Il regno senza re
Horthy e la fascistizzazione
dell'Ungheria (1919-1944) / II
di Giuseppe Tramontana
Il consolidamento del regime
horthysta si realizzò nel decennio
successivo al 1921, sotto la
direzione del conte Bethlen. Questi,
dopo aver eliminato il terrorismo
bianco più sfrenato, permise il
mantenimento dell’opposizione
socialdemocratica e dei sindacati
con le limitazioni accennate,
garantendo anche alcune libertà
politiche e civili. In questi anni
Bethlen, conservatore moderato
filomonarchico, diede vita al
cosiddetto Partito Unificato
nazionale, sottoposto al controllo
diretto del Reggente Horthy e del
suo entourage, una combinazione
politica eterogenea fra i detentori
storici del potere in Ungheria (la
grande nobiltà terriera) e il
Partito degli agrari medi.
Finché Bethlen fu in grado di
controllare le diverse tendenze
esterne e interne al regime e,
particolarmente, quelle di tipo
fascista, tutto il sistema politico
ungherese poté godere di una
relativa libertà, anche se in parte
svuotata di effettivi contenuti. Le
limitazioni maggiori erano
costituite dalla forma palese del
voto e dal peculiare ruolo riservato
all’aristocrazia latifondista, i cui
maggiori rappresentanti, raccolti
intorno al Reggente, provvedevano di
fatto alla designazione del governo
e del primo ministro, prescindendo
quasi del tutto dai rapporti di
forza parlamentari. In realtà,
maggioranza e opposizione,
espressione delle stesse classi
sociali, non svolgevano in
Parlamento che una specie di gioco
delle parti, scambiandosi di volta
in volta i ruoli. Ed è, appunto, la
già notata mancanza di una base di
massa che non permise al regime da
un lato di eliminare del tutto
l’opposizione democratica,
soprattutto fuori dal Parlamento,
dall’altro di controllare l’azione
dell’estrema destra eversiva, i cui
gruppi, foraggiati da una parte
della stessa maggioranza al potere,
tenteranno soprattutto negli anni
Trenta di dare la scalata allo Stato
facendo anche leva sullo scontento
delle masse contadine.
Di fronte al mondo
Legato al mito della Grande Ungheria
e del regno millenario di Santo
Stefano, Bethlen, fedele interprete
della volontà della classe
dominante, che attribuiva
demagogicamente ogni male della
nazione – dalla povertà alla
disoccupazione di contadini, operai
e intellettuali – alla perdita dei
territori sottratti nel 1920 con il
Trattato del Trianon, indirizzò la
politica estera verso una forma di
revisionismo, che spesso favorì un
feroce sciovinismo contro gli Stati
confinanti nei quali vivevano le
minoranze ungheresi. In quest’ottica
fu quasi naturale l’avvicinamento
all’Italia fascista che stava
perseguendo una politica di
influenza nell’area est-europea,
dopo il vuoto creatosi in seguito al
crollo dell’impero austro-ungarico.
Il trattato di amicizia
italo-ungherese, sottoscritto a Roma
nell’aprile del 1927 tra Mussolini e
Bethlen, sanciva il desiderio del
primo ministro magiaro di trovare
nell’Italia «un concreto punto
d’appoggio per realizzare le
aspirazioni revisionistiche
dell’Ungheria» (De Felice, 1996:
187). L’alleanza con l’Italia di
Mussolini non fece, però,
dell’Ungheria un vero regime
fascista, nel senso che il Paese
danubiano non ebbe un’organizzazione
statale di tipo totalitario
paragonabile al modello italiano.
Esistevano, tuttavia, delle
organizzazioni, emanazione diretta o
indiretta del governo, come le
Associazioni giovanili e
studentesche, che potrebbero in
qualche modo essere assimilate ad
analoghe organizzazioni fasciste
italiane, ma esse più che altro si
limitavano a influenzare la vita
delle scuole e delle università,
inculcando nei giovani, in uno
spirito di malinteso patriottismo,
quelle tendenze revisionistiche e
revanscistiche presenti, del resto,
in gran parte della popolazione
ungherese. Vere e proprie
organizzazioni politiche
paragonabili al Partito Nazionale
Fascista italiano furono
inesistenti, almeno fino al 1929.
