LA SPIGOLA E LA SUA SIMBOLOGIA
CREDENZE, TRADIZIONI E USI
di Giulia Cesarini Argiroffo
La spigola è un pesce teleosteo
eurialino dell’ordine dei Perciformi
e della famiglia dei Moronidi o
Serranidi. In Italia il nome comune
«spigola» deriverebbe dal termine
«spiga», che ricorda le punte dei
raggi nelle pinne dorsali di
quest’animale. In alcune zone
italiane però tale specie assume
altre denominazioni come branzino,
varolo, luasso, ragno, eccetera.
Come si vedrà di seguito
nell’articolo, il suddetto animale
era noto e apprezzato sin
dall’antichità.
In generale tale vertebrato vive
nelle acque litoranee e salmastre
dell’Oceano Atlantico – dalla
Scandinavia al Sudafrica – del
bacino del Mediterraneo e del Mar
Nero, ma penetra spesso negli
estuari e rimonta in parte i fiumi.
Tale pesce può risiedere sul fondo o
in superficie e spostarsi dalle
acque salmastre a quelle dolci,
dando prova di grande adattabilità.
La creatura acquatica può vivere
solitaria oppure in gruppi compatti,
soprattutto nel periodo della
riproduzione (gennaio-marzo circa).
Si tratta di un predatore molto
vorace: esso si nutre di piccoli
pesci (come latterini, anguille,
muggini, ecc.) e d’una grande
quantità d’invertebrati. In generale
tale organismo ha un corpo
slanciato, scarsamente compresso ai
lati, testa allungata e robusta con
fronte dritta. Quest’esemplare vanta
un’ampia bocca che può allungarsi
leggermente a tubo quand’è aperta,
raggiungendo gli occhi, abbastanza
piccoli. Il suddetto pesce presenta
un opercolo munito di spine. Le
spine dorsali sono separate: una
parte ha raggi duri e pungenti,
mentre l’altra li possiede molli.
Per cacciare, tale predatore sfrutta
il momento più propizio; spesso il
pesce s’avvicina alla costa quando
il mare è agitato per catturare le
sue prede, puntando soprattutto
sulla velocità e sull’agguato.
In particolare la specie più comune
di spigola –
Dicentrarchus o
Morone labrax – presenta il
corpo allungato coperto di squame
ctenoidi, il capo e lo spazio
interorbitrale squamosi, denti
piccoli sulle mascelle, sul vomere,
sui palatini e sulla lingua. Il
preopercolo con il margine
posteriore dentellato, quello
inferiore con tre spine,
sull’opercolo due spine, 7 raggi
branchiostegi. Inoltre il suddetto
animale ha 2 pinne dorsali separate:
la prima con 8-9 raggi spinosi, la
seconda con uno spinoso e 12-13
molli. Quella anale presenta 3
spinosi e 10-11 molli, le pettorali
15-16 raggi, le pinne ventrali sono
toraciche con 1 spina e 5 raggi
molli; poi 25-26 vertebre e una
linea laterale accentuata.
Tale organismo presenta un color
grigio argenteo, più scuro sul
dorso; sui fianchi è
bianco-argenteo, talvolta con
riflessi dorati, verdastri o
bluastri e una macchia scura
sull’opercolo. La taglia massima del
vertebrato è di 103 cm, ma
mediamente è di 50 cm; il peso
massimo risulta di 12 kg. Gli
esemplari adulti vivono solitari o a
coppie, mentre i giovanili sono
gregari. Questa specie pare poco
propensa alle migrazioni e occupa
per lunghi periodi un territorio di
caccia circoscritto. Tale creatura
caccia soprattutto di notte, è molto
sensibile alle fasi lunari e al
cambio di marea. L’animale è molto
curioso, per cui spesso s’avvicina
ai subacquei che praticano con lui
la «pesca sportiva», motivo per cui
gli esemplari pescati di solito si
ributtano in acqua. Dopo il periodo
di riproduzione, tra gennaio e
marzo, le uova deposte galleggiano
in acqua.
