[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 225 / SETTEMBRE 2026 (CCLVI)


arte

Ricamare il mondo
SULL’arte di Francesco Vezzoli

di Alessandra Olivares

 

Come sostiene il critico d’arte Danilo Eccher, il termine apparenza è inquietante e ambiguo, perché rappresenta una specie di inganno implicito in qualsiasi possibile percezione. «Eppure l’apparire rappresenta il primo gesto con cui si manifesta la realtà, […] è la prima certa e, contemporaneamente, ingannevole luce che illumina il reale. Dunque, all’apparenza non si può sfuggire». Storicamente la ricerca di una verità assoluta che fornisse risposte sicure all’uomo, il quale ha sempre ambito ad avere pieno controllo e comprensione sulla realtà che lo circonda, ha delineato una concezione prettamente negativa dell’apparenza. Da sempre considerata menzogna, illusione e finzione in opposizione alla «vera realtà», con l’avvento dei nuovi media che pubblicizzano costantemente lo spettacolo del quotidiano, è risultato ancora più evidente che l’apparenza è l’unica possibilità che abbiamo per conoscere il mondo. Il suo statuto è diventato ancora più incerto, ma allo stesso tempo si è caricato di fascino, glamour e seduzione.

 

Il nostro modo di percepire la realtà è influenzato da ciò che la società produce, e la nostra società produce innanzitutto tanta apparenza, che risulta tanto più affascinante quanto più è esposta alla sua fragile superficialità. Cinema, televisione, fotografia, riviste e cyberspazio sfumano costantemente i confini tra reale e virtuale, mescolano i diversi ordini di realtà, spesso rendendoli indistinguibili gli uni dagli altri. Oggi, pertanto, l’apparenza non è più un ostacolo per la percezione, non è più il velo che nasconde la verità, ma «può anche risultare come l’innumerevole campionario di maschere che la realtà, di volta in volta, indossa per presentarsi al mondo». Attraverso le maschere la realtà elabora un proprio linguaggio che conduce a una verità che deve necessariamente confrontarsi con l’artificio, l’inganno e il simbolo. La superficie si carica sempre di nuovi significati, inquietanti o affascinanti, abbandonandosi al gioco della finzione per raccontare la realtà.

 

E poi c’è la persona che, come sottolinea il critico d’arte Achille Bonito Oliva, in latino significa proprio travestimento o apparenza esteriore dell’uomo. Tale figura è l’attore del variegato e complesso palcoscenico che si chiama mondo. Ognuno di noi, quindi, nel suo rapporto con questo mondo recita una parte, indossa una maschera perché, «una persona non possiede mai la propria persona, ma rappresenta sempre un altro dal quale è posseduta». E così, fare del corpo proprio o altrui il soggetto dell’opera, calandolo in numerosi scenari, vestito o travestito, in pose, espressioni e situazioni volutamente teatralizzate rappresenta una delle possibili varianti espressive dell’artista contemporaneo. È un modo per riflettere sui gesti quotidiani delle persone, per mettere in scena la vita. Tableau vivant, travestimenti e maschere, come sostiene il citato Danilo Eccher, diventano «un nuovo gioco della verità: una maschera che non cela ma presenta, che non confonde ma ordina, che non tradisce ma sostiene, che non inganna ma confessa».

 

E così il palcoscenico della vita e dell’arte si intrecciano instaurando una relazione necessaria tra l’artista esibizionista e lo spettatore voyeur che, osservandosi reciprocamente, si interrogano sui misteri dell’esistenza. Inoltre la presenza del corpo dell’artista offre una testimonianza concreta di un presente altrimenti incomprensibile. L’autore stesso vive una condizione di incertezza e di disagio perché abita in un mondo che non sembra più credere nel futuro, dove tutto si riduce a un presente dai contorni indistinguibili. L’artista e le persone, dunque, si trovano a vivere in uno spazio delimitato, di cui la scena mediatica è perfetta metafora, e al di fuori della quale non esiste possibilità di trovare un senso alle azioni e ai pensieri umani. Per questo celebrare, denigrare, manipolare e assecondare l’apparenza è un esercizio indispensabile per affrontare la solitudine che si cela dietro di essa, il vuoto oltre il quale l’Io non esiste. Infatti, in un mondo in cui la vita è vissuta sotto il segno della spettacolarizzazione, l’individualità si afferma solo attraverso la partecipazione ai riti sociali, che non ammettono sbavature o contraddizioni. Assumendo un’identità sociale anonima, l’Io nega la propria unicità sdoppiandosi, diventando soggetto e oggetto di se stesso, spettacolo e spettatore contemporaneamente.

