[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

181 / GENNAIO 2023 (CCXII)


attualità

A PROPOSITO DI SARA KHADEMOLSHARIEH

SFIDA ALLA TEOCRAZIA ISLAMICA

di Francesca Zamboni

 

Gli scacchi sono strategia pura, un gioco fatto di regole e mosse tattiche per raggiungere l’agognato ludico obiettivo: scacco matto al re. Un antico gioco universale, sopravvissuto alla nascita e alla caduta di molte civiltà, e che forma il carattere dell’individuo promuovendone i valori fondamentali come la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

 

Giocare a scacchi significa infatti migliorare il lavoro di squadra, l’integrazione sociale, partendo da una stimolazione cognitiva basata su un pensiero creativo alla ricerca di nuove soluzioni al cospetto di nuovi problemi. Giocare a scacchi non è solo competizione o un gioco per uomini. Giocare a scacchi significa avere delle opportunità in quelle caselle, così come in quelle della vita.

 

Sara Khademolsharieh, 25 anni, campionessa di scacchi dell’Iran Chess Team rappresenta senza ombra di dubbio tutti i valori di questo gioco. Lo scorso dicembre 2022 ha infatti compiuto la sua prima mossa tanto strategica quanto passionale: ha gareggiato senza hijab ai Campionati Mondiali di Almaty in Kazakistan, indossando abiti semplici, un paio di orecchini per dare un tocco di femminilità e lasciando cadere i lunghi capelli neri liberi sulle spalle. E lo ha ha fatto con grande maestria, concentrata, ma anche sorridente: una vera regina degli scacchi che ha sfidato la teocrazia islamica.

 

Come lei anche un’altra giocatrice iraniana ha partecipato senza velo, Atousa Pourkashiyan, gareggiando per la squadra statunitense. Due atlete che, come altre colleghe del mondo dello sport e dello spettacolo, hanno deciso di mostrare pubblicamente senza timore la loro solidarietà al popolo iraniano che si sta ribellando alle imposizioni di un sistema che ha strumentalizzato i precetti religiosi in nome di un patriarcato anacronistico. Una solidarietà, quella del modo dello sport e non solo, per non dimenticare la morte di Mahsa Amini e tutte le altre morti che hanno fatto seguito.

 

La carriera di Sara è stata spettacolare, iniziata a soli otto anni tanto che a dodici era già campionessa del mondo nella sua categoria collezionando vittorie una dopo l’altra, ma quando si tratta di giocare una partita su due fronti contemporaneamente come quella in Kazakistan, ovvero al tavolo e per il tuo popolo, la tua carriera e le tue medaglie acquistano significato solo nella misura in cui tu riuscirai a dar voce alle richieste e al dolore del paese da cui provieni.

 

Togliersi il velo durante la competizione è stato veramente fare scacco al re, una mossa facente parte di un gioco poco gradito all’Islam e in particolar modo all’Iran tanto che dopo la rivoluzione islamica del 1979, gli scacchi furono considerati haram (proibiti) perché assimilati alle scommesse. Successivamente, nel 1988, la Guida Suprema dell’Iran tolse il divieto.

 

Sara ha sempre creduto nella libertà di espressione, già due anni fa fu interrogata dalla Polizia Morale per aver contestato l’uso del velo in pubblico e fu sottoposta a misure restrittive dalla magistratura tanto da non poter prendere l’aereo per un certo periodo. Adesso Sara molto probabilmente si trasferirà in Spagna con il marito, il regista Ardeshir Ahmadi e il figlio piccolo. Fonti vicine alla giornalista iraniana e poi riportate dal quotidiano spagnolo “El Pais” sembrano avvalorare queste informazioni. Un atto dovuto verso la propria famiglia e non certo una fuga dalle proprie responsabilità.

 

Dire no alla teocrazia per Sara significa dire sì a se stessa. Togliersi il velo significa rivelarsi al mondo intero. E quale occasione migliore di un campionato per di più a livello mondiale?

 

Quello della giocatrice è stato un gesto di autodeterminazione costruttivo di fronte a un governo che non cede, che continua a punire con multe, colpi di frusta, reclusioni, esilio, stupri ed esecuzioni per un velo non indossato o non indossato correttamente.

 

Secondo gli ultimi aggiornamenti dell’agenzia di stampa iraniana per i diritti umani Hrana, nel momento in cui si pubblica questo articolo, le persone arrestate in Iran sono superiori a 18.000, quelle uccise durante le proteste sono 508, tra cui 69 bambini e, nonostante le 1.200 manifestazioni di proteste in 161 città, il governo non sembra cambiare atteggiamento, perseverando nelle ostilità e invocando lo status quo.

 

La storia però sta cambiando a dispetto di un paese saldo nelle proprie convinzioni. La fine, seppur dolorosa, spesso coincide con un nuovo inizio. Mahsa ha mosso il primo pezzo sulla scacchiera e non lo ha fatto inutilmente.

 

Lo scacco matto, tanto temuto dalla teocrazia islamica (forse per l’etimologia del termine “Shah Mat” dal persiano significa “Il Re è morto”), risiede proprio nel sapersi muovere con abilità e con principi volti al cambiamento e all’integrazione.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]