Il punto di svolta: la crisi del ‘29
Sarà la grande crisi economica del
1929 che, dando un colpo di grazia
all’arretratissima agricoltura
ungherese, ancora organizzata su
basi semifeudali, farà maturare
quelle tendenze più apertamente
fasciste già presenti, in forma più
o meno scoperta, soprattutto nel
mondo degli agrari. Facendo leva
sullo scontento montante dei
contadini piccoli e medi, si
cominciarono a costituire nelle
campagne, sotto la guida di “duci”
locali, alcune organizzazioni
eversive di tipo fascista, opposte
al potere centrale più
tradizionalmente conservatore.
Ovviamente la crisi giocò un ruolo
determinante nell’affermazione di
questi movimenti, considerando in
particolare che all’inizio degli
anni Trenta in Ungheria le
organizzazioni che si denominavano
fasciste o nazionalsocialiste non
avevano ancora alcun ascendente
sulla base contadina, ma erano
costituite soprattutto da piccoli
gruppi che avevano partecipato al
terrore bianco degli anni 1919-1921
e da pochi seguaci, reclutati fra
gli sbandati e i disoccupati della
piccola borghesia.
La presa di questi movimenti sul
mondo contadino può essere spiegata
a causa della progressiva
diminuzione, fino a dimezzarsi, dei
guadagni medi dei piccoli
proprietari, mentre il crollo dei
prezzi del bestiame, la crisi del
mercato e le tasse relativamente
alte cominciarono a spingere molti
proprietari sull’orlo del
fallimento. Non a caso il successo
di questi movimenti fascisti si
fondava sul radicalismo aggressivo e
su una fortissima demagogia sociale,
che coinvolse anche molti di coloro
che in un primo tempo avevano
aderito alle organizzazioni
socialdemocratiche contadine e che,
delusi da queste, erano passati man
mano al fronte dei fascisti
nell’illusione che essi
costituissero un’opposizione più
valida al potere centrale.
In realtà, come si è accennato
altrove, molti dei componenti di
queste organizzazioni fasciste –
ufficialmente opposizione di estrema
destra al regime di Horthy – erano
legati ai circoli governativi che
detenevano il potere nello Stato.
Esemplare, in tal senso, il ruolo
svolto dal ministro della Difesa
Gyula Gömbös nel fallito tentativo
di colpo di Stato del 1° dicembre
1931, organizzato dalla Brigata
della Grande Pianura, un movimento
eversivo di estrema destra, formato
in gran parte da ex ufficiali
dell’esercito, che prendendo a
proprio simbolo la falce avevano
cercato di coinvolgere il mondo
contadino.
Gömbös, soprannominato “Gömbölini”
per le sue simpatie verso Mussolini,
che negli anni successivi avrebbe
tentato la fascistizzazione completa
dello Stato ungherese, avvertito del
colpo di Stato, aveva dato ai
cospiratori una promessa di
appoggio, in seguito evidentemente
non mantenuta. Parimenti ambiguo fu
il comportamento tenuto dalle
autorità ungheresi nei confronti dei
due movimenti nazisti locali, il
cosiddetto Partito Operaio
Nazionalsocialista ungherese,
fondato da Zoltán Börszörmény nel
1931 a imitazione del Partito
Nazionalsocialista tedesco di
Hitler, e, soprattutto, il Partito
Nazionalsocialista dei braccianti e
degli operai fondato l’anno dopo da
Zoltán Meskó, che pur ispirandosi al
nazismo ne rappresentava l’anima più
moderata e non si opponeva
frontalmente al regime statale di
Horthy, ma anzi ne propugnava il
rafforzamento.
