[ISSN 1974-028X]

[REGISTRAZIONE AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA N° 577/2007 DEL 21 DICEMBRE] *

 

N° 222 / GIUGNO 2026 (CCLIII)


contemporanea

Il regno senza re
Horthy e la fascistizzazione dell'Ungheria (1919-1944) / I

di Giuseppe Tramontana

 

Quando, la mattina del 16 novembre 1919, le strade di Budapest vennero attraversate come in una parata dalle truppe della cosiddetta Armata Nazionale Magiara, guidate dall’ultimo comandante in capo della Marina austriaca, il contrammiraglio Miklós Horthy, troneggiante sul suo cavallo bianco quasi fosse una nave ammiraglia, non furono molti nella capitale magiara a tirare un sospiro di sollievo. Quello stesso giorno, infatti, l’ammiraglio pronunciň un tremendo discorso di ammonimento contro la cittŕ da lui definita “colpevole” per essere stata l’anima della rivoluzione comunista di Béla Kun. Giŕ in questa accusa c’erano tutte le premesse della linea apertamente reazionaria che sarebbe stata seguita da quelle componenti politiche e sociali che vedevano in Horthy, forte del suo raccogliticcio esercito – pomposamente chiamato, appunto, Armata Nazionale Magiara –, un elemento di raccordo e di riferimento per tutto il movimento controrivoluzionario ungherese.

 

Nei pochi mesi trascorsi dalla fine del primo conflitto mondiale fino a quel giorno, in Ungheria si erano avvicendati ben cinque governi e due rivoluzioni. Delle due rivoluzioni, la prima, quella cosiddetta delle “rose d’autunno” (31 ottobre 1918), guidata dalle forze democratico-radicali con l’appoggio dei socialdemocratici, aveva sancito il distacco dell’Ungheria dalla monarchia asburgica e proclamato una repubblica parlamentare di tipo occidentale; la seconda rivoluzione, quella comunista di Béla Kun (21 marzo 1919), aveva dato vita per 133 giorni alla Repubblica ungherese dei Soviet, una via di mezzo fra la Comune di Parigi del 1871 e la Repubblica dei Soviet russi. Come scrive Péter Hának, la dittatura proletaria ungherese fu accettata senza resistenza anche da coloro che non erano d’accordo con il suo programma di politica interna, per il fatto che vedevano in essa il rifiuto della nota Vix, ovvero il diktat emanato il 20 marzo dal luogotenente-colonnello francese Vix, dietro indicazione dei vincitori della guerra, di creare una fascia neutrale di una cinquantina di chilometri tra Romania e Ungheria al fine di prevenire un eventuale intervento della Russia sovietica (Hának, 1996: 197).

 

L’autoritŕ amministrativa centrale e locale fu assunta direttamente dai consigli operai; si procedette alla nazionalizzazione di tutte le industrie, delle miniere, delle aziende di trasporto e comunicazioni che avessero alle loro dipendenze piů di venti persone, delle banche, delle societŕ finanziarie, delle imprese commerciali all’ingrosso e al dettaglio. L’ordine interno era assicurato dalle Guardie rosse, mentre si cominciava a costituire l’Armata rossa ungherese. Furono nazionalizzate le scuole, venne attuata la separazione tra Stato e Chiesa e venne messo in opera un vasto lavoro di formazione politica delle masse. Il 4 aprile del 1919 tutte le proprietŕ fondiarie medie e grandi divennero “proprietŕ dello Stato proletario”, senza indennizzo, ma fu vietata la distribuzione delle terre. Il successo di questa rivoluzione era stato determinato soprattutto dalla mancanza di coesione fra le forze democratiche e, in una situazione di grave caos post-bellico, dall’alleanza tra il Partito Socialdemocratico (con l’esclusione della sua ala destra) e il Partito Comunista, forte nei consigli operai della cintura industriale di Budapest.

