Sandro Pertini
Partigiano che sfidò
il Fascismo
di Giorgia
Lucci
Alessandro Giuseppe Antonio Pertini,
conosciuto più comunemente con il
diminutivo di Sandro, fu un
partigiano, giornalista e uomo
politico, tra le figure più
rappresentative dell’antifascismo
italiano. Prima di diventare il
settimo Presidente della Repubblica,
fu soprattutto uno dei principali
esponenti della Resistenza. Nato il
25 settembre 1896 a San Giovanni,
frazione del comune di Stella, in
provincia di Savona, crebbe in una
famiglia borghese e cattolica, da
sempre sensibile ai problemi
sociali.
I genitori, Alberto Gianandrea
Pertini e Maria Giovanna Adelaide
Muzio, gli trasmisero valori di
giustizia e onestà. La coppia ebbe
cinque figli; in particolar modo,
uno di loro, Eugenio, dopo essere
stato arrestato nel 1944 dai nazisti
come oppositore politico, fu
imprigionato nel campo di
concentramento bavarese di
Flossenbürg, noto per le condizioni
estreme. Nel 1945, durante la marcia
della morte, incapace di proseguire
il cammino e ormai allo stremo delle
forze, fu eliminato senza indugi.
Questo episodio trafisse
profondamente l’anima di Pertini,
rafforzando ulteriormente il suo
senso di responsabilità nei
confronti della vita e della dignità
umana e spingendolo a lottare ancor
più contro ogni forma di
oppressione.
Questi avvenimenti incisero
profondamente sulla formazione
personale e politica di Pertini,
così come la sua esperienza sul
campo durante la Prima guerra
mondiale, che lo segnò in modo
indelebile. Il contatto diretto con
la violenza e con la sofferenza
portata dal primo conflitto mondiale
rafforzò in lui una spiccata
sensibilità verso le ingiustizie di
ogni genere, alimentando un
viscerale senso di solidarietà verso
i più deboli e gli emarginati.
Terminata la guerra, dopo la laurea
in Giurisprudenza e in Scienze
politiche e sociali, si avvicinò
alla politica aderendo al Partito
Socialista Italiano (PSI), scelta
che ben presto si rivelò alquanto
coraggiosa. Pertini si oppose sin
dall’inizio al regime dittatoriale,
rifiutando qualsiasi tipo di
compromesso, convinto che la libertà
non permettesse negoziazioni.
Utilizzò anche il giornalismo come
arma di lotta e propaganda politica,
dando piena voce a tutti quei
principi che il fascismo, invece,
voleva reprimere. Nel maggio del
1925 fu arrestato per aver
realizzato e diffuso il giornale
clandestino Sotto il barbaro dominio
fascista, in cui denunciava nero su
bianco le responsabilità della
monarchia e il discutibile
comportamento del Senato, allora
composto in larga parte da
sostenitori del fascismo, a cui
seguirono nei suoi confronti accuse
gravissime dinanzi al Tribunale di
Savona. Egli non cercò mai scuse per
il proprio operato, ma riconfermò
sempre le proprie convinzioni,
accettando qualsiasi conseguenza
derivata dalle sue azioni, a
dispetto di qualsiasi possibile
sentenza.
Nel giugno 1925 il Tribunale lo
assolse dall’accusa di istigazione
all’odio di classe, ma lo condannò
comunque alla prigionia e al
pagamento di un’ammenda per le
violazioni relative alla stampa
clandestina e all’oltraggio alle
istituzioni. Nonostante la condanna
inflittagli, la sua volontà non
vacillò e, appena liberato, riprese
immediatamente la sua attività.
Costretto all’esilio tra Parigi e
Nizza, svolse ogni tipo di lavoro:
muratore, manovale, tassista,
comparsa cinematografica, senza mai
interrompere l’attività a favore
della Resistenza. Collaborò con
figure centrali come Filippo Turati
e Carlo Rosselli e continuò la sua
attività contro il regime, arrivando
persino a organizzare comunicazioni
radio clandestine pur di riuscire a
contattare i compagni in Italia.
Anche qui, nuovamente arrestato,
venne rilasciato dietro il pagamento
di una sanzione pecuniaria.
Ritornò in Italia nel 1929 con un
passaporto falso a nome del
cittadino svizzero Luigi Roncaglia,
grazie al quale riuscì a
oltrepassare il confine da Chiasso e
rientrare in patria. Numerosi furono
per lui i processi davanti al
Tribunale Speciale e lunga la
detenzione che ne conseguì, che lo
portò nei carceri di Regina Coeli,
Santo Stefano e Turi, dove strinse
un profondo legame con Antonio
Gramsci, condividendo lunghe
riflessioni politiche e filosofiche
con altri prigionieri sulla
giustizia e sul futuro di un’Italia
libera dalla dittatura e
contribuendo a mantenere vivo
l’animo e la speranza, quanto mai
necessari ai detenuti. Nel 1933 sua
madre presentò, senza consultarlo,
una richiesta di grazia, proposta
che Pertini declinò con forza in una
inflessibile lettera, dichiarandosi
estremamente offeso anche al solo
pensiero di rinnegare sé stesso e le
proprie convinzioni. Fu poi
trasferito nuovamente a Pianosa,
Ponza e alle isole Tremiti e, solo
dopo aver minacciato lo sciopero
della fame, a Ventotene (nel carcere
sull’antistante isolotto di Santo
Stefano).