In politica estera, come ricorda
Péter Hánák, l’ascesa al potere di
Hitler produsse una svolta decisiva
sia nella politica interna ungherese
sia nella politica estera. Infatti,
«Berlino prese subito posizione a
favore della revisione dei trattati
di pace e di una politica
d’espansione territoriale e in
Ungheria, di conseguenza, si
rafforzò il partito dei sostenitori
dell’orientamento filotedesco; al
tempo stesso, però, le inquietudini
dei dirigenti moderati circa
l’autonomia della politica interna
ed estera si aggravarono. Mentre la
politica ufficiale intendeva
realizzare le proprie ambizioni
revisioniste facendo causa comune
con la Germania, l’opposizione
socialista e borghese si opponeva
energicamente a tali intenzioni» (Hánák,
1996: 218-219).
Restava tuttavia l’ambiguità del
rapporto tra le organizzazioni
eversive di estrema destra (quelle
esistenti e quelle che si formeranno
in seguito ex novo o per via di
secessione dalle prime) e gli
ambienti governativi. Tale ambiguità
scaturiva da un’intesa di fondo,
anche se non ufficiale, su alcuni
punti in comune quali
l’antisemitismo, la citata revisione
dei trattati internazionali e
l’anticomunismo e dal modo tramite
il quale il governo si serviva, in
particolare, del Partito nazista di
Börszörmény. Difatti, l’irruente
verbosità contro il grosso capitale
se, da un lato, poteva essere
adoperata come arma per confondere
l’influenza, del resto ridotta,
sulle masse dei partiti della
sinistra ammessi e fuorilegge,
dall’altro, doveva essere
fronteggiata dal governo, che
proprio del grande capitale era in
buona parte espressione.
I tentativi di fascistizzazione
Questo atteggiamento ambiguo
contrassegnerà la politica dei
governi ungheresi per tutto il
decennio successivo al periodo di
Bethlen, anche se negli anni dal
1932 al 1936 lo stesso programma
governativo di Gömbös (primo
ministro dal settembre 1932),
tendente alla realizzazione di un
fascismo di Stato, potrebbe far
pensare a una piena coincidenza di
interessi e di vedute tra i
movimenti di estrema destra e i
circoli governativi. In effetti, il
tentativo di Gömbös di organizzare
un partito di massa di tipo fascista
e uno Stato corporativo sul modello
italiano potrebbero convalidare
questa tesi.
Appoggiato da una parte delle forze
governative che avevano
precedentemente avversato i gruppi
fascisti esistenti nel Paese e
servendosi dell’apparato dello
Stato, il primo ministro cercò di
trasformare il partito governativo e
le strutture, soprattutto quelle
periferiche, dello Stato con una
serie di disposizioni ai prefetti,
finalizzate all’organizzazione di un
partito fascista. Conducendo tutta
l’operazione dall’alto, egli fece
intendere di voler incanalare i vari
movimenti fascisti in quella sorta
di progetto di trasformazione dello
Stato in senso totalitario, sempre
più attratto dal nazismo hitleriano.
Il punto di svolta, in tal senso, si
ebbe nel giugno 1933, quando per la
prima volta – e il primo fra tutti i
capi di governo europei – Gömbös
fece visita a Hitler, a Berlino.
«Chiese a Hitler dei mercati per i
prodotti ungheresi e discusse con
lui di politica estera. Rimasto
impressionato ma non soddisfatto,
Gömbös doveva rivolgersi a Mussolini
che allora attraversava la sua fase
antihitleriana. Ma a partire dal
maggio 1936 fu gettato un ponte sul
fossato che separava Budapest e
Berlino: Gömbös concluse un accordo
segreto con Göring sulla base di una
cooperazione politica e militare e
si impegnò a stabilire in Ungheria,
nel giro di due anni, un sistema
simile a quello hitleriano in
Germania» (Erős, 1975: 150).
