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N. 131 - Novembre 2018 (CLXII)

LA TRAGEDIA DEL SOTTOMARINO KURSK AL CINEMA

Il culto del sacrifico per la Madre Russia

di Leila Tavi

 

Il film Kursk del registra danese Thomas Vinterberg è stato presentato in anteprima in Italia alla Festa del Cinema di Roma e racconta l’incidente occorso all’equipaggio del sottomarino nucleare Kursk (Kypck), a disposizione della Flotta del Nord (Северный флот, Severnyy Flot) della Marina Russa nel mar Glaciale Artico.

Girato nello stile dei classici war drama di Hollywood, il film è chiaramente pensato per un pubblico statunitense e internazionale, non certamente per la Russia. I dialoghi sono in inglese, gli interpreti principali noti al grande pubblico: Colin Firth, Matthias Schoenaerts, Léa Seydoux, Peter Simonischek, August Diehl e Max Von Sydow, al posto di anonimi attori russi.

La sceneggiatura si basa sul libro del giornalista Robert Moore del 2003 dal titolo A Time to Die. The Untold Story of the Kursk Tragedy, che analizza a fondo le prove forensi e quello che di scritto è rimasto delle ultime ore di vita dei marinai sopravvissuti all’esplosione all’interno del sottomarino e intrappolati sul fondo del mare. La prima pubblicazione sul Kursk apparve nel 2002, scritta da un noto autore statunitense, Clyde W. Burleson, Kursk down! The shocking true story of the sinking of a Russian nuclear submarine. Nel 2002 fu prodotto un documentario per la televisione, per il canale History Channel dal titolo The Raising of the Kursk, per la regia di Gary Lang.

L’adattamento della sceneggiatura del film di Vinterberg è opera del candidato all’Oscar Robert Rodat, noto per aver scritto la storia per il film Saving Private Ryan (Salvate il Soldato Ryan, 1998). Rodat ha messo in risalto nella sua rivisitazione del libro di Moore principalmente la tragedia umana dei marinai. Nella ricostruzione dei fatti lo sceneggiatore ha consultato il Commodoro David Russell, che guidò la missione di salvataggio del Kursk da parte della Royal Navy britannica e che aveva già contribuito anche alle ricerche di Moore per la stesura del suo libro. Oltre a essere stato consulente storico per il film, il Commodoro Russell rappresenta un personaggio che è una figura centrale del film, interpretato dall'attore britannico Colin Firth, vincitore dell’Oscar nel 2011 per The King's Speech.

La narrazione del film si articola attraverso tre punti di vista distinti: quello dei militari, quello delle autorità governative e quello dei civili. Il primo atto ruota attorno al matrimonio di uno dei marinai, introducendoci alla comunità della Marina e alle vite di questi uomini. Il secondo atto descrive l'incidente del Kursk e l'operazione di salvataggio, guidata dalla Royal Navy britannica. L’atto terzo accenna, con tono lirico, a ciò che è avvenuto in seguito. Pur vantando un cast d'ensemble internazionale, il film si apre e si chiude con Misha, un bambino di cinque anni (Artemiy Spiridonov), figlio di uno delle vittime, che è una sorta di "testimone silenzioso" degli eventi che riguardano il Kursk e che dimostra come, all’inizio del XIX secolo, le future generazioni russe guardavano sfiduciate al loro governo.

Il sottomarino affondò a 108 metri di profondità la mattina del 12 agosto 2000, durante una manovra in acque internazionali, a est della penisola dei Pescatori (Полуостров Рыбачий, Poluostrov Rybačij), nel mare di Barents, 150 chilometri a nord della basa navale di Severomorsk (Северомо́рск) e a circa 250 chilometri dalla costa norvegese, alla posizione esatta di 69° 36.99 N, 37° 34.50 E. A bordo si trovava un equipaggio formato da 118 uomini.

Il sottomarino fu commissionato dalla Marina Russa tra dicembre 1994 e gennaio 1995 al distretto industriale di Severodvinsk (Северодвинск), nella Russia subartica, nell'oblast' di Arcangelo (Арха́нгельск, Archangel'sk), una delle principali zone fin dall’epoca sovietica per la costruzione di sottomarini. La fabbrica in cui fu costruito era la Zdjozdočka (Звёздочкa) e l’ideatore del Kursk fu Igor’ Dmitrievič Spasskij (Игорь Дмитриевич Спасский), l’ingegnere che progettò oltre duecento sottomarini nucleari per il suo Paese. Il Kursk, identificato come K-141, apparteneva alla classe Antej (Oscar-II, secondo la classificazione NATO), uno dei migliori sottomarini multifunzione al mondo. Alimentato da due reattori nucleari, misurava 154 metri di lunghezza e 18,2 metri di larghezza, poteva raggiungere i 32 nodi di profondità e 16 in superfice. Al momento dell’incidente trasportava missili, di cui nessuna testata nucleare, e siluri, per un peso complessivo di 14.000 tonnellate. Fu assegnato alla base navale di Vidjaevo (Видя́ево), nella regione del Murmansk Oblast’ (Му́рманская о́бласть), nella baia Ara (Ара-губа), ed entrò a far parte della 7° Divisione SSGN della 1a Flotta.

Il Kursk era un sottomarino a doppio scafo, con dieci compartimenti stagni separati da portelli. Lo scafo idrodinamico esterno era costituito da lastre in acciaio da 8 mm, ricoperte da uno strato di gomma alto circa 80 mm. L’utilizzo della gomma nei sottomarini da guerra, in generale, è quello di impedire che altri sottomarini o navi da superficie riconoscano il sottomarino attraverso l’eliminazione dell’eco dai segnali sonar. Lo scafo a pressione interna del Kursk era costituito da lastre di acciaio da 50 mm e la distanza tra i due scafi variava, a seconda del punto di misurazione, dall’uno ai due metri.

L'enorme quantità di potenza disponibile dai suoi due reattori nucleari (VM – 5PWR / 380 Mw) ha reso la classe Oscar II un sottomarino ad attacco rapido, in grado di tracciare e dare la caccia ai gruppi di combattimento di superficie della marina statunitense, si trattava pertanto dell'unico sottomarino straniero pienamente in grado di distruggere le navi statunitensi in superficie. Nello specifico il progetto del Kursk era il 949A, classe Antey (Aнтей), dalla figura mitologica greca Anteo.