 

Per quanto riguarda i cinque governi, a quello democratico e progressista dell’ex conte Mihály Károlyi, primo e unico presidente della neonata Repubblica ungherese (16 novembre 1918 - 21 marzo 1919), aveva fatto seguito quello social-comunista presieduto da Béla Kun (21 marzo - 1° agosto 1919). Per contrastare l’ateismo del governo comunista e arrestare l’avanzata della rivoluzione, si formarono varie associazioni reazionarie e controrivoluzionarie, appoggiate militarmente da truppe cecoslovacche, romene e francesi. Il 1° luglio 1919 era nata a Szeged, per volontŕ del professore universitario Vilmos Pröhle, la Etelközi Szövetség (Alleanza di Etelköz, regione a nord del Mar Nero, dove per un periodo avevano vissuto i patrioti aderenti all’associazione), diretta soprattutto a contrastare l’influenza della massoneria. Questa associazione – in codice EX o anche semplicemente X, in seguito ET – era la maggiore tra le organizzazioni irredentiste. Nel 1920 si uně con altri gruppi di estrema destra, come la Egyesült Keresztény Liga (Lega Cristiana Unitaria) di Károly Wolff, di cui faceva parte anche il futuro Presidente del Consiglio István Bethlen. Altra associazione della destra estrema, ma di orientamento meno radicale della EX e con un’attivitŕ “maggiormente volta alla propaganda da esplicare tramite la realizzazione di statue e pitture su temi nazionalistici” (Nemeth Papo-Papo, 2013: 202), era la Védő Ligák Országos Szövetsége, Alleanza Nazionale delle Leghe per la Difesa, di cui era animatore Nándor Urmánczy. Vi erano poi la Magyarország Területi Épségének Ligája o Területvédő Liga (Lega per la Difesa dell’Integritŕ Territoriale dell’Ungheria) e la Kettőskereszt Vérszövetség (Unione del Sangue della Doppia Croce).

 

Tuttavia, l’organizzazione piů importante era la Magyar Országos Véderő Egyesület/MOVE (Associazione Magiara di Difesa Nazionale), sorta il 18 gennaio 1919 come struttura controrivoluzionaria, nazionalista e militarista. Ne era presidente Gyula Gömbös, mentre il 5 luglio 1919, nella riunione di fondazione ufficiale presso il teatro cittadino di Szeged, ne venne nominato presidente onorario l’ammiraglio Miklós Horthy. E fu in quell’occasione che il futuro reggente, in un infuocato discorso, attaccň i francesi, rei di sostenere un governo – quello di Károlyi – di avventurieri, rivendicando l’appoggio solo a un governo di destra. In effetti, il 1° agosto successivo, il governo Károlyi cadde. In seguito all’occupazione militare di Budapest da parte dell’esercito romeno e al crollo su tutti i fronti dell’esercito rosso della Repubblica dei Consigli, attaccato sia dagli eserciti dell’Intesa sia dalle forze controrivoluzionarie ungheresi guidate proprio da Horthy, si formň un governo di transizione dalla vita assai breve (dal 1° al 6 agosto), il cosiddetto governo sindacale. Composto per la maggior parte da esponenti socialdemocratici moderati, fu ben presto fortemente condizionato dalle forze di destra e di estrema destra, espressione del vecchio ceto aristocratico, le quali avevano dato il via a una violenta campagna di terrore bianco e di repressione antidemocratica, con episodi raccapriccianti denunciati all’opinione pubblica mondiale dai rappresentanti dell’Intesa presenti in Ungheria.

