PITTURA DELLA NASCITA
PERCEZIONI ARTISTICHE DALL’ORIGINE
ALL’ETERNO
di Fabrizio Mastio
La nascita è l’origine. Svelamento e
mistero, opposti solo in apparenza,
ne descrivono l’essenza. Secondo la
mitologia classica il mondo non
prende vita dal nulla, ma da una
transizione che dal caos ancestrale
conduce a un’ordinata creazione.
Tale visione è stata tramandata da
Esiodo in Grecia, come descritto
nelle
Opere e giorni (60-68), e da
Publio Ovidio Nasone a Roma, come
riportato nelle
Metamorfosi (1.78-86). Anche la
filosofia riprende la narrazione
mitologica, con la riproposizione di
un intervento divino, volto alla
nascita come ricomposizione
simmetrica e proporzionata delle
cose. Così, Platone nel
Timeo (69 b-c) sostiene che per
creare l’essere umano gli dèi
«tornirono il corpo mortale, e nella
sua totalità, a guisa di carro, lo
diedero all’anima». Nella Bibbia, in
Genesi 1,1 è scritto: «In principio
Dio creò il cielo e la terra»; ma
con la descrizione evangelica della
nascita di Gesù ad opera dello
Spirito Santo viene perpetuato il
significato spirituale dell’origine:
materia e spirito, polvere e sangue
sono vita. Il principio è il narrato
dell’arcano. Quasi ogni artista ne
ritrae qualche aspetto.
Sandro Botticelli
(1445-1510), Michelangelo Merisi,
detto il Caravaggio
(1571-1610), Berthe Morisot
(1841-1895) e Gustav Klimt
(1862-1918) hanno saputo dipingere
una veduta della nascita che precede
e supera la dimensione umana, senza
mai rinunciarvi.
Nascita e mito
Sandro Botticelli (Firenze, 1º marzo
1445 - Firenze, 17 maggio 1510),
maestro della scuola fiorentina,
rievoca il mito della nascita di
Venere con la tempera su tela (172 x
278 cm) intitolata
Nascita di Venere (1482-1486),
custodita nella Galleria degli
Uffizi di Firenze, opera
commissionata da Lorenzo il
Magnifico. La dea della bellezza,
secondo il mito, venne concepita
attraverso l’evirazione di Urano da
parte del figlio Crono, il quale,
gettandone in mare i genitali,
fecondò le acque. Il soggetto si
ispira alle
Metamorfosi di Ovidio, alla
Teogonia di Esiodo, al
De Rerum Natura di Tito Lucrezio
Caro e a un inno omerico.
Il capolavoro ritrae il momento in
cui la divinità, nella sua nudità,
emerge dalle acque sopra una
conchiglia e, sospinta dal vento
Zefiro che stringe tra le sue
braccia la ninfa Clori, l’accompagna
verso le spiagge di Cipro. Sulla
terraferma un’altra ninfa, che tiene
fra le mani una veste con
decorazioni floreali, attende Venere
per avvolgerla nel manto porporino.
La dea appare in uno scenario di
splendore accarezzato da una pioggia
di rose che sembra adagiarsi sul
candore ornato dalle chiome bionde
spinte dal vento. Il braccio destro
copre il petto, quello sinistro con
parte dei capelli ne protegge
l’intimità, mentre il volto appare
leggermente inclinato e il collo,
innaturalmente allungato, diviene un
dettaglio di difficile percezione.
La ninfa sulla riva risulta sospesa
sul terreno. Nella scena la natura
si manifesta attraverso i suoi
elementi: cielo, terra, acqua. La
vegetazione fiorisce sugli alberi
nello sfondo, sui ricami delle vesti
di Clori e nel drappo ornato da
mirti, primule e rose. Le onde del
mare, appena tratteggiate, ne
definiscono una semplice linearità.
