Nei pochi mesi trascorsi dalla fine
del primo conflitto mondiale fino a
quel giorno, in Ungheria si erano
avvicendati ben cinque governi e due
rivoluzioni. Delle due rivoluzioni,
la prima, quella cosiddetta delle
“rose d’autunno” (31 ottobre 1918),
guidata dalle forze
democratico-radicali con l’appoggio
dei socialdemocratici, aveva sancito
il distacco dell’Ungheria dalla
monarchia asburgica e proclamato una
repubblica parlamentare di tipo
occidentale; la seconda rivoluzione,
quella comunista di Béla Kun (21
marzo 1919), aveva dato vita per 133
giorni alla Repubblica ungherese dei
Soviet, una via di mezzo fra la
Comune di Parigi del 1871 e la
Repubblica dei Soviet russi. Come
scrive Péter Hának, la dittatura
proletaria ungherese fu accettata
senza resistenza anche da coloro che
non erano d’accordo con il suo
programma di politica interna, per
il fatto che vedevano in essa il
rifiuto della nota Vix, ovvero il
diktat emanato il 20 marzo dal
luogotenente-colonnello francese Vix,
dietro indicazione dei vincitori
della guerra, di creare una fascia
neutrale di una cinquantina di
chilometri tra Romania e Ungheria al
fine di prevenire un eventuale
intervento della Russia sovietica (Hának,
1996: 197).
L’autoritŕ amministrativa centrale e
locale fu assunta direttamente dai
consigli operai; si procedette alla
nazionalizzazione di tutte le
industrie, delle miniere, delle
aziende di trasporto e comunicazioni
che avessero alle loro dipendenze
piů di venti persone, delle banche,
delle societŕ finanziarie, delle
imprese commerciali all’ingrosso e
al dettaglio. L’ordine interno era
assicurato dalle Guardie rosse,
mentre si cominciava a costituire
l’Armata rossa ungherese. Furono
nazionalizzate le scuole, venne
attuata la separazione tra Stato e
Chiesa e venne messo in opera un
vasto lavoro di formazione politica
delle masse. Il 4 aprile del 1919
tutte le proprietŕ fondiarie medie e
grandi divennero “proprietŕ dello
Stato proletario”, senza indennizzo,
ma fu vietata la distribuzione delle
terre. Il successo di questa
rivoluzione era stato determinato
soprattutto dalla mancanza di
coesione fra le forze democratiche
e, in una situazione di grave caos
post-bellico, dall’alleanza tra il
Partito Socialdemocratico (con
l’esclusione della sua ala destra) e
il Partito Comunista, forte nei
consigli operai della cintura
industriale di Budapest.
Per quanto riguarda i cinque
governi, a quello democratico e
progressista dell’ex conte Mihály
Károlyi, primo e unico presidente
della neonata Repubblica ungherese
(16 novembre 1918 - 21 marzo 1919),
aveva fatto seguito quello
social-comunista presieduto da Béla
Kun (21 marzo - 1° agosto 1919). Per
contrastare l’ateismo del governo
comunista e arrestare l’avanzata
della rivoluzione, si formarono
varie associazioni reazionarie e
controrivoluzionarie, appoggiate
militarmente da truppe
cecoslovacche, romene e francesi. Il
1° luglio 1919 era nata a Szeged,
per volontŕ del professore
universitario Vilmos Pröhle, la
Etelközi Szövetség (Alleanza di
Etelköz, regione a nord del Mar
Nero, dove per un periodo avevano
vissuto i patrioti aderenti
all’associazione), diretta
soprattutto a contrastare
l’influenza della massoneria. Questa
associazione – in codice EX o anche
semplicemente X, in seguito ET – era
la maggiore tra le organizzazioni
irredentiste. Nel 1920 si uně con
altri gruppi di estrema destra, come
la Egyesült Keresztény Liga
(Lega Cristiana Unitaria) di Károly
Wolff, di cui faceva parte anche il
futuro Presidente del Consiglio
István Bethlen. Altra associazione
della destra estrema, ma di
orientamento meno radicale della EX
e con un’attivitŕ “maggiormente
volta alla propaganda da esplicare
tramite la realizzazione di statue e
pitture su temi nazionalistici” (Nemeth
Papo-Papo, 2013: 202), era la
Védő Ligák Országos Szövetsége,
Alleanza Nazionale delle Leghe per
la Difesa, di cui era animatore
Nándor Urmánczy. Vi erano poi la
Magyarország Területi Épségének
Ligája o Területvédő Liga
(Lega per la Difesa dell’Integritŕ
Territoriale dell’Ungheria) e la
Kettőskereszt Vérszövetség
(Unione del Sangue della Doppia
Croce).
