[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

193 / GENNAIO 2024 (CCXXIV)


contemporanea

SULLA Società delle Nazioni

Cosa può imparare l’ONU dal suo predecessore?

di Emanuele Molisso

 

Il mondo di oggi è ricaduto nella storia. Da quest’ultima, salvo a diverse latitudini, dal secondo dopoguerra l’uomo è fuggito per farsi cullare da una pace perpetua. La guerra in Ucraina prima, il conflitto a Gaza dopo, hanno messo nuovamente l’essere umano davanti alle proprie responsabilità: l’essere nuovamente soggetto attivo della storia.


Uno dei leitmotiv ricorrente, per sfuggire alla storia, è quello di appellarsi alle organizzazioni intergovernative a carattere nazionale. Una chiamata alla salvaguardia della pace mondiale che però riecheggia lontano, quasi come se ci fosse una distanza, simile a quella che separa due pianeti del sistema solare. Ovviamente, l’organizzazione a cui queste istanze sulla pace mondiale vengono pervenute, è una delle massime Organizzazioni intergovernative ovvero le Nazioni Unite (ONU).


L’Organizzazione delle Nazioni unite è ormai soggetta delle invocazioni quotidiane, le quali esortano a un’azione mirata a garantire un liberatorio cessate il fuoco nei teatri in cui la guerra imperversa. La situazione odierna per l’ONU però, oggi, è di completa difficoltà. L’ONU perde sempre più credibilità di fronte agli Stati e ai cittadini di essi. Due temi recenti che dimostrano questa tendenza e anzi, l’hanno inasprita, sono l’impossibilità nel condurre indagini sulla recente pandemia di Covid-19 e il fallimento dell’apertura di un dialogo reale per le politiche di contrasto al cambiamento climatico.

 

Non è un caso quindi, che l’accusa principale mossa contro le Nazioni Unite, è quella di aver perso di vista i grandi temi, in un mondo che cambia repentinamente, con vecchie e nuove potenze che si affermano come Grandi Potenze odierne. Riflesso di problemi che sono anche strutturali visto che gli Stati membri, è ormai da molti anni che fanno richiesta di una riforma del Consiglio di Sicurezza e di un allargamento di questo stesso Consiglio. Richieste che vanno di pari passo con l’esigenza avvertita dall’Europa, di cambiare il seggio francese in un seggio europeo e dall’Africa, che chiede a gran voce di avere un rappresentante tra i propri membri.

 

Due volontà mosse da un desiderio di maggiore rappresentanza e unità da mostrare al mondo. Tutta una serie di problemi che potrebbero portare alla trasformazione delle invocazioni all’intervento, in un’assordante indifferenza verso l’ONU. Una fine che è toccata al predecessore delle stesse Nazioni Unite ovvero la Società delle Nazioni. Quell’istituzione ginevrina che il 26 giugno 1945, la stessa ONU, ha rilegato a un catalogo di buone intenzioni smentite dalla storia. Eccola che ritorna, nella sua locuzione latina di “Historia magistra vitae”.

 

Perché l’ONU non può imparare dalla storia? Dalla sua storia e dal fallimento di quell’organizzazione che ha rappresentato il suo embrione? Ecco perché bisogna recuperare la parabola storica della Società delle Nazioni, per capirne i successi, i fallimenti e le possibilità di poterla riportare in auge sul modello dell’ONU. Andiamo con ordine.


Il fil rouge che unisce le organizzazioni governative è quello di stabilire e mantenere la pace nel mondo, con lo scopo di accrescere il benessere e la qualità della vita degli esseri umani. Il tutto, quindi, deve essere ottenuto attraverso l’operato di un organo sovranazionale, a carattere diplomatico – pacifista. Un progetto che non è nato soltanto a partire dalla fondazione della Società delle Nazioni ma che ha radici molto più profonde.


Il teologo padre Mariano Cordovani, ad esempio, ci parla dei fondamenti della Società delle Nazioni dei quali, si può iniziare a trovarne traccia fin dal primo libro del De Monarchia di Dante. Quest’ultimo presenta la Monarchia Universale come l’unico rimedio alle fazioni in lotta e alle guerre sterminatrici. Un passaggio che porta alla glorificazione del popolo romano e del Sacro Romano Impero, nel quale fu attuata proprio quella Monarchia nel mondo, con la conseguente invocazione di un rinsaldamento di quel grande organismo visto come l’unico strumento capace di mantenere la pace tra gli uomini.