Durante l’esercitazione navale dell’agosto 2000 avrebbe dovuto lanciare dei siluri a salve contro l'incrociatore nucleare, classe Kirov, Pjotr Velikij (Пётр Великий, Pietro il Grande). Alle 11:28, ora locale, furono lanciati dei siluri di prova, a cui seguì un’esplosione, molto probabilmente causata da un altro siluro a bordo del Kursk. La forte onda sismica prodotta fece affondare il sottomarino. Una seconda esplosione, a circa due minuti e mezzo dalla precedente, sommerse definitivamente il sottomarino, così da renderne impossibile il recupero in tempi brevi. La maggior parte degli uomini a bordo morì sul colpo, con loro il comandante Gennadij Ljačin (Генна́дий Петро́вич Ля́чин).

A bordo si trovavano al momento dell’incidente tre tipi di armi: ventiquattro missili supersonici di modello P-700 Granit (П-700 «Гранит», conosciuto in Occidente con il nome in codice NATO di SS-N-19 Shipwreck), diciotto РПК-6М «Водопад» (codice NATO SS-N-16 Stallion) e un numero equivalente di siluri all’avanguardia. Almeno la metà dei potenti siluri e tutti i missili a bordo del Kursk rimasero intatti quando il sottomarino nucleare affondò.

Alcuni analisti politici giunsero alla conclusione che l’esplosione non fu un evento fortuito, ma che ci fossero implicazioni con il conflitto ceceno, che nel 1999 era entrato nella seconda fase. Alcuni dei siluri in dotazione al Kursk erano stati prodotti nella fabbrica Dagdizel’ (Дагдизель), situata nella città di Kaspijsk (Каспи́йск), in Dagestan (Респу́блика Дагеста́н), affiliata alla KTRV (Корпорация Тактическое Ракетное Вооружение); la Dagdizel’ produce siluri dal 1932. Dal Dagestan proveniva anche l’ingegnere capo del Kursk, Mamed Gadžiev (Мамед Гаджиев), che il giorno dell’incidente era nel sottomarino per testare un nuovo modello di siluro della Dagdizel’. Si ipotizzò che il siluro fosse stato manomesso, al fine di farlo esplodere a bordo. A queste confutazioni non sono seguite prove e, pertanto, questa rimane soltanto un’ipotesi, anche se nella fabbrica di Dagdizel’ nel maggio del 2000 l’FSB aveva sventato un tentativo di furto di ben cinquemila tonnellate di metalli non ferrosi, come riportato in un comunicato dell’ITAR-TASS del 27 maggio, cioè dimostra quanto la sicurezza all’interno dell’impianto fosse inefficace.

In un’intervista rilasciata il 27 agosto 2000 al «Sunday Times», Rustam Usmanov (Pyctam Усманов), capo dello stabilimento militare di Dagdizel’, dichiarò che il suo ingegnere capo era a bordo del Kursk per monitorare i test sui siluri di loro produzione. Mamed Gadžiev era un veterano nella progettazione di armi e con lui a bordo del Kursk si trovava il primo tenente Arnol’d Borisov (Арно́льд Борисов), un altro dipendente della fabbrica di Kaspijsk. La Dagdizel’ ha progettato per lungo tempo sistemi di propulsione per i siluri Shkval (Шквал, groppo) trasportati dai sottomarini nucleari russi di classe Oscar-II, di cui il Kursk faceva parte. I dipendenti dell’impresa partecipavano regolarmente a test per i siluri di loro fabbricazione e in dotazione a sottomarini atomici russi. Durante l’intervista Usmanov negò, come prevedibile, che i due uomini stessero lavorando a un’"arma segreta" per la Marina Russa: «Mamed Gadžiev e Arnold Borisov stavano supervisionando un regolare test di lancio dei siluri sul Kursk. Il compito dei nostri uomini era quello di supervisionare e controllare che il siluro funzionasse a dovere. I nostri specialisti non avevano a che fare con un nuovo prototipo di siluro».

Dopo l’incidente molti uomini dell’intelligence in Occidente erano comunque convinti che la Marina Russa stesse testando una nuova versione di Shkval, che poteva raggiungere una velocità di 200 nodi. Si trattava di un modello molto particolare, perché viaggiava in una capsula di gas, così da ridurre l'attrito con l'acqua circostante. Gli Stati Uniti avevano classificato lo Shkval nella categoria dei mezzi di guerra navale più pericolosi e lo consideravano il siluro più efficace e perfetto secondo gli standard mondiali dell’epoca.

Subito dopo l'affondamento del sottomarino nell'agosto 2000, i separatisti rivendicarono che il sottomarino fosse stato affondato da uno shakhid daghestano, ma nessuna prova è stata prodotta. Le forze dell'ordine russe hanno smentito che uno dei due daghestani etnici a bordo del Kursk avrebbe potuto fare qualcosa di deliberato per affondarlo. L'indagine ufficiale russa sull'incidente mortale non ha rivelato tracce di sabotaggio.

Per la Russia il Dagestan è una regione strategica, anche perché lì si trova il 70% delle coste russe del Caspio, con i giacimenti petroliferi offshore. Machačkala (Махачкала) è il porto libero dai ghiacci più meridionale della Russia, la cui presenza si è intensificata quando le esportazioni di petrolio della regione hanno raggiunto il mercato mondiale. Sarebbe stata un’ipotesi scomoda quella dell’esplosione del Kursk a causa di un attentato terroristico per il governo russo, non ci fu pertanto nessuna inchiesta sui siluri della Dagdizel’.

L’esperto di terrorismo Simon Saradžijan (Симон Сараджян) nel suo saggio dal titolo Россия: осознание опасности ядерного терроризма (Rossija: osoznanie opasnosti jadernogo terrorizma (Russia: Analisi della minaccia del terrorismo nucleare), apparso nel 2003 sulla rivista «Annals of the American Academy of Political and Social Science», riteneva che non fosse da escludere l’ipotesi del sabotaggio per terrorismo, considerato che, i lavoratori delle strutture navali e di altre strutture marittime hanno le migliori opportunità per dirottare o sabotare navi. Secondo Saradžijan tali crimini sono più difficili da prevenire, in quanto gli addetti ai lavori hanno un’approfondita conoscenza delle eventuali vulnerabilità delle strutture e possono trarre vantaggio dalla fiducia di cui godono tra i loro colleghi.

