N° 225
/ SETTEMBRE 2026 (CCLVI)
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arte
Ricamare il mondo
SULL’arte di Francesco Vezzoli
di Alessandra Olivares
Come sostiene il critico d’arte
Danilo Eccher, il termine apparenza
è inquietante e ambiguo, perché
rappresenta una specie di inganno
implicito in qualsiasi possibile
percezione. «Eppure l’apparire
rappresenta il primo gesto con cui
si manifesta la realtà, […] è la
prima certa e, contemporaneamente,
ingannevole luce che illumina il
reale. Dunque, all’apparenza non si
può sfuggire». Storicamente la
ricerca di una verità assoluta che
fornisse risposte sicure all’uomo,
il quale ha sempre ambito ad avere
pieno controllo e comprensione sulla
realtà che lo circonda, ha delineato
una concezione prettamente negativa
dell’apparenza. Da sempre
considerata menzogna, illusione e
finzione in opposizione alla «vera
realtà», con l’avvento dei nuovi
media che pubblicizzano
costantemente lo spettacolo del
quotidiano, è risultato ancora più
evidente che l’apparenza è l’unica
possibilità che abbiamo per
conoscere il mondo. Il suo statuto è
diventato ancora più incerto, ma
allo stesso tempo si è caricato di
fascino, glamour e seduzione.
Il nostro modo di percepire la
realtà è influenzato da ciò che la
società produce, e la nostra società
produce innanzitutto tanta
apparenza, che risulta tanto più
affascinante quanto più è esposta
alla sua fragile superficialità.
Cinema, televisione, fotografia,
riviste e cyberspazio sfumano
costantemente i confini tra reale e
virtuale, mescolano i diversi ordini
di realtà, spesso rendendoli
indistinguibili gli uni dagli altri.
Oggi, pertanto, l’apparenza non è
più un ostacolo per la percezione,
non è più il velo che nasconde la
verità, ma «può anche risultare come
l’innumerevole campionario di
maschere che la realtà, di volta in
volta, indossa per presentarsi al
mondo». Attraverso le maschere la
realtà elabora un proprio linguaggio
che conduce a una verità che deve
necessariamente confrontarsi con
l’artificio, l’inganno e il simbolo.
La superficie si carica sempre di
nuovi significati, inquietanti o
affascinanti, abbandonandosi al
gioco della finzione per raccontare
la realtà.
E poi c’è la persona che, come
sottolinea il critico d’arte Achille
Bonito Oliva, in latino significa
proprio travestimento o apparenza
esteriore dell’uomo. Tale figura è
l’attore del variegato e complesso
palcoscenico che si chiama mondo.
Ognuno di noi, quindi, nel suo
rapporto con questo mondo recita una
parte, indossa una maschera perché,
«una persona non possiede mai la
propria persona, ma rappresenta
sempre un altro dal quale è
posseduta». E così, fare del corpo
proprio o altrui il soggetto
dell’opera, calandolo in numerosi
scenari, vestito o travestito, in
pose, espressioni e situazioni
volutamente teatralizzate
rappresenta una delle possibili
varianti espressive dell’artista
contemporaneo. È un modo per
riflettere sui gesti quotidiani
delle persone, per mettere in scena
la vita.
Tableau vivant, travestimenti e
maschere, come sostiene il citato
Danilo Eccher, diventano «un nuovo
gioco della verità: una maschera che
non cela ma presenta, che non
confonde ma ordina, che non tradisce
ma sostiene, che non inganna ma
confessa».
E così il palcoscenico della vita e
dell’arte si intrecciano instaurando
una relazione necessaria tra
l’artista esibizionista e lo
spettatore
voyeur che, osservandosi
reciprocamente, si interrogano sui
misteri dell’esistenza. Inoltre la
presenza del corpo dell’artista
offre una testimonianza concreta di
un presente altrimenti
incomprensibile. L’autore stesso
vive una condizione di incertezza e
di disagio perché abita in un mondo
che non sembra più credere nel
futuro, dove tutto si riduce a un
presente dai contorni
indistinguibili. L’artista e le
persone, dunque, si trovano a vivere
in uno spazio delimitato, di cui la
scena mediatica è perfetta metafora,
e al di fuori della quale non esiste
possibilità di trovare un senso alle
azioni e ai pensieri umani. Per
questo celebrare, denigrare,
manipolare e assecondare l’apparenza
è un esercizio indispensabile per
affrontare la solitudine che si cela
dietro di essa, il vuoto oltre il
quale l’Io non esiste. Infatti, in
un mondo in cui la vita è vissuta
sotto il segno della
spettacolarizzazione,
l’individualità si afferma solo
attraverso la partecipazione ai riti
sociali, che non ammettono sbavature
o contraddizioni.
