A PROPOSITO DI SIRACUSA
momenti salienti della storia greca
della città
di Guglielmo Montuori
Durante il periodo arcaico e
classico Siracusa si afferma nel
bacino del Mediterraneo, ricoprendo
un ruolo geopolitico di rilievo
quale terzo polo di una realtà
multipolare costituita dalla città
aretusea, da Atene con la Grecia
continentale e da Cartagine.
Siracusa, da un lato, si scontra con
la politica cartaginese di
espansione nella parte occidentale
della Sicilia, con il proposito di
allargare la propria influenza sul
Mediterraneo occidentale, la cui
espressione sono le “Guerre
siciliane” combattute tra il 480 e
il 307 a.C. Al contempo, la città
aretusea interagisce con gli
equilibri politici della madrepatria
e manifesta la sua vocazione
egemonica sulle poleis occidentali
dell’intera Italia meridionale
peninsulare. Non secondario, poi, è
il ruolo di Siracusa nel Tirreno e
il suo scontro con gli Etruschi,
ridimensionati nello scacchiere
tirrenico dalla politica siracusana.
Si tratta del medesimo contesto con
il quale più tardi si confronterà
Roma che, nel 212 a.C., durante la
seconda guerra punica, conquisterà
Siracusa a opera del console Marco
Claudio Marcello, dopo un lungo
assedio durato due anni.
Nel crescere e nel suo affermarsi,
Siracusa è anche un centro culturale
e scientifico di rilievo; basti
pensare all’attività culturale
esplicatasi attraverso la
costruzione del teatro sulle pendici
meridionali del Colle Temenite,
ancora oggi sede delle
rappresentazioni classiche che si
tengono annualmente. Realizzato nel
V secolo a.C. e ampliato nel III
secolo a.C., il teatro di Siracusa è
uno dei migliori esempi
dell’architettura teatrale greca e
uno dei più grandi del mondo
ellenico. Ancora possiamo citare
Archimede con la sua attività di
studioso di matematica, fisica e
ingegneria; a questo scienziato sono
ascrivibili i risultati conseguiti
nella tecnologia militare,
evidenziatisi durante l’assedio di
Siracusa a opera della flotta di
Atene durante la guerra del
Peloponneso (431-404 a.C.). Ma
vediamo adesso i passaggi salienti
della storia della città attraverso
il ruolo primario svolto da uomini
di statura morale e di capacità
politiche non comuni.
La fondazione e l’ascesa arcaica
Fondatore della città è Archia, nel
734 o 733 a.C., nobile della
famiglia dei Bacchiadi, potente e
aristocratica casata di Corinto che
governò la città tra l’VIII e il VII
secolo a.C. Diverse sono le tesi
degli storici relativamente al
viaggio di Archia verso Occidente:
secondo alcuni, la motivazione
sarebbe da ricercare nella sua
insoddisfazione, condivisa con i
suoi concittadini oligarchi, per la
situazione politica della città e
per la sua impazienza nel volere
raggiungere una posizione di
dominio; secondo Plutarco di
Cheronea, invece, la partenza di
Archia sarebbe stata causata dalle
conseguenze del tentativo di
rapimento del figlio di Melisso,
Atteone, e dalla successiva morte
del giovane amato dal fondatore di
Siracusa.
È molto probabile, comunque, che al
di là di fatti personali la
spedizione di Archia sia rientrata
nella generale spinta alla
colonizzazione ellenica della
Sicilia, mossa dalla crescita
demografica in Grecia e dai
disordini politici determinati dai
cambiamenti istituzionali. Il nostro
protagonista approda nel 734 a.C.
nell’isola di Ortigia, ancora oggi
quartiere storico di Siracusa; con
lui ci sono il poeta Eumelo,
sacerdote di alta casta, e molti
altri compagni.
Prima dell’arrivo di Archia, Ortigia
era un piccolo insediamento abitato
stabilmente da Siculi,
occasionalmente da mercanti fenici
e, ancor prima, forse anche da Greci
dell’Etolia. Quest’ultima
supposizione è avvalorata dal fatto
che in Etolia c’era una città di
nome Ortigia. Questo era anche il
nome di un bosco sacro presso Efeso.
Altre fonti riconducono il nome di
Ortigia, indipendentemente dalla
presenza di protogreci nell’isola, a
Ortyx, che vuol dire “quaglia”,
termine legato al mito della ninfa
Asteria che si trasformò in quaglia
per sfuggire a Zeus.
