[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

162 / GIUGNO 2021 (CXCIII)


attualità

Spazi di Eccezione
virus e libertà: riflessioni geografiche (RECENSIONE)

di Arianna Barìa

 

«Siamo davvero pronti ad andare oltre i luoghi, a ripensare la nostra vita in senso dematerializzato, allontanandoci da ciò che l’ha caratterizzata fino a ieri, ovvero il vivere spazi che, nell’interazione con l’antropico, diventano luoghi e, più nello specifico, luoghi vissuti?».

 

Questo è l’interrogativo posto da Alessandro Ricci – ricercatore di geografia politica presso l’Università di Bergamo nonché coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info – in Spazi di eccezione: riflessioni geografiche su virus e libertà, pamphlet edito nella collana Esc di Castelvecchi nel maggio 2021.

 

L’autore mediante un doppio approccio – in quanto ricercatore che indaga criticamente e diacronicamente dati e fenomeni e quale testimone della crisi che ha cambiato le nostre vite nell’ultimo anno – esamina le implicazioni dell’epidemia che ha una connotazione geografica, poiché la sua diffusione differisce in base alle questioni politiche e sociali proprie di un territorio.

 

Pervade e impregna ogni pagina la riscoperta di un concetto: quello di libertà, solo apparentemente distante dalla materia di riferimento – la geografia – poiché concerne il rapporto che l’uomo ha con i luoghi. «Combattere per la propria libertà» – scrive Ricci – «significa anzitutto riappropriarsi dei nostri spazi».

 

L’esistenza, lo suggerisce la stessa etimologia (ex + sistere = “stare fuori”), inizia ponendosi al di fuori delle certezze casalinghe: l’imprevedibilità ci aspetta proprio in quei «luoghi calpestati freneticamente dalle persone, che lì si incontrano volontariamente, per caso, si scontrano e si addensano, in un miscuglio più o meno indefinito di corpi, sguardi, gomiti, parole e aliti». Eppure, si è assistito alla regressione di quei luoghi, dominio dell’inatteso – che l’autore definisce in un’ottica antropica come snodi essenziali della società umana – in spazi desolati e normati: i centri mutevoli delle nostre vite – smantellati in virtù di surrogati virtuali – sono diventati scenografie vuote delle nostre azioni e nostalgiche dimore dei nostri ricordi, rimpiante da chi si ritrova ad essere spettatore del theatrum mundi in cui prima era attore protagonista.

 

«È – o meglio, era – nei luoghi extra abitativi che la nostra vita si svolgeva nella sua dimensione pubblica», confine che non esiste più – quello tra pubblico e privato: l’ufficio, l’aula scolastica, la palestra, i ristoranti confluiscono secondo un vorticoso e caotico intreccio dimensionale nella casa, spazio privato per antonomasia.

 

Conseguenza della dematerializzazione delle nostre vite è lo sconfinamento spaziale e temporale e la derivata confusa sovrapposizione di spazi, tempi e ruoli di ossimorici incontri virtuali.

 

«Un virus dalle minuscole dimensioni, dunque, mette in crisi un intero assetto mentale generale, politico ed economico di natura mondiale»: l’autore inquadra il 2020 come l’anno del ritorno al confine, del muro, della barriera in senso politico internazionale e nella vita di ciascuno di noi: emerge così con forza quella che l’autore definisce nemesi della globalizzazione.

 

Infatti, a partire dalle grandi scoperte geografiche inaugurate dal “folle volo” di Colombo si era configurata un’apertura agli spazi globali che oggi vede la sua necrosi nella vendetta dei confini – unici elementi di percepita sicurezza, presunti garanti dell’ordine perduto – che Ricci tratteggia secondo un climax discendente attraverso le progressive chiusure.

 

Con il blindamento dei confini tra Stati, regioni, comuni e abitazioni, l’interruzione parziale dei flussi globali commerciali e degli spostamenti liberi delle persone è cambiato l’assetto mondiale e il futuro delle relazioni internazionali. Scopriamo che la chiusura è il culmine paradossale della globalizzazione, che ha subito un arresto improvviso svelando in mondo deglobalizzato e scoordinato, con il baricentro pendente a Oriente, nuovo centro nevralgico.

 

Il lettore evidentemente percepisce di trovarsi alle porte di un nuovo scenario globale: gli si pone dinnanzi in un primo momento la vastità degli orizzonti della modernità, respira la libertà di quei primi viaggi di scoperta e naufraga nell’incertezza, ripercorrendo quelle dinamiche geografiche che hanno trasformato la forma mentis dell’uomo moderno, permettendogli di svincolarsi dalle effimere certezze medievali, per poi venir catapultato nelle mura domestiche, da solo, in pigiama, a guardare lo schermo di un pc, immobile.

 

La crisi, la rottura epocale e sistemica che stiamo vivendo – in cui è necessario prendere una decisione – investe dunque la nostra quotidianità in ogni sua sfera e rompe l’ordine mondiale esaltando tensioni regionali e internazionali: è la κρίσις che scardina le certezze precedenti a scolorire e ridisegnare i confini.