Assumendo un’identità sociale
anonima, l’Io nega la propria
unicità sdoppiandosi, diventando
soggetto e oggetto di se stesso,
spettacolo e spettatore
contemporaneamente.
Tanti artisti in questi ultimi
decenni hanno concentrato le proprie
riflessioni sul concetto di
manipolazione attuato dai media,
mettendo in crisi luoghi comuni
connessi ai misteri dell’identità,
dell’erotismo, della sessualità e
della bellezza, con l’ambizione di
ridefinire i codici etici ed
estetici della nostra società. Ma
siccome l’arte non vuole essere il
luogo dove esprimere angoscia,
delusione o sconforto, essa diventa
spesso autoironica, provocatoria e
dissacrante. L’autoironia è un gioco
simbolico e linguistico che
definisce l’essere dell’artista
contemporaneo, perché alimenta
l’ambiguità, l’equivoco su di sé e
sul mondo, di cui il creatore è
interlocutore privilegiato,
interprete e spettatore di desideri,
sentimenti, angosce e paure
dell’umanità. Come nota la critica
d'arte Maria Casadio: «Da Cindy
Sherman a Mariko Mori […] l’opera
d’arte di oggi sembra infatti
diventata il frutto di un abile
capacità di prendersi in giro, di
guardarsi attraverso uno specchio
che deforma, esagera o esaspera sia
la figura di chi rappresenta-è
rappresentato, sia gli oggetti della
sua attenzione». L’ironia, quindi,
precede qualsiasi azione artistica,
diventando uno strumento per
esorcizzare l’impotenza nei
confronti di realtà tragiche,
incomprensibili e inquietanti.
Enfatizzazione delle apparenze,
ironiche messe in scena e stranianti
travestimenti nell’arte di oggi
sono, dunque, conseguenza e specchio
dell’aggressività iconografica e
mediatica contemporanea, necessarie
per garantire una residua
possibilità di espressione, per
«offrire la chance di una porta
aperta sulla rappresentazione del
mondo là dove si pensava che non
fosse rimasto niente».
Soggetto e oggetto di una profonda
metamorfosi, diventata canale di
informazioni, strategico strumento
di comunicazione, merce di scambio,
l’opera d’arte cessa di essere
oggetto unico e altro rispetto al
reale. Al contrario, muovendosi tra
realtà e immaginazione, pubblico e
privato, storia collettiva e
autobiografia, essa offre
sconfinamenti linguistici che
affondano le loro radici nelle idee
e nelle realizzazioni dell’artista
Andy Warhol che, con la sua
Factory e la rivista
Interview, ha fuso arte,
immaginario dei mass media,
glamour e cultura sociale.
L’opera d’arte, quindi, interagendo
con il proprio tempo, la realtà, le
memorie, i miti, i desideri, le
fantasie e le influenze che
alimentano l’immaginario collettivo,
può assumere varie identità. E c’è
chi come il pittore e scultore
Francesco Vezzoli, appassionato
delle infinite declinazioni che
intercorrono tra mitologia e
quotidianità, rivendica con forza la
possibilità di rappresentare con
ogni mezzo.
L’artista bresciano, nato nel 1971,
adotta il ricamo come riflesso di
una serie di interessi che dal
cinema sconfinano nell’arte
attraversando i territori più bassi
della televisione e delle
soap opera. Ma la mescolanza di
cultura alta e bassa è ormai un dato
imprescindibile della cultura visiva
contemporanea, e il suddetto
creatore la interpreta con
originalità e leggerezza, senza mai
risultare superficiale. Il piccolo
punto che l’autore utilizza è un
gesto ricorrente e ripetitivo in
quasi tutte le sue opere video, in
cui raccoglie una serie di aneddoti
sul ricamo e lo
star system, come metafora degli
sconfinamenti del maschile nel
femminile, del domestico nel
glamour, del personale nel
mitologico.