 

Tra i piů brutali aguzzini si distinsero gli uomini della cosiddetta Armata Nazionale, agli ordini di Pál Prónay. Durante il trasferimento da Szeged a Budapest gli uomini di Prónay “compiono atti d’estrema violenza inaudita sulla popolazione dei villaggi, invadendo le carceri e assassinandone i detenuti, rapendo e ricattando ricchi mercanti ebrei, seviziando le donne contadine ed ebree, collezionando orecchie come talismani e impiccando i servi delle proprietŕ agricole”, rei, questi ultimi, di aver assaltato, alla fine della guerra, le grandi proprietŕ (Nemeth Papo-Papo, cit.: 204-206). Questo governo, intrinsecamente debole e contraddittorio, venne facilmente spodestato da quello marcatamente conservatore e reazionario, violentemente antisemita e formato da elementi dell’aristocrazia e dell’alta finanza, guidato da István Friedrich (7 agosto - 22 novembre 1919). Questo governo era praticamente emanazione dell’arciduca Giuseppe d’Asburgo (cugino dell’ultimo imperatore, Carlo I), nominato per la seconda volta governatore dell’Ungheria dalle truppe romene che occupavano Budapest. Tuttavia, nel persistente clima di terrore, pogrom e stragi, il governo Friedrich non venne riconosciuto dalle potenze dell’Intesa e dagli Stati slavi successori della monarchia austro-ungarica, in quanto vi vedevano un tentativo di restaurazione asburgica. L’intervento delle grandi potenze e l’invio a Budapest del diplomatico britannico George Clerk, rappresentante alla Conferenza di pace di Parigi, portarono alla costituzione di un governo accettabile, il 24 novembre, sotto la presidenza di Károly Huszár. Come nota Hának, “gran parte del nuovo gabinetto era formata dalla coalizione di partiti cristiano-nazionali, ma anche i socialdemocratici e l’opposizione borghese vi avevano i loro rappresentanti. Dopo aver prelevato i beni che corrispondevano alle riparazioni di guerra – il cui ammontare avevano esse stesse fissato arbitrariamente – le truppe romene evacuarono dapprima Budapest, poi, nel marzo 1920, la regione al di lŕ della Tisza. In conformitŕ col volere delle potenze dell’Intesa, il nuovo regime doveva essere fondato sul parlamentarismo borghese e accordare un’esistenza legale al Partito socialdemocratico e all’opposizione borghese” (Hának, cit.: 206-207).

 

Contemporaneamente al governo comunista di Béla Kun e in opposizione ad esso, era sorto, su iniziativa delle forze controrivoluzionarie facenti capo a Pál Teleki, allo stesso Bethlen e a Horthy, il cosiddetto governo nazionale, con sede prima ad Arad e poi a Szeged, nell’Ungheria meridionale, occupata dalle truppe francesi. E fu proprio con il benestare francese che vide la luce questo governo controrivoluzionario (Primo ministro Teleki, Ministro della Guerra Horthy), chiamato successivamente governo di Szeged, espressione anch’esso – cosě come il governo Friedrich a Budapest – del ceto dirigente aristocratico e latifondista della vecchia Ungheria. Horthy venne nominato anche comandante supremo di una sedicente Armata Nazionale Magiara. Il governo di Szeged, “contemporaneo a quelli succedutisi a Budapest nel 1919, e soprattutto il suo capo militare, Miklós Horthy, avrebbero finito per trovare credito, in un primo tempo negato, presso le forze dell’Intesa” (Sangiorgi, 1927: 55), che li avrebbe preferiti al governo ugualmente reazionario di Friedrich, il quale, perň, forniva meno garanzie a causa dei suoi legami con gli Asburgo e con le forze piů scioviniste.

 

La candidatura Horthy

 

La candidatura di Miklós Horthy a futuro capo dell’Ungheria, previa rinuncia a qualsiasi ipotesi di restaurazione asburgica, era ben vista sia dagli ambienti italiani sia da quelli inglesi, oltre che, naturalmente, da quelli francesi, che lo avevano appoggiato militarmente. Peraltro, essendo l’ammiraglio un noto anticomunista, “il che lo porta a considerare come traditori della patria tutti quelli che a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo abbiano collaborato con il regime bolscevico” (Biagini, 2006: 98), rappresentava per le potenze occidentali una forma di baluardo contro l’espansionismo dei Soviet. Inoltre, egli stesso si era reso disponibile a un compromesso con le forze moderate ungheresi (cristiano-sociali, liberali, socialdemocratici di destra) per la formazione di un governo di coalizione di cui egli si sarebbe fatto imparziale garante e che avrebbe permesso all’Ungheria di partecipare alle trattative di pace di Parigi con un governo ufficiale e riconosciuto da tutti (fatto che poi avvenne e portň alla firma del Trattato del Trianon del 4 giugno 1920, con il quale il paese perdeva i due terzi dell’antico territorio), cosa che maggiormente premeva agli Stati successori della monarchia asburgica.

