In generale tale anfibio si
caratterizza per avere un corpo
appiattito, tozzo e una pelle ricca
di ghiandole sporgenti. Quando si
sente in pericolo si gonfia e le sue
ghiandole secernono una sostanza
lattiginosa velenosa, dannosa per
molti animali ma di solito non per
gli umani, per i quali irrita solo
le mucose. Ha un colore molto
variabile, dal bruno al verde
olivastro, che può anche mutare
camaleonticamente. Ha abitudini
soprattutto notturne e terricole. Si
nutre di insetti e animali di
piccola taglia, spesso catturandoli
allungando la sua lunga lingua
appiccicosa. Generalmente si muove
camminando sulle sue zampe, può fare
piccoli balzi e arrampicarsi. Sa
nuotare ma va in acqua di solito
solo per la copulazione e la
deposizione delle uova (riunite in
piccoli cordoni lungo il corso
d’acqua). Quindi nella stagione
riproduttiva, dalle zone umide
interne come boschi e foreste, si
sposta in prossimità di corsi
d’acqua a flusso lento o stagni. Di
solito le femmine hanno una
corporatura maggiore rispetto ai
compagni. Questi ultimi nella
stagione degli amori generalmente
sono gli unici che durante la notte
effettuano richiami alle partner,
mentre queste tendono a tacere. I
rospi scavano buche nel terreno o
usano spazi sotto sassi e foglie per
riposare il giorno, rintanarsi dal
caldo e quando vanno in letargo nei
mesi più freddi dell’inverno. I
piccoli nascono e crescono in acqua
dove subiscono una metamorfosi nella
loro struttura fisica e, una volta
adulti, diventano in gran parte
terrestri.
In generale la simbologia del
battrace è da sempre ambigua, sia
positiva che negativa. Ad esempio
aveva una buona connotazione
nell’Antica Cina. Il rospo a tre
zampe era un simbolo della Luna che
si diceva ingoiasse nelle fasi di
eclissi. Per la sua natura umida e
appartata l’animale in questione si
legava, anche in altri contesti, ai
culti del “mondo lunare” e al
principio dello
yin. Tuttora le statuette di
rospo a tre zampe sono uno dei
simboli positivi e benauguranti del
Feng Shui. Invece aveva una valenza
negativa nell’Antico Messico, dove
si descriveva come l’animale che
abitava la terra e la scavava in
profondità. Si pensa che fin
dall’Antichità le sue secrezioni
velenose si usassero come un mezzo
atto a produrre alterazioni della
psiche. In Giappone, come notava
Shigeru Mizuki, tale anfibio ha
sempre rivestito una connotazione
misteriosa, spesso negativa. Da
secoli si tramandano numerosi
racconti sui rospi,
Gama, come responsabili di
strane storie descritte in molti
vecchi libri. Ad esempio si credeva
che uccidendone uno non ce se ne
liberasse, ma anzi gli si
permettesse di possedere la propria
anima con risultati spiacevoli.
Tuttora si pensa che i posseduti dal
rospo non abbiano scampo e finiscano
per morire, assumendone la forma.
In Europa, come notava Biedermann,
talvolta la creatura in questione e
la rana, per la loro capacità di
trasformarsi, si associarono
positivamente, fin dall'Antichità,
alla sfera spirituale, in
particolare a quella della
resurrezione e della rinascita. Ciò
è testimoniato da alcune incisioni
rupestri preistoriche raffiguranti
esseri simili a girini. Inoltre
nell’Antichità il battrace era
simbolo dell’utero materno e spesso
le donne in pellegrinaggio portavano
statuette con la sua forma perché si
credeva che ciò favorisse la
guarigione da malattie femminili.
Prevalentemente però nella
simbologia europea aveva una valenza
negativa. Si disprezzava perché lo
si considerava un animale
dall’aspetto sgradevole e per la
facoltà della sua pelle di secernere
liquidi irritanti a scopo di difesa,
ritenuti “magici poteri malefici”.