 

Un pensiero, quello di Dante, sulla stessa stregua della Città del Sole di Campanella, dell’Utopia di Tommaso Moro e della Repubblica di Platone. Ma si notano anche influenze di Sant’Agostino, San Tommaso d’Aquino e Remigio Girolami. Questo dato è quello che suscita la maggiore sorpresa negli studiosi perché Dante è riuscito a sintetizzare il movimento dei secoli scorsi e nello stesso tempo, è riuscito ad anticipare i nuovi ideali e tempi. Quello sognato da Dante, era un magistrato supremo ed elettivo, a capo di una Repubblica Mondiale di stati indipendenti fra loro associati; una vera e propria Confederazione Umanitaria fra tutte le nazioni della terra.


Un’altra opera in cui si ritrovano ulteriori riferimenti è Per la Pace Perpetua del filosofo Immanuel Kant, realizzata nel 1795. In quest’opera, il filosofo iniziò a presentare una propria idea di un organismo volto a tutelare la pace mondiale. Ed è sulla base del pensiero di Kant, che fu effettuato il primo tentativo di realizzare questo progetto nel 1864 con la Convenzione di Ginevra, da cui nacque un movimento diplomatico internazionale a carattere pacifista. Un primo embrione che vide il proseguo nel 1899 all’Aia, dove fu tenuta una Conferenza Internazionale denominata Conferenza della Pace, la quale doveva prefissarsi l’obiettivo di riuscire a creare dei meccanismi stabili per la ricerca di una soluzione pacifica delle controversie degli stati. Un tentativo che fu replicato nel 1907, sempre all’Aia, dove ci fu una seconda Conferenza Internazionale in cui si cercò di completare l’opera ma ottenendo dei risultati vani, visto che da lì a poco, scoppierà il primo conflitto mondiale.


La Conferenza del 1907 vide l’adesione di stati accomunati dall’intenzione di costruire un’alleanza globale, la quale fondamentalmente doveva porre come obiettivi fondamentali il disarmo parziale e la diplomazia come strumento fondamentale nelle contese fra le nazioni. Nonostante non portò risultati concreti, la Conferenza del 1907, ebbe il merito di segnare l’inizio della proliferazione di idee e progetti basati su questo modello. Infatti, nel 1915, durante la guerra, un gruppo di statunitensi tra i quali spiccava il ventisettesimo presidente degli Stati Uniti d’America, William Howard Taft, diedero vita a un’associazione chiamata Società per l’attuazione della Pace.

 

L’obiettivo di quest’ultimo rimarcava quello della Conferenza di otto anni prima: la creazione di una Società tra gli stati, a cui era assegnato il compito di assicurare il pacifico appianamento delle controversie tra gli Stati. Sarà proprio su questi due primi modelli che la Società delle Nazioni verrà plasmata ed era un modello a cui aveva già accennato, il politico inglese Edward Grey, il quale lo aveva immaginato per l’Impero britannico di cui era segretario di stato per gli affari esteri del Commonwealth.


Questo era il modello. In che contesto nacque la Società delle Nazioni?


La Grande Guerra è riuscita ad abbattere imperi secolari, andando a sovvertire la configurazione geopolitica dell’Europa e del mondo. I traumi derivati dallo scontro militare, modificarono l’universo mentale delle generazioni del tempo, le quali portarono alla diffusione e introduzione di un nuovo tipo di società. Non è un caso che la fine della Prima guerra mondiale è stata definita come la più importante cesura geopolitica della storia contemporanea.

 

Uno dei protagonisti della Grande Guerra che ha rappresentato la figura in cui meglio si è incarnata la fotografia del mondo all’indomani delle brutalità del conflitto militare, è stato il ventottesimo presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1913 al 1920, Thomas Woodrow Wilson. Colui che aveva trascinato gli Stati Uniti d’America in una guerra europea, disubbidendo a uno dei precetti fondamentali di uno dei padri fondatori del paese, George Washington, il quale aveva posto il diktat del non intervento nelle dispute europee. Ma Thomas Wilson è anche colui che ha reso possibile la nascita delle Società delle Nazioni.

 

Quest’ultima, infatti, nasce da una visione metafisica di Wilson. La visione di un mondo fondato sui principi morali universali e su leggi positive, e quindi non più sulla potenza e sui rapporti di forza. Un concerto dei popoli che mirava a salvaguardare la sicurezza collettiva. Una sicurezza che doveva essere garantita attraverso la prevenzione dalla guerra, ottenuta con la gestione diplomatica dei conflitti e il controllo degli armamenti. Questo era il principio fondativo della Società delle Nazioni che ideologicamente si scontrava contro il principio del balance of power europeo con quest’ultimo, considerato da Wilson come la premessa di ogni guerra. Un principio che si tramutava in un concetto di autogoverno di ciascun popolo che non era altro che un’universalizzazione del principio di non ingerenza negli affari esteri professato dalla Dottrina Monroe.


