire una migliore uniformità territoriale. Uno dei maggiori scrittori politici del XVI secolo, Jean Bodin, nei I sei libri della Repubblica del 1576, aveva già inquadrato l’aspetto dal punto di vista teorico: “Il punto più alto della maestà sovrana sta nel dar legge ai sudditi in generale e in particolare senza bisogno del loro consenso”. Il Code Henry III del 1587 in Francia, La nueva Recopilacion de las Leyes de Espana emanata nel 1567 sotto il regno di Filippo II o i Nuovi Ordini (1561-1566) nel Piemonte di Emanuele Filiberto di Savoia, sono i primi esempi di questo fenomeno generalizzato che sancisce l’avvio della seconda fase di formazione dello stato moderno: lo stato assoluto.

 

Esercito permanente, apparato fiscale e amministrativo, queste sono le caratteristiche di un’ organizzazione politica che si accentra sempre più intorno alla figura del sovrano; detentore di un potere senza vincoli e quindi assoluto. Ma l’affermazione dell’assolutismo si scontra inevitabilmente sia con la nobiltà che, decaduto il sistema assembleare, diviene subalterna al potere monarchico e minacciata nei suoi interessi dallo Stato-monarchia; sia con la popolazione, urbana e rurale, che non potendo più contrattare diritti e doveri come avveniva nel sistema feudale dei legami personali, è ridotta a semplice oggetto di esazioni fiscali.

 

Non sorprende individuare in tutta Europa, dalla fine del Cinquecento alla fine del Seicento, oltre a numerose sollevazioni popolari nate da rivendicazioni di natura economica (i Croquant in Francia, i Lazzari a Napoli, i cosacchi nell’Europa Orientale), anche rivolte aristocratiche o dei poteri locali (i patriziati cittadini) contro la monarchia, spesso confuse e nascoste dai conflitti religiosi. Dall’opposizione dell’aristocrazia boema al potere asburgico (1618-1620) o la Fronda dei nobili in Francia (1648-1652), alla rivolta della città di Konigsberg nella Prussia-Brandeburgo (1662-1674), passando per il tentativo di secessione della Catalogna (1640-1652). Brutali repressioni decretano la definitiva vittoria dell’assolutismo che nel XVII secolo diviene il modello di organizzazione del potere a cui tutto l’Occidente tende, pur con gradi di approssimazione diversi.

 

Alla metà del Seicento il concetto di una “persona unica” che detiene il potere supremo (le repubbliche oligarchiche tipo Genova o Venezia rappresentano eccezioni) è chiaramente associato al termine “Stato” divenuto ormai di uso comune; identificativo di un organismo politico originale anche per i contemporanei su cui si elaborano nuove riflessioni. Declinano i concetti circa il diritto divino del potere mentre prendono quota le concezioni riguardanti lo Stato come prodotto di un patto politico che ha come fine il “pubblico bene” (Grozio, Hobbes, Locke, ecc.). Ecco che si afferma una pervasività dell’autorità sovrana non solo limitata al controllo del territorio ma tendente a modellare l’intera vita sociale. Settori come la sanità, l’assistenza, l’istruzione e la cultura finiscono gradualmente sotto controllo statale esautorando o limitando l’azione di quei “corpi intermedi” che dal Medioevo svolgevano tali funzioni: Chiese, confraternite, poteri locali, corporazioni.

 

Se poi guardiamo alla Chiesa anglicana, al Gallicanesimo in Francia o alla chiesa regalista spagnola, notiamo il formarsi, tra Seicento e Settecento, di sistemi statali ecclesiastici, che in un certo senso piegano pure la religione alle esigenze dell’autorità. Inoltre: “Il problema del reperimento delle risorse finanziarie necessarie alla vita e alla crescita degli stati europei e lo sforzo connesso di migliorare il prelievo e il controllo fiscale, ispirano quell’insieme di pratiche di politica economica che va sotto il nome di mercantilismo” (Ortu). La creazione delle “manifatture reali” (anticipazione di un’industria di Stato) da parte del ministro Colbert nella Francia di Luigi XIV o il Navigation act emanato da Lord Cromwell, che disciplina il monopolio inglese sulle rotte commerciali atlantiche, sono solo alcuni esempi del tentativo da parte dei nascenti stati di tenere sotto controllo anche il campo economico e dell’assumere sempre più fisionomie di imprese, con il fine di favorire le esportazioni e penalizzare le importazioni mediante politiche protezionistiche. Nel Settecento, però, la rivoluzione industriale e il conseguente stravolgimento dei vecchi assetti economici, lo sviluppo dei mercati finanziari e l’inizio di un sistema capitalistico (che maturerà nel secolo successivo), la diffusione delle teorie liberiste che auspicano un limitato intervento dello Stato nell’economia (Smith), assestano un duro colpo all’assolutismo.

