[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 224 / AGOSTO 2026 (CCLV)


contemporanea

Il regno senza re
Horthy e la fascistizzazione dell'Ungheria (1919-1944) / II

di Giuseppe Tramontana

 

Il consolidamento del regime horthysta si realizzò nel decennio successivo al 1921, sotto la direzione del conte Bethlen. Questi, dopo aver eliminato il terrorismo bianco più sfrenato, permise il mantenimento dell’opposizione socialdemocratica e dei sindacati con le limitazioni accennate, garantendo anche alcune libertà politiche e civili. In questi anni Bethlen, conservatore moderato filomonarchico, diede vita al cosiddetto Partito Unificato nazionale, sottoposto al controllo diretto del Reggente Horthy e del suo entourage, una combinazione politica eterogenea fra i detentori storici del potere in Ungheria (la grande nobiltà terriera) e il Partito degli agrari medi.

 

Finché Bethlen fu in grado di controllare le diverse tendenze esterne e interne al regime e, particolarmente, quelle di tipo fascista, tutto il sistema politico ungherese poté godere di una relativa libertà, anche se in parte svuotata di effettivi contenuti. Le limitazioni maggiori erano costituite dalla forma palese del voto e dal peculiare ruolo riservato all’aristocrazia latifondista, i cui maggiori rappresentanti, raccolti intorno al Reggente, provvedevano di fatto alla designazione del governo e del primo ministro, prescindendo quasi del tutto dai rapporti di forza parlamentari. In realtà, maggioranza e opposizione, espressione delle stesse classi sociali, non svolgevano in Parlamento che una specie di gioco delle parti, scambiandosi di volta in volta i ruoli. Ed è, appunto, la già notata mancanza di una base di massa che non permise al regime da un lato di eliminare del tutto l’opposizione democratica, soprattutto fuori dal Parlamento, dall’altro di controllare l’azione dell’estrema destra eversiva, i cui gruppi, foraggiati da una parte della stessa maggioranza al potere, tenteranno soprattutto negli anni Trenta di dare la scalata allo Stato facendo anche leva sullo scontento delle masse contadine.

 

Di fronte al mondo

 

Legato al mito della Grande Ungheria e del regno millenario di Santo Stefano, Bethlen, fedele interprete della volontà della classe dominante, che attribuiva demagogicamente ogni male della nazione – dalla povertà alla disoccupazione di contadini, operai e intellettuali – alla perdita dei territori sottratti nel 1920 con il Trattato del Trianon, indirizzò la politica estera verso una forma di revisionismo, che spesso favorì un feroce sciovinismo contro gli Stati confinanti nei quali vivevano le minoranze ungheresi. In quest’ottica fu quasi naturale l’avvicinamento all’Italia fascista che stava perseguendo una politica di influenza nell’area est-europea, dopo il vuoto creatosi in seguito al crollo dell’impero austro-ungarico.

 

Il trattato di amicizia italo-ungherese, sottoscritto a Roma nell’aprile del 1927 tra Mussolini e Bethlen, sanciva il desiderio del primo ministro magiaro di trovare nell’Italia «un concreto punto d’appoggio per realizzare le aspirazioni revisionistiche dell’Ungheria» (De Felice, 1996: 187). L’alleanza con l’Italia di Mussolini non fece, però, dell’Ungheria un vero regime fascista, nel senso che il Paese danubiano non ebbe un’organizzazione statale di tipo totalitario paragonabile al modello italiano. Esistevano, tuttavia, delle organizzazioni, emanazione diretta o indiretta del governo, come le Associazioni giovanili e studentesche, che potrebbero in qualche modo essere assimilate ad analoghe organizzazioni fasciste italiane, ma esse più che altro si limitavano a influenzare la vita delle scuole e delle università, inculcando nei giovani, in uno spirito di malinteso patriottismo, quelle tendenze revisionistiche e revanscistiche presenti, del resto, in gran parte della popolazione ungherese. Vere e proprie organizzazioni politiche paragonabili al Partito Nazionale Fascista italiano furono inesistenti, almeno fino al 1929.