Tuttavia, l’organizzazione piů
importante era la Magyar
Országos Véderő Egyesület/MOVE
(Associazione Magiara di Difesa
Nazionale), sorta il 18 gennaio 1919
come struttura controrivoluzionaria,
nazionalista e militarista. Ne era
presidente Gyula Gömbös, mentre il 5
luglio 1919, nella riunione di
fondazione ufficiale presso il
teatro cittadino di Szeged, ne venne
nominato presidente onorario
l’ammiraglio Miklós Horthy. E fu in
quell’occasione che il futuro
reggente, in un infuocato discorso,
attaccň i francesi, rei di sostenere
un governo – quello di Károlyi – di
avventurieri, rivendicando
l’appoggio solo a un governo di
destra. In effetti, il 1° agosto
successivo, il governo Károlyi
cadde. In seguito all’occupazione
militare di Budapest da parte
dell’esercito romeno e al crollo su
tutti i fronti dell’esercito rosso
della Repubblica dei Consigli,
attaccato sia dagli eserciti
dell’Intesa sia dalle forze
controrivoluzionarie ungheresi
guidate proprio da Horthy, si formň
un governo di transizione dalla vita
assai breve (dal 1° al 6 agosto), il
cosiddetto governo sindacale.
Composto per la maggior parte da
esponenti socialdemocratici
moderati, fu ben presto fortemente
condizionato dalle forze di destra e
di estrema destra, espressione del
vecchio ceto aristocratico, le quali
avevano dato il via a una violenta
campagna di terrore bianco e di
repressione antidemocratica, con
episodi raccapriccianti denunciati
all’opinione pubblica mondiale dai
rappresentanti dell’Intesa presenti
in Ungheria.
Tra i piů brutali aguzzini si
distinsero gli uomini della
cosiddetta Armata Nazionale, agli
ordini di Pál Prónay. Durante il
trasferimento da Szeged a Budapest
gli uomini di Prónay “compiono atti
d’estrema violenza inaudita sulla
popolazione dei villaggi, invadendo
le carceri e assassinandone i
detenuti, rapendo e ricattando
ricchi mercanti ebrei, seviziando le
donne contadine ed ebree,
collezionando orecchie come
talismani e impiccando i servi delle
proprietŕ agricole”, rei, questi
ultimi, di aver assaltato, alla fine
della guerra, le grandi proprietŕ (Nemeth
Papo-Papo, cit.: 204-206).
Questo governo, intrinsecamente
debole e contraddittorio, venne
facilmente spodestato da quello
marcatamente conservatore e
reazionario, violentemente
antisemita e formato da elementi
dell’aristocrazia e dell’alta
finanza, guidato da István Friedrich
(7 agosto - 22 novembre 1919).
Questo governo era praticamente
emanazione dell’arciduca Giuseppe
d’Asburgo (cugino dell’ultimo
imperatore, Carlo I), nominato per
la seconda volta governatore
dell’Ungheria dalle truppe romene
che occupavano Budapest. Tuttavia,
nel persistente clima di terrore,
pogrom e stragi, il governo
Friedrich non venne riconosciuto
dalle potenze dell’Intesa e dagli
Stati slavi successori della
monarchia austro-ungarica, in quanto
vi vedevano un tentativo di
restaurazione asburgica.