 

Tanti artisti in questi ultimi decenni hanno concentrato le proprie riflessioni sul concetto di manipolazione attuato dai media, mettendo in crisi luoghi comuni connessi ai misteri dell’identità, dell’erotismo, della sessualità e della bellezza, con l’ambizione di ridefinire i codici etici ed estetici della nostra società. Ma siccome l’arte non vuole essere il luogo dove esprimere angoscia, delusione o sconforto, essa diventa spesso autoironica, provocatoria e dissacrante. L’autoironia è un gioco simbolico e linguistico che definisce l’essere dell’artista contemporaneo, perché alimenta l’ambiguità, l’equivoco su di sé e sul mondo, di cui il creatore è interlocutore privilegiato, interprete e spettatore di desideri, sentimenti, angosce e paure dell’umanità. Come nota la critica d'arte Maria Casadio: «Da Cindy Sherman a Mariko Mori […] l’opera d’arte di oggi sembra infatti diventata il frutto di un abile capacità di prendersi in giro, di guardarsi attraverso uno specchio che deforma, esagera o esaspera sia la figura di chi rappresenta-è rappresentato, sia gli oggetti della sua attenzione». L’ironia, quindi, precede qualsiasi azione artistica, diventando uno strumento per esorcizzare l’impotenza nei confronti di realtà tragiche, incomprensibili e inquietanti. Enfatizzazione delle apparenze, ironiche messe in scena e stranianti travestimenti nell’arte di oggi sono, dunque, conseguenza e specchio dell’aggressività iconografica e mediatica contemporanea, necessarie per garantire una residua possibilità di espressione, per «offrire la chance di una porta aperta sulla rappresentazione del mondo là dove si pensava che non fosse rimasto niente».

 

Soggetto e oggetto di una profonda metamorfosi, diventata canale di informazioni, strategico strumento di comunicazione, merce di scambio, l’opera d’arte cessa di essere oggetto unico e altro rispetto al reale. Al contrario, muovendosi tra realtà e immaginazione, pubblico e privato, storia collettiva e autobiografia, essa offre sconfinamenti linguistici che affondano le loro radici nelle idee e nelle realizzazioni dell’artista Andy Warhol che, con la sua Factory e la rivista Interview, ha fuso arte, immaginario dei mass media, glamour e cultura sociale. L’opera d’arte, quindi, interagendo con il proprio tempo, la realtà, le memorie, i miti, i desideri, le fantasie e le influenze che alimentano l’immaginario collettivo, può assumere varie identità. E c’è chi come il pittore e scultore Francesco Vezzoli, appassionato delle infinite declinazioni che intercorrono tra mitologia e quotidianità, rivendica con forza la possibilità di rappresentare con ogni mezzo.

 

L’artista bresciano, nato nel 1971, adotta il ricamo come riflesso di una serie di interessi che dal cinema sconfinano nell’arte attraversando i territori più bassi della televisione e delle soap opera. Ma la mescolanza di cultura alta e bassa è ormai un dato imprescindibile della cultura visiva contemporanea, e il suddetto creatore la interpreta con originalità e leggerezza, senza mai risultare superficiale. Il piccolo punto che l’autore utilizza è un gesto ricorrente e ripetitivo in quasi tutte le sue opere video, in cui raccoglie una serie di aneddoti sul ricamo e lo star system, come metafora degli sconfinamenti del maschile nel femminile, del domestico nel glamour, del personale nel mitologico. An Embroidered Trilogy è un’opera del 1998-1999 che consta di tre video in cui il regista «elabora una vera e propria teoria riguardante la relazione tra ricamo e divismo, in base alla quale il primo è l’aspetto privato della natura pubblica del secondo. Come se si trattasse dell’altra faccia dell’icona, il lato messo in luce dall’artista svela una serie di personalità fragili, talvolta scosse da dolori non dichiarabili».