Grazie ai coloni di Corinto, l’isola
ben presto cambia volto: sorgono
edifici pubblici e privati, e un
argine la unisce alla terraferma.
Nel retroterra, intanto, si
innalzano altri fabbricati e si
costruisce l’agorà, luogo
fondamentale nelle poleis greche e
parte essenziale della loro
struttura socio-politica insieme
all’acropoli. La città è in rapido
sviluppo fino a giungere sulle balze
dell’alta Acradina, che guarda
solenne sul mare non lontano, per
ridiscendere sulla riva dell’attuale
molo di Sant’Antonio. La città di
Siracusa è già delineata: il suo
nome, secondo alcune fonti (tra cui
Holm), deriverebbe da una radice
semitica che indicava l’oriente e
dalla quale proviene pure il termine
scirocco, quasi come se Siracusa
fosse stata l’insediamento più
orientale dei Fenici in Sicilia.
Secondo altre fonti, che escludono
la presenza di questi ultimi, il
nome si collega al termine Syrako,
con cui ci si riferiva alla palude
vicina al porto e oggi chiamata
Pantano. A testimonianza del loro
sentimento religioso, i Greci di
Archia erigono un’ara nella parte
più alta di Ortigia e, poco più
sopra del fiume Anapo, costruiscono
un tempio dedicato a Zeus.
Pare che l’ecista Archia sia morto
di morte violenta, ma la datazione
non è specificata dalle fonti
antiche. Successivamente, Siracusa
fu governata prima dai Bacchiadi e
più tardi dai Gamori o Geomori,
importanti proprietari terrieri: da
un punto di vista socio-politico la
popolazione era divisa in cittadini
liberi (polìtai), perieci (abitanti
dei dintorni, liberi ma senza
diritti politici), chilliri
(semiliberi) e infine gli schiavi
veri e propri.
La tirannide dei Dinomenidi: Gelone
e Ierone I
La città procede con la sua crescita
e, tra il 485 e il 478 a.C., si
afferma un valoroso condottiero
politico dalle ampie vedute: Gelone.
Segretario di Ippocrate, tiranno
gelese, e signore poi di Gela egli
stesso, animato da propositi
imperialistici, guarda a Siracusa
come al possibile centro di un
grande impero in Sicilia.
L’occasione non tarda a venire: gli
è offerta dalla particolare
situazione creatasi a Siracusa in
seguito alla cacciata dei notabili
(i Gamori o Geomori, signori della
terra) da parte del popolo. La città
è in preda al disordine e impera il
malgoverno. Chiamato dai Gamori
esiliati a Casmene e dalla maggior
parte dei cittadini desiderosi di un
buon governo, Gelone stabilisce la
sua sede in Siracusa, dominando non
già da sovrano assoluto, ma come un
generale supremo, un esimete,
ritenendo più adatta la forma
repubblicana. In questo modo riporta
l’ordine a Siracusa e inizia a
progettare la grandezza della città.
Nello stesso tempo in cui si
realizza il riassetto morale,
sociale e politico a Siracusa,
Camarina, già colonia siracusana, si
ribella; Gelone la distrugge insieme
con Mégara e Eubea, con cui è venuto
in conflitto per questioni
territoriali. Il tiranno trasferisce
in massa nella capitale del suo
regno i patrizi delle città
sottomesse non solo per motivi
demografici e tributari, ma anche
per i suoi progetti di dominio:
Gelone, infatti, ha bisogno di
denaro per le spese militari e i
ricchi deportati possono
fornirglielo, mentre i plebei
vengono venduti come schiavi fuori
dalla Sicilia.
Da questo momento si assiste a
un’oculata politica di alleanze, di
costruzioni edilizie e di
finanziamenti militari, grazie ai
quali Siracusa assumerà ben presto
un ruolo di grande potenza nell’area
geopolitica mediterranea. La città
si è ingrandita di due nuovi
quartieri: Tyche, che vuol dire
“fortuna”, dato che nella zona c’è
un tempio dedicato all’omonima dea,
e Temenìtes, che trae il nome dal
recinto del vicino santuario
dedicato ad Apollo. L’esercito è
forte di 30.000 uomini tra fanti e
cavalieri, e la flotta dispone di
200 triremi; a completare il quadro
vi è l’alleanza con Terone, tiranno
di Agrigento, suggellata dal
matrimonio di Gelone con la figlia
del tiranno agrigentino.
