[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 223 / LUGLIO 2026 (CCLIV)


antica

A PROPOSITO DI SIRACUSA

momenti salienti della storia greca della città
di Guglielmo Montuori
 

Durante il periodo arcaico e classico Siracusa si afferma nel bacino del Mediterraneo, ricoprendo un ruolo geopolitico di rilievo quale terzo polo di una realtà multipolare costituita dalla città aretusea, da Atene con la Grecia continentale e da Cartagine. Siracusa, da un lato, si scontra con la politica cartaginese di espansione nella parte occidentale della Sicilia, con il proposito di allargare la propria influenza sul Mediterraneo occidentale, la cui espressione sono le “Guerre siciliane” combattute tra il 480 e il 307 a.C. Al contempo, la città aretusea interagisce con gli equilibri politici della madrepatria e manifesta la sua vocazione egemonica sulle poleis occidentali dell’intera Italia meridionale peninsulare. Non secondario, poi, è il ruolo di Siracusa nel Tirreno e il suo scontro con gli Etruschi, ridimensionati nello scacchiere tirrenico dalla politica siracusana. Si tratta del medesimo contesto con il quale più tardi si confronterà Roma che, nel 212 a.C., durante la seconda guerra punica, conquisterà Siracusa a opera del console Marco Claudio Marcello, dopo un lungo assedio durato due anni.

 

Nel crescere e nel suo affermarsi, Siracusa è anche un centro culturale e scientifico di rilievo; basti pensare all’attività culturale esplicatasi attraverso la costruzione del teatro sulle pendici meridionali del Colle Temenite, ancora oggi sede delle rappresentazioni classiche che si tengono annualmente. Realizzato nel V secolo a.C. e ampliato nel III secolo a.C., il teatro di Siracusa è uno dei migliori esempi dell’architettura teatrale greca e uno dei più grandi del mondo ellenico. Ancora possiamo citare Archimede con la sua attività di studioso di matematica, fisica e ingegneria; a questo scienziato sono ascrivibili i risultati conseguiti nella tecnologia militare, evidenziatisi durante l’assedio di Siracusa a opera della flotta di Atene durante la guerra del Peloponneso (431-404 a.C.). Ma vediamo adesso i passaggi salienti della storia della città attraverso il ruolo primario svolto da uomini di statura morale e di capacità politiche non comuni.

 

La fondazione e l’ascesa arcaica

 

Fondatore della città è Archia, nel 734 o 733 a.C., nobile della famiglia dei Bacchiadi, potente e aristocratica casata di Corinto che governò la città tra l’VIII e il VII secolo a.C. Diverse sono le tesi degli storici relativamente al viaggio di Archia verso Occidente: secondo alcuni, la motivazione sarebbe da ricercare nella sua insoddisfazione, condivisa con i suoi concittadini oligarchi, per la situazione politica della città e per la sua impazienza nel volere raggiungere una posizione di dominio; secondo Plutarco di Cheronea, invece, la partenza di Archia sarebbe stata causata dalle conseguenze del tentativo di rapimento del figlio di Melisso, Atteone, e dalla successiva morte del giovane amato dal fondatore di Siracusa.

 

È molto probabile, comunque, che al di là di fatti personali la spedizione di Archia sia rientrata nella generale spinta alla colonizzazione ellenica della Sicilia, mossa dalla crescita demografica in Grecia e dai disordini politici determinati dai cambiamenti istituzionali. Il nostro protagonista approda nel 734 a.C. nell’isola di Ortigia, ancora oggi quartiere storico di Siracusa; con lui ci sono il poeta Eumelo, sacerdote di alta casta, e molti altri compagni.

 

Prima dell’arrivo di Archia, Ortigia era un piccolo insediamento abitato stabilmente da Siculi, occasionalmente da mercanti fenici e, ancor prima, forse anche da Greci dell’Etolia. Quest’ultima supposizione è avvalorata dal fatto che in Etolia c’era una città di nome Ortigia. Questo era anche il nome di un bosco sacro presso Efeso. Altre fonti riconducono il nome di Ortigia, indipendentemente dalla presenza di protogreci nell’isola, a Ortyx, che vuol dire “quaglia”, termine legato al mito della ninfa Asteria che si trasformò in quaglia per sfuggire a Zeus.