 

Difatti, il giorno successivo all’ingresso delle truppe horthyste a Budapest, il 17 novembre 1919, si tenne, su iniziativa del giŕ citato Sir George Clerk, un’importantissima riunione, che avrebbe spianato la strada alla formazione di un governo di unitŕ nazionale. Alla riunione parteciparono, oltre al diplomatico inglese e all’ammiraglio Horthy, esponenti del governo Teleki di Szeged e del governo Friedrich di Budapest, e i personaggi piů in vista dell’aristocrazia e dell’alta finanza magiara, in parte raggruppabili nei seguenti partiti: il Partito Cristiano-nazionale unitario, il Partito dei Lavoratori agricoli e dei piccoli proprietari, il Partito Operaio cristiano e il Partito Operaio ungherese (naturalmente non marxisti), il Partito Nazionale ungherese e, infine, i partiti che si opponevano al blocco cristiano, cioč il Partito nazionale democratico e il Partito Socialdemocratico (epurato degli elementi marxisti). Dopo alcuni giorni di discussioni, durante i quali gli elementi liberali, democratici e socialdemocratici (in netta minoranza rispetto al blocco conservatore) si batterono affinché il costituendo governo si impegnasse a garantire al paese le principali libertŕ democratiche, il 25 novembre si formň il nuovo esecutivo sotto la guida di Károly Huszár. Fu questo governo a riprendere le trattative di pace con l’Intesa e a predisporre nuove elezioni a suffragio universale e segreto, che si tennero nel gennaio 1920 e videro l’affermazione del Partito dei piccoli proprietari e la conquista di qualche seggio per il partito democratico nazionale, che rappresentava l’opposizione borghese. Ricostruito il Parlamento, la questione piů importante dal punto di vista della forma istituzionale era la scelta tra monarchia e repubblica.

 

All’esterno le grandi potenze, gli Stati Uniti in particolare, erano contrarie al mantenimento della forma monarchica, nel timore che potessero riprendere corpo progetti velleitari e forieri di possibili nuovi conflitti per il ritorno alla consistenza territoriale del regno dell’Ungheria storica; all’interno, invece, il Parlamento prese proprio la decisione opposta, ossia di mantenere in vita il regime monarchico per non interrompere la continuitŕ giuridica dello Stato. Applicando un antico precedente, votň la reggenza, affidandola all’ammiraglio Horthy. Questi si avvalse dell’appoggio dei militari (che il 1° marzo 1920 occuparono il Parlamento) e della maggior parte dei politici avversi a quanti sostenevano il ritorno della dinastia asburgica sulla base della mancata abdicazione formale di Carlo IV. Tuttavia, come sottolinea Antonello Biagini, malgrado quest’ultimo “accarezzi inutili sogni – tenta invano di riconquistare il potere per ben due volte (marzo e ottobre 1921) – l’ipotesi č decisamente contrastata dagli stati vicini, che non ignorano i pericoli legati a una restaurazione legittimista e dunque alla possibile revisione dei confini a favore dell’Ungheria” (Biagini, 2006: 99). In buona sostanza, contro i tentativi di restaurazione prevalse l’opposizione di Horthy e delle forze armate che gli erano fedeli. L’Ungheria diventerŕ “una monarchia senza re governata da un ammiraglio senza flotta”.