 

Il punto di svolta: la crisi del ‘29

 

Sarà la grande crisi economica del 1929 che, dando un colpo di grazia all’arretratissima agricoltura ungherese, ancora organizzata su basi semifeudali, farà maturare quelle tendenze più apertamente fasciste già presenti, in forma più o meno scoperta, soprattutto nel mondo degli agrari. Facendo leva sullo scontento montante dei contadini piccoli e medi, si cominciarono a costituire nelle campagne, sotto la guida di “duci” locali, alcune organizzazioni eversive di tipo fascista, opposte al potere centrale più tradizionalmente conservatore. Ovviamente la crisi giocò un ruolo determinante nell’affermazione di questi movimenti, considerando in particolare che all’inizio degli anni Trenta in Ungheria le organizzazioni che si denominavano fasciste o nazionalsocialiste non avevano ancora alcun ascendente sulla base contadina, ma erano costituite soprattutto da piccoli gruppi che avevano partecipato al terrore bianco degli anni 1919-1921 e da pochi seguaci, reclutati fra gli sbandati e i disoccupati della piccola borghesia.

 

La presa di questi movimenti sul mondo contadino può essere spiegata a causa della progressiva diminuzione, fino a dimezzarsi, dei guadagni medi dei piccoli proprietari, mentre il crollo dei prezzi del bestiame, la crisi del mercato e le tasse relativamente alte cominciarono a spingere molti proprietari sull’orlo del fallimento. Non a caso il successo di questi movimenti fascisti si fondava sul radicalismo aggressivo e su una fortissima demagogia sociale, che coinvolse anche molti di coloro che in un primo tempo avevano aderito alle organizzazioni socialdemocratiche contadine e che, delusi da queste, erano passati man mano al fronte dei fascisti nell’illusione che essi costituissero un’opposizione più valida al potere centrale.

 

In realtà, come si è accennato altrove, molti dei componenti di queste organizzazioni fasciste – ufficialmente opposizione di estrema destra al regime di Horthy – erano legati ai circoli governativi che detenevano il potere nello Stato. Esemplare, in tal senso, il ruolo svolto dal ministro della Difesa Gyula Gömbös nel fallito tentativo di colpo di Stato del 1° dicembre 1931, organizzato dalla Brigata della Grande Pianura, un movimento eversivo di estrema destra, formato in gran parte da ex ufficiali dell’esercito, che prendendo a proprio simbolo la falce avevano cercato di coinvolgere il mondo contadino.

 

Gömbös, soprannominato “Gömbölini” per le sue simpatie verso Mussolini, che negli anni successivi avrebbe tentato la fascistizzazione completa dello Stato ungherese, avvertito del colpo di Stato, aveva dato ai cospiratori una promessa di appoggio, in seguito evidentemente non mantenuta. Parimenti ambiguo fu il comportamento tenuto dalle autorità ungheresi nei confronti dei due movimenti nazisti locali, il cosiddetto Partito Operaio Nazionalsocialista ungherese, fondato da Zoltán Börszörmény nel 1931 a imitazione del Partito Nazionalsocialista tedesco di Hitler, e, soprattutto, il Partito Nazionalsocialista dei braccianti e degli operai fondato l’anno dopo da Zoltán Meskó, che pur ispirandosi al nazismo ne rappresentava l’anima più moderata e non si opponeva frontalmente al regime statale di Horthy, ma anzi ne propugnava il rafforzamento.