Adesso, nello scacchiere del
Mediterraneo centro-occidentale,
Siracusa e Agrigento si preparano
allo scontro con i Cartaginesi,
entrati in scena chiamati da Terillo
(signore di Imera spodestato da
Terone) e dalle città di Mozia,
Solunto e Panormo. Con un’armata
poderosa i Cartaginesi, guidati da
Amilcare, sbarcano a Panormo; Terone,
intanto, si attesta a difesa di
Imera, alla quale Amilcare pone uno
stretto assedio. La situazione è
critica per Terone quando l’arrivo
di Gelone, con 50.000 fanti e 5.000
cavalieri, ribalta le sorti: i
Cartaginesi subiscono una totale
disfatta e lo stesso Amilcare cade
in battaglia.
La notizia della vittoria dei Greci
di Sicilia rimbalza in tutta l’isola
e ad essa fa eco un’altra grande
vittoria: a Salamina la flotta
ellenica, guidata da Temistocle,
sconfigge l’armata di Serse,
mandando in frantumi il progetto
achemenide di fare della Grecia una
provincia persiana. È il 480 a.C. e
il quadro geopolitico mediterraneo
si caratterizza per il respingimento
dei Persiani in Asia, una battuta
d’arresto significativa
dell’espansionismo cartaginese e lo
sviluppo dei rapporti tra Magna
Grecia, madrepatria e coste
dell’Africa settentrionale.
Gelone, che ha deciso le sorti dei
Greci a Imera, decide ora anche la
sorte dei nemici mostrando senso di
saggezza e religiosità. Le
condizioni imposte ai Cartaginesi
sono le seguenti: pagare 2.000
talenti per le spese di guerra;
porre fine ai sacrifici umani;
inviare a Siracusa, in segno di
riconoscenza, due navi allestite di
tutto punto; costruire due templi
all’interno dei quali tavole in
bronzo, affisse alle pareti,
ricordassero la pace stipulata. Un
trattato insolito, esemplare, non
del tutto rispettato però punto per
punto da Cartagine; infatti, quando
più avanti i Cartaginesi saranno
battuti da Agatocle, essi
sacrificheranno al dio Cromo 200
fanciulli.
Con la vittoria d’Imera Gelone ha
debellato tutti i nemici
dell’Occidente ellenico; la sua
missione può dirsi conclusa. Decide
così di ritirarsi a vita privata,
dandone annunzio al popolo, dopo
aver donato al tempio di Delfi una
Nike e un tripode d’oro. Ai
siracusani che gremiscono l’agorà si
presenta per rendere conto del
proprio operato, dichiarando di
essere pronto a rinunziare al
potere; ma il popolo lo acclama ed
inizia così ufficialmente il suo
governo assoluto. Riuniti infine in
una grande confederazione i Greci
della Sicilia, gli abitanti di
Selinunte e Messana, ed estesa la
sua potenza anche fuori dall’isola,
Gelone muore di idropisia tra il
cordoglio generale.
Variamente giudicato e al di sotto
del fratello Gelone per popolarità,
ma pari a lui per genio politico e
militare, Ierone I, detto l’Etneo
per aver fondato la città di Etna,
assume nel 478 a.C. la signoria di
Siracusa, che di fatto si trasforma
da popolare in dispotica. La presa
del potere di Ierone, infatti, non è
la risultante di una scelta del
popolo siracusano, bensì
l’espressione di un atto di forza
del nuovo principe.
I primi anni della nuova signoria
sono duri e difficili, a causa
soprattutto del dissidio fra Ierone
e Polizelo: tra i due fratelli si
arriva a una vera e propria guerra
aperta. Polizelo è costretto a
lasciare Siracusa e si rifugia da
Terone di Agrigento, suo suocero,
avendone sposato la figlia Damarete,
già moglie di Gelone. Superato il
momento di tensione ed evitato lo
scontro diretto tra l’esercito
agrigentino e quello siracusano
presso il fiume Gela, grazie al
poeta Simonide che interpone i suoi
buoni uffici, Ierone riprende la
linea politica di Gelone. Rasa al
suolo Catania, trasferisce gli
abitanti superstiti a Leontini,
rifondando la città con il nome di
Etna e popolandola di siracusani
turbolenti e sgraditi in patria,
insieme a peloponnesiaci. La nuova
colonia è governata da Cromio e il
monarca siracusano si lancia subito
in un’altra impresa: invia ora in
soccorso dei Cumani, minacciati dai
Tirreni che abitano l’Etruria, la
sua flotta.