Un’inchiesta del quotidiano russo «Nezavisimaija Gazeta» (Независимая газета) del 2001 cercò invece di provare che l’incidente del Kursk avesse a che fare con lo spionaggio statunitense. L’articolo apparve il 12 e il 13 settembre 2000, a firma del retro-ammiraglio Valerij Aleksin (Вале́рий Иванович Але́ксин) dell’Accademia di Scienza Militare (Академия военных наук Российской Федерации. Akademija Voennych Nauk Rossijskoj Federacii) ed ex Capo Ufficiale Navale della Marina Russa. L’operazione di MASINT (Measurement and Signature Intelligence), condotta dallo United States Department of Defense nel mare di Barents il 12 agosto 2000 può essere considerata la fase finale dell’operazione di intelligence statunitense sulla tecnologia dei siluri Shkval. Tale operazione sarebbe passata inosservata ai Russi e all’opinione pubblica internazionale, se non ci fosse stato uno scandalo legato a un’operazione di spionaggio che coinvolse Edmond Pope, un ex ufficiale dei servizi segreti navali statunitensi. Pope operò in Russia come uomo d'affari e sotto copertura, assumendo l’identità del prof. Daniel Kiley, un ricercato che è effettivamente esistito e impiegato presso University Applied Research Laboratory tre mesi prima della tragedia del Kursk, laboratorio in cui si facevano studi anche sui sommergibili. Pope si trasferì in Russia, dove fondò due imprese private: la SERF Technologies International, che studia la tecnologia navale straniera, e la TechSource Marine Group Limited, società di intermediazione per l'acquisto della tecnologia russa da parte dell'Occidente.

Pope fu arrestato per spionaggio in Russia nell’aprile del 2000, perché accusato di voler acquistare alcuni rapporti tecnici su un siluro speciale a propulsione a razzo, basato sull’applicazione diretta del terzo principio della dinamica e ideato dal prof. Anatoly Babkin (Анато́лий Ива́нович Ба́бкин) del Centro statale per lo studio dei missili intitolato all’accademico V. P. Makeev (Государственный ракетный центр имени академика В. П. Макеева, Gosudarstvennyj raketnyj centr imeni akademika V. P. Makeeva). Nonostante Pope avesse dichiarato che il contratto di 30.000 dollari che aveva firmato con l’ing. Babkin prevedesse che le relazioni tecniche non avrebbero contenuto informazioni segrete, in un’intervista telefonica del dicembre successivo con il «New York Times», l'avvocato del signor Pope ha specificato che uno dei rapporti avrebbe potuto includere alcune informazioni classificate, ma che il suo assistito non era colpevole di alcun reato, perché non era a conoscenza di ricevere materiale classificato.

Nel mercato libero che seguì dopo la caduta dell'Unione Sovietica, la definizione di informazione segreta non fu più così restrittiva quando   fu necessario aggiornarne l’ormai vecchia normativa sovietica. Così gli scienziati russi, caduti in disgrazia e impoveriti dalla pesante crisi economica nel loro Paese, cominciarono a cercare nuove fonti di reddito, anche vendendo segreti di Stato a imprese occidentali, inoltre il governo russo stesso cercò di essere più tollerante verso le ingerenze commerciali da parte di imprenditori occidentali.

Nell’articolo scritto dal retro-ammiraglio Aleksin si fa riferimento al decreto del 4 aprile 2000 a firma del presidente Vladimir Putin, che inquadrava l’esercitazione del 12 agosto come la più grande esercitazione navale russa dopo quasi un decennio, dal nome Лето-X (Estate-X) e con trenta navi e tre sottomarini coinvolti. Tale operazione militare era sotto stretta osservazione da parte dei Paesi leader della NATO, così il 12 agosto nel mare di Barents vi erano elementi della naval intelligence britannica e statunitense, insieme a navi norvegesi. La flotta internazionale si trovavano a circa trenta miglia dalla flotta russa impegnata nell’esercitazione. Di stanza nel mare di Barents c’erano quel giorno anche i due sottomarini statunitensi Memphis e Toledo, nonché il britannico Splendid, che negli ultimi tempi avevano avuto come destinazione proprio la zona del mar Glaciale Artico tra la Norvegia e la Russia. Altre navi di superficie dei tre Paesi sorvegliavano la flotta russa. Secondo l’ex ufficiale della Marina Russa il Kursk sarebbe affondato per una collisione con uno dei tre sottomarini menzionati sopra. A prova della sua tesi Aleksin fa riferimento alla telefonata tra Bill Clinton e Vladimir Putin del 13 agosto e alla visita in incognito del direttore della Center Intelligence George J. Tenet. La notizia sarebbe però trapelata ai giornali secondo Aleksin grazie a una soffiata di un alto funzionario del Foreign Intelligence Service, che perse il suo posto a causa della sua leggerezza. L’ipotesi della collusione con un altro sottomarino o con una mina della Seconda Guerra Mondiale fu anche quella dell’allora vice premier Il’ja Klebanov (Илья Иосифович Клебанов), incaricato da Putin di coordinare le operazione di soccorso del Kursk. Aleksin rimprovera nel suo saggio le autorità russe, in particolar modo Putin, Klebanov e l’allora ministro della Difesa Igor’ Sergeev (Игорь Дмитриевич Сергеев) di non aver mai richiesto alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti di poter visionare le condizioni in cui si trovavano i due sottomarini Toledo e Splendid, che non apparirono mai in foto o in video per più di una settimana dopo l’incidente del Kursk, al contrario del Memphis.

Secondo l’ipotesi portata avanti in un primo tempo dalla commissione russa il Toledo avrebbe urtato il sottomarino russo, senza tuttavia causargli gravi danni. Il Toledo, danneggiato, avrebbe tentato di allontanarsi, aiutato dal Memphis. Rilevando che il Kursk stava attivando i sistemi d'arma, il Memphis avrebbe lanciato un siluro di tipo Mark 48, colpendo in pieno la sezione di prua del sottomarino russo, che conteneva i siluri. Ciò avrebbe creato una reazione a catena innescando le cariche dei siluri del Kursk. Sempre secondo questa tesi, gli Stati Uniti e la Federazione Russa si sarebbero successivamente accordate e i primi, responsabili dell'incidente, avrebbero indennizzato la Russia cancellando un debito di circa dieci miliardi di dollari. I sostenitori di questa teoria indicano come prova le immagini del relitto del Kursk quando fu recuperato che mostrerebbero un foro circolare, rivolto verso l'interno, presente sulla fiancata e vicino al luogo dell'esplosione. Gli Stati Uniti negarono di aver mai fatto avvicinare i loro mezzi al Kursk, ma di aver lasciato almeno cinque miglia di distanza tra loro e la flotta russa. Il 29 giugno 2002 si conclusero i lavori della commissione d'inchiesta presieduta da Ustinov e la versione ufficiale dei fatti fu che le esplosioni a bordo del sottomarino russo furono causate da un siluro difettoso, che innescò delle reazioni a catena.