 

Grazie ai coloni di Corinto, l’isola ben presto cambia volto: sorgono edifici pubblici e privati, e un argine la unisce alla terraferma. Nel retroterra, intanto, si innalzano altri fabbricati e si costruisce l’agorà, luogo fondamentale nelle poleis greche e parte essenziale della loro struttura socio-politica insieme all’acropoli. La città è in rapido sviluppo fino a giungere sulle balze dell’alta Acradina, che guarda solenne sul mare non lontano, per ridiscendere sulla riva dell’attuale molo di Sant’Antonio. La città di Siracusa è già delineata: il suo nome, secondo alcune fonti (tra cui Holm), deriverebbe da una radice semitica che indicava l’oriente e dalla quale proviene pure il termine scirocco, quasi come se Siracusa fosse stata l’insediamento più orientale dei Fenici in Sicilia. Secondo altre fonti, che escludono la presenza di questi ultimi, il nome si collega al termine Syrako, con cui ci si riferiva alla palude vicina al porto e oggi chiamata Pantano. A testimonianza del loro sentimento religioso, i Greci di Archia erigono un’ara nella parte più alta di Ortigia e, poco più sopra del fiume Anapo, costruiscono un tempio dedicato a Zeus.

 

Pare che l’ecista Archia sia morto di morte violenta, ma la datazione non è specificata dalle fonti antiche. Successivamente, Siracusa fu governata prima dai Bacchiadi e più tardi dai Gamori o Geomori, importanti proprietari terrieri: da un punto di vista socio-politico la popolazione era divisa in cittadini liberi (polìtai), perieci (abitanti dei dintorni, liberi ma senza diritti politici), chilliri (semiliberi) e infine gli schiavi veri e propri.

 

La tirannide dei Dinomenidi: Gelone e Ierone I

 

La città procede con la sua crescita e, tra il 485 e il 478 a.C., si afferma un valoroso condottiero politico dalle ampie vedute: Gelone. Segretario di Ippocrate, tiranno gelese, e signore poi di Gela egli stesso, animato da propositi imperialistici, guarda a Siracusa come al possibile centro di un grande impero in Sicilia. L’occasione non tarda a venire: gli è offerta dalla particolare situazione creatasi a Siracusa in seguito alla cacciata dei notabili (i Gamori o Geomori, signori della terra) da parte del popolo. La città è in preda al disordine e impera il malgoverno. Chiamato dai Gamori esiliati a Casmene e dalla maggior parte dei cittadini desiderosi di un buon governo, Gelone stabilisce la sua sede in Siracusa, dominando non già da sovrano assoluto, ma come un generale supremo, un esimete, ritenendo più adatta la forma repubblicana. In questo modo riporta l’ordine a Siracusa e inizia a progettare la grandezza della città.

 

Nello stesso tempo in cui si realizza il riassetto morale, sociale e politico a Siracusa, Camarina, già colonia siracusana, si ribella; Gelone la distrugge insieme con Mégara e Eubea, con cui è venuto in conflitto per questioni territoriali. Il tiranno trasferisce in massa nella capitale del suo regno i patrizi delle città sottomesse non solo per motivi demografici e tributari, ma anche per i suoi progetti di dominio: Gelone, infatti, ha bisogno di denaro per le spese militari e i ricchi deportati possono fornirglielo, mentre i plebei vengono venduti come schiavi fuori dalla Sicilia.

 

Da questo momento si assiste a un’oculata politica di alleanze, di costruzioni edilizie e di finanziamenti militari, grazie ai quali Siracusa assumerà ben presto un ruolo di grande potenza nell’area geopolitica mediterranea. La città si è ingrandita di due nuovi quartieri: Tyche, che vuol dire “fortuna”, dato che nella zona c’è un tempio dedicato all’omonima dea, e Temenìtes, che trae il nome dal recinto del vicino santuario dedicato ad Apollo. L’esercito è forte di 30.000 uomini tra fanti e cavalieri, e la flotta dispone di 200 triremi; a completare il quadro vi è l’alleanza con Terone, tiranno di Agrigento, suggellata dal matrimonio di Gelone con la figlia del tiranno agrigentino.