L’intervento delle grandi potenze e
l’invio a Budapest del diplomatico
britannico George Clerk,
rappresentante alla Conferenza di
pace di Parigi, portarono alla
costituzione di un governo
accettabile, il 24 novembre, sotto
la presidenza di Károly Huszár. Come
nota Hának, “gran parte del nuovo
gabinetto era formata dalla
coalizione di partiti
cristiano-nazionali, ma anche i
socialdemocratici e l’opposizione
borghese vi avevano i loro
rappresentanti. Dopo aver prelevato
i beni che corrispondevano alle
riparazioni di guerra – il cui
ammontare avevano esse stesse
fissato arbitrariamente – le truppe
romene evacuarono dapprima Budapest,
poi, nel marzo 1920, la regione al
di lŕ della Tisza. In conformitŕ col
volere delle potenze dell’Intesa, il
nuovo regime doveva essere fondato
sul parlamentarismo borghese e
accordare un’esistenza legale al
Partito socialdemocratico e
all’opposizione borghese” (Hának,
cit.: 206-207).
Contemporaneamente al governo
comunista di Béla Kun e in
opposizione ad esso, era sorto, su
iniziativa delle forze
controrivoluzionarie facenti capo a
Pál Teleki, allo stesso Bethlen e a
Horthy, il cosiddetto governo
nazionale, con sede prima ad Arad e
poi a Szeged, nell’Ungheria
meridionale, occupata dalle truppe
francesi. E fu proprio con il
benestare francese che vide la luce
questo governo controrivoluzionario
(Primo ministro Teleki, Ministro
della Guerra Horthy), chiamato
successivamente governo di Szeged,
espressione anch’esso – cosě come il
governo Friedrich a Budapest – del
ceto dirigente aristocratico e
latifondista della vecchia Ungheria.
Horthy venne nominato anche
comandante supremo di una sedicente
Armata Nazionale Magiara. Il governo
di Szeged, “contemporaneo a quelli
succedutisi a Budapest nel 1919, e
soprattutto il suo capo militare,
Miklós Horthy, avrebbero finito per
trovare credito, in un primo tempo
negato, presso le forze dell’Intesa”
(Sangiorgi, 1927: 55), che li
avrebbe preferiti al governo
ugualmente reazionario di Friedrich,
il quale, perň, forniva meno
garanzie a causa dei suoi legami con
gli Asburgo e con le forze piů
scioviniste.
La
candidatura Horthy
La candidatura di Miklós Horthy a
futuro capo dell’Ungheria, previa
rinuncia a qualsiasi ipotesi di
restaurazione asburgica, era ben
vista sia dagli ambienti italiani
sia da quelli inglesi, oltre che,
naturalmente, da quelli francesi,
che lo avevano appoggiato
militarmente. Peraltro, essendo
l’ammiraglio un noto anticomunista,
“il che lo porta a considerare come
traditori della patria tutti quelli
che a qualsiasi titolo e per
qualsiasi motivo abbiano collaborato
con il regime bolscevico” (Biagini,
2006: 98), rappresentava per le
potenze occidentali una forma di
baluardo contro l’espansionismo dei
Soviet. Inoltre, egli stesso si era
reso disponibile a un compromesso
con le forze moderate ungheresi
(cristiano-sociali, liberali,
socialdemocratici di destra) per la
formazione di un governo di
coalizione di cui egli si sarebbe
fatto imparziale garante e che
avrebbe permesso all’Ungheria di
partecipare alle trattative di pace
di Parigi con un governo ufficiale e
riconosciuto da tutti (fatto che poi
avvenne e portň alla firma del
Trattato del Trianon del 4 giugno
1920, con il quale il paese perdeva
i due terzi dell’antico territorio),
cosa che maggiormente premeva agli
Stati successori della monarchia
asburgica.