An Embroidered Trilogy è
un’opera del 1998-1999 che consta di
tre video in cui il regista «elabora
una vera e propria teoria
riguardante la relazione tra ricamo
e divismo, in base alla quale il
primo è l’aspetto privato della
natura pubblica del secondo. Come se
si trattasse dell’altra faccia
dell’icona, il lato messo in luce
dall’artista svela una serie di
personalità fragili, talvolta scosse
da dolori non dichiarabili».
Vezzoli compare sempre come presenza
muta, testimone di un mondo che
oscilla tra realtà e finzione, un
olimpo in cui si riserva un posto,
sedendo al fianco delle icone della
cultura di massa. Il celebre autore
è ironico, e proprio per questo
racconta aspetti molto concreti del
mondo in cui viviamo, dove alle luci
dello spettacolo, anche per i
personaggi della venerazione
popolare, si contrappone spesso il
buio di esistenze complesse e
tormentate. Innanzitutto, è
necessario sottolineare che per
realizzare le sue opere Vezzoli
convoca sempre illustri
professionisti del cinema; nel caso
della trilogia del ricamo, tra i
registi coinvolti figurano John
Maybury, Lina Wertmüller e Carlo Di
Palma. In questo suggestivo
intreccio di arte, cinema e ricamo,
il citato artista colloca se stesso
e l’atto del ricamare all’interno di
abitazioni riconducibili al ricamo e
al fianco di attrici e cantanti, tra
cui Iva
Zanicchi, Franca Valeri e Valentina
Cortese.
La poetica di Vezzoli si ispira al
cinema del regista Luchino Visconti
e in particolare a
Gruppo di famiglia in un interno,
film uscito nel 1974 e incentrato
sui conflitti familiari e sul
concetto di ruoli come l’insieme di
maschere indossate dall’Io. Questo
film è stato definito dalla critica
«un’elegia sul contrasto tra i tempi
della Storia e quelli
dell’Esistenza, sulla
irrecuperabilità del passato […] e
l’invivibilità del presente, sulla
prossimità di Eros e Thanatos, sulla
consonanza tra Desiderio e Morte».
Specchio della complessità del
contemporaneo, tale pellicola ha
avuto un ruolo cruciale nella
formazione dell’autore italiano, il
quale ad essa si ispira apertamente
per la sua trilogia. L’opera è
dedicata idealmente all’attrice
Silvana Mangano, protagonista di
quel film, e allo storico Mario Praz,
a cui Visconti si è ispirato per
delineare la figura del professore,
ed entrambi sono tra l’altro
ricamatori nella vita.
Il celebre Vezzoli incrocia i segni
autografi lasciati da personaggi
significativi con il suo vissuto
personale, dal momento che egli ha
trovato proprio nel ricamo un punto
di contatto e di condivisione di
gioie e dolori con molti personaggi
dello spettacolo che hanno
alimentato il suo immaginario. La
Zanicchi canta in casa di Praz,
mentre di quest’ultimo il suddetto
artista ricama il ritratto. La
Valeri appare sognante, sdraiata su
un divano di casa Susi Cecchi
D’Amico, insegnante di ricamo di
molte star, tra cui la stessa
Mangano, e danza in abiti dello
stilista Roberto Capucci, mentre
l’autore ricama il ritratto di
Mangano. L’ultimo video, infine, è
ambientato nella casa di Valentina
Cortese, anche lei grande
ricamatrice, e mentre l’attrice
declama il testo di
Help del gruppo musicale The
Beatles, il citato Vezzoli ricama il
volto del regista Douglas Sirk.
An Embroidered Trilogy è
un’opera ricca di citazioni, di
ricordi, di relazioni tra presente e
immediato passato, in cui ogni
elemento ha un suo significato che
si focalizza proprio nel piccolo
punto, linguaggio elettivo
dell’artista che, attraverso ogni
tombolo, crea «un mondo portatile,
aperto su universi molto più ampi,
ma accessibili solo a chi li sa, o
li vuole, leggere». L’opera di
Vezzoli è suggestiva e affascinante
perché ci conduce in un mondo
frammentato, composto da tante
tessere come in un mosaico, di cui
ci offre una sintesi complessa, ma
anche perché il ricamo, arte antica
e manuale, risulta affine allo
schermo video e ai pixel che
caratterizzano la visione
elettronica. È in questo miscuglio
di tradizione e innovazione che
l’arte del bresciano si carica di
sempre nuove implicazioni,
trasformando i miti originari in
nuove icone simboliche.