 

In politica estera, come ricorda Péter Hánák, l’ascesa al potere di Hitler produsse una svolta decisiva sia nella politica interna ungherese sia nella politica estera. Infatti, «Berlino prese subito posizione a favore della revisione dei trattati di pace e di una politica d’espansione territoriale e in Ungheria, di conseguenza, si rafforzò il partito dei sostenitori dell’orientamento filotedesco; al tempo stesso, però, le inquietudini dei dirigenti moderati circa l’autonomia della politica interna ed estera si aggravarono. Mentre la politica ufficiale intendeva realizzare le proprie ambizioni revisioniste facendo causa comune con la Germania, l’opposizione socialista e borghese si opponeva energicamente a tali intenzioni» (Hánák, 1996: 218-219).

 

Restava tuttavia l’ambiguità del rapporto tra le organizzazioni eversive di estrema destra (quelle esistenti e quelle che si formeranno in seguito ex novo o per via di secessione dalle prime) e gli ambienti governativi. Tale ambiguità scaturiva da un’intesa di fondo, anche se non ufficiale, su alcuni punti in comune quali l’antisemitismo, la citata revisione dei trattati internazionali e l’anticomunismo e dal modo tramite il quale il governo si serviva, in particolare, del Partito nazista di Börszörmény. Difatti, l’irruente verbosità contro il grosso capitale se, da un lato, poteva essere adoperata come arma per confondere l’influenza, del resto ridotta, sulle masse dei partiti della sinistra ammessi e fuorilegge, dall’altro, doveva essere fronteggiata dal governo, che proprio del grande capitale era in buona parte espressione.

 

I tentativi di fascistizzazione

 

Questo atteggiamento ambiguo contrassegnerà la politica dei governi ungheresi per tutto il decennio successivo al periodo di Bethlen, anche se negli anni dal 1932 al 1936 lo stesso programma governativo di Gömbös (primo ministro dal settembre 1932), tendente alla realizzazione di un fascismo di Stato, potrebbe far pensare a una piena coincidenza di interessi e di vedute tra i movimenti di estrema destra e i circoli governativi. In effetti, il tentativo di Gömbös di organizzare un partito di massa di tipo fascista e uno Stato corporativo sul modello italiano potrebbero convalidare questa tesi.

 

Appoggiato da una parte delle forze governative che avevano precedentemente avversato i gruppi fascisti esistenti nel Paese e servendosi dell’apparato dello Stato, il primo ministro cercò di trasformare il partito governativo e le strutture, soprattutto quelle periferiche, dello Stato con una serie di disposizioni ai prefetti, finalizzate all’organizzazione di un partito fascista. Conducendo tutta l’operazione dall’alto, egli fece intendere di voler incanalare i vari movimenti fascisti in quella sorta di progetto di trasformazione dello Stato in senso totalitario, sempre più attratto dal nazismo hitleriano.

 

Il punto di svolta, in tal senso, si ebbe nel giugno 1933, quando per la prima volta – e il primo fra tutti i capi di governo europei – Gömbös fece visita a Hitler, a Berlino. «Chiese a Hitler dei mercati per i prodotti ungheresi e discusse con lui di politica estera. Rimasto impressionato ma non soddisfatto, Gömbös doveva rivolgersi a Mussolini che allora attraversava la sua fase antihitleriana. Ma a partire dal maggio 1936 fu gettato un ponte sul fossato che separava Budapest e Berlino: Gömbös concluse un accordo segreto con Göring sulla base di una cooperazione politica e militare e si impegnò a stabilire in Ungheria, nel giro di due anni, un sistema simile a quello hitleriano in Germania» (Erős, 1975: 150).