In realtà questo accordo non fu mai
accettato né dal Reggente né dal
governo, cosicché alla morte di
Gömbös, nell’ottobre 1936, perse
qualsiasi valore. Il tentativo di
Gömbös non riuscì sia per
l’opposizione di parte dei deputati
governativi contrari alla
fascistizzazione dello Stato, sia
per la resistenza
dell’organizzazione sindacale
operante legalmente e legata al
Partito Socialdemocratico, nella
quale militavano anche esponenti del
Partito Comunista clandestino, sia,
infine, per la riluttanza degli
stessi gruppi eversivi nazisti a
essere inquadrati e addomesticati
nell’ambito di un sistema che
ritenevano troppo fiacco. A tal
proposito, va ricordato che questi
gruppi non vedevano di buon occhio
la politica di amicizia – sancita
nel 1934 dal patto tripartito di
Roma (Italia, Ungheria e Austria) –
tra l’Ungheria e il regime fascista
italiano, ritenuto non abbastanza
autoritario, e dopo la presa del
potere di Hitler avevano cominciato
a propugnare una più stretta
collaborazione con la Germania
nazista.
D’altra parte, sia Gömbös sia i
circoli dirigenti magiari erano
convinti che la stretta alleanza con
l’Italia significasse per l’Ungheria
una maggiore libertà di manovra
rispetto alla politica chiaramente
invadente della Germania nazista.
Negli stessi ambienti liberali
ungheresi si sottolineava la
maggiore pericolosità del nazismo
che, a differenza del fascismo,
voleva imporre le sue posizioni e il
suo metodo di governo ad altri Paesi
con la violenza e l’azione dei suoi
propagandisti. Inoltre, aspetto non
secondario, il nazionalismo italiano
non aveva mire verso l’Ungheria,
anzi ben si conciliava con gli
interessi revisionisti magiari. Non
è perciò casuale che, nonostante gli
avvicinamenti alla Germania
hitleriana, Gömbös intensificasse
l’interscambio economico fra
l’Italia e l’Ungheria (il valore
delle esportazioni ungheresi verso
l’Italia si accrebbe dell’80% tra il
1933-1934 e il 1935), che ebbe
notevoli riflessi anche sul piano
culturale e dello stesso costume,
soprattutto nella seconda metà degli
anni Trenta. Film e canzonette
italiani dilagavano in Ungheria e
fra le classi borghesi divenne quasi
d’obbligo il viaggio di nozze in
Italia.
Tuttavia, le necessità del
revisionismo magiaro, non del tutto
pago della inerte “comprensione”
italiana, portò i dirigenti a un
maggiore e più compromettente
accostamento alla Germania nazista.
E, a ben guardare, era stato proprio
il primo approccio di Gömbös in
visita a Hitler, nel 1933, a dare
l’input per modificare l’equilibrio
del potere esistente nel Paese verso
una direzione filotedesca. Una delle
prime mosse di Gömbös fu quella di
nominare ambasciatore a Berlino il
colonnello dello Stato Maggiore – e
poi generale – Döme Sztójay. Grazie
a un’epurazione nei più alti gradi
dell’esercito e ai modi spicci con
cui due membri del circolo dei
dodici capitani (Marton e Kozma,
rispettivamente segretario generale
del partito di governo e ministro
dell’Interno) condussero le elezioni
del 1935, gli elementi di destra
filotedeschi si trovarono a dominare
sia l’esercito sia il partito di
governo. La stessa cosa accadde per
la gendarmeria e, in misura minore,
per la polizia e l’amministrazione
statale in genere. Inoltre, nel
1935-1936 la Germania divenne il
principale partner economico
dell’Ungheria, monopolizzando il
23-24% del commercio estero magiaro
fino a rappresentare, in seguito
all’Anschluss dell’Austria e allo
smembramento della Cecoslovacchia,
la controparte commerciale per il
52-53% di tutte le importazioni ed
esportazioni ungheresi.
Nell’orbita tedesca
L’accostamento dell’Ungheria alla
Germania iniziò con il nuovo primo
ministro Kálmán Darányi, succeduto a
Gömbös dopo la morte di
quest’ultimo, il 6 ottobre 1936.
Tale avvicinamento comportò un
graduale inglobamento dello Stato
magiaro nella sfera economica della
Germania nazista e, in politica
estera, una serie di annessioni
territoriali (Slovacchia inferiore,
Transilvania settentrionale) pagate
al caro prezzo di una sempre
maggiore perdita di autonomia
politica, mentre all’interno
crescevano le tendenze filonaziste
presenti sia tra le forze
governative sia nell’opposizione di
estrema destra.