I primi esercizi di stile includono
l’affermazione da parte dell’artista
della propria identità omosessuale,
ma allo stesso tempo egli ha
raccolto una serie di riferimenti
storici scoprendo che questa sua
passione per il ricamo è comune a
tante celebrità. L’attrice Greta
Garbo, il regista Vincente Minnelli,
l’attrice Joan Crawford e l’attore
Cary Grant ricamavano nella vita.
Con lo stesso spirito, il suddetto
Vezzoli ha ritratto anche celebrità
che, per quanto è noto, non
ricamavano, come la cantante Maria
Callas, la principessa Grace Kelly,
l’attrice Audrey Hepburn e l’attrice
Anna Magnani, perché comunque
considerate vere dive. L’artista,
infatti, costruisce un parallelo tra
il ricamo e il divismo offrendo una
galleria di ritratti di un’ideale
famiglia allargata perché secondo
lui «il dolore collegato allo
star system, ai suoi eccessi e
soprattutto alla sua natura
effimera, rende ogni celebrità una
potenziale discepola di Aracne,
seguace in cerca di cura e
sostegno».
Il citato autore, infatti, offre una
visione più umana delle star
contemporanee facendo emergere
spesso sulla superficie
bidimensionale del ricamo il dolore,
la tristezza e il tormento da cui
neppure i divi sono immuni. Oltre ai
dettagli del trucco, infatti, non è
raro che l’artista insista su
lacrime e sangue che esaltano
l’umanità dell’icona. L’operazione
di Vezzoli, tuttavia, non è solo
simbolica, ma reale, dal momento che
il creatore non si appropria solo
del volto delle celebrità e della
loro immagine divistica, ma
inserisce il corpo stesso delle star
nelle sue opere. Il modo di creare
dell’autore, la sua capacità di
avvicinare i divi rientra nello
spirito del tempo e nel profondo
rinnovamento legato alla produzione
artistica contemporanea. Il
coinvolgimento della star è parte
integrante del processo creativo e
offre una doppia chiave di lettura.
Da una parte, la celebrità,
mostrando le sue fragilità,
ridefinisce la propria immagine, ma
essendo protagonista di un’opera
d’arte contemporanea aumenta il
proprio potenziale seduttivo;
dall’altra, l’artista stesso si
autoproclama una star e crea un
ponte diretto con il proprio
pubblico, amplificando la sua
capacità di attrarre, coinvolgere e
comunicare. Inoltre, in questo
palcoscenico che fonde e confonde
magistralmente realtà e finzione, la
presenza dell’autore rende ogni suo
enunciato più autentico.
Vezzoli, quindi, analizza
continuamente la società in cui
viviamo, le sue trasformazioni, i
continui e repentini cambiamenti e i
temi più controversi. In
Comizi di non amore del 2004, si
ispira al film-inchiesta del regista
Pier Paolo Pasolini realizzato tra
il 1963 e il 1964,
Comizi d’amore, incentrato sul
tema della sessualità, che era
ancora un tabù ai tempi di Pasolini,
mentre nella sua opera Vezzoli
trasforma il sesso nel premio di un
quiz, da consumarsi alla presenza
delle telecamere. Anche in questo
caso il celebre bresciano si è
rivolto a professionisti del settore
televisivo, ottenendo la
collaborazione della casa di
produzione Einstein di Roma. E anche
in questa circostanza non mancano
celebrità, dal momento che nel video
compaiono, oltre all’artista,
l’attrice Catherine Deneuve, la
modella e attivista Terry Schiavo e
l’attrice Jeanne Moreau, solo per
citarne alcune. Il sesso diventa il
pretesto per raccontare la realtà
sociale contemporanea con tutte le
sue contraddizioni e debolezze.