Difatti, il giorno successivo
all’ingresso delle truppe horthyste
a Budapest, il 17 novembre 1919, si
tenne, su iniziativa del giŕ citato
Sir George Clerk, un’importantissima
riunione, che avrebbe spianato la
strada alla formazione di un governo
di unitŕ nazionale. Alla riunione
parteciparono, oltre al diplomatico
inglese e all’ammiraglio Horthy,
esponenti del governo Teleki di
Szeged e del governo Friedrich di
Budapest, e i personaggi piů in
vista dell’aristocrazia e dell’alta
finanza magiara, in parte
raggruppabili nei seguenti partiti:
il Partito Cristiano-nazionale
unitario, il Partito dei Lavoratori
agricoli e dei piccoli proprietari,
il Partito Operaio cristiano e il
Partito Operaio ungherese
(naturalmente non marxisti), il
Partito Nazionale ungherese e,
infine, i partiti che si opponevano
al blocco cristiano, cioč il Partito
nazionale democratico e il Partito
Socialdemocratico (epurato degli
elementi marxisti). Dopo alcuni
giorni di discussioni, durante i
quali gli elementi liberali,
democratici e socialdemocratici (in
netta minoranza rispetto al blocco
conservatore) si batterono affinché
il costituendo governo si impegnasse
a garantire al paese le principali
libertŕ democratiche, il 25 novembre
si formň il nuovo esecutivo sotto la
guida di Károly Huszár. Fu questo
governo a riprendere le trattative
di pace con l’Intesa e a predisporre
nuove elezioni a suffragio
universale e segreto, che si tennero
nel gennaio 1920 e videro
l’affermazione del Partito dei
piccoli proprietari e la conquista
di qualche seggio per il partito
democratico nazionale, che
rappresentava l’opposizione
borghese. Ricostruito il Parlamento,
la questione piů importante dal
punto di vista della forma
istituzionale era la scelta tra
monarchia e repubblica.
All’esterno le grandi potenze, gli
Stati Uniti in particolare, erano
contrarie al mantenimento della
forma monarchica, nel timore che
potessero riprendere corpo progetti
velleitari e forieri di possibili
nuovi conflitti per il ritorno alla
consistenza territoriale del regno
dell’Ungheria storica; all’interno,
invece, il Parlamento prese proprio
la decisione opposta, ossia di
mantenere in vita il regime
monarchico per non interrompere la
continuitŕ giuridica dello Stato.
Applicando un antico precedente,
votň la reggenza, affidandola
all’ammiraglio Horthy. Questi si
avvalse dell’appoggio dei militari
(che il 1° marzo 1920 occuparono il
Parlamento) e della maggior parte
dei politici avversi a quanti
sostenevano il ritorno della
dinastia asburgica sulla base della
mancata abdicazione formale di Carlo
IV. Tuttavia, come sottolinea
Antonello Biagini, malgrado
quest’ultimo “accarezzi inutili
sogni – tenta invano di
riconquistare il potere per ben due
volte (marzo e ottobre 1921) –
l’ipotesi č decisamente contrastata
dagli stati vicini, che non ignorano
i pericoli legati a una
restaurazione legittimista e dunque
alla possibile revisione dei confini
a favore dell’Ungheria” (Biagini,
2006: 99). In buona sostanza, contro
i tentativi di restaurazione
prevalse l’opposizione di Horthy e
delle forze armate che gli erano
fedeli. L’Ungheria diventerŕ “una
monarchia senza re governata da un
ammiraglio senza flotta”.
Un
potere reazionario
Nato dall’alleanza fra le forze
reazionarie del paese, vere
detentrici del potere, con una
partecipazione piů che altro di
facciata di alcune componenti
moderate della societŕ magiara,
sostenuto militarmente dall’armata
parafascista di Horthy, il nuovo
governo Huszár non sarebbe stato in
grado di mantenere le promesse fatte
al paese e gli impegni assunti con
le potenze dell’Intesa, e cioč
garantire il libero svolgimento di
elezioni, i pieni diritti e le
libertŕ dei cittadini, nonché
l’ordine pubblico, inteso come
difesa di questi diritti e di queste
libertŕ, e non come repressione e
annientamento delle forze
democratiche d’opposizione. Le
premesse di quello che diventerŕ un
vero e proprio regime autoritario
erano giŕ tutte insite nei rapporti
di forza squilibrati a favore dei
ceti conservatori e reazionari
presenti nel governo di unitŕ
nazionale e nel modo con cui esso
amministrerŕ le elezioni politiche
per la nuova assemblea nazionale.