 

Un potere reazionario

 

Nato dall’alleanza fra le forze reazionarie del paese, vere detentrici del potere, con una partecipazione piů che altro di facciata di alcune componenti moderate della societŕ magiara, sostenuto militarmente dall’armata parafascista di Horthy, il nuovo governo Huszár non sarebbe stato in grado di mantenere le promesse fatte al paese e gli impegni assunti con le potenze dell’Intesa, e cioč garantire il libero svolgimento di elezioni, i pieni diritti e le libertŕ dei cittadini, nonché l’ordine pubblico, inteso come difesa di questi diritti e di queste libertŕ, e non come repressione e annientamento delle forze democratiche d’opposizione. Le premesse di quello che diventerŕ un vero e proprio regime autoritario erano giŕ tutte insite nei rapporti di forza squilibrati a favore dei ceti conservatori e reazionari presenti nel governo di unitŕ nazionale e nel modo con cui esso amministrerŕ le elezioni politiche per la nuova assemblea nazionale. Fin dal loro esordio, “Horthy diede vita a un sistema politico originale. Gran parte dei ministri e degli alti funzionari dei governi interbellici ungheresi possedevano esperienze di governo dal periodo prebellico o avevano svolto un apprendistato politico, militare o amministrativo negli apparati dell’impero” (Bottoni, 2024: 146).

 

La lotta fra i diversi gruppi delle classi dominanti (destra ed estrema destra) per assicurarsi il potere durerŕ per circa due anni, parallelamente a un’ondata di terrore bianco che sconvolse soprattutto le regioni transdanubiane dell’Ungheria, con circa 5.000 vittime e 70.000 fra arrestati e internati in speciali lager, i primi del genere in Europa.

 

Le elezioni per l’Assemblea nazionale, che si svolsero nel gennaio 1920 in mezzo a una serie infinita di soprusi, illeciti, violenze e minacce (il voto era palese) contro le forme piů moderate, e che arrivarono anche all’eliminazione fisica degli oppositori democratici, finirono col dare una maggioranza parlamentare, comunque sempre instabile, a formazioni politiche dichiaratamente conservatrici o espressione dell’establishment aristocratico-feudale.

 

Poco dopo, la nomina dell’ammiraglio Horthy da parte dell’Assemblea Nazionale a reggente del regno di Ungheria (1° marzo 1920) veniva a suggellare legalmente la costruzione statale dell’Ungheria controrivoluzionaria. Il nuovo regime era la risultante di un compromesso tra le vecchie forze lealiste, che avrebbero voluto la restaurazione della monarchia asburgica, e quelle (non molto piů progressiste, a dire il vero) facenti capo a Horthy, che propugnavano invece l’instaurazione di una dittatura militare di destra. Entrambe le soluzioni erano invise alle potenze dell’Intesa e agli Stati successori ex-asburgici, per ragioni sia politiche sia vagamente ideali (almeno, in quest’ultimo caso, per le potenze occidentali). La lotta per il potere fra le varie forze conservatrici e reazionarie fece sě che in Ungheria, negli anni Venti, si avesse un andirivieni di governi, frutto di coalizioni instabili e provvisorie, ma indubbiamente impegnati nella piena difesa degli interessi del grande latifondo e del capitale finanziario, e solo marginalmente delle esigenze e delle aspirazioni della piccola borghesia e dei piccoli proprietari di provincia. Questi ultimi, proprio perché usati come massa di manovra, ma poi emarginati dal potere, tenteranno di rifarsi negli anni Trenta, cedendo alle lusinghe dei movimenti fascisti sorti su imitazione di quello italiano e, soprattutto, tedesco.

 

Il Regno senza re

 

Con la nomina del conte István Bethlen a presidente del Consiglio dei ministri (14 aprile 1921) si chiuse, per l’Ungheria, il lungo periodo di instabilitŕ politica succeduto al crollo della duplice monarchia austro-ungarica (che a causa del terrore bianco costrinse piů di centomila persone all’esilio), e iniziň il lungo periodo di consolidamento di quel particolare regime che fu il regime horthysta.