Tra carcere e confino trascorse
oltre quattordici anni di prigionia,
diventando un punto di riferimento
per molti. Liberato il 25 luglio
1943, in seguito alla caduta di
Mussolini, partecipò alla
ricostituzione del Partito
Socialista Italiano insieme a Pietro
Nenni e Giuseppe Saragat e, l’8
settembre, dopo l’Armistizio di
Cassabile, entrò attivamente nella
Resistenza, prendendo parte alla
difesa di Roma a Porta San Paolo.
Arrestato dai nazisti nell’ottobre
dello stesso anno insieme a Saragat,
fu condannato a morte. Secondo il
ricordo di Giuseppe Saragat, che
condivise con lui l’esperienza del
carcere di Regina Coeli, Pertini
riusciva a trasformare persino la
condizione di detenuto in un atto di
resistenza: «volle subito il vestito
da galeotto, lo pretese. I secondini
di Regina Coeli avevano di fronte a
lui un complesso di inferiorità,
perché conosceva il regolamento
meglio di loro.
Diffondeva attorno a sé una serenità
che sosteneva i prigionieri in
attesa di fucilazione, perché anche
in carcere si comportava come se
fosse stato a casa sua. Voleva che
gli abiti fossero stirati bene:
metteva i pantaloni da galeotto
sotto il materasso in modo che al
mattino la piega fosse perfetta.
Aveva l’eleganza del duca di
Edimburgo». Il verdetto di morte non
venne tuttavia mai eseguito grazie a
un’audace evasione dal carcere di
Regina Coeli, organizzata dalla
Resistenza romana e dalle Brigate
Matteotti e portata a termine il 24
gennaio 1944, con un piano ideato
alla perfezione che coinvolse alcuni
collaboratori favorevoli alla causa
antifascista. Un ruolo determinante
fu svolto dal medico del
penitenziario, Alfredo Monaco, che
insieme a Giuseppe Gracceva e
Giuliano Vassalli elaborò il piano
di fuga utilizzando il pretesto di
una visita medica e l’ausilio di
documenti falsi.
L’operazione si concluse con la
forza del solo ingegno, senza l’uso
di alcun tipo di violenza,
rappresentando uno dei successi più
luminosi della Resistenza romana.
Finalmente liberi, Pertini e
Saragat, insieme ad altri detenuti,
vennero immediatamente messi al
sicuro, lontano dalla minaccia delle
truppe tedesche. Saragat ricordò:
«Si rifletta che da quel braccio si
usciva in un modo solo: per andare
di fronte al plotone di esecuzione.
Qualche volta si poteva uscire già
morti per le percosse subite dagli
aguzzini durante gli interrogatori.
Se Pertini e io ne siamo usciti
miracolosamente in un terzo modo, e
fu caso unico, è faccenda che non
riguarda né Pertini né me, ma un
gruppo di valorosi partigiani che
rischiarono la loro vita per salvare
la nostra». Tornato in clandestinità
e trasferitosi a Milano, Pertini
assunse un ruolo centrale nella
lotta partigiana, diventando uno dei
principali leader politici del
Comitato di Liberazione Nazionale
dell’Alta Italia (CLNAI),
contribuendo al coordinamento
politico-militare delle formazioni
resistenti nella zona settentrionale
del Paese.
In questo periodo conobbe la sua
futura moglie, Carla Voltolina,
giovane giornalista partigiana, con
la quale restò unito tutta la vita.
Il 25 aprile 1945 prese parte
all’insurrezione generale che sancì
la caduta del regime fascista e
dell’occupazione tedesca,
annunciando da Radio Milano Libera
l’inizio della rivolta: «Cittadini,
lavoratori! Sciopero generale contro
l’occupazione tedesca, contro la
guerra fascista, per la salvezza
delle nostre terre, delle nostre
case, delle nostre officine. Come a
Genova e Torino, ponete i tedeschi
di fronte al dilemma: arrendersi o
perire».
Mentre i nazisti e i fascisti si
ritiravano dalla città, le sue
parole contribuirono direttamente
alla liberazione dell’Italia. Nel
dopoguerra fu direttore dell’Avanti!
(1946-47, 1949-51) e tra i
protagonisti della nuova Repubblica,
come deputato dell’Assemblea
Costituente (1946-1948),
contribuendo alla stesura della
Costituzione. Ricoprì importanti
incarichi come presidente della
Camera, distinguendosi per il rigore
morale e per la costante difesa dei
valori e degli ideali per cui tanto
aveva combattuto. Eletto Presidente
della Repubblica dopo le dimissioni
di Giovanni Leone, divenne una guida
per l’intero Paese, simbolo di
coraggio, integrità e difesa della
libertà.
Durante il suo mandato al Quirinale,
Pertini attribuì un’attenzione
costante alle nuove generazioni,
considerate come il pilastro
fondamentale per il futuro del
Paese. In un messaggio di fine anno
del 1979, rivolgendosi in
particolare ai giovani italiani,
pronunciò parole destinate a
lasciare un segno duraturo:
«Giovani, se voi volete vivere la
vostra vita degnamente, fieramente,
nella buona e nella cattiva sorte,
fate che la vostra vita sia
illuminata dalla luce di una nobile
idea». Amatissimo dal popolo
italiano, anche come presidente,
continuò a definirsi un partigiano,
mostrando sempre in egual misura il
suo affetto per l’Italia e per i
suoi cittadini. Ricordò spesso come
la libertà sia un bene necessario,
ma destinato a perire se non difeso
quotidianamente.
La sua vita e il suo impegno
politico furono guidati da una
coerenza morale incrollabile e
inviolabile, trasformando il
coraggio in un principio di forza
interiore che ancora oggi riecheggia
come monito per il popolo italiano.