 

Vezzoli compare sempre come presenza muta, testimone di un mondo che oscilla tra realtà e finzione, un olimpo in cui si riserva un posto, sedendo al fianco delle icone della cultura di massa. Il celebre autore è ironico, e proprio per questo racconta aspetti molto concreti del mondo in cui viviamo, dove alle luci dello spettacolo, anche per i personaggi della venerazione popolare, si contrappone spesso il buio di esistenze complesse e tormentate. Innanzitutto, è necessario sottolineare che per realizzare le sue opere Vezzoli convoca sempre illustri professionisti del cinema; nel caso della trilogia del ricamo, tra i registi coinvolti figurano John Maybury, Lina Wertmüller e Carlo Di Palma. In questo suggestivo intreccio di arte, cinema e ricamo, il citato artista colloca se stesso e l’atto del ricamare all’interno di abitazioni riconducibili al ricamo e al fianco di attrici e cantanti, tra cui Iva Zanicchi, Franca Valeri e Valentina Cortese.

 

La poetica di Vezzoli si ispira al cinema del regista Luchino Visconti e in particolare a Gruppo di famiglia in un interno, film uscito nel 1974 e incentrato sui conflitti familiari e sul concetto di ruoli come l’insieme di maschere indossate dall’Io. Questo film è stato definito dalla critica «un’elegia sul contrasto tra i tempi della Storia e quelli dell’Esistenza, sulla irrecuperabilità del passato […] e l’invivibilità del presente, sulla prossimità di Eros e Thanatos, sulla consonanza tra Desiderio e Morte». Specchio della complessità del contemporaneo, tale pellicola ha avuto un ruolo cruciale nella formazione dell’autore italiano, il quale ad essa si ispira apertamente per la sua trilogia. L’opera è dedicata idealmente all’attrice Silvana Mangano, protagonista di quel film, e allo storico Mario Praz, a cui Visconti si è ispirato per delineare la figura del professore, ed entrambi sono tra l’altro ricamatori nella vita.

 

Il celebre Vezzoli incrocia i segni autografi lasciati da personaggi significativi con il suo vissuto personale, dal momento che egli ha trovato proprio nel ricamo un punto di contatto e di condivisione di gioie e dolori con molti personaggi dello spettacolo che hanno alimentato il suo immaginario. La Zanicchi canta in casa di Praz, mentre di quest’ultimo il suddetto artista ricama il ritratto. La Valeri appare sognante, sdraiata su un divano di casa Susi Cecchi D’Amico, insegnante di ricamo di molte star, tra cui la stessa Mangano, e danza in abiti dello stilista Roberto Capucci, mentre l’autore ricama il ritratto di Mangano. L’ultimo video, infine, è ambientato nella casa di Valentina Cortese, anche lei grande ricamatrice, e mentre l’attrice declama il testo di Help del gruppo musicale The Beatles, il citato Vezzoli ricama il volto del regista Douglas Sirk.

 

An Embroidered Trilogy è un’opera ricca di citazioni, di ricordi, di relazioni tra presente e immediato passato, in cui ogni elemento ha un suo significato che si focalizza proprio nel piccolo punto, linguaggio elettivo dell’artista che, attraverso ogni tombolo, crea «un mondo portatile, aperto su universi molto più ampi, ma accessibili solo a chi li sa, o li vuole, leggere». L’opera di Vezzoli è suggestiva e affascinante perché ci conduce in un mondo frammentato, composto da tante tessere come in un mosaico, di cui ci offre una sintesi complessa, ma anche perché il ricamo, arte antica e manuale, risulta affine allo schermo video e ai pixel che caratterizzano la visione elettronica. È in questo miscuglio di tradizione e innovazione che l’arte del bresciano si carica di sempre nuove implicazioni, trasformando i miti originari in nuove icone simboliche.