 

In realtà questo accordo non fu mai accettato né dal Reggente né dal governo, cosicché alla morte di Gömbös, nell’ottobre 1936, perse qualsiasi valore. Il tentativo di Gömbös non riuscì sia per l’opposizione di parte dei deputati governativi contrari alla fascistizzazione dello Stato, sia per la resistenza dell’organizzazione sindacale operante legalmente e legata al Partito Socialdemocratico, nella quale militavano anche esponenti del Partito Comunista clandestino, sia, infine, per la riluttanza degli stessi gruppi eversivi nazisti a essere inquadrati e addomesticati nell’ambito di un sistema che ritenevano troppo fiacco. A tal proposito, va ricordato che questi gruppi non vedevano di buon occhio la politica di amicizia – sancita nel 1934 dal patto tripartito di Roma (Italia, Ungheria e Austria) – tra l’Ungheria e il regime fascista italiano, ritenuto non abbastanza autoritario, e dopo la presa del potere di Hitler avevano cominciato a propugnare una più stretta collaborazione con la Germania nazista.

 

D’altra parte, sia Gömbös sia i circoli dirigenti magiari erano convinti che la stretta alleanza con l’Italia significasse per l’Ungheria una maggiore libertà di manovra rispetto alla politica chiaramente invadente della Germania nazista. Negli stessi ambienti liberali ungheresi si sottolineava la maggiore pericolosità del nazismo che, a differenza del fascismo, voleva imporre le sue posizioni e il suo metodo di governo ad altri Paesi con la violenza e l’azione dei suoi propagandisti. Inoltre, aspetto non secondario, il nazionalismo italiano non aveva mire verso l’Ungheria, anzi ben si conciliava con gli interessi revisionisti magiari. Non è perciò casuale che, nonostante gli avvicinamenti alla Germania hitleriana, Gömbös intensificasse l’interscambio economico fra l’Italia e l’Ungheria (il valore delle esportazioni ungheresi verso l’Italia si accrebbe dell’80% tra il 1933-1934 e il 1935), che ebbe notevoli riflessi anche sul piano culturale e dello stesso costume, soprattutto nella seconda metà degli anni Trenta. Film e canzonette italiani dilagavano in Ungheria e fra le classi borghesi divenne quasi d’obbligo il viaggio di nozze in Italia.

 

Tuttavia, le necessità del revisionismo magiaro, non del tutto pago della inerte “comprensione” italiana, portò i dirigenti a un maggiore e più compromettente accostamento alla Germania nazista. E, a ben guardare, era stato proprio il primo approccio di Gömbös in visita a Hitler, nel 1933, a dare l’input per modificare l’equilibrio del potere esistente nel Paese verso una direzione filotedesca. Una delle prime mosse di Gömbös fu quella di nominare ambasciatore a Berlino il colonnello dello Stato Maggiore – e poi generale – Döme Sztójay. Grazie a un’epurazione nei più alti gradi dell’esercito e ai modi spicci con cui due membri del circolo dei dodici capitani (Marton e Kozma, rispettivamente segretario generale del partito di governo e ministro dell’Interno) condussero le elezioni del 1935, gli elementi di destra filotedeschi si trovarono a dominare sia l’esercito sia il partito di governo. La stessa cosa accadde per la gendarmeria e, in misura minore, per la polizia e l’amministrazione statale in genere. Inoltre, nel 1935-1936 la Germania divenne il principale partner economico dell’Ungheria, monopolizzando il 23-24% del commercio estero magiaro fino a rappresentare, in seguito all’Anschluss dell’Austria e allo smembramento della Cecoslovacchia, la controparte commerciale per il 52-53% di tutte le importazioni ed esportazioni ungheresi.

 

Nell’orbita tedesca

 

L’accostamento dell’Ungheria alla Germania iniziò con il nuovo primo ministro Kálmán Darányi, succeduto a Gömbös dopo la morte di quest’ultimo, il 6 ottobre 1936. Tale avvicinamento comportò un graduale inglobamento dello Stato magiaro nella sfera economica della Germania nazista e, in politica estera, una serie di annessioni territoriali (Slovacchia inferiore, Transilvania settentrionale) pagate al caro prezzo di una sempre maggiore perdita di autonomia politica, mentre all’interno crescevano le tendenze filonaziste presenti sia tra le forze governative sia nell’opposizione di estrema destra.