All’esplosione dell’agosto 2000 sopravvissero ventitré uomini, riuniti nel compartimento IX, agli ordini dell’ufficiale più alto in grado tra i superstiti, il capitano Dmitrij Kolesnikov (Дмитрий Колесников), di soli 27 anni, che aveva coraggiosamente riuniti tutti gli uomini ancora vivi nel compartimento IX, perché dotato di una botola di emergenza a cui un DRSV (Deep Submergence Rescue Vehicle) avrebbe potuto attraccare per evacuare il compartimento e mettere in salvo i marinai. Nel film il protagonista interpretato dal talentuoso attore belga Matthias Schoenaerts è invece indicato come Mikhail Averin, che non ha riscontro in nessuno dei due libri pubblicati sull’incidente, né nel documentario di Lang. Nel libro di Moore si legge che il tenente capitano Dmitrij Kolesnikov aveva uno stipendio di 2.700 rubli al mese, l’equivalente di poco più di mille dollari all'anno. Gli fu elargito un bonus corrispondente a circa cento dollari per aver trascorso un trimestre intero in alto mare nel Mediterraneo, lontano dalla famiglia. È chiaro che vi fosse una sostanziale differenza con la generazione di marinai a cui suo padre era appartenuto, sostenuta da un’inattaccabile fede comunista e a cui era concessa una serie di privilegi legati alla professione di militare. Con il crollo del regime comunista erano venute a mancare sia l'ideologia che le ricompense e i giovani ufficiali della marina erano motivati principalmente dalla lealtà alla loro Patria e ai loro compagni.

Il primo equipaggio russo per le operazioni di soccorso partì con molto ritardo, poiché la boa di salvataggio di emergenza del sottomarino era stata intenzionalmente disabilitata. Ci vollero oltre sedici ore per localizzare esattamente il sottomarino affondato. L’annuncio della presenza di sopravvissuti a bordo fu data due giorni dopo l’incidente dal capo dello Stato maggiore della Flotta russa Mihail Mocak (Михаил Васильевич Моцак). Nonostante le prime difficoltà e gli ingenti tagli ai finanziamenti destinati alla Flotta, lo Stato russo disponeva ancora di due dei migliori modelli al mondo di DRSV. Una capsula di tipo Priz (Приз) fallì però il primo tentativo di soccorso, fu sostituita con un modello più grande di capsula, di classe Bester, che a sua volta fallì altri tre tentativi.

Constatata la gravità della situazione, la Marina Russa autorizzò dopo cinque giorni dall’incidente un'operazione di salvataggio formata da personale non russo, che ebbe luogo durante il periodo tra il 17 e il 22 agosto 2000. Furono utilizzate la nave Seaway Eagle, di proprietà della società norvegese Stolt Offshore, e che salparono dal porto di Trondheim. Lo scopo principale della spedizione era quello di aprire finalmente il portello di salvataggio nel compartimento IX nel tentativo di far uscire i membri dell'equipaggio ancora in vita. Tale missione fu eseguita da subacquei norvegesi e britannici specializzati in operazioni in alto mare. Durante la notte tra il 20 e il 21 agosto, i subacquei riuscirono ad aprire il portello di salvataggio, quando ormai tutti i marinai erano morti a causa della mancanza d’aria e dell’infiltrazione d’acqua nel compartimento IX. Dopo la spedizione con la Seaway Eagle, il governo russo autorizzò una seconda spedizione tra il 20 ottobre e il 7 novembre, per permettere ai subacquei di entrare nell'area interna del Kursk, allo scopo di recuperare i corpi delle vittime. Fu inoltre possibile recuperare documenti e strumentazione per risalire alla causa della catastrofe.

La multinazionale statunitense Halliburton prese parte alle operazioni condotte nel corso della seconda spedizione con la nave MSV Regalia. Dodici corpi furono estratti dal compartimento IX del sottomarino; sono stati prelevati inoltre i detriti del fondale marino e i documenti dalla sala di controllo. In una tasca dell’uniforme della salma del capitano Kolesnikov furono trovati degli appunti. Il capitano Kolesnikov scrisse:

Sono le 13:15. Tutto il personale delle sezioni sei, sette e otto si è spostato alla sezione nove. Ci sono 23 persone qui. Abbiamo preso questa decisione, perché nessuno di noi può sfuggire.

Sono le 15:45. È troppo buio per scrivere, ma cercherò di farlo al tatto. Sembra che non ci sia più nessuna possibilità. Forse il 10 o il 20 per cento. Speriamo che almeno qualcuno legga questo mio messaggio. Ecco una lista del personale per sezione. Quelli nella nona sezione cercheranno di uscire. Saluti a tutti, non c'è bisogno di disperarsi.

Altri marinai tentarono di lasciarono ai loro cari dei messaggi nelle ultime disperate ore di agonia. Il primo tenente Andrej Borisov così prese congedo da sua moglie e da suo figlio:

Miei cari Nataša e Saša! Se state leggendo questa lettera significa che non ci sono più. Vi amo così tanto entrambi. Nataša, perdonami per tutto. Saša, diventa un vero uomo. Con amore, baci.

Ancora una testimonianza scritta di uno dei marinai, che ormai aveva perso ogni speranza:

Stiamo male. Siamo indeboliti dal monossido di carbonio, stiamo lottando per sopravvivere. Non sopravvivremo alla decompressione quando riemergeremo. Possiamo resistere per non più di un giorno.

Durante l’inchiesta per stabilire le cause dell’incidente gli esperti russi avvalorarono la tesi di una saldatura difettosa di un siluro tipo 65 Kit (Кит, Balena), che avrebbe causato una fuoriuscita di HTP, una soluzione di perossido d’idrogeno, che avrebbe fatto reazione con il cherosene, provocando l’esplosione. L’incendio propagatosi a seguito di questa prima esplosione avrebbe poi fatto detonare circa due minuti e mezzo dopo cinque o sette altri siluri, per questo la seconda esplosione è stata avvertita fino in Alaska. Fu un’esplosione pari a 2 o 3 tonnellate di TNT (2,0 o 3,0 tonnellate di lunghezza; 2,2 o 3,3 tonnellate corte), che ha provocato il crollo delle pareti tra i primi tre compartimenti e tutti i ponti, causato una grande falla nello scafo, distrutto i compartimenti quattro e cinque, uccidendo infine tutti i marinai ancora in vita davanti al reattore nucleare.