 

I primi esercizi di stile includono l’affermazione da parte dell’artista della propria identità omosessuale, ma allo stesso tempo egli ha raccolto una serie di riferimenti storici scoprendo che questa sua passione per il ricamo è comune a tante celebrità. L’attrice Greta Garbo, il regista Vincente Minnelli, l’attrice Joan Crawford e l’attore Cary Grant ricamavano nella vita. Con lo stesso spirito, il suddetto Vezzoli ha ritratto anche celebrità che, per quanto è noto, non ricamavano, come la cantante Maria Callas, la principessa Grace Kelly, l’attrice Audrey Hepburn e l’attrice Anna Magnani, perché comunque considerate vere dive. L’artista, infatti, costruisce un parallelo tra il ricamo e il divismo offrendo una galleria di ritratti di un’ideale famiglia allargata perché secondo lui «il dolore collegato allo star system, ai suoi eccessi e soprattutto alla sua natura effimera, rende ogni celebrità una potenziale discepola di Aracne, seguace in cerca di cura e sostegno».

 

Il citato autore, infatti, offre una visione più umana delle star contemporanee facendo emergere spesso sulla superficie bidimensionale del ricamo il dolore, la tristezza e il tormento da cui neppure i divi sono immuni. Oltre ai dettagli del trucco, infatti, non è raro che l’artista insista su lacrime e sangue che esaltano l’umanità dell’icona. L’operazione di Vezzoli, tuttavia, non è solo simbolica, ma reale, dal momento che il creatore non si appropria solo del volto delle celebrità e della loro immagine divistica, ma inserisce il corpo stesso delle star nelle sue opere. Il modo di creare dell’autore, la sua capacità di avvicinare i divi rientra nello spirito del tempo e nel profondo rinnovamento legato alla produzione artistica contemporanea. Il coinvolgimento della star è parte integrante del processo creativo e offre una doppia chiave di lettura. Da una parte, la celebrità, mostrando le sue fragilità, ridefinisce la propria immagine, ma essendo protagonista di un’opera d’arte contemporanea aumenta il proprio potenziale seduttivo; dall’altra, l’artista stesso si autoproclama una star e crea un ponte diretto con il proprio pubblico, amplificando la sua capacità di attrarre, coinvolgere e comunicare. Inoltre, in questo palcoscenico che fonde e confonde magistralmente realtà e finzione, la presenza dell’autore rende ogni suo enunciato più autentico.

 

Vezzoli, quindi, analizza continuamente la società in cui viviamo, le sue trasformazioni, i continui e repentini cambiamenti e i temi più controversi. In Comizi di non amore del 2004, si ispira al film-inchiesta del regista Pier Paolo Pasolini realizzato tra il 1963 e il 1964, Comizi d’amore, incentrato sul tema della sessualità, che era ancora un tabù ai tempi di Pasolini, mentre nella sua opera Vezzoli trasforma il sesso nel premio di un quiz, da consumarsi alla presenza delle telecamere. Anche in questo caso il celebre bresciano si è rivolto a professionisti del settore televisivo, ottenendo la collaborazione della casa di produzione Einstein di Roma. E anche in questa circostanza non mancano celebrità, dal momento che nel video compaiono, oltre all’artista, l’attrice Catherine Deneuve, la modella e attivista Terry Schiavo e l’attrice Jeanne Moreau, solo per citarne alcune. Il sesso diventa il pretesto per raccontare la realtà sociale contemporanea con tutte le sue contraddizioni e debolezze.