Fin dal loro esordio, “Horthy diede
vita a un sistema politico
originale. Gran parte dei ministri e
degli alti funzionari dei governi
interbellici ungheresi possedevano
esperienze di governo dal periodo
prebellico o avevano svolto un
apprendistato politico, militare o
amministrativo negli apparati
dell’impero” (Bottoni, 2024: 146).
La lotta fra i diversi gruppi delle
classi dominanti (destra ed estrema
destra) per assicurarsi il potere
durerŕ per circa due anni,
parallelamente a un’ondata di
terrore bianco che sconvolse
soprattutto le regioni
transdanubiane dell’Ungheria, con
circa 5.000 vittime e 70.000 fra
arrestati e internati in speciali
lager, i primi del genere in Europa.
Le elezioni per l’Assemblea
nazionale, che si svolsero nel
gennaio 1920 in mezzo a una serie
infinita di soprusi, illeciti,
violenze e minacce (il voto era
palese) contro le forme piů
moderate, e che arrivarono anche
all’eliminazione fisica degli
oppositori democratici, finirono col
dare una maggioranza parlamentare,
comunque sempre instabile, a
formazioni politiche dichiaratamente
conservatrici o espressione
dell’establishment
aristocratico-feudale.
Poco dopo, la nomina dell’ammiraglio
Horthy da parte dell’Assemblea
Nazionale a reggente del regno di
Ungheria (1° marzo 1920) veniva a
suggellare legalmente la costruzione
statale dell’Ungheria
controrivoluzionaria. Il nuovo
regime era la risultante di un
compromesso tra le vecchie forze
lealiste, che avrebbero voluto la
restaurazione della monarchia
asburgica, e quelle (non molto piů
progressiste, a dire il vero)
facenti capo a Horthy, che
propugnavano invece l’instaurazione
di una dittatura militare di destra.
Entrambe le soluzioni erano invise
alle potenze dell’Intesa e agli
Stati successori ex-asburgici, per
ragioni sia politiche sia vagamente
ideali (almeno, in quest’ultimo
caso, per le potenze occidentali).
La lotta per il potere fra le varie
forze conservatrici e reazionarie
fece sě che in Ungheria, negli anni
Venti, si avesse un andirivieni di
governi, frutto di coalizioni
instabili e provvisorie, ma
indubbiamente impegnati nella piena
difesa degli interessi del grande
latifondo e del capitale
finanziario, e solo marginalmente
delle esigenze e delle aspirazioni
della piccola borghesia e dei
piccoli proprietari di provincia.
Questi ultimi, proprio perché usati
come massa di manovra, ma poi
emarginati dal potere, tenteranno di
rifarsi negli anni Trenta, cedendo
alle lusinghe dei movimenti fascisti
sorti su imitazione di quello
italiano e, soprattutto, tedesco.
Il
Regno senza re
Con la nomina del conte István
Bethlen a presidente del Consiglio
dei ministri (14 aprile 1921) si
chiuse, per l’Ungheria, il lungo
periodo di instabilitŕ politica
succeduto al crollo della duplice
monarchia austro-ungarica (che a
causa del terrore bianco costrinse
piů di centomila persone
all’esilio), e iniziň il lungo
periodo di consolidamento di quel
particolare regime che fu il regime
horthysta.
L’Ungheria divenne un regno senza
re, in cui le prerogative regie
spettavano all’ammiraglio Horthy
nella sua qualitŕ di Reggente, al
posto di un re che non avrebbe mai
potuto farvi ritorno. A dire il
vero, l’ultimo re d’Ungheria, Carlo
IV d’Asburgo, tentň in un paio di
casi, nel marzo e nell’ottobre del
1921, di riprendersi il trono, ma il
suo piccolo e raccogliticcio
esercito venne respinto. E il 5
novembre 1921, dopo l’ultimo
tentativo, l’Assemblea nazionale
dichiarň decaduti gli Asburgo,
mettendo la parola fine a ogni
altrui velleitŕ.