Le flotte di Siracusa e Cuma vincono
quelle tirrene nel 474 a.C. Cuma
ritorna in pace e Siracusa può
stabilire rapporti di amicizia e di
commercio con gli abitanti della
Campania, del Lazio e della stessa
Etruria. Inoltre si instaurano già
rapporti tra Roma e Siracusa, dato
che le due città, oltre a interessi
commerciali, condividono
temporaneamente un comune obiettivo
geopolitico: eliminare la potenza
etrusca. A ricordo della battaglia
di Cuma, Ierone invia doni a Delfi e
Olimpia, tra cui un tripode d’oro,
un elmo di bronzo e una nike.
Conclude la sua politica militare
nel 472 a.C. quando sconfigge
Trasideo, figlio di Terone, che
aveva tentato di espandersi ai danni
di Siracusa. Ierone lega il suo
nome, oltre alle tendenze
imperialistiche, anche alla cultura:
alla sua corte trovano ospitalità,
ruolo e spazio Simonide di Ceo,
Bacchilide, Eschilo, Epicarmo,
Pindaro e Senofane. Il tiranno,
immortalato dai poeti e desideroso
di gloria, dopo dodici anni di regno
muore.
La parentesi di Ducezio e l’apogeo
di Dionisio il Vecchio
Altro personaggio di spicco, eroe
solitario e irriducibile, troppo
fiero per rinunciare alla sua
identità di re e di siculo, è
Ducezio che, a metà del V secolo
a.C., sarà un valoroso combattente
per l’indipendenza del suo popolo, i
Siculi, popolazione italica dedita
alla coltura della terra. I Siculi,
scesi in Sicilia intorno al XIII
secolo a.C. ed entrati in contatto
con i Sicani (probabilmente Iberi
scacciati dai Liguri), dopo averli
sbaragliati in battaglia si
stabilirono nella parte orientale
dell’isola, lasciando quella
occidentale ai Sicani sconfitti.
Abituati al duro lavoro dei campi, i
Siculi conducono una vita sobria ed
elaborano una morale rigida,
rafforzata da un forte senso
religioso, immagine speculare di una
contadinità ancorata a principi
lontani da quelli delle potenti
città greche come Agrigento e
Siracusa.
Inizialmente questo popolo,
all’arrivo dei Greci, si ritira
dalle coste verso l’interno;
successivamente si adatta allo stile
di vita dei coloni ellenici, dando
origine ai Sicelioti e a una nuova
cultura. Nel V secolo, tuttavia, si
ha una sorta di risveglio
identitario tra i Siculi superstiti
con Ducezio il quale, già alleato di
Siracusa, nel 452 a.C. attacca con
successo la città di Etna Inessa,
non lontana dall’attuale Catania.
Successivamente si scontrerà con
Siracusa e Agrigento battendole
clamorosamente; ma la vittoria non
sarà duratura poiché i siracusani
riusciranno a sconfiggerlo presso
Nome e, a quel punto, Ducezio
consegnerà se stesso e le sue terre
alla città nemica.
Gli abitanti di Siracusa salvano la
vita a Ducezio e lo relegano a
Corinto; tuttavia, nel 446 a.C. il
vecchio sovrano, perseguendo sempre
il suo antico sogno di restaurare il
glorioso regno siculo, torna in
Sicilia con l’aiuto di un gruppo di
Greci. Con una mossa strategicamente
significativa si installa dove non
giunge l’egemonia di Siracusa,
ovvero sulla costa settentrionale
della Sicilia; là, tra i Nebrodi,
stringe rapporti di collaborazione
con varie stirpi indigene che si
mantenevano indipendenti. Nello
specifico, non lontano da Nicosia,
vivevano gli Herbitensi, con il cui
principe, Arconide, Ducezio stringe
alleanza, costituendo una nuova
confederazione dopo una prima intesa
stretta sette anni prima, nel 453
a.C. La morte improvvisa del re
siculo, tuttavia, infrange questo
progetto; nel frattempo Siracusa è
di nuovo in guerra con i Siculi, ma
una città resiste: Piacos, nella
zona del catanese. I suoi abitanti
montanari, decisi a resistere, si
lasciano uccidere nella disperata
difesa.