 

Come ricordano Gizela Nemeth Papo e Adriano Papo, durante il governo Darányi (12 ottobre 1936 - 12 maggio 1938) il Parlamento concesse a Horthy ulteriori poteri di controllo sulla promulgazione delle leggi, sciogliendolo dall’obbligo di presentarsi all’Assemblea per difendersi da eventuali violazioni della Costituzione. «Al Reggente – scrivono i due storici – fu persino data la possibilità di proporre una terna di candidati alla sua successione. Horthy ne presentò tre: Bethlen, Darányi e Kállay, ma nel 1942 avrebbe inserito nella lista come successore il figlio István; sennonché questa legge non sarebbe mai stata applicata» (Nemeth Papo - Papo, 2008: 64).

 

Il governo Darányi operò efficacemente in campo sociale: venne istituita la settimana lavorativa di 48 ore nell’industria e di 40 nel pubblico impiego e fu assicurata la pensione di anzianità anche ai lavoratori della terra; tuttavia, il risultato più ragguardevole della sua politica fu la modernizzazione dell’esercito, resasi possibile dopo la restituzione all’Ungheria del diritto di riamarsi e la reintroduzione da parte di Gömbös del servizio militare obbligatorio.

 

Molti erano i sintomi dello scivolamento verso la Germania nazista. In primis, la nascita, nel 1935, del Nyilaskeresztes Párt – Hungarista Mozgalom (Partito delle Croci Frecciate - Movimento Ungarista) di Ferenc Szalasi, che segnò una svolta qualitativa nei movimenti nazisti. Altro segnale preoccupante furono le miti condanne comminate nell’ottobre 1937 al movimento nazista di Börszörmény, accusato di aver tentato un colpo di Stato l’anno precedente e condannato a soli due anni e otto mesi di reclusione, peraltro mai scontati per via della fuga in Austria, fuga facilitata dallo stesso Darányi.

 

Infine, dopo un breve ritorno alla linea moderata di Bethlen alla guida del Paese, l’attuazione della politica razzista voluta dal governo di Béla Imrédy (succeduto nel maggio 1938 a Darányi) con la prima legge antisemita (29 maggio 1938) e, come si è visto, il tentativo, fallito, di far evolvere il regime horthysta da formalmente parlamentare in regime apertamente totalitario. La prima legge antisemita stabiliva che gli ebrei potessero accedere alle varie professioni per una percentuale non superiore al 20%. Essa fu estesa a tutti i praticanti la religione ebraica e anche a quelli che l’avevano abiurata dopo il 31 luglio 1919 o che, anche se cristiani, erano nati dopo questa data da genitori ebrei. La legge fu contestata, senza risultati concreti, da 59 intellettuali non ebrei.

 

Ma non era finita qui. Il 22 dicembre 1938 Imrédy presentò il progetto di una seconda legge antisemita, che avrebbe dovuto ridurre dal 20 al 6% la percentuale degli ebrei nelle corporazioni professionali. Horthy, però, la disapprovò dichiarando che non l’avrebbe promulgata. Il 3 febbraio 1939 un attentato contro la sinagoga di Budapest inasprì la situazione. Imrédy, che nel frattempo aveva fondato il Magyar Élet Mozgalom (Movimento della vita magiara) facendo leva sui quattro pilastri dell’unità nazionale, della riforma agraria, della difesa della razza e della disciplina militare, fu giudicato persino da Horthy come antisemita oltre misura e costretto a rassegnare le dimissioni, dopo che, paradossalmente, era stato scoperto in un documento il suo antenato di “razza” ebraica.