 

Adesso, nello scacchiere del Mediterraneo centro-occidentale, Siracusa e Agrigento si preparano allo scontro con i Cartaginesi, entrati in scena chiamati da Terillo (signore di Imera spodestato da Terone) e dalle città di Mozia, Solunto e Panormo. Con un’armata poderosa i Cartaginesi, guidati da Amilcare, sbarcano a Panormo; Terone, intanto, si attesta a difesa di Imera, alla quale Amilcare pone uno stretto assedio. La situazione è critica per Terone quando l’arrivo di Gelone, con 50.000 fanti e 5.000 cavalieri, ribalta le sorti: i Cartaginesi subiscono una totale disfatta e lo stesso Amilcare cade in battaglia.

 

La notizia della vittoria dei Greci di Sicilia rimbalza in tutta l’isola e ad essa fa eco un’altra grande vittoria: a Salamina la flotta ellenica, guidata da Temistocle, sconfigge l’armata di Serse, mandando in frantumi il progetto achemenide di fare della Grecia una provincia persiana. È il 480 a.C. e il quadro geopolitico mediterraneo si caratterizza per il respingimento dei Persiani in Asia, una battuta d’arresto significativa dell’espansionismo cartaginese e lo sviluppo dei rapporti tra Magna Grecia, madrepatria e coste dell’Africa settentrionale.

 

Gelone, che ha deciso le sorti dei Greci a Imera, decide ora anche la sorte dei nemici mostrando senso di saggezza e religiosità. Le condizioni imposte ai Cartaginesi sono le seguenti: pagare 2.000 talenti per le spese di guerra; porre fine ai sacrifici umani; inviare a Siracusa, in segno di riconoscenza, due navi allestite di tutto punto; costruire due templi all’interno dei quali tavole in bronzo, affisse alle pareti, ricordassero la pace stipulata. Un trattato insolito, esemplare, non del tutto rispettato però punto per punto da Cartagine; infatti, quando più avanti i Cartaginesi saranno battuti da Agatocle, essi sacrificheranno al dio Cromo 200 fanciulli.

 

Con la vittoria d’Imera Gelone ha debellato tutti i nemici dell’Occidente ellenico; la sua missione può dirsi conclusa. Decide così di ritirarsi a vita privata, dandone annunzio al popolo, dopo aver donato al tempio di Delfi una Nike e un tripode d’oro. Ai siracusani che gremiscono l’agorà si presenta per rendere conto del proprio operato, dichiarando di essere pronto a rinunziare al potere; ma il popolo lo acclama ed inizia così ufficialmente il suo governo assoluto. Riuniti infine in una grande confederazione i Greci della Sicilia, gli abitanti di Selinunte e Messana, ed estesa la sua potenza anche fuori dall’isola, Gelone muore di idropisia tra il cordoglio generale.

 

Variamente giudicato e al di sotto del fratello Gelone per popolarità, ma pari a lui per genio politico e militare, Ierone I, detto l’Etneo per aver fondato la città di Etna, assume nel 478 a.C. la signoria di Siracusa, che di fatto si trasforma da popolare in dispotica. La presa del potere di Ierone, infatti, non è la risultante di una scelta del popolo siracusano, bensì l’espressione di un atto di forza del nuovo principe.

 

I primi anni della nuova signoria sono duri e difficili, a causa soprattutto del dissidio fra Ierone e Polizelo: tra i due fratelli si arriva a una vera e propria guerra aperta. Polizelo è costretto a lasciare Siracusa e si rifugia da Terone di Agrigento, suo suocero, avendone sposato la figlia Damarete, già moglie di Gelone. Superato il momento di tensione ed evitato lo scontro diretto tra l’esercito agrigentino e quello siracusano presso il fiume Gela, grazie al poeta Simonide che interpone i suoi buoni uffici, Ierone riprende la linea politica di Gelone. Rasa al suolo Catania, trasferisce gli abitanti superstiti a Leontini, rifondando la città con il nome di Etna e popolandola di siracusani turbolenti e sgraditi in patria, insieme a peloponnesiaci. La nuova colonia è governata da Cromio e il monarca siracusano si lancia subito in un’altra impresa: invia ora in soccorso dei Cumani, minacciati dai Tirreni che abitano l’Etruria, la sua flotta.