Durante entrambe le spedizioni alla NRPA (Statens strålevern, l’Autorità norvegese per la protezione dalle radiazioni) è stato chiesto di fornire assistenza in materia di radioprotezione per i subacquei e per l'equipaggio della Regalia, nonché di effettuare operazioni di monitoraggio ambientale, come misure di dosaggio, campionamento dei sedimenti, campionamento dell'acqua e dell’aria. Sia a bordo della nave Seaway Eagle, che della Regalia fu allestito un laboratorio mobile di monitoraggio delle radiazioni. Oltre ai diversi tipi di apparecchiature di dosaggio, i due laboratori erano equipaggiati con due differenti apparecchi per la spettroscopia gamma, un rivelatore al germanio (HpGe) ad alta risoluzione (2,0 keV per 7Cs) e un rilevatore di ioduro di sodio (Nal) con risoluzione inferiore (58 keV per 137 Cs), ma con efficienza superiore. Due tipi di apparecchiature Nal sono state utilizzate: un rivelatore 2" x 2" con analizzatore multicanale EasySpec e un rilevatore 3" x 3" con analizzatore multicanale del tipo Canberra serie 10.

Le autorità russe dichiararono che i due reattori nucleari a bordo del Kursk si erano automaticamente spenti al momento dell’esplosione a bordo, grazie al sistema dello shut down di emergenza e che il sottomarino era equipaggiato con testate convenzionali. A causa della segreto di Stato che protegge i dati relativi alla costruzione dei sottomarini russi, la NRPA ha calcolato l'inventario per il sottomarino Kursk sulla base di un modello di reattore computerizzato stimato simile a quello dei reattori del Kursk, cercando su questa base di fare ipotesi riguardo al fatto se il Kursk trasportasse o meno testate nucleari. Non sono stati rilevati dalla NRPA elevati livelli di radioattività durante le misurazioni di campioni ambientali nei pressi o addirittura dall'interno del Kursk, come dichiarato dall’autorità norvegese stessa in uno studio del 2002 pubblicato nel «Marine Pollution Bulletin».

Prima dello studio della NRPA ne fu pubblicato uno in Francia a tre mesi dall’incidente del Kursk, da parte dell’Institut de protection et de sûreté nucléaire (IPSN), che nel 2002 fu trasformato nell’Institut de radioprotection et de sûreté nucléaire (IRSN). Secondo lo studio francese la contaminazione radioattiva avrebbe interessato inizialmente le acque del mare di Barents e poi, a seconda delle correnti e della circolazione generale delle masse d'acqua, la contaminazione si sarebbe diffusa dal mar Glaciale Artico all'oceano Atlantico, anche se con una forte diminuzione della radioattività.

In effetti, la struttura idrologica del mare di Barents, dove è affondato il Kursk, è fortemente influenzata dallo scambio di masse d'acqua sia con l'oceano Atlantico che con il mar Glaciale Artico, che introducono rispettivamente nel mare di Barents 97.7 106 km3 per anno e 16.4 106 km3 per anno. Per un completo rinnovamento delle acque del mare di Barents gli scienziati stimano che occorrono di media dodici anni. La contaminazione causata dalla fuoriuscita di elementi radioattivi dai reattori del sottomarino Kursk, si sarebbe diretta pertanto, secondo gli scienziati francesi, in una prima fase lungo la costa, in direzione del mare di Kara (Карское море, Karskoje More) e dell’arcipelago Novaija Zemlija (Но́вая Земля́), per proseguire poi verso il centro del mar Glaciale Artico. Le acque contaminate sarebbero state poi mescolate con i corpi idrici dell'Artico, prima di affiorare in superficie nell'oceano Atlantico attraverso lo stretto situato tra l'Isola degli Orsi (Bjørnøya) in Norvegia e quella di Spitsbergen, infine attraverso lo Stretto di Fram, tra l’isola di Spitsbergen e la Groenlandia.

Uno studio del 25 ottobre 2000, sempre dell’agenzia francese, ha ricostruito la possibile dinamica di raffreddamento dei due reattori nucleari all’interno del sottomarino. Il Kursk era alimentato da due reattori nucleari ad acqua pressurizzata del tipo "OK-650B", con una capacità termica di 190 megawatt ciascuno, situati sul retro del sottomarino. Secondo le poche informazioni rese disponibili dalla Marina Russa, ogni nucleo conteneva 135 chilogrammi di uranio arricchito al 25% in isotopo 235; subito dopo l'esplosione i due reattori nucleari sarebbero stati chiusi per la caduta delle barre di controllo e per l’iniezione di veleno liquido a base di boro (il boro assorbe i neutroni e impedisce che la reazione a catena si sviluppi). In caso di arresto del reattore in un sottomarino, il suo nocciolo è raffreddato dall'acqua del circuito primario, che a sua volta è raffreddata direttamente dall’acqua marina.

Sulla base degli studi fatti dalle autorità competenti norvegesi, la concentrazione media di cesio 137 nell'acqua del mare di Barents fu dopo l’incidente di 15 becquerel per metro cubo (Bq/m3), considerando i 5 Bq/m3 esistenti prima dell'affondamento. In merito alle misurazioni del cesio effettuate nei pesci catturati in quello stesso mare, la NRPA, in collaborazione con gli organismi nazionali coinvolti nel controllo della radioattività in mare, ovvero il Norwegian Directorate of Fisheries (Fiskeridirektoratet) e la Norvegian Food Safety Authority (Mattilsynet), dimostrò nel 2000 che i valori massimi rilevati erano di 1 becquerel per chilogrammo di pesce. I limiti fissati dalla Norvegia per l’industria ittica furono di 3 becquerel per chilogrammo di pesce, quattrocento volte inferiore al limite di commercializzazione indicato nel regolamento europeo 89/2218/EURATOM del 18/07/1989, che regolamentava i livelli massimi consentiti per i prodotti alimentari a seguito di un incidente nucleare.