Con Dionisio il Grande (430
circa-367 a.C., detto anche il
Vecchio), Siracusa è all’apice della
sua potenza. Dante, con un giudizio
essenzialmente etico che riguarda
più l’uomo che lo statista, lo
colloca con Alessandro Magno nel
primo girone del settimo cerchio
dell’Inferno (Inferno, Canto XII, vv.
103-108): “Io vidi gente sotto
infino al ciglio; e ‘l gran Centauro
disse: “E’ son tiranni che dier nel
sangue e nell’aver di piglio. Quivi
si piangon li spietati danni; quivi
è Alessandro, e Dionisio fero che fè
Cicilia aver dolorosi anni”.
Ma prima di parlare dell’azione
militare di Dionisio, è opportuno
esaminare gli effetti globali del
suo governo. Sotto la sua guida la
città si estendeva per 33 km,
superando Atene e Roma. Tralasciando
gli altri quartieri (Siracusa ne
aveva cinque, per cui veniva
chiamata Pentapoli), tutto
l’agglomerato urbano era ben
organizzato, mentre nei pressi dell’Anapo
sorgevano ginnasi monumentali,
dotati di palestre, bagni e
passeggiate. L’impero di Dionisio
andava territorialmente dalla
Sicilia – esclusa la parte
occidentale in mano a Cartagine –
alla Calabria meridionale e, da un
punto di vista politico e
commerciale, giungeva fino al
Veneto. Inoltre Dionisio, seguace di
Ermocrate, assume il governo di
Siracusa come stratega autocrate
assoluto nell’estate del 405 a.C.
per volontà del popolo.
Il quadro generale vede un nuovo
tentativo cartaginese di espansione:
sbarcati in forze in Sicilia, i
Punici, occupata e distrutta
Agrigento, assediano Gela.
Assicuratasi una guardia del corpo
di circa 1.000 uomini a Leontini e
sposata la figlia di Ermocrate,
Dionisio corre in aiuto dei Gelesi
ma senza fortuna, ed è costretto a
ritirarsi a marce forzate a
Siracusa; poco dopo conclude una
pace con i Cartaginesi, conservando
il controllo soltanto del territorio
siracusano. In questa fase,
rifiutato il titolo di re e preso
quello più modesto di arconte, si
dedica a riformare l’amministrazione
civile della città, istituendo fra
l’altro il Consiglio di Stato,
riorganizzando l’esercito,
restaurando le finanze e lasciando
al popolo una certa libertà.
Nonostante questa linea strategica,
il tiranno, mentre assedia Erbesso
(l’odierna Sortino o una località
non meglio identificata poco
lontano), è costretto a tornare a
Siracusa per reprimere una rivolta
militare e popolare. Sedata la
rivolta, Dionisio pianifica la
riconquista di quanto ha perduto
nello scontro con i Cartaginesi: a
tal fine rafforza le difese dell’Epipoli,
che fanno capo e perno nella
fortezza dell’Eurialo, e svecchia la
flotta, costruendo 200 navi da
guerra e restaurandone un centinaio
con legname importato dalle zone
dell’Etna e dall’Italia. Fomenta un
vasto movimento anticartaginese e
dichiara infine guerra a Cartagine:
in questa maniera il quadro
geopolitico del Mediterraneo
centrale è di nuovo in discussione.
Accanto al sostegno totale dei
siracusani, è sorprendente
l’adesione alla guerra contro i
Cartaginesi delle città greche a
essi soggette: Camarina, Gela,
Agrigento, Selinunte e persino i
Siculi e i Sicani si associano quali
alleati. Lo scontro tra Siracusa e
Cartagine dapprima pende dalla parte
dei siracusani, che marciano in
pieno territorio nemico minacciando
la stessa Panormo. Poco dopo le
sorti si invertono con l’arrivo
della grande armata punica: la
flotta cartaginese, nonostante il
valore dell’ammiraglio siracusano
Leptine (fratello di Dionisio),
entra vittoriosa nel Porto Grande
della città aretusea.
Sembra l’inizio della fine, ma i
siracusani, appoggiati dagli
spartani giunti in loro soccorso,
organizzano una controffensiva sul
Ciane e all’Olimpieo; sul mare
Leptine e lo spartano Faracida
colgono di sorpresa le navi nemiche,
che vengono in parte affondate e in
parte danneggiate. Il capo dei
Cartaginesi, Imilcone, chiede la
pace per non precludersi il rientro
in patria e Dionisio accetta: i
Cartaginesi pagano 300 talenti e
ritornano a Cartagine su navi
fornite dal tiranno. È il 396 a.C.