 

L’Ungheria divenne un regno senza re, in cui le prerogative regie spettavano all’ammiraglio Horthy nella sua qualitŕ di Reggente, al posto di un re che non avrebbe mai potuto farvi ritorno. A dire il vero, l’ultimo re d’Ungheria, Carlo IV d’Asburgo, tentň in un paio di casi, nel marzo e nell’ottobre del 1921, di riprendersi il trono, ma il suo piccolo e raccogliticcio esercito venne respinto. E il 5 novembre 1921, dopo l’ultimo tentativo, l’Assemblea nazionale dichiarň decaduti gli Asburgo, mettendo la parola fine a ogni altrui velleitŕ.

 

Il Reggente nominava il governo tra i componenti dei partiti di maggioranza e doveva rispondere a questi del proprio operato, ma non era sottoposto che in minima parte al controllo dell’Assemblea nazionale, che svolgeva funzioni legislative. Tuttavia, i membri dell’Assemblea nazionale, a sua volta sottoposta all’esecutivo, erano eletti con voto palese e in elezioni che si svolgevano in mezzo a pressioni e intimidazioni d’ogni sorta, in particolare in provincia. Infine, a partire dal 1926, molte delle questioni di competenza dell’Assemblea nazionale vennero assorbite dalla cosiddetta Camera Alta. Il Reggente deteneva il comando supremo delle forze armate e, oltre a nominare i ministri, poteva stipulare trattati internazionali, ma non dichiarare la guerra o concludere la pace. Come sottolineato, non poteva legiferare, ma solo sottoscrivere o respingere, per una volta soltanto, le leggi e i disegni di legge, i quali passavano al suo vaglio prima di essere presentati in aula per la discussione. Non poteva concedere la grazia né assegnare titoli nobiliari, né nominare le alte gerarchie ecclesiastiche. Poteva perň sciogliere l’Assemblea entro determinati limiti e in determinate condizioni. Infine, non vennero soppressi né nazionalizzati i sindacati, anche se subirono molte limitazioni e controlli polizieschi che ne ridussero enormemente la libertŕ d’azione.

 

Parallelismi e divergenze

 

Volendo dare una definizione, il regime in via di formazione poteva essere considerato piů come una dittatura parlamentare, basata su un sistema pluripartitico, di cui i gruppi dominanti detenevano la maggioranza assoluta sine die, mentre un modesto gruppo di opposizione, facente capo alla piccola e media borghesia, svolgeva il ruolo di minoranza riconosciuta, assieme a un’opposizione di estrema destra, i cui modi violenti e prevaricatori, soprattutto in provincia, venivano in qualche modo tollerati. Questa destra estrema era composta in prevalenza da ufficiali dell’esercito, da funzionari, da impiegati statali e dai cosiddetti “panmagiari”, che, in sintonia con le associazioni irredentiste, auspicavano la ridistribuzione del potere tra i ceti medi e l’esclusione degli ebrei dalla societŕ ungherese, pur restando ostili anche alla vecchia classe dirigente, capitalista e latifondista. Era stata questa schiera reazionaria, perň, a spianare la strada a Horthy. Da questo sistema di potere erano esclusi i partiti di massa della sinistra, ad eccezione del Partito Socialdemocratico. Il quadro si completa se si aggiunge che giŕ nel 1919 il cosiddetto “programma nazionale” di Horthy e dei gruppi facenti parte del governo di Szeged aveva compreso alcuni punti programmatici, tipici di lě a poco dei movimenti fascisti e nazisti, quali la teoria razziale, l’antisemitismo, il nazionalismo acceso e la revisione dei trattati (questo punto aggiunto successivamente). Pur concordando con Gizella Nemeth Papo e Adriano Papo sul fatto che “il regime horthysta non fu né una dittatura militare, né una dittatura totalitaria, in quanto non aveva una base di massa, né era affiancato da quelle organizzazioni politiche parastatali in genere dedite a modellare i comportamenti e la mentalitŕ dei cittadini secondo l’ideologia della maggioranza al potere  [...]” (Nemeth Papo-Papo, 2019: 170), resta il fatto che si puň parlare di una sostanza fascista del regime di Horthy, la quale si andň consolidando nel periodo compreso tra il 1921 e il 1931, e ciň nonostante il fatto che tutti, o quasi, gli elementi formali della legalitŕ democratica venissero mantenuti – cosa, peraltro, non diversa da quanto fece il fascismo italiano nella sua fase iniziale.