Tenendo conto dei suddetti scambi di acque tra il mare di Barents e gli altri mari artici, il livello di contaminazione delle acque del mare di Barents sarebbe tornato, secondo gli studi effettuati dai Francesi, a livelli di radioattività precedenti a quelli registrati dopo l'affondamento del Kursk in meno di cinque anni, considerando dei valori medi per tutta l’estensione del mare di Barents, senza tenere conto che in alcune zone i livelli di contaminazione sarebbero potuti essere ovviamente più elevati nei giorni e nelle settimane successive all'emissione di radioattività. In altri mari dell'Artico e dell'Europa settentrionale, la contaminazione dovuta all'incidente del Kursk si sarebbe potuta verificare solo a lungo termine e pertanto di difficile rilevazione, considerato che, per esempio, nel canale della Manica, l'arrivo di acqua contaminata non si sarebbe verificato che dopo cento anni dallo scarico dei materiali radioattivi, con un’attività corrispondente che non avrebbe superato il centesimo di Bq/m3, un valore da duecento a trecento volte inferiore all'attività di volume rilevata nel mare di Barents alla fine del 2000.

Nel film l’aspetto che riguarda l’eventuale contaminazione nucleare dei mari non è trattato, si dà per scontato che il sacrificio degli uomini addetti alla sala dei reattori scongiurò la catastrofe nucleare. Molto spazio nella versione cinematografica ha invece la querele le moglie dei marinai del Kursk con le autorità russe, che per la ragion di Stato ritardarono l’intervento di un’equipe fatta solo di tecnici stranieri per il recupero dei ventuno sopravvissuti.

Il regista ha messo in luce l’inadeguata gestione della tragedia da parte della Marina Russa, che ha incentrato la comunicazione pubblica del tragico evento sulle conferenze stampa dell’ammiraglio Vladimir Kuroedov (Владимир Иванович Куроедов), allora al comando dell’intera esercitazione di cui il Kursk aveva fatto parte. In effetti è provato che non ci sia stata nessuna reazione coerente da parte delle autorità russe di fronte all'opinione pubblica e, in particolar modo nei confronti dei familiari delle vittime. Soprattutto nelle insoddisfacenti e scarse notizie fornite immediatamente dopo il disastro. La Marina Russa si è comportata in quell’occasione come sono solite fare le autorità russe, ha diffuso meno notizie possibili e, fatto ancor più grave, ha ritardato l’intervento degli specialisti britannici e norvegesi per salvare almeno i ventitré marinai riusciti a sopravvivere all’esplosione e intrappolati nel compartimento IX del sottomarino. Il Kursk affondò il 12 agosto 2000, ma la Russia chiese ufficialmente a esperti che vennero dall’estero solo il 16 agosto 2000. Il presidente Putin, che era in carica da pochi mesi nel suo primo mandato, tornò a Mosca dallo località turistica sul mar Nero Soči, dove era in vacanza, il 18 agosto e solo il 22 agosto incontrò le famiglie dell'equipaggio del Kursk. Il ritardo nelle operazioni di soccorso per i sopravvissuti, l’atteggiamento ambiguo e il ritardo con cui il presidente Putin intervenne in pubblico, nonché le persistenti contraddizioni sulle cause del disastro infiammarono l'opinione pubblica russa, causando a Putin la prima grande crisi politica della sua presidenza.

«Sono confusa e triste allo stesso tempo», le parole di Larisa Mikhailova (Лариса Михайлова), vedova di un ufficiale che prestò servizio nei sottomarini russi, all’interno dell’articolo di Daniel Williams per il «Washington Post» del 18 agosto 2000: «È come guardare un film al rallentatore. Ci è voluto così tanto tempo, e tutti continuavano a dire che tutto sarebbe andato bene». Il giornalista ha raccolto anche la testimonianza della madre di uno dei marinai in attesa dei soccorsi: «Siamo indignate perché i nostri figli sono ancora lì. Poco è stato fatto per salvarli».

I parenti dei marinai del Kursk continuarono a denunciare la carenza di informazioni. Come si vede anche nel film di Vinterberg, molti si riunivano nel porto di Murmansk, a circa 100 miglia dal sito di affondamento, per attendere le notizie. A Kursk, nella Russia occidentale, città omonima del sottomarino, sette madri di membri dell'equipaggio si riunirono per fare un viaggio in treno a Murmansk, il viaggio fu finanziato dal CSMR, the Commitee of Soldiers' Mothers of Russia (Комитетов Солдатских Матерей России, Komitetov Soldatskich Materej rossii), una ONG dai principi pacifisti e attiva per i diritti civili in Russia dal 1989. Le donne riuscirono a raggiungere Severomorsk, nonostante le autorità russe incaricate di gestire la crisi cercarono di dissuaderle per non creare ulteriore confusione nella zona dei soccorsi.

Il 23 agosto Putin annunciò un giorno di lutto nazionale e, non avendo trovato evidenza di una colpa da far ricadere all’esterno della Federazione Russa, accusò gli oligarchi e i magnati dei media russi di aver depauperato lo Stato durante i primi anni della privatizzazione selvaggia e, di conseguenza, di essere stati la causa dell’indebolimento delle forze armate russe, a cui furono ridotti i finanziamenti a causa della crisi economica, così da rendere incidenti come quello del Kursk sempre più frequenti. In un articolo apparso sul «Segodnya» (Сегодня) proprio il 23 agosto un giornalista constatava con amarezza come il governo attribuisse delle colpe ‘interne’ al disastro del Kursk, perché troppo debole per denunciare e contrastare colpe ‘esterne’. Una delle mogli dei marinai annegati, durante una diretta televisiva, disse al presidente Putin che esigeva un risarcimento pari a dieci anni di stipendio del marito morto per poter crescere i suoi due figli orfani. Putin, colto impreparato da tale richiesta ha voluto sapere quanto prendesse un sommergibilista di stipendio e gli fu detto l’equivalente di un comandante e non di un normale membro dell’equipaggio. Il mensile di un ufficiale ammontava a circa 6.000 rubli, circa 250 dollari. Putin accordò a tutte le famiglie delle vittime un indennizzo di 720.000 rubli, lo stipendio mensile di un ufficiale moltiplicato per dieci.

Il famoso avvocato russo Boris Kuznetsov (Борис Аврамович Кузнецов), che ha trattato durante la sua lunga carriera molti casi di diritti umani tra cui anche quello dei parenti della giornalista Anna Politkovskaja (А́нна Степа́новна Политко́вская), rappresentò gli interessi di cinquantacinque famiglie di marinai deceduti nell’incidente, ma alla fine dell’intero procedimento ci fu il rigetto da parte della giustizia russa di tutte le sue denunce. Così, a nome di un parente di un membro dell'equipaggio, il legale fece appello alla CEDU (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo) di Strasburgo. Il caso fu accolto nel 2009, si tenne un'udienza e anche la denuncia fu accolta, facendo sorgere l'aspettativa che ci sarebbe stata una decisione definitiva a favore del parente della vittima del Kursk. Tuttavia, non appena il parente della vittima che Kuznetsov rappresentava a Strasburgo fu informato di questi sviluppi, ritirò immediatamente la denuncia senza dare spiegazioni né alla stampa, né tantomeno al suo legale. Tale ritiro ebbe come conseguenza giuridica che nessun tribunale, compresa la Corte di Strasburgo, avrebbe più ripreso il caso, pertanto dal punto di vista giuridico il caso Kursk può definirsi definitivamente chiuso.