 

In Democrazy, invece, il citato Vezzoli affronta il tema della politica e del suo coinvolgimento nella contemporanea società dello spettacolo. In tale lavoro, però, l’artista torna a riflettere anche sulle opposizioni maschile/femminile che alimentano ancora molti stereotipi. Infatti i due candidati sono un uomo, interpretato dal filosofo e saggista Bernard-Henri Lévy, e una donna, interpretata dall’attrice Sharon Stone. Il gioco tra realtà e immaginazione è sempre presente perché negli spot propagandistici i due sono percepiti sia come attori che recitano in un video d’artista, sia come personaggi con una precisa identità pubblica. E dietro tutto questo, ovviamente, c’è la persona, l’aspetto intimo e personale, che si sovrappone agli altri due, creando una confusione intenzionale.

 

Secondo il più classico degli stereotipi, la donna è molto bella e consapevole di esserlo; ma come se la sua bellezza fosse un ostacolo per il raggiungimento del suo obiettivo, maschera la propria femminilità dietro un aspetto androgino, alternando abiti più maschili a uno stile più femminile. A dispetto di questa incertezza identitaria, il tono della sua voce è sicuro. L’altro candidato ricalca alla perfezione il modello dell’uomo dal fascino intellettuale, capace di occuparsi di problemi seri e concreti e con un abbigliamento stereotipato. Tuttavia, il suo accento, che potrebbe ostacolarlo, tradisce una debolezza anche per lui. Inoltre, l’autore gioca anche con i nomi dei due candidati, proponendo la declinazione nei due generi di uno stesso nome, Patricia Hill e Patrick Hill. Questa scelta apparentemente banale che, insieme agli altri segni linguistici, unisce maschile e femminile, virtù e debolezza, costituisce una strategia scelta dal creatore per offrire «una risposta al problema talvolta lamentato dall’opinione pubblica relativamente all’impossibilità di scegliere tra due vere alternative».

 

Nella crescente frammentazione delle Grandi Idee che fino ai tempi moderni hanno offerto punti di riferimento cui ancorarsi, lo spaesamento è forte anche per l’artista contemporaneo. È questo il messaggio che sembra trasparire dal video Marlene Redux: A True Hollywood Story!, realizzato da Vezzoli nel 2006, nel quale il pittore mette in scena la sua tragica morte, continuando a mescolare abilmente realtà e finzione. Nel ricostruire la sua biografia tormentata attraverso le testimonianze di amici e parenti emerge una personalità sofferente piena di ossessioni e dolori, che neppure le amicizie e le compagnie a pagamento hanno potuto alleviare. Vezzoli, che si autoproclama star mediatica riservandosi un posto nell’olimpo della cultura di massa, è, dunque, affetto dallo stesso dramma dei suoi miti, «prodotti effimeri e deboli vittime di un sistema crudele».

 

Nonostante i temi e i protagonisti contemporanei, il lavoro di Vezzoli è spesso rivolto al passato, come è evidente in un’installazione realizzata nel 2012 per il Palais d’Iéna di Parigi. Si tratta di un museo inaugurato il 24 gennaio e smantellato il giorno successivo, realizzato in collaborazione con AMO, uno studio di design e ricerca multimediale. Come l’artista stesso ha dichiarato, il progetto è stato concepito come un’installazione dal gusto pubblicitario, «non un museo dell’effimero, ma effimero». L’autore ha realizzato un gruppo di sculture contemporanee con collage digitali su metacrilato, ottenuti clonando i corpi e le pose femminili della scultura classica, come quella degli scultori Prassitele e Antonio Canova, sui cui ha applicato i volti delle star contemporanee, come Jeanne Moreau e Catherine Deneuve. In questo modo il citato Vezzoli ha mescolato presente e passato, sacro e profano, fotografie e trompe-l'œil, dando corpo a «un’allucinazione percettiva, un’illusione spazio-temporale, una visionaria kermesse che mescola e confonde referenti, omaggi al Louvre e al Club 54, a Prada e a Pitocrito, alla storia dell’arte e al fashion display, alle veneri di Salvador Dalí e alle korai hollywoodiane» (Vogue Italia, 2012).

