SOLITUDINE E ALIENAZIONE IN
VOLTOLINO FONTANI
ANALISI DI UN’OPERA
di Leonardo Battisti
Il pittore livornese Voltolino
Fontani (1920-1976), con una
significativa opera del 1949 a cui
non assegnò alcun titolo (olio su
tavola, 105x150), ci offre una
profonda riflessione su uno degli
aspetti più tangibili della
modernità: l’alienazione derivante
dall’accelerazione tecnologica e
sociale.

La prima metà del Novecento è stata
un’epoca di paradossi: da un lato,
scoperte geniali nelle scienze –
dalla fisica alla psicologia – e un
rapido sviluppo industriale;
dall’altro, le tragedie delle due
guerre mondiali e l’avvento delle
dittature. Il giovane artista, come
emerge dai suoi diari, fu un
osservatore acuto di se stesso e del
mondo. Profondamente introspettivo,
analizzava emozioni e motivazioni
interiori mentre decideva se
dedicarsi alla musica o alla
pittura. Allo stesso tempo, restava
vigile sugli eventi esterni,
cercando di comprendere come il
passato influenzasse il presente.
Attraverso la sua produzione, egli
pone all’osservatore domande
cruciali: quali vicissitudini ha
attraversato l’uomo del primo
Novecento? Quali cambiamenti hanno
portato le innovazioni del
dopoguerra?
Dopo la fine della Seconda Guerra
Mondiale e il passaggio dalla
Monarchia alla Repubblica, le
strutture sociali apparivano
fragili. La famiglia, segnata da
lutti e disoccupazione, e la
religione, legata a riti rurali
ormai incerti, non riuscivano ad
arginare un senso diffuso di
precarietà; le norme collettive, in
costante evoluzione, imponevano agli
individui un continuo sforzo di
adattamento, mentre le istituzioni
faticavano a garantire sicurezza.
Il processo di ricostruzione e la
ripresa industriale finirono per
intrappolare l’individuo in un ciclo
meccanico, trasformandolo in un
ingranaggio anziché in un creatore
consapevole. Questo nuovo ritmo
influenzò negativamente anche le
relazioni umane, rendendole
superficiali. Perfino la percezione
del tempo subì una metamorfosi: dal
flusso fluido della società rurale,
scandito dalle stagioni e dalla
luce, si passò alla misurazione
precisa e universale necessaria
all’efficienza capitalista. Fontani
riassume questa sofferenza in una
frase sintetica: “Equilibrio
infranto dell’equazione uomo-mondo”.
Il lavoratore non è più padrone né
del proprio spirito né del proprio
tempo, ormai subordinato alle
necessità del capitale.
Fin da giovanissimo, il pittore si
documentò sulle innovazioni in ogni
campo, traducendo la sua analisi
introspettiva in una ricerca
artistica unica per il contesto
livornese e nazionale. Difese
strenuamente le sue opere dalle
critiche feroci, sostenendo che
l’arte debba essere “progressiva e
aderente all’epoca” e che non possa
ignorare “l’intima problematica del
reale”. Sulla rivista Arte
Contemporanea (Roma, 1948),
scrisse: “Gli uomini sono
travagliati e le loro facoltà
intellettive sono assorbite da una
infinità di cose; infine
l’urbanesimo dilagante evita la
stasi meditativa e l’uomo artista
non può non vivere l’inferno
dell’attuale realtà”.
Nonostante la visione critica, egli
nutriva una certa fiducia nel
progresso scientifico, citando
esplicitamente in un suo dipinto,
oltre a Marx e Picasso, figure come
Fermi, Koch, Einstein e Fleming.
Tuttavia, l’uso scellerato della
bomba atomica segnò indelebilmente
il suo pensiero, spingendolo a
interrogarsi sul senso della follia
bellica e sul futuro dell’umanità.