In ogni caso le carni della spigola
si mangiano e si ritengono tra le
più pregiate. Per questo in molti
Paesi, soprattutto in quelli
mediterranei, tale risorsa s’alleva
in acquicoltura. Molte sono le
ricette culinarie che prevedono
questo pesce. Una specie di spigola
affine, seppure più rara e di
dimensioni inferiori, è quella detta
«spigola maculata» (Dicentrarchus
o
Morone punctatus),
caratterizzata da piccole macchie
scure sui fianchi. Invece il
cosiddetto «branzino cileno» in
realtà non è una spigola, ma
appartiene a un’altra specie.
Infatti si tratta d’un moro oceanico
– dal nome scientifico
Dissostichus eleginoides – ch’è
un grande pesce dei fondali
antartici, ribattezzato così solo
per scopi di marketing.
La spigola si conosceva già
nell’antichità e la s’apprezzava
molto. Gli antichi Greci la
chiamavano λάβραξ (labrax),
ch’è tuttora il nome scientifico
della spigola comune e che conserva
ancora tale denominazione. Ad
esempio il filosofo Aristotele nella
sua opera
Historia Animalium, pur non
attribuendone alcuna specifica
simbologia, la menzionò da un punto
di vista zoologico. Infatti il
celebre studioso ne descrisse
l’habitat, le abitudini e il
comportamento riproduttivo. Tale
testo aristotelico è importante
perché fornisce una testimonianza
dell’interesse per la scienza e in
particolare sugli animali che c’era
nell’antica Grecia.
L’attenzione per la spigola
nell’antichità emergeva soprattutto
dal punto di vista gastronomico. A
tal proposito, ad esempio, Ateneo di
Naucrati nei suoi
Deipnosophistae raccolse molte
citazioni tratte da altri autori
dell’antica Grecia riguardo ai
banchetti e alla cucina. Tra i pesci
più apprezzati c’era anche la
spigola, il
labrax, che il letterato
indicava essere una delle specie più
pregiate presenti presso le classi
abbienti. Tale dato consente
d’attribuire alla spigola un valore
simbolico di natura sociale, perché
possedere o servire specie ittiche
particolarmente ricercate come
questo pesce era segno di ricchezza,
buon gusto e prestigio. Quindi il
poter mangiare tale alimento
rappresentava uno status economico
agiato. Lo storico contemporaneo
James Davidson ha osservato,
studiando il consumo di pesce
nell’Atene classica, come talune
specie ittiche diventassero
all’epoca dei veri e propri
indicatori sociali.
Nell’antica Roma la spigola la si
chiamava
lupus. Tale nome, secondo gli
studiosi Alex Revelli Sorini e
Susanna Cutini, derivava dalla sua
voracità e aggressività,
paragonabile a quella dei lupi. Ad
esempio Plinio il Vecchio nella sua
Naturalis Historia trattava
dettagliatamente di alcuni pesci del
Mediterraneo, tra cui anche la
spigola, e la descriveva come una
specie ittica molto apprezzata per
la qualità delle sue carni e per il
valore commerciale assunto
nell’Impero Romano. Altre fonti
dell’antica Roma elogiavano questo
pesce: lo si considerava un alimento
costoso e prelibato, di conseguenza
s’incontrava sulle tavole delle
classi sociali abbienti. Inoltre si
riportava spesso che la qualità che
si considerava migliore tra le
spigole pescate era quella che si
trovava presso la foce del Tevere.
Alcuni studi archeologici
contemporanei hanno confermato tale
abitudine dell’epoca. A tal
proposito, ad esempio, Christy
Schirmer in una sua ricerca ha
comprovato come si ritenesse la
spigola, grazie sia alla sua
abbondanza sia alla sua elevata
richiesta nei mercati cittadini, una
delle specie più importanti anche a
livello economico nell’antica Roma,
e soprattutto quella pescata nel
Tevere.
Nel cristianesimo la spigola non
assunse un valore simbolico proprio,
seppure rientrò nel più ampio e
importante significato di pesce. Il
termine greco che corrisponde al
pesce,
Ichthys, lo si considera un
acrostico, ossia un vocabolo
composto dalle lettere iniziali
delle seguenti parole:
Iesoûs Christòs Theoû Hyiòs Sotér,
ovvero «Gesù Cristo, Figlio di Dio,
Salvatore». Il simbolo del pesce
divenne così il segno segreto grazie
a cui i cristiani si riconoscevano
tra i pagani, ch’erano loro ostili.