 

Volendo istituire un confronto fra l’Italia fascista e l’Ungheria horthysta, la differenza fondamentale la si ritrova nel fatto che il regime ungherese non ebbe una base di massa come il fascismo, non ebbe la forza di sospendere il Parlamento e di mettere fuorilegge tutti i partiti, ma continuň, in un certo senso, a mantenere operante quel compromesso fra le forze legalitarie di destra e le forze eversive di estrema destra che aveva permesso – complice l’intervento militare delle Potenze dell’Intesa – l’abbattimento della Repubblica sovietica di Béla Kun. Enzo Collotti, da un lato, ricorda come “l’Ungheria fu il primo paese in Europa che fin dal 1920 stabilě una normativa ufficiale di discriminazione degli ebrei, adottando il sistema del numerus clausus, come limite all’eccesso della loro presenza nell’ambito professionale e produttivo”; dall’altro, evidenzia come l’Ungheria horthysta si sottraesse alle “linee di un sistema istituzionale di tipo fascista”, poiché essa “conservň la parvenza di un sistema parlamentare, ruotante intorno a un blocco di governo, a un blocco politico sostanzialmente conservatore, cui facevano riscontro un blocco di potere e un blocco sociale rappresentati dalla convergenza di aristocrazia terriera, quadri militari e Chiesa cattolica” (Collotti, 2000: 157).

 

Pertanto, il mantenimento puramente formale dell’istituzione parlamentare permise al regime di Horthy di affermarsi e di consolidarsi sotto lo sguardo benevolo delle potenze dell’Intesa, quelle stesse potenze che lo avevano preferito quale “male minore” al regime comunista. I radicali di destra ebbero un buon momento tra il 1919 e il 1922, quindi cominciarono a tramontare. Costoro – come mette in evidenza Stanley G. Payne – “erano influenzati dal fascismo italiano, ma anche dal nazismo. Il loro leader era un ufficiale dell’esercito, Gyula Gömbös, e in seguito Béla Imrédy, che si erano impossessati di alcuni simboli del fascismo”, teorizzando “un sistema autoritario radicale di destra basato sulla burocrazia e l’esercito, con un solo partito di Stato” (S. G. Payne, 1999: 274). Sarŕ nel corso della seconda metŕ degli anni Venti che il governo di Gömbös, in un momento di particolare avvicinamento all’Italia fascista, che si presentava come garante del revisionismo degli Stati minori, coltivň la tendenza a rinsaldare i legami con l’Italia, appoggiando anche lo sviluppo della Heimwehr in Austria. “L’Ungheria voleva rinsaldare la sua autonomia ma si sentiva spiritualmente e politicamente nell’area del fascismo. Il governo Imrédy accentuň questo atteggiamento inasprendo il momento antisemita” (Collotti, ivi). Eppure, la maggiore espressione del fascismo ungherese, i seguaci di Ferenc Szálasi, era il movimento delle cosiddette Croci frecciate, il piů popolare a partire dal 1939.

 

Per quanto concerne il potere sostanziale, il regime di Horthy deteneva saldamente il potere attraverso i grandi proprietari terrieri, i quali erano anche gli esponenti di punta dell’apparato governativo, e i grossi finanzieri (alcuni dei quali anche ebrei). Faceva da supporto a questa alleanza feudal-capitalista, di volta in volta, i contadini medi e la piccola nobiltŕ di campagna, parte della piccola e media borghesia, nonché la Chiesa cattolica, che appoggiava l’ideologia nazionalista e revanscista dell’entourage dell’ammiraglio, definitasi meglio verso metŕ degli anni Venti.

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[ iscrizione originaria (aggiornata 2007) al tribunale di Roma (editore eOs): n° 215/2005 del 31 maggio ]