Dell’incidente si discusse ampiamente tra i media russi fino all’aprile del 2001. Durante questo periodo il Kursk apparve spesso nei titoli di due quotidiani non schierati con il governo russo: la «Nezavisimaija gazeta» (già nominata sopra), fondata nel 1990 e all’epoca dei fatti finanziata dell'imprenditore Boris Abramovič Berezovskij (Бори́с Абра́мович Березо́вский), uno dei primi oligarchi russi e accusato di aver avuto connessioni con la mafia locale, e il «Segodnya» (già nominato sopra), fondato nel 1997 in Ucraina e legato allora alle élite politiche e industriali del Donbass. Un altro periodico russo diede allora ampio spazio alla notizia, la «Novaija Gazeta» (Новая газета), nota per i suoi articoli di giornalismo investigativo e per il suo atteggiamento critico nei confronti del governo russo. La discussione scatenata dall'incidente fu estremamente accesa. Subito dopo l’incidente la Marina Russa informò l’opinione pubblica che il sottomarino era affondato a causa di problemi tecnici.

All’inizio la Marina aveva anche rassicurato i parenti delle vittime coinvolte nell’incidente, che se la situazione si fosse aggravata, l'equipaggio sarebbe stato salvato con l'aiuto di una campana subacquea. Tuttavia, tale operazione di salvataggio fallì per due volte, a causa della cattiva manutenzione della campana, che non riuscì ad agganciare il portellone del comparto IX per far uscire i sopravvissuti. Ciò suscitò lo sdegno dell'opinione pubblica in Russia, che accusò le autorità statali di non avere a cuore la sorte dei marinai del Kursk. Inoltre l’opinione pubblica voleva che le autorità rendessero noti i nomi dei responsabili della catastrofe.

I media "non allineati" accusarono le autorità russe, in particolare il presidente Putin, del fallimento dell'operazione di salvataggio e, più in generale, di non aver adempiuto alle loro responsabilità per la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. A un’analisi approfondita delle notizie uscite sui giornali russi, non si evidenzia nessun tipo di censura o di manipolazione delle informazioni sull'evento. Oltre ai quotidiani, alcune ONG russe accusarono pubblicamente la Marina e le autorità statali di violare i diritti umani, non avendo esperito tutti i mezzi possibili per salvare i marinai scampati all’esplosione. La risposta alle ONG e ai quotidiani non vicini al Cremlino arrivò direttamente dal presidente Putin, che accusò quei media russi di aver cercato di distruggere la reputazione dello Stato russo diffondendo notizie negative riguardo all’incidente del Kursk; il presidente Putin imputò inoltre la grave situazione finanziaria in cui versavano le forze armate russe in primis all’avidità senza fondo dei magnati dell’editoria russa che, privi di etica, avevano solo come scopo ultimo di distruggere lo Stato russo, come abbiamo già visto in precedenza.

Diverse speculazioni su ciò che causò l'incidente furono portate avanti nelle discussioni pubbliche a riguardo; gli ufficiali della Marina e le autorità statali, molto cauti sulla versione dei fatti da dare, imputarono la causa dell’incidente a tre differenti eventi: la prima versione data fu quella di una collisione con un oggetto estraneo (presumibilmente sottomarino); la seconda diffusa fu una collisione con una mina della seconda Guerra Mondiale e la terza un'esplosione di siluri. Giornalisti, esperti militari e opinionisti discussero nei talk show e sui giornali queste tre differenti versioni, ma a causa della mancanza di ulteriori informazioni da parte delle autorità russe, questa discussione ha sortito fino a oggi solo delle speculazioni e nessuna rivelazione. Le discussioni principali furono sulle operazioni di salvataggio dei marinai superstiti e sull’impatto ambientale della catastrofe. Durante un’intervista al canale televisivo russo «RTR» (Телеканал «Россия-РТР») Putin si assunse le responsabilità della tragedia, come più alta carica dello Stato russo. Tale assunzione di responsabilità spinse le autorità russe a fare una riflessione sullo stato delle forze armate in Russia, al fine di prevenire tragici episodi come quello del Kursk. Lo stesso Putin in una seconda intervista al canale «RTR» del 26 dicembre 2000 dichiarò che la Russia non aveva bisogno di forze armate «dall’apparato gigantesco ma indefinito», quanto di truppe piccole e mobili.

Nel «Russia Journal» apparse un articolo il 17 febbraio 2002 in cui i lettori furono informati circa le dichiarazioni del procuratore generale russo Vladimir Ustinov (Владимир Васильевич Устинов), che aveva affiancato Kuroedov in una conferenza stampa nel porto settentrionale di Murmansk per annunciare i risultati dei mesi d’inchiesta sul naufragio del Kursk. Ustinov dichiarò che gli investigatori non avevano trovato alcuna prova della presenza di un'altra nave o sottomarino in prossimità del Kursk nel mare di Barents al momento dell’incidente, come le agenzie di stampa Interfax (Интерфакс) e ITAR-Tass (Информационное агентство России, Informacionnoe agentstvo Rossii) riferirono. Il 15 dicembre del 2001 Putin aveva licenziato l'ammiraglio Vjačeslav Popov (Вячесла́в Алексе́евич Попо́в) e degradato altri ammiragli, anche se l’ufficio stampa della Marina insistette allora che i cambiamenti ai vertici della Flotta del Nord non fossero legati alla vicenda del Kursk. Ustinov dichiarò alla stampa lunedì 11 febbraio 2002 che l’inchiesta aveva rivelato «gravi violazioni da parte dei capi della flotta del Nord e dell'equipaggio del Kursk». Il Kursk aveva partecipato all’esercitazione dell’agosto 2000 con l'antenna di emergenza e la boa difettose. Sempre lunedì 11 febbraio Putin sollevò dall’incarico il vice primo ministro Ilja Klebanov, che era stato incaricato dell'operazione di salvataggio del Kursk, a ministro dell'industria e della tecnologia. Klebanov aveva avuto un precedente incarico politico nel campo dell'industria, così il Cremlino giustificò la decisione presa come utile a concentrarsi su un settore di sua competenza.