 

Il XVIII secolo rappresenta l’affermazione dello stato assoluto in gran parte d’Europa ma  segna anche l’inizio del suo declino; un declino per la verità già iniziato con le rivoluzioni inglesi del secolo precedente. Infatti l’esecuzione di Carlo I Stuart nel 1649 determina, sia praticamente sia simbolicamente, la prima vera sconfitta di una monarchia assoluta. Sconfitta che si concretizza con l’introduzione del Bill of Right nel 1688; con cui si introducono forti limitazioni al potere monarchico e si riafferma la forza dell’assemblea parlamentare, definita: “organo pienamente e liberamente rappresentativo di questa nazione”. Un principio di rappresentanza popolare che pone le basi per una monarchia costituzionale con al centro appunto il parlamento. L’esempio inglese sarà solo un primo tassello di un quadro che verrà a formarsi nel corso del Settecento con lo sviluppo di nuove concezioni politiche condizionate dal pensiero illuminista.

 

Ne Lo spirito delle leggi del 1748, Montesquieu scrive: “Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo [...] Tutto sarebbe perduto se la stessa persona, o lo stesso corpo di grandi, o di nobili, o di popolo esercitasse questi tre poteri”. Una separazione dei poteri in netta contrapposizione all’assolutismo. Mentre Jean Jaque Rousseau nel Contratto sociale, del 1762, tratteggia gli elementi essenziali delle future democrazie: “Una forma di associazione che difenda e protegga con tutta la forza comune la persona e i beni di ciascun associato, e per la quale ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a se stesso, e resti libero come prima [...] quest’atto di associazione produce subito un corpo morale e collettivo […] Questa persona pubblica prendeva una volta il nome di città, e adesso quella di repubblica o corpo politico, il quale a sua volta è chiamato dai suoi membri Stato”.

 

Siamo di fronte ad una nuova evoluzione nella concezione del potere che subirà un’accelerazione attraverso due eventi epocali. Prima la Rivoluzione americana con la Dichiarazione d’indipendenza del 1776: “Tutti gli uomini sono stati creati uguali, essi sono stati dotati dal loro creatore di alcuni diritti inalienabili [...] allo scopo di garantire questi diritti sono stati creati tra gli uomini i governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati”. La messa in pratica delle dottrine giusnaturalistiche (ogni uomo è titolare di diritti innati, appunto di natura) che ormai da un secolo circolano in Europa e che iniziano a logorare la base aristocratica delle monarchie assolute. Successivamente è la Rivoluzione francese che ribadisce e rielabora tali concetti con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo: “Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella Nazione […] La legge è espressione della volontà generale, tutti i cittadini hanno diritto di concorrere personalmente o mediante i loro rappresentanti alla sua formazione”. Inizia a prendere forma una prima idea di nazione di origine politica ovvero di una comunità (una popolazione) che si riconosce in determinati principi civili; nel caso francese le idee della Rivoluzione sulle quali si baserà, sebbene con molte contraddizioni, anche il periodo napoleonico. Nella prima parte dell’Ottocento si svilupperà inoltre il concetto di nazione (e di popolo) derivante da aspetti culturali, come storia, lingua e territorio. La nazione diventa “un surrogato laico” al principio di derivazione divina del potere.

 

Pertanto, nel corso del XIX secolo la legittimazione del potere si realizza sempre più attraverso la popolazione (dal “basso”) o meglio, attraverso la creazione di sistemi parlamentari che la rappresentino. L’allargamento del suffragio e la redazione di costituzioni, ovvero di leggi fondamentali dello Stato, contenenti quei principi teorici che si erano sviluppati nel secolo precedente (separazione dei poteri, eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, libertà di espressione, ecc.) fanno sì che il potere monarchico venga fortemente ridimensionato ma senza intaccare le strutture statali appena formatesi. In questo quadro prendono avvio i fermenti nazionalistici che attraversano l’Europa negli anni Venti del XIX secolo e che daranno vita ai movimenti di riunificazione nazionale (in Germania, Italia, Grecia). Una fase nuova dal punto di vista dell’organizzazione del potere che pone le basi per lo stato-nazione, prologo ai sistemi contemporanei e conclusione del lungo periodo di formazione dell’idea di Stato e delle sue funzioni e caratteristiche principali. Periodo che si può affermare venga efficacemente identificato con il concetto di stato moderno. Categoria storica che contiene tutte le trasformazioni avvenute nell’organizzazione del potere nelle società europee, dalla fine del Medioevo agli inizi dell’Età contemporanea; determinanti per gli attuali assetti politici e sociali. 

 

 

Riferimenti Bibliografici:

 

Anderson, Perry, Lo Stato assoluto, Mondadori, Milano 1980;

Ortu, Gian Giacomo, Lo Stato moderno, Laterza Editori, Roma-Bari, 2001.



 

 

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