Il progetto della Società delle Nazioni imperniato su questi cardini faceva parte dei Quattordici Punti di Wilson su cui dovevano essere poste le basi per la pace universale. Egli li presentò al Congresso Americano il 18 gennaio 1918, dopo aver trascorso sei mesi a Parigi, qualificandosi come il presidente americano che si è assentato per il periodo più lungo da Washington. Questi Quattordici Punti erano divisi in due categorie; la prima erano quelli definiti obbligatori (must be fulfilled) mentre la seconda erano quelli definiti auspicabili (should be fulfilled). La Società delle Nazioni rientrava nella prima categoria, a cui appartenevano otto punti e nel testo era riportata con questa dicitura: “una associazione generale delle Nazioni deve essere formata allo scopo di fornire delle mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli stati”.


Una dicitura che fu il risultato del lavoro dei governi francesi e inglese, i quali nel giugno 1918, fecero recapitare al consigliere fidato di Wilson, il colonnello Edward Mandell House, una serie di scritti riguardanti il progetto di realizzazione dell’organismo. Da questa base di scritti, il colonnello House inviò il 16 luglio 1918, il progetto di una Società delle Nazioni in ventitré articoli e un preambolo. Il tutto confluì in una richiesta di un inserimento dello statuto delle Società delle Nazioni all’interno del trattato di pace, fatta durante la seconda sessione plenaria della Conferenza di Pace di Parigi del 25 gennaio 1919. Una richiesta che fece capire come soltanto l’idea del progetto di una Società delle Nazioni, avesse sancito il trionfo della concezione internazionalistica e non federalista.


L’11 aprile 1919 fu predisposto uno statuto per la Società delle Nazioni, il quale fu adottato successivamente il 28 aprile. Lo statuto era stato approvato da tutti quegli stati che avevano deciso di aderire alla Società, quelli uscenti vittoriosi dalla Prima guerra mondiale, e quelli che durante il conflitto si erano dichiarati neutrali. La non entrata degli Stati Uniti suscitò stupore e il motivo fu la forte opposizione interna al Senato americano, soprattutto da parte del partito repubblicano, visto che la Società delle Nazioni veniva vista come un Superstato che aveva il potere di privare tutti i membri della loro sovranità. A generare le maggiori preoccupazioni tra i repubblicani era la struttura in tre organi amministrativi principali che fu sancita durante la prima riunione dell’Assemblea tenutasi a Ginevra nel 1920.

 

I tre organi erano: il Segretariato, i cui membri erano responsabili dell’agenda e degli incontri per il Consiglio e l’Assemblea. Il Consiglio, il quale aveva l’autorità d’intervenire in ogni questione riguardante la pace globale. E infine, l’Assemblea, la quale aveva il compito di garantire la presenza di un membro di ogni stato aderente. Intorno a questi tre pilastri, alla Società delle Nazioni furono affidate diverse altre agenzie e commissioni, create per risolvere i conflitti internazionali come, ad esempio, la Commissione per il Disarmo, il Comitato per la Salute e quello per l’Organizzazione internazionale del Lavoro, la Commissione per i Rifugiati, la Commissione internazionale di Cooperazione intellettuale e il Comitato per lo studio dei diritti delle donne.


Quindi, è con questa struttura, che dal 1920 al 1940, lavorò e operò secondo la volontà dei suoi fondatori, la Società delle Nazioni: una stabile organizzazione per studiare e risolvere le controversie internazionali con l’obiettivo di eliminare la guerra. Un paradosso pensando al fatto che durante gli anni del suo operato, scoppiò il secondo conflitto mondiale. Ma non bisogna fare l’errore, negli studi, di limitare la propria analisi soltanto all’evidenza del fallimento della Società delle Nazioni.

 

Le vittorie della Società delle Nazioni esistono e sono state importanti. Ad esempio, la soluzione alla crisi greco-bulgara del 1925. Una crisi scoppiata per via di alcuni problemi alla frontiera che furono risolti con un accordo di pace tra i due popoli stanziati nei territori che furono oggetto della contesa. Un primo risultato, vittorioso, dell’operato della Società delle Nazioni che però, ottenne il maggior risultato nella ricerca di una soluzione al problema delle colonie. La soluzione fu l’istituzione del sistema dei mandati con cui la Società delle Nazioni conferiva ad alcuni paesi, un mandato, che consisteva nell’assegnazione dell’incarico di amministrazione dei territori coloniali, mirata alla realizzazione di un processo di civilizzazione e di progresso per i popoli che erano stanziati su quei territori.


