PITTURA DELLA SCONFITTA
MITO E ARTE TRA CADUTA E RINASCITA
di Fabrizio
Mastio
Quello
della sconfitta è un tema complesso,
duro e reale: genera istintivamente
un moto emozionale centrifugo nel
quale l’irrazionalità nega qualsiasi
significato. Chi perde ha torto e
consegna la disfatta alla nebbia
della storia. Ma
il mito, in questa cornice, dirada
la foschia e illumina il coraggio
della scelta di fronte
all’ineluttabilità dell’esito. Così
Omero (Iliade, XXII, 322-336)
descrive la sconfitta di un popolo
attraverso la disfatta di un uomo di
fronte al fato, personificato dal
semidio Achille: «Tutto il corpo
copriva, anche il resto, la bella
armatura di bronzo che, ucciso il
forte Patroclo, aveva predato; ma
era scoperto nel punto in cui le
clavicole il collo separano gli
omeri, in gola, dov’è istantanea la
morte; lì Achille divino con l’asta
lo colse mentre irrompeva; da parte
a parte passò per il tenero collo la
punta; l’asta pesante però la
trachea non gli recise, perché egli
ancora potesse parlare scambiando
parole. Stramazzò nella polvere e il
prode Achille gloriandosi disse:
«Ettore, forse pensavi nel togliere
a Patroclo l’armi di uscirne salvo,
e di me lontano non ti curavi,
stolto; ma suo difensore e molto più
forte, sia pure lontano da lui,
restavo ancora io sulle concave
navi: t’ho fiaccato i ginocchi: te
sbraneranno ora i cani orridamente e
gli uccelli; a quello daran
sepoltura gli Achei».
Ettore è la città di Troia che cade,
è il soldato che lascia una vedova,
Andromaca, e un orfano, Astianatte.
Nella narrazione omerica si tramanda
il significato della guerra e delle
sue conseguenze. Non può vincere al
cospetto di un semidio. Il mortale
soccombe di fronte a una volontà
superiore, ma nel cadere tiene
invito il coraggio e il dovere della
scelta in difesa di ciò in cui
crede. Cade lo scudo, non il valore.
Anche Achille conosce il proprio
destino, ma preferisce una fine
gloriosa rispetto a un’anonima
esistenza: la fragilità degli eroi
evoca la finitezza della vita. L’ira
divina di Achille, nel prevalere
ontologicamente sul tragico eroismo
terreno, subirà lo stesso destino,
per mano di Paride e del dio Apollo.
Entrambi gli eroi periranno
lasciando la possibilità di
riflettere sui significati della
disfatta.
La storia dell’arte propone svariati
esempi di opere che ritraggono
caduta e rinascita. Attraverso
Giulio Romano (1492/1499
circa-1546), Diego Velázquez
(1599-1660), Hippolyte Delaroche
(1797-1856) e Edgar Degas
(1834-1917) è possibile ripercorrere
un’estetica della sconfitta. Viene
rappresentato un concetto in cui le
ceneri dei resti umani si disperdono
nell’abisso dello Stige e
l’appartenenza all’ideale permane
come incisione della memoria.
Sconfitta e superbia
Giulio Romano, pittore e architetto
manierista, collaboratore di
Raffaello Sanzio, fu l’artefice di
Palazzo Te a Mantova. L’artista
viene descritto così da Giorgio
Vasari ne Le Vite: «Fra i
molti, anzi infiniti, discepoli di
Raffaello da Urbino, de i quali la
maggior parte riuscirono valenti,
niuno ve n’ebbe che più lo imitasse
nella maniera, invenzione, disegno e
colorito di Giulio Romano, né chi
fra loro fusse di lui più fondato,
fiero, sicuro, capriccioso, vago,
abondante e universale; per non dire
al presente, che egli fu dolcissimo
nella conversazione, gioviale,
affabile, grazioso e tutto pieno
d’ottimi costumi. Le quali parti
furono cagione che egli fu di
maniera amato da Raffaello, che se
gli fusse stato figliuolo, non più
l’arebbe potuto amare. Onde avvenne
che si servì sempre di lui
nell’opere di maggiore importanza».
