N° 226
/ OTTOBRE 2026 (CCLVII)
|
moderna
SULLA REGALITÀ FEMMINILE
Maria d’Asburgo, DALL’Ungheria Ai
Paesi bassi
di Mariano Ciarletta
Negli
ultimi anni, l’attenzione degli
storici è spesso convenuta
sull’articolazione del potere
femminile autonomo, informale e
collaterale a quello maschile. Nel
solco scavato da queste indagini si
inserisce la storia della regalità
femminile, le cui protagoniste
divengono artefici di spazi d’azione
informale e di accurati sistemi
di patronage e matronage.
Questi
elementi hanno contribuito a
plasmare una specifica identità del
potere delle donne, mostrando molto
spesso una realtà complessa,
policefala e variabile. A proposito
del potere delle regine, molto è
stato scritto sui
corpi
delle regnanti Elisabetta I e
Cristina di Svezia. Su di loro si
abbatté il severo giudizio della
libellistica del tempo.
Nel
caso della sovrana anglosassone fu
la produzione di matrice cattolica a
contestarne la vita e le scelte
politiche, mentre di Cristina
di Svezia, indomita erede di Gustavo
II Adolfo, ci rimangono
interpretazioni spesso fuorvianti
relativamente alla sua natura, alle
scelte personali e al suo governo.
D’altra parte, proprio nei secoli
centrali della modernità, la
libellistica corroborerà
un’interpretazione personalistica,
politicizzata e spesso screditante
del governo femminile. Uno spazio
altrettanto considerevole è stato
riservato alla categoria delle
sovrane consorti, le quali
riuscirono ad affermare un proprio
potere nelle corti europee
esercitando una fattiva influenza
sui coniugi e sulla componente
aristocratica maschile. Nondimeno,
la storia delle reggenti offre
esempi di costante e necessaria
rimodulazione del potere.
D’altra parte, il ruolo si esplicava
all’assenza o alla morte del
coniuge, comportando l’acquisizione
di nuove e significative
responsabilità, anche in territori
sconosciuti. Durante la reggenza
risultavano fondamentali la
salvaguardia di una personale
funzione governativa e la tutela
della primogenitura maschile,
frequentemente minacciata da
pericolose pretensions pianificate
dentro e fuori gli ambienti di
corte. In questo clima di difesa,
gli
affetti divenivano marginali e
trascurabili. Era invece essenziale,
come accadde durante i governi di
Caterina de’ Medici, Maria de’
Medici, Anna d’Austria e Cristina di
Borbone, il costante esercizio del
legittimo principio di autorità.
Principio che diveniva più urgente
nel passaggio dalla posizione di
sovrane consorti a quella di
governatrici di territori spesso
soggetti a tensioni e crisi interne.
La
collana nazionale degli studi sul
Belgio costituisce un prezioso punto
di partenza per recuperare le fasi
che caratterizzano la storia dei
Paesi Bassi e, più in generale, i
momenti salienti della vita di Maria
d’Asburgo. Nata a Bruxelles,
quarta figlia di Filippo il Bello e
Giovanna la Pazza,
venne
battezzata il 20 settembre presso la
chiesa di Sablon al cospetto
dell’intera nobiltà fiamminga. Alla
cerimonia era presente anche
Massimiliano d’Asburgo, che avrebbe
rivestito un ruolo cruciale nella
sua vita. L’Imperatore del Sacro
Romano Impero desiderava
concretizzare le pretensioni sulla
Boemia e sull’Ungheria, creando una
soda unione con re Ladislao.
I
progetti di Massimiliano si
realizzeranno il 22 luglio 1515 con
il sacro vincolo nella cattedrale di
Saint-Étienne (Vienna).