Nel 1948, mentre entrava in vigore
la Costituzione Italiana, Fontani
fondava, insieme a un ristretto
gruppo di intellettuali (Landi,
Pellegrini, Favati, Neri), il
movimento dell’Eaismo (Era Atomica
Ismo). Si trattò di una delle
avanguardie artistiche (pittorica e
letteraria) più originali del
dopoguerra, nata anni prima di
movimenti analoghi (come quello di
Baj o di Dalì) e concepita per
superare le correnti di arte
figurativa dell’epoca. Per
comprendere meglio questo
orientamento, eccone alcuni punti
chiave (i primi due estratti dal
Manifesto stesso): 1, sulla
profondità: si criticano i movimenti
contemporanei per non aver saggiato
con “profondità di introspezione i
valori umani capaci di resistere
nella nuova concezione
dell’universo”; 2, sulla coerenza
storica: l’Eaismo afferma che l’arte
deve essere coerente con
l’evoluzione tecnico-dinamica. Si
criticano i grandi maestri (Picasso,
Matisse, Sironi) per essersi
talvolta rifugiati nel
“primitivismo” (egizio, negroide,
ecc.), ignorando il travaglio
spirituale dell’età atomica. Per gli
Eaisti, tornare al passato significa
alienarsi dall’evoluzione storica,
un atto considerato “illogico
oltreché immorale”; 3, sulla visione
dell’opera: la posizione del
fondatore è netta: “chi di fronte ad
un’ora d’arte cerca la somiglianza
con l’oggetto naturale testimonia
che non desidera vedere un’opera
d’arte, ma solo un’illustrazione”,
come spesso ripeteva.
L’impegno civile e culturale di
Voltolino Fontani, manifestatosi con
forza tra il 1948 e il 1976, resta
una testimonianza fondamentale della
capacità dell’artista di prendere
posizione sui grandi problemi della
propria epoca. Nei suoi scritti e
nelle interviste rilasciate fin
dalla giovinezza, egli dimostra di
conoscere e apprezzare figure chiave
della filosofia (Hegel, Marx, Engels
e soprattutto Steiner), della
scienza (Einstein, Planck, Fermi,
Koch, Fleming, Pasteur) e della
psicologia (Freud, Jung).
Rispondendo a chi criticava i suoi
lavori giovanili accusandolo di
un’eccessiva vicinanza al tema della
morte, dichiarò: “Chi
superficialmente guarda,
superficialmente vede. La vita è il
mio canto. La gente rifugge dalla
riflessione”.
L’opera che andiamo ad analizzare è
l’espressione di una cultura alta e
un esempio rappresentativo del
pensiero eaista. In essa viene
descritta la condizione
dell’alienazione lavorativa,
esplorando il lato oscuro della
ripresa industriale del 1949 e
mostrando come il sistema produttivo
possa portare l’individuo a smarrire
la propria essenza.
Il dipinto raffigura un ambiente
industriale dove paesaggio e
simbolismo si fondono per indurre
un’introspezione profonda. Il gioco
di luci e colori è studiato per
creare un’atmosfera mistica e
suggestiva: il colore perde la mera
funzione estetica e diventa il
riconoscimento di una forza
spirituale che permea la tela. La
fabbrica non è definita nei
dettagli, se non nei suoi confini
esterni: è rappresentata da due cubi
sormontati da tralicci in ferro e da
una ciminiera nera. Da quest’ultima
esce un fumo bianco che invade
parzialmente il cielo e l’ambiente
circostante, rompendo l’omogeneità
cromatica. Anche l’albero vicino
allo stabilimento è dipinto in nero.
Con questi elementi, Fontani insinua
un segnale di squilibrio tra i
processi produttivi, l’uomo e
l’ambiente, tema che svilupperà
ulteriormente nell’opera Fanciulla
industriale dello stesso anno.
L’assenza di un titolo è del resto
fondamentale per richiamare il
concetto di alienazione: l’obiettivo
è dipingere un “concetto spirituale
nelle sembianze di un corpo”, una
ricerca che l’autore indagava già
dal 1937.
Al centro della composizione si nota
un operaio solitario, raffigurato di
spalle. È una silhouette priva di
dettagli, stagliata su uno sfondo di
un nero assoluto che lo trasforma in
un ingranaggio senza identità,
immerso in una zona priva di
significato. La percezione è quella
di un lavoratore spiritualmente
svuotato, intento a un’esecuzione
puramente fisica finalizzata al solo
sostentamento. L’artista omette
deliberatamente gli strumenti e
l’oggetto del lavoro per
sottolineare l’estraniazione
dell’uomo dall’attività che compie:
l’essere umano è separato dalla
propria essenza interiore, dalla
creatività e dai propri valori. È,
in breve, un essere disumanizzato.
Tuttavia, lo spirito non lo
abbandona: esso viene rappresentato
in trasparenza sulla superficie blu
della fabbrica, alla destra del
lavoratore, come se lo attendesse
nella speranza di ricongiungersi a
lui alla fine del turno. Non è un
caso che la parte alienata sia
accostata al nero, mentre quella
nobile – lo spirito – sia dipinta
contro un azzurro chiaro.