Nell’opera emerge un concetto di
amore di radice neoplatonica
celebrato come moto di rinnovamento
della natura. C’è verità
dell’origine e purezza della forma,
pudicizia nell’estetica e pose
rinvenibili nella statuaria
classica: la perfezione si palesa
con timida ritrosia.
Il dipinto, di forma rettangolare,
si sviluppa in orizzontale, con
un’illuminazione diffusa,
amplificata anche dai riflessi dei
capelli della dea. L’inquadratura
non presenta profondità a causa
della quasi totale assenza di
chiaroscuri e della linearità con
cui sono dipinte le figure. La
rappresentazione è simmetrica, con
Venere al centro e, ai lati, le
altre divinità, collocate
specularmente a chiusura del
triangolo compositivo. Un
significato ideale di equilibrio fra
passionalità e spiritualità pervade
la tela. La bellezza di Venere non è
uno sguardo divino o la pelle
ambrata, ma la creazione che parte
dal più importante dipinto di nudo
del Rinascimento.
Nascita e spiritualità
Michelangelo Merisi, detto il
Caravaggio (Milano, 29 settembre
1571 - Porto Ercole, 18 luglio
1610), concepisce la realtà della
nascita richiamando un soggetto di
matrice religiosa.
L’adorazione dei pastori, olio
su tela (314 x 211 cm) custodito
presso il Museo Regionale di
Messina, è stato commissionato dal
Senato locale, probabilmente per
l’interessamento di fra Bonaventura
Secusio, minore osservante e
arcivescovo della città dal 1605 al
1609. L’opera, secondo alcuni
studiosi come Maurizio Marini e Mina
Gregori, sarebbe successiva alla
Resurrezione di Lazzaro; per
altri, come Giorgio Leone, le due
opere risalirebbero allo stesso
periodo, mentre Giulia Cinotti e
Maria Cristina Barbera, trattandosi
di Caravaggio, ritengono più
prudente non attribuire un ordine
cronologico rigido.
L’episodio rappresenta l’adorazione
dei pastori davanti a Gesù, secondo
il Vangelo di Luca, con una
diagonale che divide il dipinto in
due parti. Maria, adagiata alla
mangiatoia, tiene fra le sue braccia
il Bambino in fasce, mentre di
fronte a lei si trovano due pastori
inginocchiati e, in primo piano,
Giuseppe con un’aureola quasi
impercettibile. Sullo sfondo,
l’asino e il bue. Una nuova campagna
radiografica ha evidenziato che il
supporto originale è costituito da
tre tele cucite verticalmente in
corrispondenza del polso sinistro
del mandriano al centro e del polso
sinistro della Madonna.
Emerge una scena di raccoglimento
mistico, dove l’umiltà del luogo
assume una profonda valenza
simbolica: gli sguardi di chi
osserva Maria e il bambino
manifestano scoperta e rivelazione.
L’espressione della Madonna pare
preannunciare la Passione. Tale
figura poggia sulla terra nuda mista
a paglia. La luce si concentra sui
volti e sulla testa del pastore a
destra. Gli incarnati mostrano
l’arsura del sole siciliano sulla
pelle degli allevatori come metafora
di sacrificio e fatica. Il rosso
delle vesti della Madonna e
dell’uomo con la mano protesa verso
di lei emerge nell’ambientazione
scura. In basso a sinistra appare
una cesta contenente del pane, una
pialla e un tovagliolo: una natura
morta di una povertà fedele al
dettato evangelico.
La tela lascia trasparire un’umanità
attraverso le espressioni facciali:
Maria volge lo sguardo in basso con
aria quasi sofferente, nelle altre
figure le mani accolgono, pregano,
si aggrappano. Il maestro lombardo
con questo quadro conferisce alla
Natività una spiritualità intrisa di
un sentimentalismo privo di orpelli:
colloca la cruda terra di fronte
alla luce divina.