 

Le flotte di Siracusa e Cuma vincono quelle tirrene nel 474 a.C. Cuma ritorna in pace e Siracusa può stabilire rapporti di amicizia e di commercio con gli abitanti della Campania, del Lazio e della stessa Etruria. Inoltre si instaurano già rapporti tra Roma e Siracusa, dato che le due città, oltre a interessi commerciali, condividono temporaneamente un comune obiettivo geopolitico: eliminare la potenza etrusca. A ricordo della battaglia di Cuma, Ierone invia doni a Delfi e Olimpia, tra cui un tripode d’oro, un elmo di bronzo e una nike. Conclude la sua politica militare nel 472 a.C. quando sconfigge Trasideo, figlio di Terone, che aveva tentato di espandersi ai danni di Siracusa. Ierone lega il suo nome, oltre alle tendenze imperialistiche, anche alla cultura: alla sua corte trovano ospitalità, ruolo e spazio Simonide di Ceo, Bacchilide, Eschilo, Epicarmo, Pindaro e Senofane. Il tiranno, immortalato dai poeti e desideroso di gloria, dopo dodici anni di regno muore.

 

La parentesi di Ducezio e l’apogeo di Dionisio il Vecchio

 

Altro personaggio di spicco, eroe solitario e irriducibile, troppo fiero per rinunciare alla sua identità di re e di siculo, è Ducezio che, a metà del V secolo a.C., sarà un valoroso combattente per l’indipendenza del suo popolo, i Siculi, popolazione italica dedita alla coltura della terra. I Siculi, scesi in Sicilia intorno al XIII secolo a.C. ed entrati in contatto con i Sicani (probabilmente Iberi scacciati dai Liguri), dopo averli sbaragliati in battaglia si stabilirono nella parte orientale dell’isola, lasciando quella occidentale ai Sicani sconfitti. Abituati al duro lavoro dei campi, i Siculi conducono una vita sobria ed elaborano una morale rigida, rafforzata da un forte senso religioso, immagine speculare di una contadinità ancorata a principi lontani da quelli delle potenti città greche come Agrigento e Siracusa.

 

Inizialmente questo popolo, all’arrivo dei Greci, si ritira dalle coste verso l’interno; successivamente si adatta allo stile di vita dei coloni ellenici, dando origine ai Sicelioti e a una nuova cultura. Nel V secolo, tuttavia, si ha una sorta di risveglio identitario tra i Siculi superstiti con Ducezio il quale, già alleato di Siracusa, nel 452 a.C. attacca con successo la città di Etna Inessa, non lontana dall’attuale Catania. Successivamente si scontrerà con Siracusa e Agrigento battendole clamorosamente; ma la vittoria non sarà duratura poiché i siracusani riusciranno a sconfiggerlo presso Nome e, a quel punto, Ducezio consegnerà se stesso e le sue terre alla città nemica.

 

Gli abitanti di Siracusa salvano la vita a Ducezio e lo relegano a Corinto; tuttavia, nel 446 a.C. il vecchio sovrano, perseguendo sempre il suo antico sogno di restaurare il glorioso regno siculo, torna in Sicilia con l’aiuto di un gruppo di Greci. Con una mossa strategicamente significativa si installa dove non giunge l’egemonia di Siracusa, ovvero sulla costa settentrionale della Sicilia; là, tra i Nebrodi, stringe rapporti di collaborazione con varie stirpi indigene che si mantenevano indipendenti. Nello specifico, non lontano da Nicosia, vivevano gli Herbitensi, con il cui principe, Arconide, Ducezio stringe alleanza, costituendo una nuova confederazione dopo una prima intesa stretta sette anni prima, nel 453 a.C. La morte improvvisa del re siculo, tuttavia, infrange questo progetto; nel frattempo Siracusa è di nuovo in guerra con i Siculi, ma una città resiste: Piacos, nella zona del catanese. I suoi abitanti montanari, decisi a resistere, si lasciano uccidere nella disperata difesa.