A soli dieci anni, Maria venne
promessa a Luigi II Jagellone, erede
di Ladislao, che nel 1506 era
frattanto divenuto re di Ungheria e
di Boemia. Lo scopo consisteva nel
suggellare l’unione di due regni
potentissimi, per unire le forze
contro la preoccupante avanzata
ottomana. L’effettivo matrimonio
avvenne nel 1522, nella stessa data
in cui il fratello di Maria,
Ferdinando d’Asburgo, contraeva
matrimonio con Anna di
Boemia. Durante il soggiorno
ungherese, la regina consorte iniziò
a manifestare una profonda
sensibilità verso i movimenti
evangelici, che l’accompagnerà anche
durante il tumultuoso governo dei
Paesi Bassi.
D’altra
parte, gli ideali della Riforma
stavano pericolosamente permeando le
corti europee, trovando segreta
accoglienza in molti cenacoli
guidati da rilevanti profili
femminili.
Nel
1526 la ferocia di Solimano spinse
gli ungheresi in guerra. Cercando di
contenere l’espansionismo turco,
Luigi II Jagellone trovò la morte
nella battaglia di Mohács. La
storiografia sottolinea l’autentico
dolore di Maria per la perdita del
suo sposo, dal quale scaturì
la ferma volontà di non risposarsi.
Risoluta nella condizione di vedova,
la regina vedova venne nominata
reggente di Ungheria e Boemia nella
dieta di Pietroburgo (1528). Nel
1531 dovette tuttavia anteporre il
dovere agli affetti familiari,
accettando l’incarico
di governatrice dei Paesi Bassi, del
quale era stata investita l’abile
Margherita d’Asburgo, zia della
stessa Maria, protagonista della
celebre pace di Cambrai (1529),
morta a Malines nel 1530. La
reggente riteneva più adatto per
tale compito il fratello Ferdinando,
che tuttavia le venne imposto dal
fratello Carlo V.
L’Imperatore del Sacro Romano Impero
Germanico si dichiarava disposto a
rispettare la volontaria vedovanza
della sorella, ma trattando dei
Paesi Bassi affermava con
fermezza che «non vi era nessuno più
qualificato di lei». La nuova carica
si esplicava in territori
irrequieti, dove era necessario un
attento bilancio relativamente alle
scelte politiche e religiose.
D’altra parte
il
riformismo evangelico era altamente
inviso ai principali esponenti di
Casa d’Austria. Cesarina Casanova ha
però osservato che le propensioni
religiose di Maria, speculari
all’identità religiosa ungherese,
non intaccarono la fedeltà della
reggente alle linee guida familiari.
Dunque, preservare un territorio da
continue tensioni sociali
significava lasciare poco spazio
all’alterità religiosa. La
governatrice perseguì una dura campagna
contro gli aderenti al pervicace
movimento anabattista, punendo
duramente coloro che vi aderivano.
Tale politica, confinata entro gli
obblighi della reggenza, assecondava
un progetto di monitoraggio di
eventuali convergenze tra il
dilagante dissenso religioso e le
ideologie rivoluzionarie in seno
alla nobiltà locale.
Tuttavia, durante gli anni trenta
del
Cinquecento, in lei riaffiorò un
atteggiamento di tolleranza verso i
simpatizzanti della teologia
erasmiana provati, successivamente
al caso Grapheus, dalla ferocia
dell’Inquisizione. Esempio di tale
mediazione è la grazia concessa al
suo cappellano Pierre Alexandre. Il
carmelitano riuscì a riparare
fortunosamente alla corte di
Heidelberg, nel Palatinato, evitando
severe implicazioni per le proprie
scelte confessionali. Tutelare i
confini di Casa d’Austria,
intercettando eventuali focolai di
ribellione al centralismo asburgico,
fu un compito costante e
inderogabile. In questo progetto di
reazione-neutralità, Maria d’Asburgo
comprovò una sottile identità di
statista. Con la sua fermezza tutelò
gli interessi commerciali nel
Baltico e protesse i Paesi Bassi
dall’espansione francese.
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