Nascita e intimità
Berthe Morisot (Bourges, 14 gennaio
1841 - Parigi, 2 marzo 1895), nel
1874 espose l’opera
La culla (1872), olio su tela
(54 x 46 cm) custodito presso il
Musée d’Orsay di Parigi, in
occasione della prima mostra
impressionista. Allieva di
Jean-Baptiste-Camille Corot a
partire dal 1860, divenne
successivamente amica di Édouard
Manet, di cui sposò il fratello.
L’artista dipinge una giovane donna
di profilo, seduta accanto a una
culla con una bambina che vi riposa.
Il braccio destro poggia
delicatamente sui piedi della
neonata, mentre quello sinistro,
flesso, sostiene il mento.
La protagonista è Edma, una delle
due sorelle di Berthe. Un velo
bianco, in contrasto con la parete
scura, si trova sullo sfondo;
l’altro, sulla culla, protegge la
bambina. Lo stesso chiarore appare
sul volto della madre, evidenziando
il rossore delle labbra. La foggia
del vestire ottocentesca sfoggia un
tessuto a righe blu e nere, mentre
la camicetta che indossa è bianca e
leggera, come la tenda della culla.
La tela è stata realizzata con una
pittura fluida e pennellate sciolte,
unitamente all’utilizzo del nero,
colore abolito dagli impressionisti
in quanto non fedele ai principi
dell’en
plein air. La palette è
costituita da tinte tendenti al
grigio e prive di lucentezza. Il
rosa, l’ocra e l’azzurro definiscono
le parti chiare, raffigurate
attraverso i due tessuti leggeri,
mentre le cromie scure delle vesti
di Edma completano le parti in
ombra.
Grigio, bianco e strati di rosa nei
bordi riproducono il colore della
tendina della culla, in uno scenario
che si sviluppa interamente in primo
piano. La donna sulla destra e la
figlia a sinistra sono legate dai
volti che tracciano una diagonale di
un’intimità viscerale: non viene
rappresentato semplicemente l’inizio
della vita, ma l’eternità di un
legame che esprime reciprocità anche
attraverso la prossemica. La postura
della madre non richiede
interpretazioni: offre vita, cura e
protezione. Tale figura non si
interroga, perché nell’osservare ciò
che ama, sa di cosa necessita. La
pittrice osserva la neonata, ma
all’osservatore ciò non è concesso.
Il velo protegge la fragilità.
L’istinto materno diviene la purezza
del sentimento più vero: quello tra
madre e figli.
Nascita e ciclicità
Gustav Klimt (Baumgarten, 14 luglio
1862 - Vienna, 6 febbraio 1918),
artista della Secessione viennese,
inserisce il tema della maternità
nell’olio su tela (171 x 171 cm)
Le tre età (1905), custodito
nella Galleria Nazionale d'Arte
Moderna e Contemporanea di Roma. Il
dipinto, nel completare il percorso
sulla nascita, descrive quest’ultima
come genesi dell’esistenza che
evolve fino alla vecchiaia. L’opera
vive attraverso tre figure femminili
di diverse età, dove l’origine è
rappresentata nel complesso dalla
nudità, tema ricorrente
nell’estetica klimtiana, e nella
presenza di una bambina addormentata
tenuta in braccio da una donna
bionda, col capo reclinato verso
quello dell’infante.
D’altronde l’approccio artistico del
pittore austriaco si colloca in
un’epoca di studio della nudità come
elemento naturale dell’essere umano,
oggetto di indagine sotto il profilo
psicoanalitico e letterario nella
Vienna del primo Novecento. L’altra
figura, di profilo, appare scarna e
vecchia; porta una mano sul volto e
presenta il ventre gonfio. Entrambe
portano lunghe chiome. Lo sfondo,
costituito da motivi circolari ed
ellissoidali variopinti, è dipinto
lungo una fascia verticale
sovrapposta a due bande orizzontali,
di cui una nera e l'altra dorata.
Lo stesso titolo dell’opera esprime
il fluire del tempo attraverso le
fasi dell’esistenza di una donna.