L’apparato egemonico di Dionisio si
espande: Selinunte, Agrigento, Gela,
Camarina e Imera entrano nel suo
dominio diretto; contemporaneamente
piega e attira nella sua orbita la
punica Solunto e le sicule Mènaion,
Morgantina, Enna e Cefaledio. A
partire dal 393 a.C., con la
battaglia di Abacaenum in cui
Dionisio sconfigge le forze di
Magone II, gli scontri continuano
con il successo del tiranno nella
battaglia di Cabala (circa 379-378
a.C.), mentre il quadro delle
operazioni militari si estende allo
scontro con gli Italioti uniti in
confederazione.
Battuti i confederati, Dionisio dà
spazio alla colonizzazione di Lissa
in Dalmazia e di Adria in Veneto;
fonda anche Ancona, e in questo modo
l’Adriatico entra nell’orbita
egemonica siracusana. Nonostante
l’impegno militare, Dionisio non
riuscirà ad eliminare i Punici dalla
punta occidentale della Sicilia:
infatti, dopo la sconfitta
disastrosa nella battaglia di
Kronion del 376 a.C., nelle
vicinanze di Panormo – con la
perdita di 14.000 uomini e la morte
in battaglia del fratello Leptine –,
seguirono vicende alterne fino al
367 a.C., anno della morte del
tiranno.
Corollario di questa politica è il
suo tentativo, negli ultimi anni di
vita, di unificare e fondere i
diversi elementi etnici dei suoi
domini: Italioti, Sicelioti, vecchi
coloni adriatici, Italici, Siculi,
Sicani e Lucano-Campani. Dionisio
tenta, quindi, di realizzare nella
regione di confine tra la civiltà
greca e quella autoctona una sorta
di fusione, anticipando per certi
versi quanto attuerà Roma nei secoli
successivi.
Dalla crisi finale all’età bizantina
e islamica
Circa 130 anni dividono l’età di
Dionisio il Grande da Ierone II,
l’ultimo in ordine di tempo dei
tiranni siracusani dell’antichità
greca. Con Ierone II assisteremo
alla fase finale di Siracusa come
città-stato indipendente e al suo
passaggio a provincia di Roma,
insieme a tutta l’isola.
Possiamo dire che anche dopo, da
città cosmopolita, Siracusa è stata
per secoli uno snodo nevralgico
nelle attività economico-commerciali
tra il Mediterraneo occidentale e
quello orientale, oltre a essere
stata un soggetto geopolitico di
spicco, come evidenziato in
precedenza. Inoltre, non è da
dimenticare che Siracusa è stata per
cinque anni capitale imperiale
dell’Impero romano d’Oriente, dal
663 al 668: un segno tangibile e
geograficamente significativo della
volontà dell’imperatore Costante II
di ricreare un’unità imperiale,
inglobando quella che doveva essere,
nella strategia bizantina di
recupero della parte romana
occidentale, una testa di ponte in
Occidente. La complessità del ruolo
cosmopolita di Siracusa emerge anche
dall’essere al centro di importanti
dinamiche religiose quando, dopo la
diaspora e la distruzione del Tempio
di Gerusalemme, la città diventerà
sede di una delle più antiche
comunità ebraiche dell’isola.
Da ultimo, si vuole ricordare come,
con l’espansione dell’Islam e la
nascita dell’Impero carolingio, con
la conseguente rottura dell’unità
del Mediterraneo e lo spostamento
del baricentro socio-politico verso
la parte centrale del continente
europeo, Siracusa e la Sicilia
diventeranno il crocevia di nuove
dinamiche geopolitiche, assumendo un
ruolo storico-culturale di
frontiera.
Riferimenti bibliografici:
De Benedictis, E. (1970).
Memorie storiche intorno alla città
di Siracusa. IMAG.
Giuliano, L. (1928).
Storia di Siracusa antica.
Società Editrice Dante Alighieri.
Holm, A. (1965).
Storia della Sicilia nell’antichità.
A. Forni Editore.
Privitera, S. (1971).
Storia di Siracusa Antica e Moderna.
A. Forni Editore.