Nel Medioevo, come notava Pastoureau,
l’animale in questione assunse una
simbologia molto negativa. Ciò fu
dovuto alle sue caratteristiche
sopracitate, ma soprattutto per il
suo colore verde, malvisto
all’epoca. Infatti questa cromia la
si associava pure alle pozioni e ai
filtri di streghe e stregoni. Il
rospo aveva un posto di primo piano
nel corteo delle creature diaboliche
che si affermò nel Medioevo. Si
credeva fosse un animale che non
stava in acqua, ma fosse parente
della rana. Odiava la luce — ossia
Dio —, viveva di notte, mangiava la
terra (considerata però elemento
“puro”), era bavoso, puzzava,
sprigionava un veleno freddissimo
che si diceva si trasformasse in
ghiaccio o in gelo appena lo si
toccava. Si pensava che fosse un
animale lussurioso che si accoppiava
nella penombra, come la rana, ma era
ancora più avaro ed egoista. Il
predicatore inglese Odone di
Cheriton (ca. 1185-1247), autore di
una raccolta di favole latine,
riportava tale credenza dell’epoca.
Di seguito un esempio: «Un rospo che
viveva sulla terra chiese a una rana
che viveva nel fiume di dargli un
po’ d’acqua. Aveva sete. La rana
acconsentì e gli diede tutta l’acqua
che domandava. Poco tempo dopo, alla
rana venne fame. Chiese al rospo di
darle semplicemente un po’ di terra
da mangiare. Le rispose: «Non ti
darò cibo e non ho niente; ho paura
poi di rimanere senza terra...».
Così fanno gli avari. Si rifiutano
di nutrire chi li ha nutriti e
tengono per sé più di quanto gli
serva».
All’epoca si riteneva il battrace
«una rana condannata dal Signore a
vivere sotto terra». Inoltre i
bestiari ne sottolineavano la
bruttezza, il carattere immondo e il
legame con i maghi o stregoni. Lo si
reputava un essere ipocrita, che
partecipava al sabba con una livrea
verde, quando il suo colore naturale
era il grigio, e che si abbandonava
alle orge con la cugina rana,
detestata e invidiata perché viveva
nell’acqua. Inoltre ciò che
soprattutto di tale anfibio si
disprezzava erano la bava, l’urina,
le secrezioni e il veleno, che erano
ingredienti di filtri e pozioni
nocive. Si credeva che l'animale
riunisse in sé quattro dei sette
peccati capitali: avarizia,
lussuria, ira e orgoglio. Quando si
arrabbiava, e capitava spesso, si
gonfiava a dismisura, come i
vanitosi. Ma lui esagerava: si
gonfiava talmente tanto che talvolta
scoppiava. Questa si considerava
però una giusta punizione, perché si
riteneva eccessivo possedere quattro
peccati capitali. Inoltre nei
bestiari gli autori precisavano che
dopo la morte l’anima delle persone
cattive assumesse un aspetto orrendo
come quello del rospo. Dalla seconda
metà del IX secolo si diffuse nelle
rappresentazioni anche quella di
mostrare il batrace che entrava
nella bocca di Giuda.
Nella classificazione zoologica
medievale tale anfibio non
apparteneva a una chiara categoria:
spesso lo si inseriva in quella dei
“serpenti”, animali che non si
sapeva dove raggruppare. Si credeva
che l'animale esalasse un veleno
molto freddo e che fosse di natura
talmente fredda da avere la meglio
anche su chi era più forte di lui. I
medici ricorrevano alle sue
secrezioni per placare le febbri.
Era parente della rana ma non era
altrettanto chiacchierone. Pierre
Bersuire (ca. 1295-1362), monaco
benedettino poligrafo e compilatore
di repertori per predicatori,
sosteneva addirittura che il rospo
fosse muto, ovunque tranne in
Francia. Infatti diceva che i rospi
che abitavano vicino alle frontiere
del Regno si zittivano quando si
avventuravano fuori dai confini.
L’emblema araldico dei re di Francia
fu a lungo discusso, già nella
seconda metà del XII secolo, ma
soprattutto nel seguente,
principalmente per legittimare i
diritti al trono dei Valois. Ad
esempio Raoul de Presles, verso il
1371-1372, scrisse su questo quanto
segue: «Porta l’arme dei tre gigli
quale segno della benedetta Trinità;
attraverso l’angelo di Dio essi
furono inviati a Clodoveo, primo re
cristiano […] dicendogli che era
necessario ripulire l’arme coi tre
rospi che portava sul suo scudo e
mettere al loro posto i gigli».