Come ricordano Gizela Nemeth Papo e
Adriano Papo, durante il governo
Darányi (12 ottobre 1936 - 12 maggio
1938) il Parlamento concesse a
Horthy ulteriori poteri di controllo
sulla promulgazione delle leggi,
sciogliendolo dall’obbligo di
presentarsi all’Assemblea per
difendersi da eventuali violazioni
della Costituzione. «Al Reggente –
scrivono i due storici – fu persino
data la possibilità di proporre una
terna di candidati alla sua
successione. Horthy ne presentò tre:
Bethlen, Darányi e Kállay, ma nel
1942 avrebbe inserito nella lista
come successore il figlio István;
sennonché questa legge non sarebbe
mai stata applicata» (Nemeth Papo -
Papo, 2008: 64).
Il governo Darányi operò
efficacemente in campo sociale:
venne istituita la settimana
lavorativa di 48 ore nell’industria
e di 40 nel pubblico impiego e fu
assicurata la pensione di anzianità
anche ai lavoratori della terra;
tuttavia, il risultato più
ragguardevole della sua politica fu
la modernizzazione dell’esercito,
resasi possibile dopo la
restituzione all’Ungheria del
diritto di riamarsi e la
reintroduzione da parte di Gömbös
del servizio militare obbligatorio.
Molti erano i sintomi dello
scivolamento verso la Germania
nazista. In primis, la nascita, nel
1935, del Nyilaskeresztes Párt –
Hungarista Mozgalom (Partito delle
Croci Frecciate - Movimento
Ungarista) di Ferenc Szalasi, che
segnò una svolta qualitativa nei
movimenti nazisti. Altro segnale
preoccupante furono le miti condanne
comminate nell’ottobre 1937 al
movimento nazista di Börszörmény,
accusato di aver tentato un colpo di
Stato l’anno precedente e condannato
a soli due anni e otto mesi di
reclusione, peraltro mai scontati
per via della fuga in Austria, fuga
facilitata dallo stesso Darányi.
Infine, dopo un breve ritorno alla
linea moderata di Bethlen alla guida
del Paese, l’attuazione della
politica razzista voluta dal governo
di Béla Imrédy (succeduto nel maggio
1938 a Darányi) con la prima legge
antisemita (29 maggio 1938) e, come
si è visto, il tentativo, fallito,
di far evolvere il regime horthysta
da formalmente parlamentare in
regime apertamente totalitario. La
prima legge antisemita stabiliva che
gli ebrei potessero accedere alle
varie professioni per una
percentuale non superiore al 20%.
Essa fu estesa a tutti i praticanti
la religione ebraica e anche a
quelli che l’avevano abiurata dopo
il 31 luglio 1919 o che, anche se
cristiani, erano nati dopo questa
data da genitori ebrei. La legge fu
contestata, senza risultati
concreti, da 59 intellettuali non
ebrei.
Ma non era finita qui. Il 22
dicembre 1938 Imrédy presentò il
progetto di una seconda legge
antisemita, che avrebbe dovuto
ridurre dal 20 al 6% la percentuale
degli ebrei nelle corporazioni
professionali. Horthy, però, la
disapprovò dichiarando che non
l’avrebbe promulgata. Il 3 febbraio
1939 un attentato contro la sinagoga
di Budapest inasprì la situazione.
Imrédy, che nel frattempo aveva
fondato il Magyar Élet Mozgalom
(Movimento della vita magiara)
facendo leva sui quattro pilastri
dell’unità nazionale, della riforma
agraria, della difesa della razza e
della disciplina militare, fu
giudicato persino da Horthy come
antisemita oltre misura e costretto
a rassegnare le dimissioni, dopo
che, paradossalmente, era stato
scoperto in un documento il suo
antenato di “razza” ebraica.
La presidenza del Consiglio venne
affidata per la seconda volta a Pál
Teleki, che prese le distanze dai
crocefrecciati, ma continuò la
politica di avvicinamento alla
Germania, associando l’Ungheria al
Patto anti-Comintern (24 febbraio
1939). Teleki mirava a ottenere la
revisione dei confini, servendosi il
meno possibile dell’aiuto tedesco.