Quest’ultimo è rivolto in direzione
opposta al corpo e, a
un’osservazione ravvicinata, sembra
volgersi verso di esso per invitarlo
a farsi raggiungere.
Fontani stesso, un pomeriggio del
1974, mi espresse la sua amarezza
per coloro che, guardando il quadro,
definivano quella figura trasparente
come una semplice ombra.
Tecnicamente, mi spiegò, l’ombra
dovrebbe essere più scura del
soggetto, dipartirsi dai piedi e
seguire la direzione della luce
(qui, se la parte nera fosse
un’ombra, la luce proverrebbe da
destra, proiettando la figura umana
verso sinistra; sappiamo invece che
la zona scura ha ben altro
significato). Lo spirito è invece
rivolto in direzione opposta a
quella dell’operaio, verso
l’esterno, forse verso l’uscita, per
insinuare nell’osservatore la
speranza di una auspicabile
riconciliazione con il corpo.
Inoltre, continuando nella
spiegazione, aggiunse che esso è più
luminoso proprio perché rappresenta
la dimensione intellettuale e morale
che dovrebbe integrare l’individuo,
salvandolo dal vuoto di un lavoro
meccanico e ripetitivo che riduce il
lavoratore a un mero esecutore.
Questi concetti erano stati compresi
da filosofi come Hegel, Marx e
Steiner, ma l’artista lamentava che
nella Livorno dell’epoca pochi
cogliessero la profondità di questo
messaggio. Nonostante il dopoguerra
avesse ridotto il progetto di vita
alla mera necessità di
sopravvivenza, egli sosteneva che
l’arte non potesse fermarsi a questo
livello; al contrario, la pratica
artistica doveva essere un mezzo di
analisi introspettiva per recuperare
l’equilibrio tra la dimensione
meccanica e quella valoriale. L’idea
dello spirito che si separa ma non
abbandona il soggetto rappresenta
l’aspetto positivo e la speranza che
distingue il pensiero di Fontani da
quello dei filosofi citati.
Spinto da questa convinzione, nel
gennaio del 1947 egli aprì a Livorno
la “Palestra d’arte Amedeo
Modigliani”. Il suo obiettivo era
sottrarre i giovani al degrado del
dopoguerra, offrendo loro lo studio
del disegno dal vero e le discipline
dell’arte figurativa. Per il
pittore, l’arte aveva il dovere
morale di essere coerente con le
esigenze spirituali del suo tempo,
adeguandosi all’evoluzione tecnica e
filosofica dell’umanità. Di fronte
al problema della separazione
dell’uomo dalla propria essenza
creativa, e criticando tale
frammentazione, egli propone una
soluzione: sostenendo, parzialmente
in accordo con l’antroposofia di
Steiner, che almeno fuori dal lavoro
l’uomo debba integrare le dimensioni
intellettuale, morale e spirituale
per evitare il senso di vuoto e
l’aridità, individua nell’arte
praticata nel tempo libero uno dei
percorsi più appropriati.
Il dipinto del 1949, geniale a
giudizio dello scrivente, è
sicuramente un’opera di grande
pregio e di un significato tanto
profondo quanto attuale; basti
pensare, ad esempio, al lavoro
odierno dei riders, semplici
pedine usate per un risultato, fino
ad arrivare alle recenti
considerazioni del sociologo Hartmut
Rosa sui ritmi della modernità.
Attraverso la sua produzione
pittorica, i suoi scritti e il
manifesto dell’Eaismo, Voltolino
Fontani ci mostra come un movimento
d’avanguardia prenda vita nel
momento in cui l’introspezione e
l’analisi dell’artista sottraggono
l’arte alla sua dimensione
autoreferenziale. La pittura non è
più un virtuosismo tecnico fine a se
stesso, un esercizio formale privo
di anima che scade nella pura
riproduzione fotografica, bensì
un’azione corale nata per rispondere
ai cambiamenti della società. Un
movimento artistico, in definitiva,
scaturisce dal dialogo e dalla
riflessione sui problemi politici,
culturali, etici, scientifici e
religiosi del proprio tempo,
trovando la sua massima espressione
nella ritrovata armonia tra la
dimensione corporea e quella
spirituale dell’uomo-artista.
Riferimenti bibliografici:
M.G. Fontani, L. Battisti,
L’aspetto energico dell’idea in
Voltolino Fontani, Vittoria
Iguazu Editora, Livorno, 2020.
L. Battisti, M.G. Fontani, L’arte
riflesso dell’uomo, Vittoria
Iguazu Editora, Livorno, 2023.