Tale leggenda dei tre gigli, che
allora assunsero il simbolo della
Trinità, protettrice del regno di
Francia (in precedenza
simboleggiavano le tre virtù: fede,
sapienza e cavalleria), e che
sostituirono l’arme originale coi
tre rospi, conobbe una grande
diffusione sino alla fine del XVI
secolo. Si narrava che il Cielo li
inviò a Clodoveo, re fondatore della
monarchia francese, quando si
convertì al Cristianesimo. Così i
rospi — figure diaboliche — si
sostituirono ai gigli. Questa
leggenda durò a lungo, malgrado i
dissensi degli eruditi del XVII
secolo, e permase nei testi storici
fino al XIX secolo. Oggi si attesta
che in Europa non esistevano arme
sino alla metà del XII secolo e il
re di Francia non fu uno dei primi a
usarle; ciò annulla automaticamente
tali discussioni.
Nella simbologia alchemica il rospo
indicava la partecipazione
acquatico-terrestre alla
purificazione della materia
primordiale, ricollegata a quella
dell’elemento volatile (“legare
insieme il rospo della terra e
l’aquila”, indicata spesso con rospi
alati). L’allegoria alchemica di un
rospo messo su un seno di una donna
significava: «Se il rospo si attacca
al seno della femmina e succhia, la
donna muore e il rospo, nutrito del
suo latte, diventa enorme». Questa
singolare rappresentazione si
collegava al processo alchemico
detto
ablactatio (svezzamento) per
produrre la pietra filosofale: lungo
tale procedimento la materia
primordiale in formazione doveva
impregnarsi di latte filosofico per
nutrirsi e il “figlio” in crescita
allattava la madre che, nel far ciò,
moriva.
Nel Romanticismo la simbologia del
rospo migliorò e tale rivalutazione
proseguì ancora. Nel Novecento, ad
esempio, nella psicologia di Jung i
rospi rappresentavano una
trasformazione interiore e degli
aspetti rimossi della propria
personalità. Inoltre la scienza ha
smentito alcune superstizioni su
questo animale. Oggi l'anfibio si
considera invece un’importante
presenza negli ecosistemi e un
indicatore di salute ambientale.
In generale nelle fiabe tali
creature simboleggiano spesso la
bruttezza, ma con una nobiltà, delle
capacità e una dignità nascoste
sotto, che si rivelano poi
trasformandosi ad esempio da rospo a
principe. In altre fiabe i rospi
sono “guardiani” di tesori. Nelle
saghe popolari si trovava spesso
l’animale in questione come
personaggio dall’anima non ancora
liberata, “rospo della colpa”. In
altri casi, sotto tali sembianze, un
uomo deceduto poteva adempiere ai
propri voti dopo aver raggiunto
strisciando l’altare di una chiesa
della Pietà, e poi giungere in
Cielo. In altre ancora
era l’incarnazione degli spiriti
protettori della casa. Così,
notava Ruiz, attualmente tale
trasformazione si può
metaforicamente intendere come il
passaggio, per chi è alla deriva
emozionale, a un terreno più solido,
radicato e stabile. Coupal ritiene
che oggigiorno l’anfibio rappresenti
i nostri istinti, le nostre
recondite forze oscure e infernali,
divenendo in tal modo anche sinonimo
di bruttezza e goffaggine, ma non
crede sia un segno di cattivo
auspicio. In breve, attualmente il
rospo simboleggia trasformazione,
rinascita, mistero, istinti e forze
interiori recondite.
Riferimenti bibliografici:
Biedermann Hans,
Enciclopedia dei Simboli,
Garzanti Editore, Milano 1991.
Coupal Marie,
I simboli dei sogni. Analisi
psicologica, psicoanalitica,
esoterica e mitologica, Il Punto
d’Incontro Editore, Vicenza 2000.
D’Ancona Umberto,
Zoologia, Scienze UTET Editore,
Torino 1978.
Galimberti Umberto,
Enciclopedia di Psicologia,
Garzanti Editore, Milano 1999.
Pastoureau Michel,
Figure dell’araldica. Dai campi di
battaglia del XII secolo ai simboli
della società contemporanea,
Ponte alle Grazie Editore, Milano
2017.
Pastoureau Michel,
Bestiari del Medioevo, Einaudi
Editore, Milano 2012.
Pastoureau Michel,
Verde. Storia di un colore,
Ponte alle Grazie Editore, Milano
2008.
Pastoureau Michel,
Medioevo simbolico, Laterza
Editore, Bari-Roma 2007.
Ruiz José,
Animali sciamanici di potere, Il
Punto d’Incontro Editore, Vicenza
2022.