In
Democrazy, invece, il citato
Vezzoli affronta il tema della
politica e del suo coinvolgimento
nella contemporanea società dello
spettacolo. In tale lavoro, però,
l’artista torna a riflettere anche
sulle opposizioni maschile/femminile
che alimentano ancora molti
stereotipi. Infatti i due candidati
sono un uomo, interpretato dal
filosofo e saggista Bernard-Henri
Lévy, e una donna, interpretata
dall’attrice Sharon Stone. Il gioco
tra realtà e immaginazione è sempre
presente perché negli spot
propagandistici i due sono percepiti
sia come attori che recitano in un
video d’artista, sia come personaggi
con una precisa identità pubblica. E
dietro tutto questo, ovviamente, c’è
la persona, l’aspetto intimo e
personale, che si sovrappone agli
altri due, creando una confusione
intenzionale.
Secondo il più classico degli
stereotipi, la donna è molto bella e
consapevole di esserlo; ma come se
la sua bellezza fosse un ostacolo
per il raggiungimento del suo
obiettivo, maschera la propria
femminilità dietro un aspetto
androgino, alternando abiti più
maschili a uno stile più femminile.
A dispetto di questa incertezza
identitaria, il tono della sua voce
è sicuro. L’altro candidato ricalca
alla perfezione il modello dell’uomo
dal fascino intellettuale, capace di
occuparsi di problemi seri e
concreti e con un abbigliamento
stereotipato. Tuttavia, il suo
accento, che potrebbe ostacolarlo,
tradisce una debolezza anche per
lui. Inoltre, l’autore gioca anche
con i nomi dei due candidati,
proponendo la declinazione nei due
generi di uno stesso nome, Patricia
Hill e Patrick Hill. Questa scelta
apparentemente banale che, insieme
agli altri segni linguistici, unisce
maschile e femminile, virtù e
debolezza, costituisce una strategia
scelta dal creatore per offrire «una
risposta al problema talvolta
lamentato dall’opinione pubblica
relativamente all’impossibilità di
scegliere tra due vere alternative».
Nella crescente frammentazione delle
Grandi Idee che fino ai tempi
moderni hanno offerto punti di
riferimento cui ancorarsi, lo
spaesamento è forte anche per
l’artista contemporaneo. È questo il
messaggio che sembra trasparire dal
video
Marlene Redux: A True Hollywood
Story!, realizzato da Vezzoli
nel 2006, nel quale il pittore mette
in scena la sua tragica morte,
continuando a mescolare abilmente
realtà e finzione. Nel ricostruire
la sua biografia tormentata
attraverso le testimonianze di amici
e parenti emerge una personalità
sofferente piena di ossessioni e
dolori, che neppure le amicizie e le
compagnie a pagamento hanno potuto
alleviare. Vezzoli, che si
autoproclama star mediatica
riservandosi un posto nell’olimpo
della cultura di massa, è, dunque,
affetto dallo stesso dramma dei suoi
miti, «prodotti effimeri e deboli
vittime di un sistema crudele».
Nonostante i temi e i protagonisti
contemporanei, il lavoro di Vezzoli
è spesso rivolto al passato, come è
evidente in un’installazione
realizzata nel 2012 per il Palais
d’Iéna di Parigi. Si tratta di un
museo inaugurato il 24 gennaio e
smantellato il giorno successivo,
realizzato in collaborazione con
AMO, uno studio di design e ricerca
multimediale. Come l’artista stesso
ha dichiarato, il progetto è stato
concepito come un’installazione dal
gusto pubblicitario, «non un museo
dell’effimero, ma effimero».
L’autore ha realizzato un gruppo di
sculture contemporanee con collage
digitali su metacrilato, ottenuti
clonando i corpi e le pose femminili
della scultura classica, come quella
degli scultori Prassitele e Antonio
Canova, sui cui ha applicato i volti
delle star contemporanee, come
Jeanne Moreau e Catherine Deneuve.
In questo modo il citato Vezzoli ha
mescolato presente e passato, sacro
e profano, fotografie e
trompe-l'œil, dando corpo a
«un’allucinazione percettiva,
un’illusione spazio-temporale, una
visionaria kermesse che mescola e
confonde referenti, omaggi al Louvre
e al Club 54, a Prada e a Pitocrito,
alla storia dell’arte e al
fashion display, alle veneri di
Salvador Dalí e alle korai
hollywoodiane» (Vogue
Italia, 2012).