All’interno del palazzo, tra il 1532
e il 1535, su commissione di
Federico II Gonzaga, viene
realizzato l’affresco Sala dei
Giganti, rievocazione della Gigantomachia,
la lotta ingaggiata dai Giganti
contro Zeus. La storia del mito
viene riportata da Ovidio nelle Metamorfosi (Libro
I), dove si narra del tentativo di
scalare l’Olimpo per deporre Zeus
che, in preda all’ira, scaglia i
suoi fulmini contro gli eversori
dell’ordine divino, causandone la
rovinosa caduta.
Sempre il Vasari sintetizza così
l’imponenza dell’opera: «Non si
pensi alcuno di vedere mai opera di
pennello più orribile e spaventosa,
né più naturale di questa. E chi
entra in quella stanza, non può non
temere che ogni cosa non gli rovini
addosso». La pittura qui è
addirittura secondaria, emerge la
regia di Romano, che affida
l’esecuzione anche ad altri artisti
minori. La scena raffigura i Giganti
che dalla piana greca di Flegra
tentano di sovrapporre il massiccio
dell’Ossa e il Monte Pelio per
raggiungere l’Olimpo e spodestare
Zeus. Gli angoli appaiono
arrotondati e generano una curvatura
verso la volta in una dimensione di
continuità che avvolge lo
spettatore. Il registro superiore
raffigura Zeus e l’etere. Il
registro inferiore rappresenta la
catastrofe: colonne che si spezzano
e i corpi titanici dei Giganti che
soccombono di fronte alla furia
divina.
Dinamismo, caos e ordine necessario
vengono dipinti con la manieristica
resa di un’anatomia sovrumana,
accentuata da una tragicità che
schiaccia l’osservatore attraverso
la tecnica della prospettiva dal
basso verso l’alto. Il senso
dell’opera traspare anche da una
cromaticità che riflette colori cupi
e terrosi nella sezione inferiore,
dove sangue, rocce e fango
descrivono l’abisso, mentre il
bianco dorato delle nubi diviene la
luce come emersione dalle tenebre.
La scenografia potrebbe ricordare la
struttura dei cerchi danteschi:
Paradiso e Inferno, salvezza e
caduta, luce e oscurità. Ma le
colonne spezzate potrebbero essere
quelle bibliche di Sansone.
Alla caduta si contrappone il
trionfo dell’ordine. L’Imperatore
Carlo V, che aveva nominato Federico
II Gonzaga duca, come Zeus punisce i
nemici dell’impero. L’affresco di
Romano è la sintesi perfetta
dell’ordine ricostituito. I Giganti
sono l’imprevisto che trova spazio. La
luce dell’Olimpo illumina il potere
divino di fronte alla tenebrosa
caduta dell’incauto.
Sconfitta e umanità
Diego Velázquez, esponente di punta
del Barocco spagnolo e pittore di
corte di Filippo IV di Spagna, fu
soprattutto un ritrattista dedito
alla realizzazione di opere
caratterizzate da un naturalismo e
da un’armonia che suscitarono
profonda ammirazione da parte dei
fondatori dell’impressionismo.
L’olio su tela (307x367 cm) La
resa di Breda (1634-35),
custodito presso il Museo del Prado
di Madrid, rievoca un importante
fatto storico della Guerra dei
Trent’anni: la presa della città di
Breda da parte degli spagnoli nel
1625, roccaforte di grande
importanza strategica per gli
olandesi.
Il dipinto raffigura il vincitore,
il generale Ambrogio Spinola, e lo
sconfitto, il governatore olandese
Giustino di Nassau, nell’atto di
consegnare le chiavi della città. Lo
spazio è occupato anche dalle truppe
dei due schieramenti, dove gli
sguardi di alcuni soldati appaiono
rivolti verso lo spettatore,
rendendolo partecipe dell’evento.
Vincitori e vinti, nel volgere lo
sguardo all’esterno della tela,
sembrano voler testimoniare che
chiunque nell’arco della vita
potrebbe ritrovarsi a calpestare
quello stesso terreno. Un cavallo, a
destra, si allontana al trotto dalla
scena, mentre un altro, a sinistra,
fissa l’osservatore. Lance e
vessilli separano il primo piano
dallo sfondo paesaggistico decorato
da colonne di fumo che si confondono
con le nubi.