Infatti il pesce lo si riteneva un
animale «a sangue freddo», ossia un
animale che «non è dominato
dall’impeto delle passioni», e
proprio per questo motivo diventò
oggetto di pasti e sacrifici a
sfondo sacro. La carne ittica la si
poteva mangiare anche nei giorni di
magro e di Quaresima, in quanto non
la si riteneva una vera e propria
carne animale. In ogni caso, come
sopraccitato, nel cristianesimo la
spigola non aveva una sua
connotazione, ma rientrava
all’interno del generale simbolismo
del pesce.
Nell’iconografia medievale, come
notava Michel Pastoureau,
non sempre gli animali si
raffiguravano come erano nella
realtà, in maniera naturalistica, ma
gli artisti si preoccupavano in
particolare di dotarli degli
attributi che li caratterizzavano
soprattutto da un punto di vista
simbolico. Questi ultimi
costituivano i
tratti di riconoscimento di ogni
animale e si rifacevano alle
proprietà che per ogni specie
i bestiari dell’epoca mettevano in
risalto. Tali attributi erano
convenzionali piuttosto che reali, e
la spigola corrispondeva piuttosto
alla figura di un pesce
stereotipato.
Tale tipologia di raffigurazione
valeva anche per l’araldica. Come
notava lo studioso francese, l’uso
di veri e propri stemmi europei
cominciò alla fine del XII secolo
per espandersi pienamente nel XIII
secolo.
Tale pratica nacque dalla necessità
da parte dei cavalieri di farsi
riconoscere in battaglia e nei
tornei; tutto ciò poi s’estese anche
ad altri ambiti della società.
L’araldica era al tempo stesso un
codice sociale e un sistema di segni
basati su figure e colori che,
nell’ambito dello scudo,
s’assemblavano secondo un certo
numero di regole precise, un
repertorio di forme che formavano
una sorta di grammatica detta
«blasone». Di conseguenza
l’araldica, ossia la scienza che
studia gli stemmi, segue un certo
codice ch’è proprio d’ogni cultura,
e in particolare quella europea si
discosta da quella d’altre civiltà.
In generale negli stemmi europei una
delle figure principali era spesso
quella d’un animale, e tra i pesci
raffigurati appariva certamente pure
la spigola, anche se avesse ben poco
a che fare con la realtà, perché si
trattava solo di un pesce dal corpo
allungato. Il più delle volte nello
scudo non se ne metteva uno solo, ma
due, addossati in verticale.
Durante il Medioevo crebbe
l’importanza alimentare della
spigola. Infatti i numerosi giorni
di magro imposti dalla disciplina
ecclesiastica aumentarono il consumo
di pesce in tutta Europa. Nei
ricettari medievali e in seguito
anche in quelli rinascimentali la
spigola comparve tra le specie
considerate più nobili, adatte alle
tavole aristocratiche. In diverse
località dov’era facile pescarla,
tale alimento diventò anche un
simbolo d’identità locale e
d’abbondanza. Il valore simbolico
del pesce progressivamente finì per
legarsi a quello di qualità, di
purezza delle acque marine e di
raffinatezza gastronomica.
Anche in età moderna e contemporanea
la spigola viene ancora apprezzata,
continuando a mantenere soprattutto
una simbologia culturale legata al
Mediterraneo, in particolare ai
valori di freschezza, essenzialità,
misura e cucina d’eccellenza.
Tuttora infatti si può rilevare la
sua attuale fortuna nei mercati
alimentari e sulle tavole italiane;
molteplici continuano a essere le
ricette con cui cucinare il suddetto
prodotto.
Negli ultimi decenni organizzazioni
internazionali come la FAO
sottolineano come specie ittiche tra
cui la spigola rappresentino oggi un
caso emblematico dello sviluppo
sostenibile dell'acquacoltura
mediterranea, purché gestita secondo
criteri scientifici e ambientali.
Questo si ha grazie alla sempre più
crescente attenzione alla
conservazione degli ecosistemi, il
che ha fatto sì che questo pesce
diventasse uno degli emblemi del
delicato equilibrio tra sfruttamento
delle risorse e tutela ambientale.
In generale la spigola, sin
dall’antica Grecia e ancora
attualmente, s’associa ai simboli di
forza, rapidità e abilità
predatoria.
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Rinascimento a tavola. La cucina e
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