Tuttavia, quando il 12 marzo 1939
Hitler annunciò l’invasione della
Cecoslovacchia, il governo magiaro,
d’accordo col Reggente e su
suggerimento dello stesso dittatore
tedesco, ne approfittò per
promuovere l’invasione della
Carpatalia: in soli quattro giorni
furono occupati 12.000 kmq di
territorio slovacco con 500.000
abitanti (di cui soli 40.000
ungheresi). Il successo militare
servì a Teleki per frenare l’ascesa
dei crocefrecciati, i quali,
nonostante ciò, alle elezioni
politiche del 1939 divennero il
secondo partito del Paese.
L’equivoco, il compromesso, il
disvelamento
Alla soglia della Seconda guerra
mondiale l’Ungheria horthysta è, di
fatto, un Paese fascistizzato. La
fascistizzazione non si è
realizzata, come in Italia, Germania
o Spagna, con una presa diretta del
potere da parte dei partiti fascisti
presenti nel Paese (anche se nelle
elezioni del giugno 1938 il Partito
delle Croci Frecciate aveva ottenuto
il 23% dei voti, 500.000 su due
milioni e mezzo di elettori), ma con
la trasformazione in senso fascista
del Partito Governativo,
ribattezzato Magyar Nemzeti
Újjászületés Pártja (Partito della
Rinascita ungherese), fondato in
quegli anni da Béla Imrédy, ma
riorganizzato da Teleki.
Così il nuovo governo di Teleki (dal
febbraio 1939), se da un lato
tenterà di tenere l’Ungheria fuori
dal conflitto, dall’altro cercherà
di ottenere per sé i massimi
vantaggi territoriali con una serie
di compromessi sempre più vincolanti
con la Germania nazista, non ultimi,
sul piano interno, l’approvazione
della citata seconda legge razziale
antisemita sull’esempio delle leggi
di Norimberga, e, sul piano estero,
l’adesione dell’Ungheria all’Asse
(20 novembre 1940) in cambio
dell’annessione della Transilvania
settentrionale, dopo intense
trattative con la Romania e la
stipula del secondo arbitrato di
Vienna (30 agosto 1940), il quale
anziché risolvere, acuì le tensioni
tra i due Paesi dell’Est.
La situazione precipitò, almeno per
ciò che concerne l’Ungheria, dopo il
colpo di Stato che il 27 marzo 1941
abbatté a Belgrado il governo
jugoslavo, che da soli due giorni
aveva aderito all’Asse. Il nuovo
sovrano, Pietro II Karadjordjević,
contrappose all’alleanza con la
Germania un patto di amicizia con
l’Unione Sovietica. Hitler, decisa
l’invasione della Jugoslavia, chiese
a Budapest il permesso di
attraversare il suo territorio,
promettendo di riconoscere
all’Ungheria, in cambio
dell’intervento in guerra, le sue
pretese sui territori jugoslavi che
le erano appartenuti. «Horthy e il
comando militare magiaro accettarono
le richieste tedesche, pur con la
consapevolezza di rompere il
trattato d’amicizia appena stipulato
col vicino regno. Perfino Bethlen
giudicava l’occasione unica e
irripetibile, ma non Teleki, il
quale fu però messo in minoranza nel
suo stesso governo» (Nemeth Papo -
Papo, 2008: 69).
Così, il 1° aprile 1941 il Consiglio
militare supremo concesse ai
tedeschi il libero transito
attraverso il territorio ungherese,
ma, su suggerimento del primo
ministro, rinviò l’intervento
militare a dopo il dissolvimento
dello Stato jugoslavo. Teleki,
sconfitto politicamente e per di più
accusato di tradimento dai
britannici, si suicidò all’alba del
3 aprile 1941. Gli subentrò László
Bárdossy, che al pari di lui era
stato molto cauto nell’aderire alla
guerra.