Nell’opera l’approccio estetico
svela una partecipazione
psicologica: la resa non porta
umiliazione. Il vincitore impedisce
allo sconfitto di inginocchiarsi in
segno di rispetto e
riappacificazione. Il futuro pesa
più della caduta e riflette la
consapevolezza della vittoria come
qualcosa più facile da ottenere che
da preservare. Le lance rivolte
verso l’etere simboleggiano,
infatti, la necessità di proteggere
la conquista. Nel dipinto non appare
sangue e ostilità, ma quasi una
cavalleresca riconciliazione
rappresentata dalla luce naturale. I
colori appaiono caldi in primo
piano, con tonalità grigia verso la
pianura sottostante e azzurri verso
l’orizzonte. La luce si dirama da
sinistra, ma rischiara uno scenario
densamente popolato dall’ocra chiaro
e scuro di divise e stivali in una
disposizione speculare dei due
schieramenti.
Velázquez non condanna lo sconfitto:
lo riconosce; non esalta il
vincitore: lo nobilita. L’esito
supera il conflitto e diventa
storia.
Sconfitta e solitudine
Hippolyte Delaroche esprime uno
stile permeato dai tratti tipici del
Romanticismo, con dettagli tipici
della pittura accademica e un
formalismo di chiara derivazione
neoclassica. Il
dipinto Napoleone abdica a
Fontainebleau (1840), olio su
tela (137x181 cm), custodito presso
il Musée de l’Armée di
Parigi, rappresenta la caduta di
Napoleone Bonaparte che, a seguito
della fine del Primo Impero
francese, il 6 aprile 1814 fu
costretto ad abdicare in favore del
figlio e a partire in esilio verso
l’Isola d’Elba.
L’Imperatore viene ritratto in un
piccolo appartamento a
Fontainebleau, dove trascorse
l’intera giornata del 31 marzo del
1814 dopo un viaggio faticoso che
non servì ad evitare il tracollo
politico. Napoleone, spossato e
sovrappeso, appare accasciato in una
poltrona, all’interno di una stanza
immersa in un disordine che sembra
rappresentare il turbamento del
protagonista, scuro e torvo in viso.
Si nota il mantello appoggiato in
maniera caotica, il copricapo
abbandonato sul pavimento e una
parte della tenda calpestata dalla
poltrona. Lo sguardo trasmette
rabbia e angustia mista a tormento.
L’Imperatore, sceso dal cavallo col
quale aveva valicato il Gran San
Bernardo nel dipinto di
Jacques-Louis David, siede sulla
propria disfatta e sulle ceneri del
tradimento consumato dalla storia.
L’atmosfera è resa drammatica dai
colori di scuri: dallo sfondo emerge
la tenda rossa a destra e una parete
rosso scura a sinistra. Il bianco
della divisa contrasta con le
tonalità più scure e contribuisce a
illuminare il protagonista,
evidenziandone anche i tratti del
volto. Gli arredi sono scarni e la
parte in ombra della sezione
superiore suggerisce l’incombere
dell’oscurità sulla luce presente
nella parte inferiore. La posizione
delle gambe e della tenda disegna
linee oblique, mentre la sedia su
cui si trova Napoleone è disposta di
traverso in modo da conferire
profondità all’ambientazione. Appare
una rappresentazione metaforica del
narrato attraverso il contrasto tra
parti in ombra e illuminate: il
potente, in questo caso, soccombe e
non conosce salvezza.
L’eroe è seduto sulla propria
solitudine; il cappello sul
pavimento è la caduta che precederà
quella definitiva di Waterloo il 18
giugno 1815. Delaroche,
nel dipinto, mette l’uomo di fronte
a se stesso e alla consapevolezza
che il successo terreno costituisce
sempre il margine dell’imprevisto,
dove contesto, sorte e capacità sono
il mazzo di carte del destino.
Sconfitta ed esistenza
Edgar Degas, impressionista atipico
in quanto più affine a
rappresentazioni di interni rispetto
alla caratteristica pittura en
plein air, aderisce a un
realismo incentrato sulla
riproduzione di ambienti del mondo
dello spettacolo: ballerine,
orchestre, locali di ritrovo. Si
cimenta in una pittura da studio
basata su appunti e schizzi,
concentrandosi soprattutto
sull’analisi della luce artificiale.
Un dipinto che suscitò grande
scalpore è L’assenzio (1876),
olio su tela (92 x 68 cm), custodito
presso il Musée d’Orsay di Parigi.