In un’intervista a «RFE/RL» dell’agosto 2010, in occasione della commemorazione delle vittime a un decennio dall’incidente, il capitano di sottomarino Igor’ Kurdin, presidente del Consiglio di Amministrazione del Club dei Sommergibilisti di San Pietroburgo (Игорь Курдин, председатель Санкт-Петербургского клуба Моряков-подводников), dichiarò che se pur fossero passati dieci anni ancora l’allora attache in Russia della Marina britannica Geoffrey McCready ancora si chiedeva come mai i Russi avessero più volte rifiutato l’aiuto delle forze navali britanniche per i soccorsi. Kurdin inoltre specificò nel 2010 che l’ipotesi dello speronamento da parte del sottomarino statunitense Toledo era da escludersi. Nell’intervista ricordò come dovette contattare personalmente il presidente statunitense George W. Bush, su richiesta dei familiari delle vittime, riguardo a un possibile coinvolgimento dei due sottomarini statunitensi, considerato che Ustinov non ricevette mai risposta dalla Casa Bianca alla sua lettera ufficiale. Kurdin sottolineò al giornalista del «RFE/RL» che Bush ironizzò sul fatto che forse la richiesta ufficiale del governo russo non era mai arrivata, perché inviata a un indirizzo sbagliato, la Casa Gialla, al posto della Casa Bianca. Bush rispose invece alla richiesta di spiegazioni da parte delle famiglie dei marinai deceduti, esprimendo le sue condoglianze e dichiarando la totale estraneità ai fatti da parte dell’equipaggio dei sottomarini statunitensi allora nel mare di Barents. Kurdin condusse un’indagine indipendente per oltre dieci anni, recuperando testimonianze orali e scritte, senza trovare mai traccia di collisione. Nessun metallo o vernice estranea fu trovato sullo scafo del Kursk. Se ipotizziamo che un sottomarino statunitense avesse colpito il Kursk, sarebbe affondato insieme al sottomarino russo con la seconda esplosione. In linea teorica ci sarebbe potuto essere un attacco con un siluro, ma quando un siluro si muove fendendo l'acqua fa un suono caratteristico che tutte le navi della zona - navi di superficie e sottomarini - avrebbero dovuto sentire, eppure nessuno sentì nulla in quella circostanza.

Nonostante tutte le supposizioni sulle possibili cause, quando si verificò l'incidente le autorità statali si trovarono di fronte a un dilemma: affidarsi all’esperienza e ai mezzi più sofisticati a disposizione di altri Paesi e così lasciare libero accesso ai segreti militari russi? Alla fine il governo russo decise di sacrificare la ragione di Stato per cercare di salvare i superstiti del Kursk, ma troppo tardi, quado ormai a bordo erano tutti morti; il ritardo con cui la Russia decise di chiedere aiuto alla Gran Bretagna e alla Norvegia adirò l’opinione pubblica russa. Ovviamente la Marina e le autorità russe credevano di essere in grado di gestire la situazione senza aiuti esterni. Il presidente Putin dichiarò in un’intervista a Gazeta.ru (Газета.Ru) del 1° settembre 2000 che gli era stato assicurato dagli alti vertici della Marina che disponevano di tutte le forze e i mezzi necessari per portare a termine con successo la missione di soccorso. L’ottimismo iniziale era stato dettato dal fatto che il sottomarino fu localizzato sul fondo marino in tempi molto brevi, solo dopo quattro-cinque ore, un tempo inferiore rispetto a casi equivalenti verificatesi in Occidente. Con la scusa, inoltre, che tali operazioni di salvataggio operate da occidentali non sempre avevano portato al compimento della missione, l’aiuto da parte della Gran Bretagna fu ignorato, più che declinato, fino al quarto giorno dall’incidente. Pertanto si può affermare che furono operati modi non convenzionali di agire da parte degli alti vertici della Marina Russa durante le operazioni di soccorso del Kursk, in contraddizione con il modus operandi che aveva fino ad allora dato la priorità alla sicurezza militare rispetto alle vite di singoli uomini.

La gestione della comunicazione pubblica durante la crisi del Kursk da parte delle autorità russe, che l’opinione pubblica occidentale percepì allora come un retaggio d’epoca comunista, ha in realtà anche molto a che fare con la sopportazione del dolore individuale, del sacrificio per la Patria e della silenziosa approvazione della brutalità con cui le autorità agiscono nella gestione delle crisi da sempre, tale fenomeno è ancora più evidente se sono militari a essere coinvolti.

Per quanto riguarda la percezione della minaccia ambientale nel caso del Kursk possiamo affermare che la preoccupazione per l'ambiente rimase marginale nei discorsi pubblici in Russia. L’inviolabilità della segretezza militare e la riluttanza da parte delle autorità russe a permettere a funzionari occidentali di ispezionare armi di massima sicurezza frappose vari ostacoli al Programma multilaterale per l'ambiente nucleare per la Russia (Multilateral Nuclear Environmental Programme in the Russian Federation - MNEPR), lanciato nel 1999. Secondo le stime dei funzionari dell'UE, circa cento sottomarini russi si trovavano nei fondali nelle acque a nord-ovest della Russia all’inizio del XIX secolo; il progetto mirava a rimuovere il combustibile nucleare e i reattori dalle navi abbandonate, per evitare il rischio di fuoriuscita di materiali radioattivi nell'oceano. Il programma fu sottoscritto dalla Russia solo il 21 marzo 2003, in occasione di un vertice tra la Russia e l'Unione Europea che si svolse a Stoccolma.

Ciò è indice di come non si discutesse pubblicamente in Russia all’epoca della tragedia del Kursk di protezione dell'ambiente e di politica ambientale, in linea con la stato di arretratezza della società civile e delle istituzioni democratiche in generale. Ancora oggi l'intera responsabilità per il miglioramento della sicurezza ambientale è lasciata alle autorità statali, senza un confronto con portatori d’interesse e associazioni civiche. Infine, con la retorica di dover garantire in primis la sicurezza di Stato è facile legittimare quasi tutto, pertanto quando si verifica un pericolo reale in Russia l'autorizzazione ad agire da parte degli apparati di Stato porta alla militarizzazione anche di questioni non militari. Segni di questa "militarizzazione" della politica ambientale, palesati già nei primi anni dopo il crollo del regime comunista, hanno ancora effetti devastanti sulla popolazione civile.



 

 

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