Di contro, come abbiamo detto, ci sono stati dei fallimenti che sono stati il prodotto di questioni di carattere diverso. Una delle critiche che veniva mossa più frequentemente alla Società delle Nazioni riguardava la sua prontezza d’azione e il modo con cui quest’azione veniva portata a compimento. Questo perché le decisioni erano lente visto che era richiesto il voto unanime e quindi il tutto, si trasformava in un vero e proprio veto generalizzato. Inoltre, la Società delle Nazioni non disponeva di una propria forza armata e questo comportava che ogni paese avrebbe dovuto difendersi con le proprie forze e risorse. Non un paradosso così eclatante visto che l’obiettivo da conquistare era proprio quello di garantire una tregua continua.

 

Un aspetto militare e di risorse fai-da-te che fu criticato anche da Luigi Einaudi: «Che cosa è una società nella quale alcuni associati sacrificano vite e averi, altri averi soltanto, altri soltanto vite, mentre alcuni stanno a vedere e taluno persino realizza guadagni non piccoli, limitandosi a vendere provviste di guerra e a far voti di vittoria?».


Un altro problema che colpì la Società delle Nazioni fu proprio la partecipazione alla stessa Società. Oltre gli Stati Uniti, le assenze e le defezioni furono piuttosto importanti. La defezione più gravosa fu quella del Giappone nel 1931, perché era conseguente a un intervento da parte della Società delle Nazioni, che si vide bocciare il proprio operato. Si parla della crisi della Manciuria del 1931, che vide il territorio della Manciuria essere conteso dalla Cina e dal Giappone. Quest’ultimo si rifiutò di far abbandonare il territorio alle proprie truppe dopo l’abbandono di quelle cinesi e per questo decise di abbandonare la Società.

 

Uno smacco anche all’autorità della stessa Società che creò un precedente che avrà ripercussioni su un’altra questione che la Società dovette fronteggiare, tra il 1935-1936, ovvero la conquista dell’Etiopia da parte dell’Italia. Una conquista che fu avvallata dagli Stati Uniti e dalla Germania, uscita dalla Società precedentemente nel 1933, con il Belpaese che incappò soltanto in un’ammenda economica e in sanzioni finanziarie. Se ne deduce, che l’autorità e la stessa credibilità della Società delle Nazioni subirono un duro colpo e bisogna anche notare come questi eventi non saranno altro che le prime scintille della successiva Seconda guerra mondiale.


Il secondo conflitto mondiale è stata la pietra tombale sulla Società delle Nazioni. Durante gli anni del conflitto, essa iniziò a essere additata come “la malaticcia creatura di Versailles”, “un inutile ingombro”, “un’utopia completa”. Tutti appellativi che miravano a mostrare come fosse impensabile ottenere la pace e la salvezza attraverso un’associazione di nazioni priva di forze armate ma soprattutto un’associazione che sembrava essere animata soltanto da belle parole ma manchevole di concretezza nell’operato.


Quindi, com’è il bilancio finale? Che lezione ne può trarre l’ONU?


La Società delle Nazioni è stato un esperimento sulla difficile strada verso la costruzione di un’organizzazione capace di svolgere compiti tanto ardui e importanti. Ogni stato è geloso della propria sovranità e nessuno di essi vuole lasciarne un pezzo; come da copione nella diplomazia tra stati. Proprio su questo punto bisogna fare una precisazione. Il garantire la pace perpetua non deve essere considerata un’azione al pari di una chimera irraggiungibile ma prima di tutto, si deve iniziare a capire le poste in gioco e le anime che guidano i processi storici. Dove le anime stanno per i popoli che sono il motore dei vari processi storici. Una volta compresi questi due fattori, si può iniziare a parlare di un’istituzione che riesca a garantire i vari accordi e trattati tra i vari stati.

 

Quale periodo migliore di quello in cui l’Occidente, ma possiamo dire il mondo intero, è ripiombato nella storia con quello strumento che fin da Dante, doveva essere combattuto con l’istituzione di un organo che ne garantisse l’eliminazione? Che esso, sia chiamata Monarchia Universale, Società delle Nazioni, Nazioni Unite, l’obiettivo dell’organizzazione deve essere quello di fissare dei principi che però, quando verranno accettati da tutti gli stati, quest’ultimi li dovranno rispettare per il bene comune.


In conclusione, su questo punto, non si può non citare il premier britannico Winston Churchill nel suo discorso del 19 settembre 1946, dove egli mise in luce tutto ciò: «La Società delle Nazioni non è fallita a causa dei suoi principi o delle sue concezioni. Essa è fallita perché gli stati che l’avevano fondata hanno abbandonato i suoi principi».

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]