L’opera, esposta alla Grafton
Gallery di Londra nel 1893, divenne,
secondo alcune interpretazioni, uno
schiaffo alla morale vittoriana.
Un’attrice e modella per artisti e
un personaggio dalla scarsa
reputazione potevano essere i degni
protagonisti di un dipinto? Le due
figure erano in realtà volti noti
delle cronache dell’epoca: l’attrice
Ellen André e l’artista bohemien Marcellin
Desboutin. Appare improbabile che
Degas intendesse esprimere un
giudizio etico. I due protagonisti
si trovano all’interno di un caffè
intenti a bere assenzio, una bevanda
alcolica ad alta gradazione la cui
vendita fu proibita nel 1915 per
arginare il dilagante fenomeno
dell’alcolismo.
La scena raffigura i due bevitori
collocati in una posizione
decentrata, secondo lo stile di
alcune stampe nipponiche molto in
voga nella Parigi dell’epoca. Lo
scorcio dei tavolini in primo piano
a sinistra offre allo spettatore
l’impressione di assistere alla
scena. Linee oblique con alternanza
dei toni scuri del vestito della
donna e dell’uomo, della boiserie e
delle ombre proiettate sullo
specchio e dei colori più chiari del
pavimento, dei tavolini, della
camicia e copricapo femminili,
vengono rappresentate in una
scenografia con forti contrasti di
luminosità. Lo spazio presenta
un’inquadratura di tipo fotografico
con una profondità resa dalla
disposizione prospettica dei tavoli.
L’opera, concepita come un
rettangolo sviluppato in altezza,
presenta una composizione che parte
dalla sinistra in basso verso il
lato destro, occupato dai due
soggetti, attribuendo alla scena
dinamicità. I due avventori sono
seduti l’una accanto all’altro, ma i
loro sguardi si perdono in direzioni
opposte. Dai loro occhi non traspare
luce, ma assenza; dalla postura non
emerge vitalità, ma schiene curve
sotto il peso del proprio disagio
interiore. Qui la sconfitta è,
probabilmente, la condanna a
un’esistenza vuota e marginale. Non
viene emesso un giudizio: si osserva
ciò che manca, o forse ciò che
porterebbe la luce negli occhi dei
protagonisti.
Nel dipinto le assenze manifestano
un equilibrio: esistono perché fanno
parte della vita. A
destra i tavoli sono vuoti; a
sinistra si trovano i due bevitori
di assenzio; alle loro spalle,
proiettate sullo specchio, le loro
ombre.
Il senso della sconfitta
Se Giulio Romano dipinge la forza
dirompente e di rottura della
superbia come anelito al superamento
dell’ordine imperante, Velázquez
rivela che anche nella caduta può
esserci rispetto e comprensione per
un attimo di debolezza.
Se Delaroche descrive la disfatta
come la solitudine di chi precipita
dalla vetta del potere assoluto
verso i polverosi campi dell’oblio,
Degas colloca l’essere umano di
fronte alle proprie ombre, sempre
sul crinale, di fronte a una
marginalità che si preferisce
dimenticare.
L’estetica della sconfitta non offre
verità, ma permette di riflettere
sul significato della caduta come
evento inevitabile dell’esistenza:
ciò che appare come distruzione
prepara, in realtà, un nuovo inizio;
ciò che si manifesta come condanna
definitiva offre, spesso, una nuova
opportunità.
La sconfitta, nel rivelare la
precarietà di chi la subisce,
disegna la possibilità di
affrontarla come ultimo confine del
suo superamento.
Riferimenti bibliografici:
Gombrich E.H., La storia
dell’arte, Phaidon, 2008.
Farthing S., Arte. La storia
completa, Atlante Srl,
Valsamoggia (Bo), 2018.
Farthing S., 1001 dipinti. Una
guida completa ai capolavori della
pittura, Atlante Srl,
Valsamoggia (BO), 2021.
Ferrari A., Dizionario di
mitologia greca e latina, UTET
S.p.A., Torino, 1999.
Sciolla G.C., Studiare l’arte.
Metodo, analisi e interpretazione
delle opere e degli artisti,
UTET, De Agostini Editore SpA,
Milano, 2025.
Omero, Iliade-Odissea, Newton
Compton editori s.r.l., Roma, 2021.
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