 

Con Dionisio il Grande (430 circa-367 a.C., detto anche il Vecchio), Siracusa è all’apice della sua potenza. Dante, con un giudizio essenzialmente etico che riguarda più l’uomo che lo statista, lo colloca con Alessandro Magno nel primo girone del settimo cerchio dell’Inferno (Inferno, Canto XII, vv. 103-108): “Io vidi gente sotto infino al ciglio; e ‘l gran Centauro disse: “E’ son tiranni che dier nel sangue e nell’aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni; quivi è Alessandro, e Dionisio fero che fè Cicilia aver dolorosi anni”.

 

Ma prima di parlare dell’azione militare di Dionisio, è opportuno esaminare gli effetti globali del suo governo. Sotto la sua guida la città si estendeva per 33 km, superando Atene e Roma. Tralasciando gli altri quartieri (Siracusa ne aveva cinque, per cui veniva chiamata Pentapoli), tutto l’agglomerato urbano era ben organizzato, mentre nei pressi dell’Anapo sorgevano ginnasi monumentali, dotati di palestre, bagni e passeggiate. L’impero di Dionisio andava territorialmente dalla Sicilia – esclusa la parte occidentale in mano a Cartagine – alla Calabria meridionale e, da un punto di vista politico e commerciale, giungeva fino al Veneto. Inoltre Dionisio, seguace di Ermocrate, assume il governo di Siracusa come stratega autocrate assoluto nell’estate del 405 a.C. per volontà del popolo.

 

Il quadro generale vede un nuovo tentativo cartaginese di espansione: sbarcati in forze in Sicilia, i Punici, occupata e distrutta Agrigento, assediano Gela. Assicuratasi una guardia del corpo di circa 1.000 uomini a Leontini e sposata la figlia di Ermocrate, Dionisio corre in aiuto dei Gelesi ma senza fortuna, ed è costretto a ritirarsi a marce forzate a Siracusa; poco dopo conclude una pace con i Cartaginesi, conservando il controllo soltanto del territorio siracusano. In questa fase, rifiutato il titolo di re e preso quello più modesto di arconte, si dedica a riformare l’amministrazione civile della città, istituendo fra l’altro il Consiglio di Stato, riorganizzando l’esercito, restaurando le finanze e lasciando al popolo una certa libertà.

 

Nonostante questa linea strategica, il tiranno, mentre assedia Erbesso (l’odierna Sortino o una località non meglio identificata poco lontano), è costretto a tornare a Siracusa per reprimere una rivolta militare e popolare. Sedata la rivolta, Dionisio pianifica la riconquista di quanto ha perduto nello scontro con i Cartaginesi: a tal fine rafforza le difese dell’Epipoli, che fanno capo e perno nella fortezza dell’Eurialo, e svecchia la flotta, costruendo 200 navi da guerra e restaurandone un centinaio con legname importato dalle zone dell’Etna e dall’Italia. Fomenta un vasto movimento anticartaginese e dichiara infine guerra a Cartagine: in questa maniera il quadro geopolitico del Mediterraneo centrale è di nuovo in discussione.

 

Accanto al sostegno totale dei siracusani, è sorprendente l’adesione alla guerra contro i Cartaginesi delle città greche a essi soggette: Camarina, Gela, Agrigento, Selinunte e persino i Siculi e i Sicani si associano quali alleati. Lo scontro tra Siracusa e Cartagine dapprima pende dalla parte dei siracusani, che marciano in pieno territorio nemico minacciando la stessa Panormo. Poco dopo le sorti si invertono con l’arrivo della grande armata punica: la flotta cartaginese, nonostante il valore dell’ammiraglio siracusano Leptine (fratello di Dionisio), entra vittoriosa nel Porto Grande della città aretusea.