 

A cedere è la politica stessa intesa come capacità decisionale: lo Stato ha smarrito la sua funzione ordinatrice confondendo amleticamente le sue prerogative con i gruppi tecnici, lasciando il passo alla tecnocrazia e al conseguente caos decisionale. Per questa inefficienza della politica, tra procrastinazioni e scelte contraddittorie, che la crisi sanitaria è divenuta crisi sociale ed economica, nonché psicologica, formativa e culturale.

 

E la tecnocrazia epidemica ha prodotto gli spazi che Ricci, riprendendo il concetto schmittiano, denomina d’eccezione ossia «quegli spazi sottratti al ruolo, alla presenza e alle funzioni dello Stato, […] sono le stanze nelle case degli studenti e dei docenti trasformate in aule scolastiche; sono le case divenute teatro dell’attività sportiva e i parchi trasformati in aule universitarie; sono le strade di fronte alle scuole occupate dagli studenti che hanno protestato contro le chiusure, gli spazi verdi divenuti palestre all’aperto, le piazze luoghi di protesta di artisti, teatranti e ristoratori, le strade sottratte al traffico automobilistico […]. Ma sono anche le stesse mura di casa divenute il luogo di lavoro, o addirittura il ristorante, grazie ai servizi a domicilio, togliendo alla propria funzione originaria i luoghi adibiti a questo».

 

Sono questi gli spazi nello stato d’eccezione, stadio emergenziale transitorio – e non permanente – per antonomasia, spazi di disuguaglianza in cui l’eccezione sta diventando la norma e il temporaneo permanente: l’epidemia mostra – scrive Agamben – che lo stato d’eccezione è diventato, paradossalmente, la regola. Sono luoghi svuotati di senso, mondi – ormai abbandonati – paralleli a una realtà virtuale, privati dell’imprevedibilità dell’incontro non normato in cui ogni persona, riportando alla mente Foucault, è costantemente reperita, esaminata e classificata, frutto di una legislazione per decreti d’urgenza.

 

«[…] Rischiamo di divenire il surrogato paradossale dei grandi esploratori, sbiaditi “geografi di scrivania” o “da divano” e non “di laboratorio”: nutriti di esperienze mai vissute realmente e filtrate unicamente da Google Maps e serie tv, con lo schermo a sostituire le navi che schiumavano il mare». Scrive così Ricci, dopo aver tracciato brevi pennellate sulla nascita della modernità – che coincide con le scoperte degli avventurieri, “geografi a vele spiegate” che attraverso l’esperienza diretta – globale ed effettiva – affrontano il rischio per pervenire al plus ultra, sostenendo che, come gli hikikomori giapponesi, abbiamo rifiutato il mondo esterno illudendoci di poterlo ugualmente conoscere attraverso uno schermo autoreferenziale, cadendo preda delle comode possibilità tecnologiche. Questo il paragone che più stimola il senso critico del lettore, risvegliandolo dal torpore.

 

Aderendo al principio di supposta sicurezza, così come il topo di Kafka che, chiuso nella sua tana rifiuta il mondo pensando di essere al sicuro da ogni rischio, stiamo progressivamente smettendo di vivere la realtà esterna: per quanto ancora?

 

Ecco l’interrogativo che l’autore si pone incessantemente: fino a che punto si è disposti a vivere in una società fondata sulla distanza, vuoto enorme rattoppato con la virtualizzazione di ogni esperienza reale? Si perderà la “realtà vera” in qualche meandro oscuro di un mondo virtuale?

 

Oppure riusciremo a seguire la bussola che ci indica cosa è reale e cosa no, per non perdere la rotta in un mare di surrogati? La presenza fisica finirà per diventare inessenziale? E l’esperienza diretta e tutte quelle piccole, essenziali, cose verranno brutalmente sostituite da un surrogato virtuale?

 

«Abbiamo abiurato alla conoscenza del mondo, rifiutandolo e disconoscendo il movimento che aveva rappresentato il simbolo della vitalità moderna, il motore primo della globalizzazione e la metafora della nostra esistenza» ribadisce Ricci: libertà coincide dunque con la possibilità di andare o rimanere, con l’eventualità di errare – sbagliare e vagare – con l’occasione per uscire fuori dagli itinerari tracciati per scoprirne inaspettatamente di nuovi. Eppure, gli spazi che ci ritroviamo a vivere sono quelli normati con nastri segnaletici e frecce adesive, in cui l’altro è un potenziale pericolo, motivo per cui la dimensione sociale viene meno, se non a debita distanza.

 

«Il nostro prossimo» – scrive Agamben – «è stato abolito»: il prossimo è potenzialmente un nemico, ogni contatto mette angoscia e il sospettato contagio crea isteria. Eppure, permangono delle eccezioni, luoghi e momenti che esulano dalla norma, dominio dell’imprevedibilità, di quell’essenziale – scrive Heidegger – che accade improvvisamente.

 

Il recupero della libertà – conclude Ricci – passa necessariamente per il recupero della funzione politica e sociale dell’uomo: per questo riprenderci i nostri spazi significa riconquistare la nostra libertà, rivendicazione che ha scandito – scrive Chabod – la storia italiana ed europea. 

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]