Emerge distanza temporale e
vicinanza emotiva. Le figure vengono
raffigurate secondo punti di vista
differenti, dove anche lo sfondo è
lontananza, quasi a voler
sottolineare un’inesorabilità che
avvolge la carne. Nell’opera c’è
amore materno, espresso dal contatto
fisico tra la madre e la bambina,
teneramente abbracciate, e un
affetto familiare evidente nelle
guance arrossate e nel tocco tra le
teste. L’unico attimo di contiguità
tra le donne adulte è dato dai
capelli della signora attempata che
cadono sulla spalla e sui capelli
rossi dell’altra.
Viene dipinto un contrasto fra il
desiderio di presenza nella vita e
la consapevolezza dell’incipiente
declino, evidente anche nella
tonalità cromatica scura della
pigmentazione rispetto alla maggiore
luminosità della pelle della madre
con bambina. Un sottile velo
azzurro, nell’avvolgerle, pare
rafforzarne simbolicamente il
legame. La diversità degli sfondi
utilizzati rispecchia, inoltre, le
diverse età: le decorazioni floreali
variopinte e dal tono vivace
riflettono fertilità, gli ornamenti
con una cromaticità spenta e la
linea di demarcazione dorata e scura
su cui poggiano i piedi della donna
anziana disegnano un’anticipazione
dell’inevitabile trapasso. Nella
tela il tempo delimita lo spazio di
un’architettura dell’esistenza, dove
la mano portata sul volto dalla
donna anziana immortala la
consapevolezza di dover far posto a
nuova vita.
Il mistero della nascita
La nascita affonda le radici nel
mito con Botticelli, rivelandone con
la bellezza il senso divino: è
creazione che annienta il tempo; il
vento soffia la vita, l’acqua la
lascia emergere, la terra
l’accoglie. Ogni figura pare
abbracciare un elemento: Zefiro
l’aria, Venere l’acqua, la Ninfa la
terra. Caravaggio riporta la vita in
una realtà che respira spiritualità:
l’umano che prega di fronte alla
Madonna, ma non nasconde la durezza
della vita terrena. L’umiltà non è
esclusivamente una visione
francescana, ma un tributo agli
ultimi che credono in ciò che verrà.
Il chiaroscuro caravaggesco predica
una sacralità del quotidiano
simboleggiata dal vincastro e dai
piedi scalzi dei pastori.
Non poteva che essere invece una
donna come Morisot a descrivere la
nascita come legame ancestrale, dove
la madre che osserva i figli non
necessita d’altro: l’atto basta a sé
stesso; è una piccola attenzione che
custodisce tutto. Ma è con Klimt che
il cerchio non si chiude: la vita si
rinnova con una nascita eterna
repleta di calore e colore. Inizio e
declino vengono rappresentati come
un mosaico dei sentimenti umani
espressi dall’universo femminile.
Affetto, cura, disperazione e
rassegnazione compongono il senso
dell’esistenza.
Riferimenti bibliografici:
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La storia dell’arte, Phaidon,
2008.
Stephen Farthing,
Arte. La storia completa,
Atlante Srl, Valsamoggia (Bo), 2018.
Stephen Farthing,
1001 dipinti. Una guida completa ai
capolavori della pittura,
Atlante Srl, Valsamoggia (BO), 2021.
Anna Ferrari,
Dizionario di mitologia greca e
latina, UTET S.p.A., Torino,
1999.
Giovanni Carlo Sciolla,
Studiare l’arte. Metodo, analisi e
interpretazione delle opere e degli
artisti, UTET, De Agostini
Editore SpA, Milano, 2025.
Rossella Vodret,
Caravaggio 1571-1610, Silvana
Editoriale S.p.A., Cinisello Balsamo
(Mi), 2021.
Laura Colonnelli,
Berthe Morisot a Genova e Torino -
Fanciulle in fiore, Art e
Dossier, n. 425, novembre 2024,
Giunti Editore, Firenze.
Valérie Mettais,
Klimt. Coffret l’essentiel,
Éditions Hazan, 2020.