Il Reggente nominava il governo tra
i componenti dei partiti di
maggioranza e doveva rispondere a
questi del proprio operato, ma non
era sottoposto che in minima parte
al controllo dell’Assemblea
nazionale, che svolgeva funzioni
legislative. Tuttavia, i membri
dell’Assemblea nazionale, a sua
volta sottoposta all’esecutivo,
erano eletti con voto palese e in
elezioni che si svolgevano in mezzo
a pressioni e intimidazioni d’ogni
sorta, in particolare in provincia.
Infine, a partire dal 1926, molte
delle questioni di competenza
dell’Assemblea nazionale vennero
assorbite dalla cosiddetta Camera
Alta. Il Reggente deteneva il
comando supremo delle forze armate
e, oltre a nominare i ministri,
poteva stipulare trattati
internazionali, ma non dichiarare la
guerra o concludere la pace. Come
sottolineato, non poteva legiferare,
ma solo sottoscrivere o respingere,
per una volta soltanto, le leggi e i
disegni di legge, i quali passavano
al suo vaglio prima di essere
presentati in aula per la
discussione. Non poteva concedere la
grazia né assegnare titoli
nobiliari, né nominare le alte
gerarchie ecclesiastiche. Poteva
perň sciogliere l’Assemblea entro
determinati limiti e in determinate
condizioni. Infine, non vennero
soppressi né nazionalizzati i
sindacati, anche se subirono molte
limitazioni e controlli polizieschi
che ne ridussero enormemente la
libertŕ d’azione.
Parallelismi e divergenze
Volendo dare una definizione, il
regime in via di formazione poteva
essere considerato piů come una
dittatura parlamentare, basata su un
sistema pluripartitico, di cui i
gruppi dominanti detenevano la
maggioranza assoluta sine die,
mentre un modesto gruppo di
opposizione, facente capo alla
piccola e media borghesia, svolgeva
il ruolo di minoranza riconosciuta,
assieme a un’opposizione di estrema
destra, i cui modi violenti e
prevaricatori, soprattutto in
provincia, venivano in qualche modo
tollerati. Questa destra estrema era
composta in prevalenza da ufficiali
dell’esercito, da funzionari, da
impiegati statali e dai cosiddetti “panmagiari”,
che, in sintonia con le associazioni
irredentiste, auspicavano la
ridistribuzione del potere tra i
ceti medi e l’esclusione degli ebrei
dalla societŕ ungherese, pur
restando ostili anche alla vecchia
classe dirigente, capitalista e
latifondista. Era stata questa
schiera reazionaria, perň, a
spianare la strada a Horthy. Da
questo sistema di potere erano
esclusi i partiti di massa della
sinistra, ad eccezione del Partito
Socialdemocratico. Il quadro si
completa se si aggiunge che giŕ nel
1919 il cosiddetto “programma
nazionale” di Horthy e dei gruppi
facenti parte del governo di Szeged
aveva compreso alcuni punti
programmatici, tipici di lě a poco
dei movimenti fascisti e nazisti,
quali la teoria razziale,
l’antisemitismo, il nazionalismo
acceso e la revisione dei trattati
(questo punto aggiunto
successivamente). Pur concordando
con Gizella Nemeth Papo e Adriano
Papo sul fatto che “il regime
horthysta non fu né una dittatura
militare, né una dittatura
totalitaria, in quanto non aveva una
base di massa, né era affiancato da
quelle organizzazioni politiche
parastatali in genere dedite a
modellare i comportamenti e la
mentalitŕ dei cittadini secondo
l’ideologia della maggioranza al
potere [...]” (Nemeth
Papo-Papo, 2019: 170), resta il
fatto che si puň parlare di una
sostanza fascista del regime di
Horthy, la quale si andň
consolidando nel periodo compreso
tra il 1921 e il 1931, e ciň
nonostante il fatto che tutti, o
quasi, gli elementi formali della
legalitŕ democratica venissero
mantenuti – cosa, peraltro, non
diversa da quanto fece il fascismo
italiano nella sua fase iniziale.