 

Sembra l’inizio della fine, ma i siracusani, appoggiati dagli spartani giunti in loro soccorso, organizzano una controffensiva sul Ciane e all’Olimpieo; sul mare Leptine e lo spartano Faracida colgono di sorpresa le navi nemiche, che vengono in parte affondate e in parte danneggiate. Il capo dei Cartaginesi, Imilcone, chiede la pace per non precludersi il rientro in patria e Dionisio accetta: i Cartaginesi pagano 300 talenti e ritornano a Cartagine su navi fornite dal tiranno. È il 396 a.C.

 

L’apparato egemonico di Dionisio si espande: Selinunte, Agrigento, Gela, Camarina e Imera entrano nel suo dominio diretto; contemporaneamente piega e attira nella sua orbita la punica Solunto e le sicule Mènaion, Morgantina, Enna e Cefaledio. A partire dal 393 a.C., con la battaglia di Abacaenum in cui Dionisio sconfigge le forze di Magone II, gli scontri continuano con il successo del tiranno nella battaglia di Cabala (circa 379-378 a.C.), mentre il quadro delle operazioni militari si estende allo scontro con gli Italioti uniti in confederazione.

 

Battuti i confederati, Dionisio dà spazio alla colonizzazione di Lissa in Dalmazia e di Adria in Veneto; fonda anche Ancona, e in questo modo l’Adriatico entra nell’orbita egemonica siracusana. Nonostante l’impegno militare, Dionisio non riuscirà ad eliminare i Punici dalla punta occidentale della Sicilia: infatti, dopo la sconfitta disastrosa nella battaglia di Kronion del 376 a.C., nelle vicinanze di Panormo – con la perdita di 14.000 uomini e la morte in battaglia del fratello Leptine –, seguirono vicende alterne fino al 367 a.C., anno della morte del tiranno.

Corollario di questa politica è il suo tentativo, negli ultimi anni di vita, di unificare e fondere i diversi elementi etnici dei suoi domini: Italioti, Sicelioti, vecchi coloni adriatici, Italici, Siculi, Sicani e Lucano-Campani. Dionisio tenta, quindi, di realizzare nella regione di confine tra la civiltà greca e quella autoctona una sorta di fusione, anticipando per certi versi quanto attuerà Roma nei secoli successivi.

 

Dalla crisi finale all’età bizantina e islamica

 

Circa 130 anni dividono l’età di Dionisio il Grande da Ierone II, l’ultimo in ordine di tempo dei tiranni siracusani dell’antichità greca. Con Ierone II assisteremo alla fase finale di Siracusa come città-stato indipendente e al suo passaggio a provincia di Roma, insieme a tutta l’isola.

 

Possiamo dire che anche dopo, da città cosmopolita, Siracusa è stata per secoli uno snodo nevralgico nelle attività economico-commerciali tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale, oltre a essere stata un soggetto geopolitico di spicco, come evidenziato in precedenza. Inoltre, non è da dimenticare che Siracusa è stata per cinque anni capitale imperiale dell’Impero romano d’Oriente, dal 663 al 668: un segno tangibile e geograficamente significativo della volontà dell’imperatore Costante II di ricreare un’unità imperiale, inglobando quella che doveva essere, nella strategia bizantina di recupero della parte romana occidentale, una testa di ponte in Occidente. La complessità del ruolo cosmopolita di Siracusa emerge anche dall’essere al centro di importanti dinamiche religiose quando, dopo la diaspora e la distruzione del Tempio di Gerusalemme, la città diventerà sede di una delle più antiche comunità ebraiche dell’isola.

 

Da ultimo, si vuole ricordare come, con l’espansione dell’Islam e la nascita dell’Impero carolingio, con la conseguente rottura dell’unità del Mediterraneo e lo spostamento del baricentro socio-politico verso la parte centrale del continente europeo, Siracusa e la Sicilia diventeranno il crocevia di nuove dinamiche geopolitiche, assumendo un ruolo storico-culturale di frontiera.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

De Benedictis, E. (1970). Memorie storiche intorno alla città di Siracusa. IMAG.

Giuliano, L. (1928). Storia di Siracusa antica. Società Editrice Dante Alighieri.

Holm, A. (1965). Storia della Sicilia nell’antichità. A. Forni Editore.

Privitera, S. (1971). Storia di Siracusa Antica e Moderna. A. Forni Editore.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]