Quest’opera-installazione denota
un’inversione di tendenza da parte
dell’artista, il quale non ricorre
più a star in carne ed ossa, ma
dimostra la sua grande fascinazione
per i soggetti della pittura e della
scultura, per le velature del gotico
e del rinascimento. In particolare è
la statuaria antica che esercita un
certo fascino sull’autore,
testimoniato da due opere del 2011.
Self portrait as Apollo Del
Belvedere e
Satire of a satyr sono ideate
come autoironici e omoerotici
tentativi di ammiccamento che
includono riproduzioni scultoree
della testa del bresciano, il quale
allunga le labbra o la lingua verso
i mitici soggetti classici. Così
facendo Vezzoli offre una parodia
del desiderio contemporaneo di
confrontarsi con le icone di stile,
grazia e bellezza del passato, non
più per motivi di studio o per
interesse intellettuale, ma per
possederle come oggetti del
desiderio.
Proseguendo incessantemente le sue
riflessioni sulle influenze, i
condizionamenti e le sopraffazioni
dei modelli e delle mode culturali,
l’ultimo grande progetto del citato
Vezzoli riguarda un universo
immaginario tipicamente italiano,
che coinvolge il
medium che più degli altri ha
ridefinito la nostra relazione con i
miti contemporanei.
TV 70: Francesco Vezzoli guarda la
Rai è un’opera realizzata per la
Fondazione Prada, una rassegna di
filmati d’archivio e opere d’arte.
L’autore, che ha sempre esplorato i
grandi miti internazionali, questa
volta si immerge nella visione dei
contenuti della cultura italiana
degli anni Settanta, realizzando tre
sezioni: politica, arte e
spettacolo. Unico è il modo
attraverso cui il celebre bresciano
riesce a collegare immagini di
spettacolo con le icone nostrane
Mina, Raffaella Carrà e le gemelle
Kessler, dibattiti politici con
grandi figure come lo scrittore
Umberto Eco, il regista Federico
Fellini e il citato Pasolini,
stralci di telegiornale e telefilm
storici, relazionandoli con la
grande produzione artistica di quel
periodo. Ripercorrendo quegli anni
che, secondo Vezzoli, hanno cambiato
la nostra vita, ci ritroviamo a fare
un viaggio visionario che sintetizza
un passaggio epocale, già avvertito
dall’artista Yasumasa Morimura, e
che ha trasformato le nostre
esistenze le quali, sconfinando
nella
fiction, affermano il modello
del
reality show come l’unico
possibile.
Infatti, la linea che un tempo
divideva lo spazio personale da
quello pubblico è stata
ulteriormente cancellata dalla
diffusione dei
reality televisivi. «Il Grande
Fratello non è una fotografia, una
copia o una replica dell’odierna
realtà sociale. Ne è però il suo
modello condensato, distillato,
purificato». Inoltre la possibilità
offerta dalla televisione di
interagire con il prodotto
cinematografico o con i miti
mediatici in piena libertà e
nell’intimità della propria casa ha
avuto dei risvolti concreti sulla
relazione degli spazi idealmente
opposti del reale e
dell’immaginario. Come afferma il
critico d’arte Michele Beccaria,
«accelerazione, pausa e
riavvolgimento non sono solo i nomi
dei tasti degli apparecchi per la
riproduzione di nastri e dischi.
Questi termini […] diventano gli
strumenti di un’editing
room portatile, banco
sperimentale che attraverso
l’appropriazione del prodotto altrui
porta all’ipotesi di realizzazione
di un proprio film».
Riferimenti bibliografici:
Zygmunt Bauman,
Society under siege, Cambridge
2000, trad. it. Roma-Bari 2006.
Michele Beccaria et al.,
Francesco Vezzoli: Democrazy,
Electa, Milano 2007.
Achille Bonito Oliva e Danilo Eccher
(a cura di),
Appearance, Milano, Charta 2000.
Maria Casadio,
Ironia, in
Vogue Italia, gennaio 1999.
Maria Grazia Infantino,
L’ironia. L’arte di comunicare con
astuzia, Xenia, Milano 2000.
Lino Miccichè,
Luchino Visconti. Un profilo critico,
Marsilio, Venezia 1996.
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