 

La presidenza del Consiglio venne affidata per la seconda volta a Pál Teleki, che prese le distanze dai crocefrecciati, ma continuò la politica di avvicinamento alla Germania, associando l’Ungheria al Patto anti-Comintern (24 febbraio 1939). Teleki mirava a ottenere la revisione dei confini, servendosi il meno possibile dell’aiuto tedesco. Tuttavia, quando il 12 marzo 1939 Hitler annunciò l’invasione della Cecoslovacchia, il governo magiaro, d’accordo col Reggente e su suggerimento dello stesso dittatore tedesco, ne approfittò per promuovere l’invasione della Carpatalia: in soli quattro giorni furono occupati 12.000 kmq di territorio slovacco con 500.000 abitanti (di cui soli 40.000 ungheresi). Il successo militare servì a Teleki per frenare l’ascesa dei crocefrecciati, i quali, nonostante ciò, alle elezioni politiche del 1939 divennero il secondo partito del Paese.

 

L’equivoco, il compromesso, il disvelamento

 

Alla soglia della Seconda guerra mondiale l’Ungheria horthysta è, di fatto, un Paese fascistizzato. La fascistizzazione non si è realizzata, come in Italia, Germania o Spagna, con una presa diretta del potere da parte dei partiti fascisti presenti nel Paese (anche se nelle elezioni del giugno 1938 il Partito delle Croci Frecciate aveva ottenuto il 23% dei voti, 500.000 su due milioni e mezzo di elettori), ma con la trasformazione in senso fascista del Partito Governativo, ribattezzato Magyar Nemzeti Újjászületés Pártja (Partito della Rinascita ungherese), fondato in quegli anni da Béla Imrédy, ma riorganizzato da Teleki.

 

Così il nuovo governo di Teleki (dal febbraio 1939), se da un lato tenterà di tenere l’Ungheria fuori dal conflitto, dall’altro cercherà di ottenere per sé i massimi vantaggi territoriali con una serie di compromessi sempre più vincolanti con la Germania nazista, non ultimi, sul piano interno, l’approvazione della citata seconda legge razziale antisemita sull’esempio delle leggi di Norimberga, e, sul piano estero, l’adesione dell’Ungheria all’Asse (20 novembre 1940) in cambio dell’annessione della Transilvania settentrionale, dopo intense trattative con la Romania e la stipula del secondo arbitrato di Vienna (30 agosto 1940), il quale anziché risolvere, acuì le tensioni tra i due Paesi dell’Est.

 

La situazione precipitò, almeno per ciò che concerne l’Ungheria, dopo il colpo di Stato che il 27 marzo 1941 abbatté a Belgrado il governo jugoslavo, che da soli due giorni aveva aderito all’Asse. Il nuovo sovrano, Pietro II Karadjordjević, contrappose all’alleanza con la Germania un patto di amicizia con l’Unione Sovietica. Hitler, decisa l’invasione della Jugoslavia, chiese a Budapest il permesso di attraversare il suo territorio, promettendo di riconoscere all’Ungheria, in cambio dell’intervento in guerra, le sue pretese sui territori jugoslavi che le erano appartenuti. «Horthy e il comando militare magiaro accettarono le richieste tedesche, pur con la consapevolezza di rompere il trattato d’amicizia appena stipulato col vicino regno. Perfino Bethlen giudicava l’occasione unica e irripetibile, ma non Teleki, il quale fu però messo in minoranza nel suo stesso governo» (Nemeth Papo - Papo, 2008: 69).

 

Così, il 1° aprile 1941 il Consiglio militare supremo concesse ai tedeschi il libero transito attraverso il territorio ungherese, ma, su suggerimento del primo ministro, rinviò l’intervento militare a dopo il dissolvimento dello Stato jugoslavo. Teleki, sconfitto politicamente e per di più accusato di tradimento dai britannici, si suicidò all’alba del 3 aprile 1941. Gli subentrò László Bárdossy, che al pari di lui era stato molto cauto nell’aderire alla guerra.