 

Quest’opera-installazione denota un’inversione di tendenza da parte dell’artista, il quale non ricorre più a star in carne ed ossa, ma dimostra la sua grande fascinazione per i soggetti della pittura e della scultura, per le velature del gotico e del rinascimento. In particolare è la statuaria antica che esercita un certo fascino sull’autore, testimoniato da due opere del 2011. Self portrait as Apollo Del Belvedere e Satire of a satyr sono ideate come autoironici e omoerotici tentativi di ammiccamento che includono riproduzioni scultoree della testa del bresciano, il quale allunga le labbra o la lingua verso i mitici soggetti classici. Così facendo Vezzoli offre una parodia del desiderio contemporaneo di confrontarsi con le icone di stile, grazia e bellezza del passato, non più per motivi di studio o per interesse intellettuale, ma per possederle come oggetti del desiderio.

 

Proseguendo incessantemente le sue riflessioni sulle influenze, i condizionamenti e le sopraffazioni dei modelli e delle mode culturali, l’ultimo grande progetto del citato Vezzoli riguarda un universo immaginario tipicamente italiano, che coinvolge il medium che più degli altri ha ridefinito la nostra relazione con i miti contemporanei. TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Rai è un’opera realizzata per la Fondazione Prada, una rassegna di filmati d’archivio e opere d’arte. L’autore, che ha sempre esplorato i grandi miti internazionali, questa volta si immerge nella visione dei contenuti della cultura italiana degli anni Settanta, realizzando tre sezioni: politica, arte e spettacolo. Unico è il modo attraverso cui il celebre bresciano riesce a collegare immagini di spettacolo con le icone nostrane Mina, Raffaella Carrà e le gemelle Kessler, dibattiti politici con grandi figure come lo scrittore Umberto Eco, il regista Federico Fellini e il citato Pasolini, stralci di telegiornale e telefilm storici, relazionandoli con la grande produzione artistica di quel periodo. Ripercorrendo quegli anni che, secondo Vezzoli, hanno cambiato la nostra vita, ci ritroviamo a fare un viaggio visionario che sintetizza un passaggio epocale, già avvertito dall’artista Yasumasa Morimura, e che ha trasformato le nostre esistenze le quali, sconfinando nella fiction, affermano il modello del reality show come l’unico possibile.

 

Infatti, la linea che un tempo divideva lo spazio personale da quello pubblico è stata ulteriormente cancellata dalla diffusione dei reality televisivi. «Il Grande Fratello non è una fotografia, una copia o una replica dell’odierna realtà sociale. Ne è però il suo modello condensato, distillato, purificato». Inoltre la possibilità offerta dalla televisione di interagire con il prodotto cinematografico o con i miti mediatici in piena libertà e nell’intimità della propria casa ha avuto dei risvolti concreti sulla relazione degli spazi idealmente opposti del reale e dell’immaginario. Come afferma il critico d’arte Michele Beccaria, «accelerazione, pausa e riavvolgimento non sono solo i nomi dei tasti degli apparecchi per la riproduzione di nastri e dischi. Questi termini […] diventano gli strumenti di un’editing room portatile, banco sperimentale che attraverso l’appropriazione del prodotto altrui porta all’ipotesi di realizzazione di un proprio film».

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

Zygmunt Bauman, Society under siege, Cambridge 2000, trad. it. Roma-Bari 2006.

Michele Beccaria et al., Francesco Vezzoli: Democrazy, Electa, Milano 2007.

Achille Bonito Oliva e Danilo Eccher (a cura di), Appearance, Milano, Charta 2000.

Maria Casadio, Ironia, in Vogue Italia, gennaio 1999.

Maria Grazia Infantino, L’ironia. L’arte di comunicare con astuzia, Xenia, Milano 2000.

Lino Miccichè, Luchino Visconti. Un profilo critico, Marsilio, Venezia 1996.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]