Volendo istituire un confronto fra
l’Italia fascista e l’Ungheria
horthysta, la differenza
fondamentale la si ritrova nel fatto
che il regime ungherese non ebbe una
base di massa come il fascismo, non
ebbe la forza di sospendere il
Parlamento e di mettere fuorilegge
tutti i partiti, ma continuň, in un
certo senso, a mantenere operante
quel compromesso fra le forze
legalitarie di destra e le forze
eversive di estrema destra che aveva
permesso – complice l’intervento
militare delle Potenze dell’Intesa –
l’abbattimento della Repubblica
sovietica di Béla Kun. Enzo Collotti,
da un lato, ricorda come “l’Ungheria
fu il primo paese in Europa che fin
dal 1920 stabilě una normativa
ufficiale di discriminazione degli
ebrei, adottando il sistema del
numerus clausus, come limite
all’eccesso della loro presenza
nell’ambito professionale e
produttivo”; dall’altro, evidenzia
come l’Ungheria horthysta si
sottraesse alle “linee di un sistema
istituzionale di tipo fascista”,
poiché essa “conservň la parvenza di
un sistema parlamentare, ruotante
intorno a un blocco di governo, a un
blocco politico sostanzialmente
conservatore, cui facevano riscontro
un blocco di potere e un blocco
sociale rappresentati dalla
convergenza di aristocrazia
terriera, quadri militari e Chiesa
cattolica” (Collotti, 2000: 157).
Pertanto, il mantenimento puramente
formale dell’istituzione
parlamentare permise al regime di
Horthy di affermarsi e di
consolidarsi sotto lo sguardo
benevolo delle potenze dell’Intesa,
quelle stesse potenze che lo avevano
preferito quale “male minore” al
regime comunista. I radicali di
destra ebbero un buon momento tra il
1919 e il 1922, quindi cominciarono
a tramontare. Costoro – come mette
in evidenza Stanley G. Payne –
“erano influenzati dal fascismo
italiano, ma anche dal nazismo. Il
loro leader era un ufficiale
dell’esercito, Gyula Gömbös, e in
seguito Béla Imrédy, che si erano
impossessati di alcuni simboli del
fascismo”, teorizzando “un sistema
autoritario radicale di destra
basato sulla burocrazia e
l’esercito, con un solo partito di
Stato” (S. G. Payne, 1999: 274).
Sarŕ nel corso della seconda metŕ
degli anni Venti che il governo di
Gömbös, in un momento di particolare
avvicinamento all’Italia fascista,
che si presentava come garante del
revisionismo degli Stati minori,
coltivň la tendenza a rinsaldare i
legami con l’Italia, appoggiando
anche lo sviluppo della Heimwehr in
Austria. “L’Ungheria voleva
rinsaldare la sua autonomia ma si
sentiva spiritualmente e
politicamente nell’area del
fascismo. Il governo Imrédy accentuň
questo atteggiamento inasprendo il
momento antisemita” (Collotti,
ivi). Eppure, la maggiore
espressione del fascismo ungherese,
i seguaci di Ferenc Szálasi, era il
movimento delle cosiddette Croci
frecciate, il piů popolare a partire
dal 1939.
Per quanto concerne il potere
sostanziale, il regime di Horthy
deteneva saldamente il potere
attraverso i grandi proprietari
terrieri, i quali erano anche gli
esponenti di punta dell’apparato
governativo, e i grossi finanzieri
(alcuni dei quali anche ebrei).
Faceva da supporto a questa alleanza
feudal-capitalista, di volta in
volta, i contadini medi e la piccola
nobiltŕ di campagna, parte della
piccola e media borghesia, nonché la
Chiesa cattolica, che appoggiava
l’ideologia nazionalista e
revanscista dell’entourage
dell’ammiraglio, definitasi meglio
verso metŕ degli anni Venti.