Il 6 aprile 1941 la Germania
invadeva la Jugoslavia e ne
bombardava la capitale Belgrado; il
giorno successivo, la Gran Bretagna
rompeva le relazioni diplomatiche
con l’Ungheria; il 10 aprile la
Jugoslavia veniva smembrata e la
Croazia, ottenuta l’indipendenza,
veniva affidata al generale ustascia
Ante Pavelić. L’11 aprile anche
l’Ungheria, ormai libera da ogni
impegno con la vicina Jugoslavia,
entrava in guerra al fianco
dell’Asse e occupava la Bácska, il
Baranya e il Muraköz; invece, il
Banato, in cui era presente una
consistente popolazione tedesca,
veniva occupato dalle truppe
hitleriane. Le conquiste belliche
dell’aprile 1941 portarono
all’Ungheria altri 11.400 kmq di
territorio con più di un milione di
abitanti, di cui poco più del 30%
magiari.
L’amicizia tedesco-magiara venne
suggellata dalla promulgazione della
terza legge razziale (8 agosto
1941), che proibì non solo i
matrimoni misti, ma addirittura
qualsiasi contatto intimo al di
fuori del matrimonio tra ebrei e non
ebrei. Nello stesso mese di agosto
18.000 ebrei polacchi, rifugiatisi
in Ungheria, furono consegnati alle
SS.
Dopo la rapida occupazione dei
Balcani, la Germania attaccò
l’Unione Sovietica (22 giugno 1941)
senza una formale dichiarazione di
guerra. Due giorni dopo, anche
l’Ungheria ruppe le relazioni
diplomatiche con l’URSS e il 27
giugno entrò nell’Operazione
Barbarossa, mobilitando 45.000
soldati. Si stava realizzando un
altro vecchio sogno di Horthy: la
guerra al bolscevismo.
Il compromesso o, meglio, l’equivoco
che faceva apparire l’Ungheria
horthysta come un regime
“parlamentare” non si sciolse
formalmente neppure dopo la
dichiarazione di guerra all’URSS,
nel senso che il Parlamento
(Assemblea nazionale e Camera Alta)
continuerà dal 1942 al 1944 ad
avallare legalmente governi
conservatori e sempre più autoritari
(governi Kállay e Sztójay), frutto
di maggioranze legate ai soliti
circoli dominanti, anche quando
l’occupazione preventiva del Paese
(cosiddetta Operazione Margarethe,
19 marzo 1944) da parte
dell’esercito tedesco, formalmente
alleato, e la messa al bando di
tutti i partiti, ad eccezione di
quelli governativi, di destra e di
estrema destra, avrebbe permesso la
presa del potere da parte dei
partiti filonazisti.
Per evitare che il Paese cadesse
nell’anarchia e al vertice dello
Stato si determinasse un vuoto
politico di cui avrebbe potuto
approfittare l’opposizione
democratica che si stava
organizzando, i tedeschi permisero
soltanto sette mesi dopo la piena
trasformazione del regime horthysta
in una dittatura di tipo nazista. Il
15 ottobre 1944 il Reggente, che
aveva cercato nei giorni precedenti
di ritirarsi dalla guerra trattando
l’armistizio con i sovietici, veniva
battuto sul tempo dai tedeschi e,
rapito per ordine di Hitler, portato
in Germania. Si salverà e andrà in
esilio in Portogallo, dove morirà
nel 1957, all’età di 89 anni.
Lo stesso giorno Ferenc Szalasi,
capo dei crocefrecciati, instaurava
con un colpo di Stato, apertamente
favorito dall’esercito tedesco,
un’effimera quanto sanguinosa
dittatura nazista. Vennero arrestati
e deportati i deputati
dell’opposizione socialdemocratica e
del Partito dei Piccoli Proprietari
e, persino, importanti nomi
dell’alta finanza di origine
ebraica, mentre un’altra ondata di
deportazioni e di violenze si
abbatté sugli ebrei magiari e su
tutte le componenti dell’opposizione
democratica al regime di Horthy.
Paradossalmente solo a questo punto
cadeva il velo dell’equivoco sul
regime horthysta: non regime
parlamentare, ma vera dittatura,
liberticida e terroristica,
naturalmente destinata all’alleanza
con i regimi fascisti brulicanti in
Europa, prima tra tutti la Germania
nazista.
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