 

Il 6 aprile 1941 la Germania invadeva la Jugoslavia e ne bombardava la capitale Belgrado; il giorno successivo, la Gran Bretagna rompeva le relazioni diplomatiche con l’Ungheria; il 10 aprile la Jugoslavia veniva smembrata e la Croazia, ottenuta l’indipendenza, veniva affidata al generale ustascia Ante Pavelić. L’11 aprile anche l’Ungheria, ormai libera da ogni impegno con la vicina Jugoslavia, entrava in guerra al fianco dell’Asse e occupava la Bácska, il Baranya e il Muraköz; invece, il Banato, in cui era presente una consistente popolazione tedesca, veniva occupato dalle truppe hitleriane. Le conquiste belliche dell’aprile 1941 portarono all’Ungheria altri 11.400 kmq di territorio con più di un milione di abitanti, di cui poco più del 30% magiari.

 

L’amicizia tedesco-magiara venne suggellata dalla promulgazione della terza legge razziale (8 agosto 1941), che proibì non solo i matrimoni misti, ma addirittura qualsiasi contatto intimo al di fuori del matrimonio tra ebrei e non ebrei. Nello stesso mese di agosto 18.000 ebrei polacchi, rifugiatisi in Ungheria, furono consegnati alle SS.

 

Dopo la rapida occupazione dei Balcani, la Germania attaccò l’Unione Sovietica (22 giugno 1941) senza una formale dichiarazione di guerra. Due giorni dopo, anche l’Ungheria ruppe le relazioni diplomatiche con l’URSS e il 27 giugno entrò nell’Operazione Barbarossa, mobilitando 45.000 soldati. Si stava realizzando un altro vecchio sogno di Horthy: la guerra al bolscevismo.

 

Il compromesso o, meglio, l’equivoco che faceva apparire l’Ungheria horthysta come un regime “parlamentare” non si sciolse formalmente neppure dopo la dichiarazione di guerra all’URSS, nel senso che il Parlamento (Assemblea nazionale e Camera Alta) continuerà dal 1942 al 1944 ad avallare legalmente governi conservatori e sempre più autoritari (governi Kállay e Sztójay), frutto di maggioranze legate ai soliti circoli dominanti, anche quando l’occupazione preventiva del Paese (cosiddetta Operazione Margarethe, 19 marzo 1944) da parte dell’esercito tedesco, formalmente alleato, e la messa al bando di tutti i partiti, ad eccezione di quelli governativi, di destra e di estrema destra, avrebbe permesso la presa del potere da parte dei partiti filonazisti.

 

Per evitare che il Paese cadesse nell’anarchia e al vertice dello Stato si determinasse un vuoto politico di cui avrebbe potuto approfittare l’opposizione democratica che si stava organizzando, i tedeschi permisero soltanto sette mesi dopo la piena trasformazione del regime horthysta in una dittatura di tipo nazista. Il 15 ottobre 1944 il Reggente, che aveva cercato nei giorni precedenti di ritirarsi dalla guerra trattando l’armistizio con i sovietici, veniva battuto sul tempo dai tedeschi e, rapito per ordine di Hitler, portato in Germania. Si salverà e andrà in esilio in Portogallo, dove morirà nel 1957, all’età di 89 anni.

 

Lo stesso giorno Ferenc Szalasi, capo dei crocefrecciati, instaurava con un colpo di Stato, apertamente favorito dall’esercito tedesco, un’effimera quanto sanguinosa dittatura nazista. Vennero arrestati e deportati i deputati dell’opposizione socialdemocratica e del Partito dei Piccoli Proprietari e, persino, importanti nomi dell’alta finanza di origine ebraica, mentre un’altra ondata di deportazioni e di violenze si abbatté sugli ebrei magiari e su tutte le componenti dell’opposizione democratica al regime di Horthy.

 

Paradossalmente solo a questo punto cadeva il velo dell’equivoco sul regime horthysta: non regime parlamentare, ma vera dittatura, liberticida e terroristica, naturalmente destinata all’alleanza con i regimi fascisti brulicanti in Europa, prima tra tutti la Germania nazista.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]